Alfabeto Pasolini

Tobino, l'ultimo romanzo

"Sono conosciuto per essere medico dei matti, stato a tu per tu con loro. Vissi in un manicomio quaranta anni, prima in una sola stanzetta; poi me ne concessero un'altra.

Avevo scritto storie di mare: L'angelo del Liponard, Sulla spiaggia e di là dal molo; avevo steso vicende politiche: Bandiera nera, Il clandestino, ma la mia tinta fu quella: medico dei matti".

 

Difficile contestare che Le libere donne di Magliano (1953), appunto un capolavoro di letteratura manicomiale, non sia forse l'opera migliore di chi ha scritto con un po' di rammarico le righe precedenti. Si tratta di Mario Tobino, di cui riprenderemo alcuni suggerimenti del suo curriculum in chiave di narrativa resistenziale. Non tanto quindi Bandiera nera (1950), racconto ironico del suo triste apprendistato universitario negli anni del regime fascista, né Il deserto della Libia (1951) che ci riporta agli anni vissuti come medico militare durante la Seconda guerra mondiale; piuttosto Il clandestino (1962, premio Strega), con l'aggiunta di qualche poesia che rappresenta l'esordio dell'autore viareggino nelle lettere dal 1934 al '42, e soprattutto il tardo romanzo Tre amici da cui sono tratte le parole iniziali.  

Rispetto al Clandestino, che racconta con spirito vitalistico della presa delle armi di giovani antifascisti di Medusa (Viareggio), il più tardo Tre amici appare intriso, fin dall'introduzione, di venature crepuscolari sfocianti naturalmente nella necessità postrema del ricordo: “Finché era vivo Turri, insieme mantenevamo vivo anche Campi, lo conservavamo con le sue paure, le fughe di immagini, le decise aggressioni, la sua estrema tenerezza. Ora sono rimasto solo. Non mi rimane che ricordarli, tentare qualche tratto, inseguire a lampi, affacciarmi sopra le loro ombre [...]”.

 

I due amici, di cui il narratore è terzo, sono Mario Campi ed Aldo Turri, nella vita reale Mario Pasi ed Aldo Cucchi, conosciuti alla facoltà di medicina di Bologna, e subito riconosciuti: “Ma colui che è nato e cresciuto sotto una dittatura e possiede le qualità di pesare il bello e il brutto, immaginare il futuro, allora costui ha una speciale malinconia, uno speciale senso di essere solo, dipendente dalle sue circostanze politiche, e gli ronza intorno un alveare che assomiglia alla maledizione.” Tobino viveva una precoce vocazione letteraria (“Nel «Selvaggio» si parlava in italiano, senza retorica, vi era attenzione per la vera letteratura. Fu qui che per la prima volta vidi le acqueforti di Morandi, i quadri di De Pisis, di Carrà, quanto c'era di schietto in quel momento in Italia, un foglio di fronda o comunque un invito alla dirittura, alla speranza.”), ma era ugualmente alla ricerca di frequentazioni intellettual-politiche al di fuori del conformismo imperante anche tra gli studenti universitari. Se Campi era un campagnolo sanguigno, vicino al popolo (per esempio Alpino in Albania), sempre sospettoso e presago d'un arresto, dunque poco incline alla chiacchiera con un giro ampio di persone, gli amici di Turri “con un po' di vanità si chiamavano marxisti. Erano stati molto aiutati dai libri di Labriola, chissà come riusciti a scovare. L'entusiasmo non riusciva a disperdere completamente il loro procedere a tastoni, una certa confusione.” (p. 24). 

 

Come spesso si constata nei racconti di giovani isolati, la comune e faticosa ricerca di una strada personale cementa i legami nel mentre si costruisce l'identità individuale: “Anche ora che eravamo in tre non è che avessimo trovato consiglieri, persone di noi più esperte in politica. Tutto da noi facevamo, mattone su mattone costruivamo noi stessi.” I tre si specializzano a Perugia, il narratore in psichiatria con Turri, che divenne poi docente universitario e che appare il più carismatico, tanto da diventare vicecomandante partigiano, medaglia d'oro per la Resistenza e deputato del Pci: “Anche da studente, durante l'università si poteva indovinare questa sua attitudine; in seguito sempre più apparve evidente. Quando comandò la Settima Gap diventò leggendaria, qualsiasi cosa scoppiasse presso di lui, lui immobile a seguire i calcoli a pesare i dati che doveva in quel momento manovrare. [...] Era Turri, da solo, che studiava l'azione, la prossima azione, a scegliere gli uomini adatti, a prepararli, a spiegare le diverse mosse”. La preveggenza nello studiare i colpi e la freddezza nell'eseguirli, trova un risvolto di particolare, spassionata durezza nel giudizio che si assume di fronte ai prigionieri fascisti: “l'imputato di solito ammutoliva capiva che in quelle pupille non abitava pietà, misericordia, neppure cattiveria, odio, neanche sete di vendetta, mai quelle pupille avrebbero accettato furberie, tresche, patetiche richieste di grazia. Da quelle pupille fluivano soltanto le leggi”.

 

Del resto i protagonisti del Clandestino, in trasferta in città, sono molto impressionati dalla crudezza degli obiettivi dei loro interlocutori – “G. A. P. Vuol dire: Gruppo Azione Patriottica, vuol dire uccidere i fascisti.” – e soprattutto dalla constatazione del raid a cui assistono, a mo' d'esempio, per importarlo eventualmente in provincia. Dopo aver assistito a un'azione, per così dire in corpore vili, alla prima ammirazione subentrano però i dubbi: “Ma quali erano mai le doti per l’azione di gap? Per uccidere? Si doveva essere freddi, spietati, criminali? O essere invece credenti, soldati votati al bene? Avere la violenta passione, un’infuocata speranza?”. In Tre amici l'azione viene descritta con precisione, tono referenziale, distacco quasi chirurgico che tuttavia non nascondono in nessuno modo, insieme alle qualità di organizzazione e destrezza, la quasi intollerabile violenza del gesto:   

 

"L'azione di Gap all'incirca nei primi tempi si svolgeva così: il gappista, di solito giovane o assai giovane, insieme al capo-gap aveva scelto il luogo, l'ora, il personaggio, il momento in cui in quella strada c'erano pochi passanti. Insieme al capo-gap aveva studiato l'azione. Ormai è quasi notte. Ecco si avanza il milite fascista e sta per sorpassare il giovane gappista che tenta di fare il distratto, l'andatura melensa. C'erano fascisti di tutti i tipi, per lo più coraggiosi, con la schiuma di tutto un passato, rimasti fedeli, certuni compromessi per loro precedenti fattacci e senza scelta, certi per innata spavalderia, alcuni ricchi di malvagità. Ce n'era persino di onesti, ingenui, innocenti, con l'amor di patria. Il gappista dunque, nella tasca la pistola, con la quale doveva aver confidenza, si avvicinava alle spalle del fascista che lo aveva sorpassato, di solito in divisa, il teschio disegnato sul petto. Si avvicinava, alzava la pistola, la pallottola partiva e penetrava nella nuca. Appena compiuto il gappista fuggiva, si dileguava nella notte".  

 

 

Per svolgere questo genere di colpi infatti era necessario figurarsi il Nemico assoluto, per parafrasare Carl Schmitt (“Nelle guerre civili c'è una disposizione a figurare l'avversario un pozzo di male, di perversione, si scaccia una possibile sua immagine di bontà, di perdono.”), cosa che riusciva soprattutto a chi, come i comunisti, era stato per decenni perseguitato dal Regime usando particolari accortezze per salvarsi (“Prima difficoltà il domicilio, dove alloggiare, trovare una casa. Turri ne scelse una vicino alla stazione, località sì pericolosa perché obiettivo di bombardamenti aerei, ma adatta per il suo lavoro, le case intorno diroccate e disabitate; difficile la polizia pensasse che qualcuno ancora lì abitasse.”) e soprattutto era sorretto da un'ideologia ferrea ed integrale: “Turri nell'immediato dopoguerra, mentre tutte le sere riceve in casa propria gli ex-compagni di cui è ancora assoluto punto di riferimento: – Presto ci sarebbe stata la rivoluzione, un tramutamento, tutto sarebbe stato soggiogato da una regola giusta. –”

 

Tuttavia, nonostante la sua lucidità, Turri si sarebbe dovuto scontrare con la realtà quasi antropologica che Tobino, dopo l'euforia per il 25 aprile e l'impressione di una società nuova sul punto di realizzarsi (“Felicità quelle notti in darsena, / conversazione / con i maestri d'ascia, /gente che non sapeva di me / e subito ci si intendeva.” Liberazione dopo il fascismo), mise in versi con sofferta rassegnazione: “Fu un amore, amici, / che doveva finire; / credemmo che gli uomini fossero santi, / i cattivi uccisi da noi, / credemmo diventasse festa e perdono, / le piante stormissero fanfare di verde, / la morte premio che brilla / come sul petto del bambino / la medaglie alle scuole elementari. / Con pena, con lunga ritrosia, ci ricredemmo. / Rimane in noi il giglio di quell'amore.” (Il periodo clandestino).

 

Dunque Turri nella sua utopia resistenziale “Neppure si era mai immaginato il trionfo dei democristiani. Le passioni ci avevano ristretto il campo? Avevamo scioccamente trascurato le tante radici che ha la storia d'Italia?”, ma aveva continuato sullo slancio la politica attiva negli anni del dopoguerra, diventando tra l'altro, oltre che deputato comunista, anche responsabile della scorta di Togliatti dopo l'attentato. Tutta la parte finale è dedicata da Tobino a tratteggiare non tanto la delusione per la piega presa dalla società e dalle politica italiane, come appare piuttosto consueto nella letteratura della Resistenza tradita, quanto proprio del più forte agente del cambiamento, il Pci: “Sempre più fittamente capitava che buttasse là qualche osservazione, come troneggiava nel Partito la burocrazia, le parole d'ordine mai più si discutevano, monotono il linguaggio; le invenzioni, le satire e anche l'ironia erano al bando. Innanzitutto con l'ubbidienza, con l'essere proni, nel Partito si procedeva.” L'atteggiamento fideistico dell'iscritto come adepto, completamente prono alle direttive dall'alto, non rientrava affatto nella personalità di Turri, che estende la sua visione lucida, e ora anche pessimistica, all'ambito a lui più vicino: “il mondo non si cambia, gli uomini sono quegli stessi tante volte soppesati dal Machiavelli, implacabili le leggi della politica, del potere, del comando.”

 

Così nel 1950-51 Turri decide di rompere clamorosamente con il Partito, muovendosi con la consueta cautela e con una serie di precauzioni di cui Tobino ci rende partecipi passo per passo, e che ci paiono oggi, nella loro eccezionalità, quasi incredibili e frutto di paranoia a fronte di una forza oscura e pervasiva, capace di annientare fisicamente o con la calunnia un apostata come accadeva in Unione Sovietica. Da qui avanti è come finisse un'epoca: “Il dovere degli eroi è quello di morire e Turri cominciò a vivere come una qualsiasi persona distantissima, irriconoscibile dalla prima.”; apparentemente senza sforzo ma certo con profonda pena, virilmente celata, l'amico si adegua alla nuova realtà dimidiata: “La bellezza di essere stati eroi, e poi la virtù di essere umili perché le condizioni non ci sono più.”

 

Se Turri, il comandante “Jacopo”, è l'oggetto dell'ammirazione intellettuale, ancora frequentato dagli ex-compagni nelle sere del dopoguerra per ascoltarne le opinioni e rievocazioni, Campi rappresenta il vero legame sentimentale con il narratore per la sua stravaganza, la generosità umana mascherata da ruvidezza, infine l'atroce vicenda di cui è stato protagonista. “Montagna” dopo l'8 settembre ha continuato a fare il medico tra partigiani e valligiani; fermato per un normale controllo, in questura viene individuato dal collega del milite che lo stava interrogando e già rilasciando, in quanto lo aveva visto una volta scendere dalle scale di un casolare dove aiutava una contadina a partorire. Viene allora consegnato ai Tedeschi, in particolare affidato a uno specialista della tortura, e comincia il suo calvario: “Il tenete Karl cominciò. Eseguì tutte le gamme. Potente musicista tedesco, ottime le sue strutture, ma il Campi non cantò.” Percosse, elettricità anche genitali, punteruolo arroventato nel ginocchio con relativa cancrena e lusinghe ospedaliere: niente ci viene risparmiato nel capitolo Addio Campi. Sdraiato infine per lungo su una scala e attaccato alla sponda di un camion, viene portato fino al Bosco delle Castagne, in provincia di Belluno, dove sono impiccati in nove; gli è offerta la salvezza come decimo e ultimo, Campi rifiuta. Tobino lo ricorderà sempre negli incontri successivi con Turri; scomparso di morte naturale anche il secondo amico, scatta il bisogno di salvarli dall'oblio attraverso la letteratura (“io non scrivo un romanzo, ma io scrivo quel che dentro mi urge”). Ma il popolaresco e affettuoso di più di una poesia dedicata (Il Pasi) l'avrà proprio il Campi:

 

Il Pasi era un giovanotto

veniva dalla Romagna,

insieme eravamo giovani,

si camminava muovendo le spalle,

le donne avean per noi debolezza.

Lui lo impiccarono i tedeschi

dopo sevizie che non ho piacere si sappiano,

io ho un cappotto d’anni,

ma o Pasi, sei stato

il più bell’italiano di mezzo secolo.

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