Star trek, la pista delle stelle

Il 13 ottobre 2021 l’attore novantenne William Shatner è diventato l’uomo più anziano ad aver fluttuato nello spazio, per la precisione ad aver fluttuato sopra la linea di Kármán, confine immaginario dell’atmosfera terrestre. E se vi state domandando chi è questo signor William Shatner, si tratta, ovviamente, del capitano James T. Kirk, il comandante di quella USS Enterprise impegnata in una missione quinquennale che non ha mai finito di far sognare milioni di persone sparse in tutto il mondo. L’universo narrativo di Star Trek in effetti sta vivendo giorni di gloria e numerose sono le nuove produzioni ad esso connesse. Star Trek, la pista delle stelle, tuttavia, non è qualcosa di inedito, ma è la ristampa di un (enorme) volume pubblicato da Mondadori nel 2017 e da anni introvabile in Italia, che racchiude la novellizzazione delle prime tre, storiche serie andate in onda negli USA dal 1966 al 1969. In Italia, in verità, il programma fu trasmesso per la prima volta su Telemontecarlo nel 1979 e poi sui canali di altre reti private. Star Trek, da noi, ha quindi saltato il Sessantotto e gli anni Settanta e chi lo sa se sarebbe piaciuta allo stesso modo se fosse uscita a ridosso delle trasmissioni americane.

 

Forse ciò che negli USA appariva progressista, pacifista e libertario nell’era psichedelica avrebbe potuto stimolarci solo a partire dall’era del riflusso, com’è poi realmente accaduto. Ma sono domande a cui è difficile rispondere senza la palla di cristallo o la possibilità di esplorare altri universi (e sempre sperando di non finire nell’universo dello specchio in cui al posto della pacifica federazione dei pianeti uniti c’è lo spregiudicato impero terrestre). Certo è che dell’astronave Enterprise non si è mai più finito di parlare, la serie ideata da Gene Roddenberry si compone al momento di otto serie televisive: Star Trek, la serie classica, Star Trek: next generation, Star Trek: Deep Space Nine, Star Trek: Voyager, Star Trek: Enterprise, Star Trek Discovery, Star Trek: Picard e Star Trek: Strange New Worlds, annunciata per il 2022. A queste si aggiungono i cartoni: Star Trek, cioè la serie animata non canonica degli anni Settanta, e le più recenti Star Trek: Lower desks e Star Trek: Prodigy. Ma non è finita qua, perché ci sono anche tredici film, dal 1979 ai giorni nostri, e alcune serie amatoriali (che trovate su youtube), per non parlare delle parodie, comprese quelle pornografiche. Aggiungiamo molte migliaia di pagine di libri e fumetti, nonché i videogiochi, e la frittata è fatta. Star Trek è qualcosa di ciclopico e se qualcuno vi dice che quando è morto Leonard Nimoy si è sentito come se gli fosse morto un parente, pensateci due volte prima di inarcare un sopracciglio.

 

 

Torniamo adesso a Star Trek, la pista delle stelle, la monolitica raccolta che non dovrebbe mancare nella biblioteca del vero fan. Come dicevo, il libro consiste nella novellizzazione di tutti gli episodi delle prime tre stagioni. Ben più di mille pagine di racconti, ognuno dei quali rimastica una puntata. I testi sono firmati da uno scrittore che godeva di una certa fama nell’ambito della fantascienza, James Blish, a cui va aggiunta come parziale coautrice Judith Ann Lawrence, che del plurivincitore dei premi Hugo e Nebula era la consorte (persino la suocera, a quanto pare, collaborò con la stesura di qualche testo, scopriamo spulciando qua e là). A rendere ancora più interessante l’operazione c’è che James Blish e Judith Ann Lawrence si misero al lavoro senza aver visto il telefilm, ma basandosi sulle sceneggiature che la casa di produzione inviava loro e che presentavano difformità rispetto al montaggio finale di ogni puntata. Ciò che più ci attira però è che queste sceneggiature, in molti casi, erano scritte da mostri sacri o da futuri mostri sacri della fantascienza (e non solo). Si è così realizzato questo bizzarro connubio di un premiatissimo autore di fantascienza, cioè James Blish, con le pagine di altri premiatissimi maestri.

 

Tra gli autori delle sceneggiature di Star Trek, oltre a professionisti del settore come lo stesso Gene Roddenberry, D.C. Fontana o Gene L. Coon, si trovano nomi del calibro di Theodore Sturgeon, David Gerrold, Robert Bloch, Richard Matheson, Harlan Ellison, Norman Spinrad, Jerome Bixby (che fu l’inventore del famigerato universo dello specchio, nell’episodio Mirror mirror, e che riutilizzò le sue idee sull’immortalità contenute nell’episodio Requiem for Methuselah per scrivere il film di culto The man from earth, la cui sceneggiatura fu completata dall’autore sul letto di morte). Quel che ne è venuto fuori è un esperimento in cui le fantasie di alcuni dei più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi si sono prima trasformate in immagini e poi sono di nuovo colate sulla pagina, per la mediazione di un altro grande autore. Poiché mi è impossibile instaurare tra questi personaggi una gerarchia che abbia valore universale, mi limito a sceglierne uno assecondando i miei vezzi: David Gerrold, autore, tra le moltissime e celebrate opere che ne hanno segnato la carriera, di Pianeta stregato (Flying sorcerer), firmato insieme a un altro grande, Larry Niven. Un romanzo di fantascienza umoristica che dal 1971 a oggi non ha smesso di brillare nella notte eterna della seriosità, nella fantascienza e non solo. David Gerrold era solo uno studente universitario quando propose alla casa di produzione un soggetto che poi sarebbe diventato la sceneggiatura per uno degli episodi più famosi: Animaletti pericolosi (The trouble with Tribbles).

 

La storia di Gerrold era considerata troppo comica, ma siccome non possiamo salvare la galassia ogni giorno, alleggerire una puntata ebbe successo e ancora oggi parliamo dei Triboli, batuffoli pelosetti attira-coccole che si riproducono a un tasso geometrico e che tra un grattino e l’altro diventano più letali di una pestilenza solo con il loro numero esorbitante e ingestibile per un ecosistema, figuriamoci per un’astronave. Pazienza se all’epoca i più seriosi ebbero a sbuffare, e forse continuano tuttora, la verità è che se per qualcuno una serie come Star Trek è dogma, ossigeno, ossessione, non siamo tutti pronti alla devozione assoluta degli integralisti. Ma così è: i meccanismi alla base di alcune passioni, basati sulla venerazione e sulla creazione di un’identità riflessa dall’oggetto adorato sul soggetto adorante, sono simili a quelli che regolano le sette e sembrano imporsi persino sui contenuti progressisti e laici di Star Trek; e si fanno un baffo della logica vulcaniana.  A questo fideismo cieco, animato da astratti furori, che non è insolito per tutto il fandom, rispondiamo ammettendo che in quest’articolo, lo dico subito, potrei causare un dolore a qualcuno. Consiglio di smettere di leggere adesso, finché siete in tempo.

 

 

Continuo la mia digressione constatando che leggere questo tomo è stato molto interessante anche grazie alla puntuale prefazione del curatore, il compianto Giuseppe Lippi, alla succulenta postfazione di Fabio Feminò e alla ricchissima scheda tecnica posta alla fine del volume, per non parlare dei disegni che lo adornano. Stiamo quindi parlando di un oggetto fondamentale per l’appassionato. Perdersi in queste pagine, pur tra i loro alti e bassi, e vagheggiare nel più pop degli ozi intellettuali, mi ha tenuto lontano dalla sensazione largamente condivisa di vivere in una distopia. E se da Matrix in poi la realtà, o la sua rappresentazione cospiratoria, ha fatto di tutto per mischiarsi con il sottogenere fantascientifico pessimista per definizione, Star Trek ne è l’esatto contrario. Mi chiedo dove e quando abbiamo preso il bivio sbagliato nello spazio-tempo che ci ha catapultati nell’universo dello specchio, ma speriamo che l’Enterprise, come accadeva a Kirk, ci venga a riprendere per riportarci nella nostra realtà. Per il momento non si vede nessuno all’orizzonte e siamo invece pronti a farci a pezzi l’un l’altro, per lo meno a parole nei social, o a mandare in ebollizione i nostri seguaci.

 

La proliferazione delle teorie del complotto, così vasta da essere diventata quel “mainstream” odiato dagli stessi complottari, è il sintomo di uno stile esistenziale diffuso in cui si mischiano ansie, paure, terrori e timori di una fetta enorme della popolazione mondiale, ormai sufficientemente alfabetizzata da poter fare ricerche e scoperte “indipendenti”, la maggior parte delle quali si diffondono durante le file alla posta o dal pizzicagnolo. Ed è per questo che la filosofia di Star Trek potrebbe diventare preziosa, non dico come antidoto o vaccino (che tanto i bastian contrari rifiuterebbero), ma quanto meno alla maniera di un Boezio: De consolatione scientiae fictae. Alla globalizzazione del mercato in cui tutti siamo merci, al cinismo sovranistico, alle deliranti teorie alien-magico-misticheggianti, alle medicine alternative a base di bicarbonato e “energia”, un mondo unito nel nome della scienza, della coscienza, del rispetto e dell’empatia sarebbe (è) l’unica risposta possibile.

 

Lo sappiamo tutti. Però continuiamo a fare il tifo per i mostri, a vestirci come cosplayer di Gomorra, a sublimare l’orrore reale delle nostre vite con l’orrore d’un complotto totale mondiale in cui (per citare Tony Stark) anche i segreti hanno segreti; un immaginario ridotto in pezzi, esploso come nei racconti di William Burroughs, privo di speranze ma non di scarpe costosissime e orrende, o di tatuaggi manicomiali. Il mondo di Star Trek al contrario è un mondo essoterico, rivelato, senza piani nascosti, verità segrete, scie chimiche. Un mondo in cui i militari sono diventati esploratori, la tecnica ha acquisito un’anima, l’educazione, il coraggio e la conoscenza sono tutto, e lo sfruttamento degli esseri umani è stato cancellato dalla faccia del pianeta Terra. Una fiaba essenzialmente neo-illuminista.

 

 

Se l’illuminismo è infatti la storia dell’umanità che supera l’infanzia di specie e armata di spirito critico e di ragionevolezza affronta la realtà cercando di liberarsi delle sue catene, allora Star Trek è una serie neo-illuminista, che ha continuato a evolversi negli anni, superando i suoi stessi limiti. Le idee alla base di Star Trek teletrasportandosi di decennio in decennio sono sopravvissute a loro stesse e si sono evolute. Come tutti voi o quasi saprete, insieme ai motori a curvatura, ai replicatori e alla prima direttiva, che non è un’apparecchiatura ma poco cambia, il teletrasporto è uno degli aggeggi fondamentali per definire la serie. Si tratta di un macchinario in grado di scomporre un essere vivente in particelle invisibili e di inviare queste sue componenti infinitesime fino a un punto di arrivo in cui le particelle si ricomporranno nel loro stato inziale, conservando la memoria del soggetto teletrasportato. Non si capisce bene, però, se l’individuo scomposto e ricomposto sia lo stesso o una sua fotocopia, per quanto perfetta e realizzata con lo stesso materiale, con le stesse particelle.

 

Nel primo caso ci sarebbe continuità con l’individuo che entra nella sala teletrasporto per essere spedito chissà dove, nel secondo caso invece ci sarebbe un altro individuo. Se noi pensiamo che la coscienza si possa spegnere e accendere come una lampadina non dovremmo avere problemi a riconoscere questa continuità. Se al contrario pensiamo che la coscienza sia strettamente connessa con gli organi da cui emerge, c’è il rischio che essa si spenga per sempre al momento della scomposizione e che a destinazione arrivi un altro individuo, con la stessa memoria, ma con una coscienza diversa e completamente nuova, che inizia a “funzionare” dal momento in cui questo nuovo soggetto si ricompone. Sperando nella benevolenza di scienziati e filosofi che stanno eventualmente leggendo queste righe, ho offerto quest’esempio per augurarmi come in un momento storico in cui siamo troppo concentrati sui confini nazionali e sulle distanze interpersonali, Star Trek se non altro ci regala la speranza di un futuro possibile. Un futuro in cui l’umanità potrà risvegliarsi, preservando la sua memoria, ma sarà anche un’umanità diversa, migliore. Teletrasportata.

 

Ritornando al nostro libro, cioè Star Trek la pista delle stelle, il lettore paziente vi troverà un’elasticità maggiore nel dipanare le vicende man mano che gli autori (probabilmente) prendevano le misure dei personaggi. Forse nessuno di questi testi entrerebbe da solo nella storia della letteratura e della letteratura di fantascienza, ma vi entrerebbe di sicuro tutto il volume, per motivi che potrebbero anche essere ricondotti a quanto abbiamo raccontato finora. L’onestà intellettuale mi impone però di sottolinearne un aspetto non molto onorevole: Star Trek la pista delle stelle è una raccolta troppo sessista per non far inarcare il sopracciglio di un mister Spock, ma anche di un lettore comune. I personaggi maschili sono a tutto tondo, scolpiti a colpi di maglio nel marmo, ridono, combattono, scherzano, si sacrificano, si eroificano. Sono scienziati, guerrieri, piloti stellari, persino farabutti stellari, ma sono sempre qualcuno.

 

 

Quelli femminili invece sono “belle ragazze” o, se più in là con gli anni, “belle donne”. La misura si colma nell’ultimo racconto, Inversione di rotta, in cui il capitano Kirk affronta Janice Lester, una di queste “belle donne”, ma disperata e pronta a tutto. Una “bella donna” che non può arrivare al grado di capitano per il machismo-sessismo imperante nella flotta stellare e che decide di prendere possesso del corpo di Kirk trasferendovi la sua coscienza. La trovata non è niente male, ma quando Kirk sgomina il diabolico piano (avevate dubbi?) il lettore si deve sorbire un siparietto reazionario in base al quale le donne non dovrebbero ambire ai posti di comando e non dovrebbero rifiutare la loro “femminilità”.

“Avrebbe potuto avere una vita ricca di soddisfazioni, come ogni altra donna, se solo…” S’interruppe e sospirò [Kirk]. “Se solo…”

“Se solo avesse provato l’orgoglio di essere donna”, disse Spock.

 

Stiamo parlando di fare la calzetta, probabilmente in tacchi a spillo, al tempo dei viaggi nell’iperspazio, mentre i ragazzotti sono fuori a bere e fare a cazzotti con gli amici-nemici klingoniani. Tralasciamo il problema di continuity posto dal fatto che qualche anno prima degli eventi raccontati in quell’episodio, nella recente serie Star Trek: Discovery, Philippa Georgiou compare come capitano dell’astronave USS Shenzhou, segno che con il senno di poi si è cercato di aggiustare il “passato” della federazione. Il punto è che nonostante le pezze degli sceneggiatori, la serie originale rischia di essere offuscata da questo paternalismo sessista, anche perché quello di cui stiamo parlando è l’ultimo racconto, quello che mette la parola fine a una saga leggendaria con questa chiusura che ha dell’incredibile.

 

Fortuna vuole che nell’originale televisivo la battuta di Spock non ci sia. Ignoro se ciò fu dovuto a una più saggia interpretazione del vulcaniano, se fu un taglio determinato da mera contingenza, se la battuta di Spock sia frutto del lavoro Blish-Lawrence e si trovi esclusivamente nell’opera letteraria. Comunque sia, tutto ciò non fa bene a Star Trek e nemmeno a chi ha pagato per leggere una boiata del genere. Scoprire inoltre che molti di questi racconti sono stati scritti da una donna ci fa toccare con mano quanto fossero radicati certi pregiudizi. La stessa serie classica si può definire, esagerando solo un po’, come una serie vagamente erotica, tanto che le minigonne sono poi sparite dalle successive messe in scena. Ma Star Trek è qualcosa che cresce e impara dai suoi errori, ricordiamolo.

 

Qualcosa che preserva la sua memoria, ma è ogni volta diversa. Si teletrasporta, insomma. E se nella serie classica abbiamo assistito a uno dei primi baci interrazziali della tv americana, e se l’equipaggio era formato da terrestri di tutte le nazioni (e alieni) che cooperavano tra loro, ma le donne sostanzialmente rimanevano in secondo piano, con l’eccezione del tenente Nyota Uhura e di miss Chapel, nelle serie successive troviamo personaggi femminili di enorme rilevanza come Deanna Troy, Jadzia Dax, Kira Nerys, Sette di nove, Beckett Mariner e soprattutto il capitano della Voyager, Kathryn Janeway. Star Trek la pista delle stelle, in conclusione, è un tomo farraginoso e a tratti indigesto, viziato da sessismo e paternalismo, ma che non ho potuto fare a meno di leggere per pura devozione e “completismo”, e in cui non mancano qua e là momenti di deliziosa science fiction, con connesso sense of wonder a tutta warp. Vi prego di non sceglierlo o scartarlo a priori. Vi prego di fidarvi di Star Trek, che è una macchina per il trastullo giunta fino a noi direttamente da un altro universo, quello degli anni Sessanta, per aiutarci a non perdere la bussola in questo “mondo specchio” appiattito e piattista, dominato dalla paura del diverso, dall’ossessione dei confini, dal dubbio sistematico contro la scienza, la medicina, l’empatia e il progresso.

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