Reincantare il mondo. La vita fra umano e naturale

Andreas Weber partecipa alla Biennale Democrazia in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ai seguenti incontri:

 

Reincantare il mondo. La vita fra umano e naturale

9 ottobre - ore 11.30 | OGR Sala Fucine

Memory matters. Naturale, umana, postumana: una memoria rinnovata

9 ottobre - ore 18.00 | Complesso Aldo Moro Aula 1

 

 

Dopo la pioggia, faccio correre la mano tra i ginepri o tra le betulle per la gioia di sentire le gocce bagnate che colano sul palmo.

Nan Shepherd, La montagna vivente

 

(traduzione di Carlo Capraro, Ponte alle Grazie 2018)

 

La pelle dei minerali

 

Ogni volta che alzavo gli occhi da ciò che stavo scrivendo, vedevo i licheni. Coprivano il tetto di fronte a me. Era un tetto basso, quasi piatto, incuneato tra muri di pietra grigia, coperto da tegole rossastre.

All’inizio, quando avevo scelto quel posto per mettermi a scrivere davanti alla piccola finestra affacciata su un altro edificio, non avevo notato i licheni, li avevo scambiati per macchie nate dall’esposizione alle intemperie. Questi esseri – una composizione in un unico organismo di alghe e funghi – formavano chiazze rotonde e aloni sferici sulla superficie minerale. C’erano chiazze nere e puntini di un grigio soffuso e cerchi che nella loro tonalità rossastra assomigliavano a trasformazioni dell’argilla della tegola. Lasciavo vagare lo sguardo sul tetto fatto di minerale e davanti ai miei occhi le macchie di licheni tramutavano la superficie. Il minerale fioriva e i suoi boccioli stavano lentamente espandendosi, toccandosi l’uno con l’altro, crescendo l’uno nell’altro, serpeggiando tra gli spazi che li separavano fino a spandersi e diventare uno solo.

Là dove i licheni dimoravano, la consistenza della superficie si addolciva e sembrava quasi cremosa. Anche i miei occhi si addolcivano. Il mio sguardo accarezzava i licheni e avevo l’impressione che avrei potuto ingerire la pietra, che era diventata palpabile, tangibile, edibile. Il mio sguardo funzionava in due direzioni: osservando i licheni addolcire la pietra, ero toccato da loro, ammorbidito dal loro tocco. Mi restituivano lo sguardo e ricevendolo mi addolcivo. I licheni erano un sogno della pietra. E io ero un sogno dei licheni.

 

Trascorrevo molto tempo a guardare il tetto. Ero da solo in una casa silenziosa, tra file di uliveti sulle colline sopra Siena, a badare per alcune settimane ai gatti dell’amico di un amico. Poco dopo il mio arrivo, la rapida successione di momenti iniziò gradualmente a rallentare lasciandomi con due soli compagni su cui riflettere: pietra e vita. Era gennaio e di notte le temperature esterne scendevano sotto lo zero. In alcune mattine l’alto profilo delle colline a sud-est di Siena brillava in trasparenza tra la nebbia.

La scoperta della presenza dei licheni non mi aveva solo fatto piacere, mi aveva anche instillato un senso di urgenza. Era una sorta di desiderio bramoso, come se non potessi perdere neanche un minuto e dovessi mostrare la dovuta attenzione a ciò che mi stavano dando. I licheni mi osservavano con lo sguardo di una pietra viva. Se ne stavano là, su quel tetto, come una pietra che, se aspetti abbastanza a lungo, si ammorbidisce e diventa palpabile come una pelle vivente.

 

Ammirazione e tristezza

 

Ogni volta che alzavo gli occhi verso i licheni, e vedevo il motivo sferico che disegnavano sulle tegole, vivevo un senso di profondo sbigottimento. Avevo sensazioni forti che nessuna parola sapeva esprimere. Una bellezza chiara, acuta, intensa mi scivolava tra le dita. I licheni erano là – semplicemente là – presenti, immobili, soffici e fiocamente luminosi, come pietra grezza – e, contemporaneamente, distanti, chiusi in se stessi – facendomi sentire che non avrei potuto raggiungerli. Potevo percepire l’attrazione generata dalla loro presenza, ma lasciava un senso di vuoto.

Pensai alla definizione che Thomas Mann diede dell’amore come una mistura di “ammirazione e tristezza”, una interpretazione che non avevo mai gradito dal momento che mi sembrava un fraintendimento narcisistico di una connessione. Ma in questo caso provavo qualcosa di simile – e quella sensazione mi metteva ancora più a disagio. Ero preda di un’attrazione profonda – e a una distanza incommensurabile. In fin dei conti, erano solo tegole ricoperte di epifite. Perché sentivo la loro presenza in modo così significativo? Volgevo lo sguardo su di loro e mi sentivo osservato. Com’era possibile?

Il mio disagio non era dovuto solo al mio particolare stato mentale. Doveva avere a che fare con qualcosa di più generale: con la modalità con cui noi umani ci relazioniamo con altri esseri, come condividiamo con loro il nostro mondo. Mi sentivo male a causa della prassi secondo cui noi umani siamo sostanzialmente estranei agli altri esseri – agli esseri-licheni, agli esseri-tegole, alle alghe, ai minerali, all’acqua e alle pietre delle colline azzurrognole del senese. Tutti questi non sono forse soltanto cose? Quando improvvisamente ci parlano, siamo colti di sorpresa. Non sappiamo come rispondere. Non sappiamo come contraccambiare. Soffriamo di un amore infelice.

 

Seduto alla finestra affacciata sui licheni che fioriscono sul tetto ero troppo sopraffatto da quello che sentivo sulla mia pelle per cedere a quel senso di rassegnazione. Anche se stavo solo osservandole, le sfere vellutate là su quel tetto facevano formicolare il mio corpo. Mi rendevano felice, nervoso – e inquieto. Era la vista della pelle di altri esseri. La voce dentro di me che sussurrava che dovevo ricambiare il loro amore non veniva dalla mia testa; era la mia pelle che mormorava. Era l’aspetto tenero e tangibile della mia carne che rispondeva. La mia carne non poteva rimanere indifferente all’essere toccata.

Quello che mi rendeva disponibile ai licheni era quel tanto di lichene che avevo in me stesso, quel lento ammorbidire la superficie di una pietra e il farla fiorire con un’epidermide vellutata. Quello che rispondeva dentro di me era il me-lichene, il me-alga, il me-micelio, il me-pietra. Il suo sussurro non era una voce rilevante, ma un tocco leggero dall’interno, una dolcezza che appariva e scompariva e poi tornava di nuovo, in ondate di farsi e disfarsi, come un respiro delicato.

Capii che la leggera contaminazione di questa bellezza che avevo provato veniva dal non aver assecondato il mio desiderio.

 

Respirando insieme

 

Dopo pranzo in genere camminavo su per il pendio dietro la casa. Il mio compagno di passeggiata, una barboncina nera, mi precedeva di corsa, felice di muoversi – anche se sembrava altrettanto felice di starsene in casa sdraiata sul davanzale della finestra a guardar fuori, tenendo compagnia ai licheni e alle colline. Il sole era alto. Passavamo davanti a querce che protendevano i loro rami spogli verso un cielo trasparente. Calpestavamo fruscianti foglie marroni insieme alla chioma appassita dell’ultima erba estiva. In alto, su un albero, dei cacciatori avevano costruito con assi decrepite e tela mimetica cerata una piattaforma di tiro, che silenziosamente aspettava l’arrivo degli uccelli canori in primavera.

Lungo il sentiero massi erratici in granito punteggiavano il suolo, montagnole arrotondate grigie e bianche, arancione e nere. La loro consistenza era pietra e carne, come per le tegole del tetto. Erano coperti da una densa crosta di licheni. Il sole era caldo: aveva scacciato la brina e ora accarezzava la pietra con raggi amorevoli. Sul crinale della collina, dove facevamo una pausa prima di tornare indietro, un masso enorme sporgeva dal terreno come una cupola colorata, tutta coperta di vegetazione. In cima al masso, un circolo biancastro si dipanava a onde increspate verso l’esterno, come raggi del sole.

Mentre me ne stavo seduto sul grande masso, facendo attenzione a non ferire il lichene, mi riusciva difficile stabilire dove cominciava il lichene e finiva la pietra. Entrambi si erano fusi in un unico essere. E, in effetti, quando i licheni crescono su una superficie minerale, se ne cibano: estraggono minerali e li incorporano. Una pietra colonizzata dai licheni si deteriora mille volte più velocemente di una che non è abbracciata dalla vita. I licheni mangiano la pietra – esattamente come fanno con la luce del sole. Trasformano la pietra in carne. L’essere della loro carne e l’essere del minerale si sono fusi.

Me ne stavo seduto in cima alla collina e osservavo i minuti affondare lentamente nel blu di valli distanti. Accarezzavo la ruvida superficie rocciosa con le dita, permettendo alle nostre epidermidi di unirsi. Indugiavo, soffermandomi sulla presenza dei licheni, toccato dai licheni, come pelle tra altre pelli, come respiro che proviene dal respiro della pietra.

 

Il metabolismo è il modo in cui un essere diventa parte del corpo di un altro, e non in senso metaforico. Il metabolismo è il modo in cui la pietra diventa me. Quello che nel mio cuore sentivo come uno scambio tra esseri vegetali ed esseri fungini e la roccia era proprio questo tipo di scambio: le piante trasformano la pietra e, facendo ciò, il mio corpo – dal momento che sussisto grazie alle piante, come tutti gli esseri viventi fanno – si trasforma da pietra a carne. È lo stesso tipo di trasformazione che avviene quando respiro. Respiro nelle esalazioni delle piante, e loro respirano nel mio corpo, i cui mattoncini di carbonio vengono continuamente rotti e attraverso i miei polmoni si mutano in anidride carbonica.

Una trasformazione simile avviene quando mangio: converto i corpi di altri esseri nel mio.

 

Avviene quando una radice affonda nel suolo, dissolvendo la sua grana e appropriandosi dei suoi elementi. Tutti quelli sono movimenti di inspirazione-espirazione, è la modalità con cui la materia di questo mondo viene trasformata attraverso esseri che si incontrano, si toccano, uniscono le loro pelli, diventano un solo individuo e poi si separano di nuovo per diventare altri esseri ancora. È tutto respiro. È tutto tocco. Ogni incorporazione è l’incontro di due superfici sensibili, uno scambio di pelle attraverso la pelle.

In ogni momento la vita è la nascita di un essere all’interno di un altro. Solo grazie ad altri ho me stesso, e posso continuare a respirare solo permettendomi di trapassare in altri esseri. I licheni su quel tetto erano una parte diretta di questo scambio. Qualcosa dell’anidride carbonica che ho esalato ieri ha trovato la strada per giungere all’interno dei loro corpi. Osservavo il mio corpo in carne ed ossa: eravamo una continuità fisica. Eravamo una famiglia. Skin is kin: la pelle è parentela, consonanza.

 

Individui e materia

 

Quando facciamo esperienza della bellezza, qualcosa in noi stessi lo sa. La nostra pelle sensibile lo sa. La nostra cassa toracica lo sa. I nostri occhi, che assorbono la luce e la irradiano verso l’esterno a ogni sguardo, lo sanno. Sappiamo di essere parte integrante di questo scambio su larga scala. Sappiamo di essere una famiglia.

Non sono più tornato in quella silenziosa casa in pietra affacciata sulle colline senesi, ma quell’esperienza è rimasta dentro di me. È per questo che ancora oggi i licheni esercitano una sorta di magia ovunque li veda. Nel bosco vicino a casa mia, a Berlino, coprono i tronchi delle spoglie querce invernali con diverse tonalità di un verde biancastro. I licheni crescono sulla porzione della circonferenza del tronco in cui sono esposti a una certa quantità di pioggia e di sole. In altre parti del tronco alghe verdi ricoprono la corteccia con un giallo solforoso. I licheni hanno delle necessità e agiscono di conseguenza. Spesso mi fermo accanto a un albero e lascio scivolare le mie mani su quella morbida ruvidezza. I licheni sono freddi e leggermente umidi e hanno sempre una consistenza delicata, come delizioso velluto. Rimango lì in piedi e respiro; a un certo punto comincio a vedere i licheni come gli individui che sono, con i loro bisogni e le loro preferenze. Non riesco sempre a sentirlo, ma quando ci riesco il mondo improvvisamente si sposta sul suo asse. Ogni dettaglio fisico, ogni anello e piega dei loro talli diventano un gesto del loro modo di essere.

 

Noi siamo tutti una famiglia perché tutti condividiamo la sensazione di essere vivi. Tutti noi abbiamo modi per concretizzare questa sensazione. E condividiamo tutti gli atomi e le molecole che incorporano questa sensazione. Ci respiriamo uno con l’altro. E percepiamo che altri si danno da fare per raggiungere gli stessi obiettivi che noi perseguiamo: continuare a esistere, connessione con gli altri, scambio di carne attraverso carne. Nella materia di altri esseri possiamo vedere noi stessi davanti a noi e contemporaneamente essere quell’essere che vediamo.

Il nostro modo di essere vivi ha luogo attraverso corpi che si respirano mutualmente. Ma nello stesso momento ogni modo di vivere individuale, secondo il proprio sentire, è unico. E anche ogni modo che la specie utilizza per soddisfare quei bisogni è unico. Mentre carezzo i licheni, quest’idea giunge fino alla mia pelle, in un processo di conoscenza di prima mano, letteralmente. La loro unicità mi colpisce – il semplice fatto di questa consistenza soffice e grezza di un bianco pallido, qui e ora. L’unicità di un individuo.

 

La biologia ha dimostrato che ogni individuo è sostanzialmente ‘autopoietico’: gli esseri viventi creano se stessi. Ogni respiro è un atto di unione con altro, ma è anche un atto di auto-costruzione. Gli organismi sono quelle parti di una carne vivente che mostra una persistenza nel rimanere un centro attivo, un agente, qualcuno per il quale la propria esistenza è importante. Da questa prospettiva biologica, una cellula è un soggetto con delle esigenze. Una cellula è un sé. Un sé è una persona.

Questo non vale solo per gli organismi biologici. Gli organismi esprimono un desiderio di essere connessi, ma ogni cosa è parte della brama struggente di un divenire attraverso una mutua trasformazione. Anche le pietre. La loro disponibilità a nuovi incontri si manifesta nel lento deterioramento della loro superficie. Tutto ciò che ha una dimensione temporale prende parte alla realizzazione del desiderio. Ogni cosa che succede lo spinge in avanti. La freccia del tempo è la freccia del desiderio. Il tempo c’è perché le cose accadono, perché gli atomi si incontrano, perché le pietre si respirano l’un l’altra. La materia è sociale. Il tempo è nato perché questo cosmo non può starsene immobile. Ha bisogno di condividere e di connettersi.

 

Se abbiamo bisogno di condividere, allora diventa cruciale la questione di fino a che punto la nostra condivisione ci permette di prosperare. Se noi – esseri-granito, esseri-licheni, esseri-cane ed esseri umani – abbiamo la necessità di condividere con altri, allora le trasmutazioni della carne in un’altra carne non sono solo processi meccanici silenziosi, ma hanno sempre le tonalità del desiderio insaziabile. Se tutti gli esseri, noi compresi, hanno necessità di condividere, allora questo mondo non è uno spazio neutro, ma è pieno all’inverosimile di sensazioni. Tutte le pelli che incontriamo sono sensibili, come la nostra, che attraverso la sua sensibilità trasmette l’urgenza del desiderio dell’altro di cambiar forma con la nostra.

La nostra pelle lo sa. La nostra pelle lo sa persino quando non tocca direttamente la pelle di un altro, ma solo accarezzando con gli occhi la superficie di un altro essere. La nostra pelle sa, guidata dalle dita inquisitorie dei licheni che convertono lentamente la brama della pietra in carne capace di sentire. Noi siamo materia e sentiamo attraverso di essa. Vivere attraverso una pelle sensibile è il modo in cui la materia percepisce se stessa.

 

Essere vivi significa partecipare al desiderio di essere, al desiderio di connettersi. Significa lasciare che la nostra pelle sia toccata, sia pervasa dall’alterità e percepire attraverso quell’atto. È l’appartenenza al desiderio di condividere che fa una persona. Essere vivi è personale. Si rivolge a noi personalmente attraverso la nostra pelle, che è il punto attraverso cui percepiamo l’altro. Noi esistiamo come fili di un micelio che si estende all’infinito, in cui ogni cosa è fatta della nostra carne e del nostro sangue. Contemporaneamente, tutte le benedizioni e tutte le sofferenze sono esperite da individui, da individui fatti di materia (persons of matter), che desiderano diventare più completi attraverso una mutua trasformazione.

 

La bellezza è famiglia

 

La nostra autorealizzazione quali esseri viventi implica un’autorealizzazione come famiglia. Totalmente inglobati e assolutamente unici. Liberi di agire eppure legati da terribili legami famigliari che richiedono reciprocità, anche solo per continuare a respirare: inspirando verso me stesso ed espirando verso gli altri. La bellezza implica una sua propria etica. Anche se l’esperienza della gioia e dell’elevazione emotiva associata alla bellezza accresce ed innalza il sé, nello stesso momento punta nella direzione opposta. L’elevazione si ottiene grazie alla connessione e la connessione comporta un certo modo di comportarsi. Noi possiamo esistere solo se non mettiamo il nostro ego al centro, perché la pelle è sempre condivisa. Laddove la mia si apre, comincia la tua. Dove la mia epidermide fiorisce, incontra il respiro del mondo che è l’indistinta presenza della pelle di ogni altro essere. Sentire la pelle del lichene contro la mia significa realizzare che io stesso sono un atto di relazione, non un individuo separato, distinto da altri oggetti. Sentire questa pelle richiede che io faccia la mia parte nel render possibile la relazione con l’altro.

Nell’esperienza della bellezza noi sentiamo di essere una famiglia. Ci accorgiamo del fatto che siamo figli e genitori di ciò che si irradia verso l’esterno, di ciò che ci chiama e che per qualche misterioso motivo già ci conosce. È carne della nostra carne, sia quando ci appare distante – come le sfere colorate su un tetto segnato dalle intemperie – che quando sembra vicino – come le microscopiche rughe su un tenero dito che tocca il nostro palmo. Fare l’esperienza della bellezza significa riconoscere che siano una famiglia e sentirsi accettati nella connessione. Solo se voltiamo le spalle a questa connessione e innalziamo un muro tra gli umani e il resto della materia vivente, la realizzazione di questi legami genera una reazione di “ammirazione e tristezza”.

 

Uno degli effetti più profondi che genera l’incontro con la bellezza è l’impulso di irradiarla di ritorno – l’esigenza di impegnarsi a fondo per esprimere in parole, musica o forma che cosa ci ha entusiasmato, facendoci comprendere di che cosa siamo parte. L’esperienza della bellezza ci spinge a restituirla donando qualcosa di noi stessi, quello che Lewis Hyde definisce “la fatica della gratitudine” (The Gift: Creativity and the Artist in the Modern World, New York: Vintage, 1979, p. 249). 

Sottoporsi alla bellezza è, di conseguenza, un processo profondamente sociale. Se abbiamo la fortuna di esperire la bellezza sentiamo che contraiamo un debito. Siamo in debito rispetto alle forze che stanno continuamente creando questo cosmo. Ciò che è bello può solo giungere a realizzarsi completamente se contraccambiamo con nostri atti di bellezza. Restituire bellezza creando bellezza è ciò che motiva molti artisti. Restituire vitalità per riconoscere di essere stati vivificati è al centro dei rituali animisti. Entrambi sono gesti sociali in cui una persona – umana o non umana – che è stata gentile con noi viene trattata con gentilezza.

 

Ora possiamo comprendere meglio che cosa sia la bellezza: non è l’esperienza di un principio astratto, e neppure uno sguardo sfuggente su un mondo ideale. È l’incontro con un’altra persona che condivide il desiderio del cosmo di essere connesso a noi. La bellezza è un incontro positivo, e noi desideriamo ringraziare per questo rendendo possibili altri incontri fecondi come questo. Sottoporsi alla bellezza è un’emozione sociale perché il cosmo che abbiamo incorporato nella nostra carne è un processo di intersoggettività, di mutuo respiro.

Essere ben accolti in famiglia ci invita a rispondere e a ricambiare. Quello che è necessario – per sentirci in pari, per il benessere della persona che abbiamo appena incontrato, per la fecondità del nostro corpo cosmico condiviso – potrebbe essere semplicemente ringraziare per la benedizione ricevuta. Possiamo ringraziare in molti modi. Uno è chiedere educatamente e, se ci viene dato il permesso, carezzare con la punta delle dita. Sentire la pelle dell’altro e come si sente la nostra. Lasciamo che i licheni sentano quanto la nostra carne sia aperta e vulnerabile e percepiamo quanto quella del lichene sia paziente e durevole. Percepiamo, e lasciamo percepire, come nell’incontrarsi entrambe diventino una, e molte.

 

Foto: ©Pantea Lachin.

 

Questo saggio è appena stato pubblicato in Kinship: Belonging in a World of Relations, vol. 4: Persons, a cura di Gavin Van Horn, Robin Wall Kimmerer e John Hausdoerffer. Chicago: Center for Humans and Nature Press.

Traduzione di Irene Gilodi.

 

Andreas Weber è biofilosofo e scrittore- Si è laureato in Biologia Marina e ha lavorato con il biologo ed epistemologo Francisco Varela a Parigi. Insegna Ecofilosofia all’Universitaet der Kuenste di Berlino ed è visiting professor all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Collabora con numerose testate giornalistiche e tiene regolarmente seminari e conferenze. I suoi ultimi libri sono: Enlivenment. Toward a Poetics for the Anthropocene (MIT Press, 2019) e Sharing Life: The Ecopolitics of Reciprocity (Boell Foundation, 2020).

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