Truman Capote a sangue misto

È molto probabile che, nell’epistolario completo di Truman Capote (finalmente tradotto in Italia da Garzanti col titolo È durata poco la bellezza, pp. 602, euro 28), prezioso per conoscere meglio un autore del Novecento americano amato in Italia anche come personaggio dandy e bohémien, molti lettori siano andati innanzitutto a cercare le lettere che segnassero il declino della fortuna dello scrittore neworleanser cominciato dopo la pubblicazione su “Esquire” di quattro capitoli degli otto previsti per l’incompiuto Preghiere esaudite, caustica requisitoria intentata al jet set newyorchese che gli voltò per questo le spalle destinandolo a una fine solitaria fatta di alcol e droghe. 

 

L’interesse è in realtà legato alle diverse versioni sulla sua vita a metà degli anni Settanta, quando gli eccessi cui lo scrittore si abbandona vengono non da tutti ricondotti allo sfavore sociale nel quale è caduto per le sue intemerate (costate anche un suicidio), ma alla scelta di una vita sregolata per la quale già nel marzo 1974 era stato ricoverato in ospedale da dove contava di uscire «completamente disintossicato sia dall’alcol sia dalle pillole». E del resto egli stesso, forse non rendendosi pienamente conto della propria condotta, va chiedendo cosa mai si aspettassero da lui i “ricchi sfondati” della Grande Mela (dal sottotitolo già deciso di Preghiere esaudite: “Una commedia nera sui ricchi sfondati”), tutti invero più che disposti ad essere celebrati nei loro sfarzi e pronti a divertirsi ai modi gigioneschi e ai bons mots di Capote, ammesso nel Gotha con calore ma solo come ospite, ma certo non così autoironici da  accettare di essere denigrati nei loro vizi e che fosse messa in piazza ogni segreta meschinità. 

 

 

Ora, almeno una lettera c’è a dare conto dell’atteggiamento di Capote due mesi dopo l’uscita del brano più velenoso, La Côte Basque, ed è una lettera del 9 gennaio 1976, indirizzata a William Styron, scrittore connazionale conosciuto negli anni Cinquanta in un albergo di Roma. Si tratta di un testo breve ma eloquente: «Caro Bill, ho apprezzato molto la tua lettera sul capitolo del mio libro. In molti ambienti, la reazione è andata da folle a omicida. Tuttavia, con l’appoggio di qualche sostenitore come te (non che ce ne siano molti, mi pare), penso che terrò duro fino alla fine. La prossima puntata (veramente lunga, più di 40.000 parole) è prevista per l’“Esquire” di maggio. S’intitola Mostri non rovinati. Ah, ah». 

Determinato nel suo progetto in vista di un libro che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto renderlo il Proust d’America, Capote se la ride delle reazioni suscitate e pubblicherà altri tre capitoli, ma il fatto che non scriverà gli ulteriori quattro, nonché la circostanza che non ci siano nuove lettere sul caso, depone per un inconfessato e doloroso contraccolpo che segnerà non solo la fine della sua attività letteraria ma, nemmeno giunto a sessant’anni, anche la sua morte.

 

Si sperava che, scrivendo in privato agli amici, rivelasse le recondite ragioni che lo avevano spinto ad attaccare così violentemente quell’alta società che gli aveva offerto una vita di lusso, il massimo di visibilità e omaggi che mai avrebbe potuto sognare uno spiantato come lui che tra Louisiana e Alabama, figlio di quel Sud dal quale voleva affrancarsi, aveva da giovane coltivato il solo interesse per la scrittura, abbandonando pure gli studi e lasciando che fosse abbandonato anche dai genitori naturali, crescendo poi e maturando col piglio del parvenu ben cosciente dei propri mezzi soprattutto letterari: invece si scopre dalle sue lettere che ancora negli anni Settanta la sua voglia di gossip è anche intesa a esplorare e profanare il bel mondo per poi metterlo a nudo nella prospettiva di farne una rappresentazione letteraria di tipo realistico.

 

 

E se è pur vero che Capote preferisce ormai telefonare più che scrivere, per cui le lettere dopo il 1976 occupano fino al 1979 solo tredici pagine nel carteggio Garzanti e quelle dal 1980 al 1984 sono appena due, telegrafiche ed entrambe indirizzate a Jack Dunphy, l’uomo della sua vita, è anche vero che il loro calo è dovuto al crollo dello stesso scrittore, il cui ultimo libro nuovo che non sia una collazione di articoli e racconti, alcuni originali ma molti già usciti in rivista, come nel 1980 Musica per camaleonti, sceneggiature rimaste tali e documentari televisivi, è A sangue freddo, il suo capolavoro assoluto che risale però al 1966, dieci anni prima. 

Il titolo dell’edizione italiana del carteggio, È durata poco la bellezza, decisamente dissonante rispetto all’originale, (“Una sorpresa troppo breve”, espressione capoteana che, tratta dal corpo epistolare, sottende il gentile disappunto per la concisione delle lettere ricevute), sembra dal canto suo autorizzare a supporre che gli anni successivi a A sangue freddo, quelli che avrebbero dovuto lanciarlo in un cielo ancora più alto, una volta raggiunto un successo che è stato pieno e trionfale, abbiano aperto invece la stagione del tramonto, la caduta dopo il raggiungimento della vetta, poco essendo durata quindi la bellezza – e con essa la fortuna – di una vita cominciata in arsi già dalla prima giovinezza: quasi che il destino abbia voluto togliere dopo quanto aveva dato prima. Le lettere testimoniano infatti come già a vent’anni Capote mostra i segni evidenti di un talento letterario non meno spiccato dell’ambizione a farsi scrittore e costituiscono esse stesse, pur non destinate alla pubblicazione, una prova di scrittura sapida e vivace degna di raccomandarsi come un altro dei filoni di ricerca stilistica ed espressiva che tenacemente Capote perseguì per tutta la vita promettendosi di definire una vasta teoresi in fatto di tecniche scrittorie. 

 

 

Che tale sia la sua attenzione circa i mezzi espressivi si ha traccia da quanto a ventidue anni scrive al poeta trentenne John Malcom Brinnin, anch’egli omosessuale come quasi tutti i suoi amici, delle cui missive una volta elogia il contenuto («Che piacevole corrispondente sei: una lettera così evocativa, sempre sul ciglio di una qualche sconvolgente rivelazione e capace di evocare situazioni estreme fino all’inverosimile»), un’altra la forma («la lettera era scintillante e spiritosa e dolce, tutto ciò che una lettera dovrebbe essere») e un’altra ancora lo spirito («Scrivi davvero delle lettere meravigliose»), attestazioni che sono il segno di una premura e di una cura anche personali nell’uso di un canale di comunicazione visto anche come genere letterario: sicché per tutta la vita Capote non sarà mai scialbo o trascurato nello scrivere agli amici, né lo diverrà quando si rivolgerà molto più privatamente al padre, alla madre o ai parenti, dimostrazione certa di una fede nel testo scritto che non concede deroghe ad atteggiamenti che non siano come di sacralità verso di esso. 

 

Per questo il complesso delle lettere uscite negli Stati Uniti nel 2004 grazie all’accanita cernita che ne fece anche in Europa uno dei suoi corrispondenti nonché principale biografo, Gerald Clarke (al quale si deve gran parte dell’interesse ancora oggi per Capote, perché autore già nel 1988 di una lodatissima biografia che costituì il nerbo del celebre film del 2005 sullo scrittore interpretato da Philip Seymour Hoffman), si propone come un’altra opera postuma a sé stante, non solo quanto alla qualità letteraria ma anche quale affresco di un’epoca, quella postbellica fino all’età dell’edonismo reaganiano, nella quale America ed Europa, con l’Italia in primissimo piano, fanno da proscenio al mondo della cultura più in vista, dalla letteratura al cinema, dallo spettacolo all’arte. 

 

 

Capote è figlio legittimo del suo tempo e molte volte protagonista di esso, sempre avido di chiacchiericci di salotto e tuttavia sempre legato alle prime atmosfere di Altre voci, altre stanze e poi di Colazione da Tiffany, le sue due versioni del sesso declinato in senso lì omoerotico e qui eterofilo, A sangue freddo costituendo nel periodo della sua gestazione, dal ’59 al ’66, la svolta dal romanzo fatto di personaggi fittizi a quello ispirato a fatti reali. Pur inaugurando un genere che egli chiama “novel non-fiction” e che pochi anni dopo Tom Wolfe battezzerà con il nome di “new journalism”, al quale aderiranno autori come Guy Talese, Norman Mailer, Hunter S. Thompson  e altri, Capote – il Capote privato – non rompe i ponti con la sua più sorgiva maniera, alla quale nondimeno non tornerà più a pieno titolo.

 

Musica per camaleonti prima e Preghiere esaudite dopo non sono infatti rifacimenti del modello originario di romanzo intimo, bensì nuovi reportage di tipo spurio, inchieste narrative come A sangue freddo, pur nella concezione – tutt’altro che giornalistica o flaubertiana, ovvero di impersonalità dell’autore – intesa a raccontare il vero mettendoci del proprio, in questo senso evocando motivi che in arte sono stati dell’impressionismo. 

Senonché la distinzione non è così radicale nemmeno al momento della svolta. E se anche dopo A sangue freddo si hanno racconti e pièces che ricordano il primo canone del romance, compreso l’irrisolto Preghiere esaudite, al cui fondo opera lo stesso spirito simbolista che è stato de L’arpa d’erba, assaggi di novel esemplato sul reportage giornalistico si ritrovano ancor prima della piena adesione alla non-fiction, proprio mentre Capone è dedito a Colazione da Tiffany, a metà degli anni Cinquanta, quando compirà un viaggio in Russia sul quale scriverà Si sentono le muse e tenterà di porre interesse su un caso di omicidio. Ma la vera vocazione si manifesterà prepotentemente nel momento in cui gli omicidi saranno quattro e mancherà un qualsiasi movente.

 

 

Nella ricostruzione della strage di un’intera famiglia perpetrata a Holcomb in Kansas, Capote entra infatti energicamente dentro i fatti e lo fa al punto da rendersi amico dei due assassini allo scopo di rappresentarne al meglio la coscienza più fonda ma finendo allo stesso tempo, come in applicazione al principio di indeterminazione del fisico Heisenberg, per condizionarne la condotta influenzando infine i fatti che conta piuttosto di riferire in chiave naturalistica. Lo stesso effetto sortirà quando su “Esquire” anticiperà i capitoli di Preghiere esaudite: occupandosi dell’alta società di cui fa parte ne determinerà la reazione che si ripercuoterà sul prosieguo della sua opera interrompendola definitivamente.

E se le lettere Garzanti sono laconiche sull’ultimo riguardo, ricchissime appaiono invece circa il coinvolgimento di Capote negli avvenimenti relativi ai fatti di Holcomb, giacché numerosa e frequente è la corrispondenza con Alvine Dewey, il poliziotto che ha catturato i due banditi, estesa poi alla moglie Marie di cui diventa amico e al figlio aspirante scrittore al quale si presta come insegnante a distanza di scrittura, prodigo di preziosi suggerimenti. Al poliziotto scrive per chiedere sempre nuovi particolari utili alla fedele ricostruzione dei fatti, ma anche per sapere quando sarà eseguita la sentenza di morte, prorogata di anno in anno. Parlandogli in termini di “nostro libro”, non gli nasconde la preoccupazione che debba aspettare ancora molto tempo prima di poterne scrivere l’epilogo: un Capote in doppia cotta quindi, che da un lato è in contatto con i condannati suoi amici (ma il carteggio non contiene nessuna lettera, forse per la difficoltà di Clarke di recuperarle) e da un altro si augura che vengano presto impiccati. 

 

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Altrettanto contraddittoriamente si comporta con la propria famiglia: nel dicembre del ’62 alla nonna paterna fa sapere di non potere dare soldi al padre Asch, ma ha appena mandato un assegno a Perry, uno degli assassini, e al suo primo compagno e primo maestro, Newton Arvin, si dichiara lieto di potergli dare dei soldi sapendolo in difficoltà, dopodiché nel settembre del ’70 lo stesso rifiuto oppone alla sorella della madre, sebbene un mese prima avesse scritto a un amico di avere depositato diciottomila dollari in una banca svizzera. Falso si dimostra poi approvando la decisione di uno scrittore di lasciare la Random House, la casa editrice dove ha sempre pubblicato («Suppongo fosse la cosa giusta – è una cricca piuttosto meschina quella là»), quando a Bennett Cerf della Random House ha detto di essere contento di starci fin da ragazzo e che non la cambierebbe mai. In altre occasioni si rivela anche bugiardo, come quando dice che la regina d’Inghilterra lo ha invitato a pranzo mentre l’invito gli è venuto dal fotografo della regina madre al cui solo tavolo è poi stato. 

 

 

Pettegolo, sferzante, preso di sé e invidioso, ma anche geniale, forbito, di ottimi modi ed elegante, Truman Capote fu multanime uomo di mondo e gran faccia da schiaffi. Impegnò buona parte della sua vita su due grandi progetti: ricostruire da giornalista senza mandato di oggettività un fatto di cronaca, ciò che sarà A sangue freddo, e tessere una vasta trama della condizione umana che avrebbe dovuto essere Preghiere esaudite. Del primo progetto scrive ciò che pensa a Newton Arvin: «Certe volte, quando penso a quanto potrebbe essere bello, mi manca il respiro. L’intera faccenda è l’esperienza più interessante della mia vita e, a dire il vero, mi ha cambiato la vita, ha cambiato il mio punto di vista su quasi tutto – è un gran lavoro, credimi, e se fallisco avrò vinto comunque». Del secondo, richiesto da una rivista di un ricordo personale sulla giornalista di moda Carmel Snow, scrive nel giugno del ’61 che ne parlerebbe nel quadro di «un ottimo trattatello sulla meschinità di New York», proposito cui egli stesso rinuncia per riprenderlo però quindici anni dopo. In esergo si erge il primo Capote più autobiografico, forse il più letto e conosciuto, di Altre voci, altre stanze e di Colazione da Tiffany, con l’aggiunta di L’arpa d’erba, mentre in afelio si staglia un quarto autore, il saggista e il ritrattista, il giornalistico e il viaggiatore, il documentarista e lo sceneggiatore, lo scrittore di racconti e quello di “appunti”: un quarto Capote che definire minore costerebbe un errore di prospettiva e un cattivo giudizio. Neppure lui avrebbe potuto sceglierne uno, non avendo in realtà saputo quale essere.

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