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Il coraggio della parola / Tiago Rodrigues: la bellezza di ammazzare fascisti

“Le persone passano la vita a spegnere fuochi. Corrono, si affannano a spegnere fuochi. Ma è raro che pensino: do inizio a un fuoco, appicco un incendio, brucio. Si deve bruciare. Bruciare è non sapere che cosa accadrà. Chi spegne un fuoco, sa come le cose finiscono. Un incendio, invece, è imprevedibile”, chi accende un fuoco “fa una domanda al futuro. Rischio e incertezza e speranza. Le fiamme hanno una propria volontà. Il cambiamento non ha padrone. Chi inizia un incendio può finire bruciato”.  Con questo prologo, poetico e politico, si apre Catarina e a beleza de matar fascistas (Catarina e la bellezza di ammazzare fascisti: leggi qui la locandina) del drammaturgo, attore e regista portoghese Tiago Rodrigues, arrivato lo scorso 28 e 29 aprile al Teatro Storchi di Modena per Ert Fondazione che ha co-prodotto lo spettacolo insieme ad altri prestigiosi teatri internazionali (per l’Italia, insieme a Ert, il Teatro di Roma), dopo il debutto al Teatro Argentina.        Siamo nel 2028 e in una casa di campagna vicino a Baleizão, un villaggio nel sud del Portogallo, si è riunita un’intera famiglia, una madre con due figlie, due uomini suoi fratelli, un altro...

Liebestod per Ert / Angélica Liddell: lo scandalo del teatro

Si legge che Liebestod, ultimo lavoro di Angélica Liddell presentato in prima ed esclusiva italiana all'Arena del Sole di Bologna, abbia scandalizzato parecchio al debutto la scorsa estate al Festival d'Avignon. Le scelte estreme e gli stilemi provocatori con cui l'artista spagnola s'è fatta conoscere sulla scena europea negli ultimi vent'anni in effetti ci sono tutti: dall'autolesionismo al limite della body art ai riferimenti cattolici a rischio di blasfemia, immagini forti e ferite di ogni genere – quante volte la parola viene ripetuta durante lo spettacolo! –, fiori picchiati, spezzati, e armi, l'incoscienza scenica di animali e bambini, il corpo usato come oggetto e scene d'una violenza estrema. Ma dopo trent'anni dagli esordi di questa ex fille terrible della scena sperimentale spagnola e a distanza di sicurezza dagli scandali teatrali che avevano segnato l'Europa negli anni Dieci del nuovo millennio – erano stati presi di mira, fra gli altri, anche artisti come Romeo Castellucci e Rodrigo Garcia –, a guardar bene questo nuovo spettacolo ha ben poco di provocatorio.  Niente di male perché più degli altri lavori recenti – alcuni dei quali fortemente contestati anche in...

Teatro Valdoca / Pinocchio, cosa insegnarti se non l’amore?

La platea è coperta da un telo macchiato di rosso. Il palco, misterioso, mostra bene luci, fari che saranno imbracciati per evidenziare gli attori e certi dettagli. Un telo circolare in terra con sbaffi rossi, come pista per i cavalli. Una scaletta per acrobati. Il circo, racchiuso nel buio del fondo di quella caverna che genera immaginazioni. Pezzi di legno su una lettiga: intorno, in piena luce, ramaglie potate, bruciate: Pinocchio non c’è, il burattino di legno non c’è, è il resto di un falò. Pinocchio è un mistero. Enigma si intitola l’ultimo spettacolo del Teatro Valdoca, prodotto con Ert, rappresentato al Bonci di Cesena, a India a Roma, all’Alighieri di Ravenna, all’Arena del Sole di Bologna, in pochi luoghi, in un sistema teatrale che non ama l’arte profonda, gli enigmi appunto, come questo Requiem per Pinocchio; un sistema dello spettacolo che vuole tutto spiegato, tutto prosastico, che non capisce i canti disperati e lievi, pieni di aria, magmatici.    La Fatina appare, prima di Pinocchio, come un essere misterioso, piccola grandissima donna, voce profonda, presenza magnetica, depositata sotto un velo, come un dono, da un gigantesco danzatore, un Mangiafoco che...

Malagola – Pratiche di creazione vocale e sonora / A Ravenna nella ‘rete’ Meredith Monk

Più di due millenni prima che la fisica moderna osservasse il ‘reale’ e la materia che lo compone attraverso le particelle e la loro inscindibile relazione, la filosofia buddhista delineava un’equivalente indissolubile interdipendenza attraverso l’immagine di un’infinita rete fatta stendere dalla divinità Indra a ricoprire l’intero universo. A ciascun punto nodale della rete, una gemma lucente che riflette in sé le infinite altre gemme che la compongono. Basta un impercettibile spostamento della rete, perché ogni altra sua parte subisca un’equivalente variazione. È sufficiente una infinitesimale modificazione di una delle gemme, perché ogni altra la riveli mutando il proprio riflesso. Ed è questa immagine millenaria a fornire titolo e leggi compositive all’ultimo lavoro di Meredith Monk: Indra’s Net, “La rete di Indra” appunto. Un’opera che chiude, dopo dieci anni, la trilogia dedicata dall’artista statunitense all’esplorazione intorno al generarsi della vita, al rapporto tra uomo e ‘natura’ e alla presa di coscienza della loro indissolubilità.    E se l’immagine di una simile interconnessione e le regole di creazione che da essa derivano sembrano al contempo...

L’opera prima di Matilde Vigna / Il senso delle cose

Nel 1951 una donna aggrappata ostinatamente a un albero per giorni, mentre il Po si portava via cose e persone, aveva un senso. E ce lo aveva perché lasciare alla furia dell’acqua la propria terra, le mura di casa, la farina per la polenta, i mobili e la biancheria ricamata a mano ereditati da generazioni e tenuti con cura come e più dell’oro, significava perdere tutto. Allontanarsi da sorelle, fratelli, vicini di casa, disperdendosi in una fuga verso l’ignoto, oltre l’Adige, significava perdere tutto. Settanta anni fa gli oggetti, i luoghi, le relazioni non erano sovrastrutture, erano un destino: tenevano insieme un’identità, una vita. Alla storia di sradicamento forzato di questa donna, nella sua opera prima come autrice e regista, Matilde Vigna ne intreccia un’altra, il racconto di una fuga diversa, attuale, volontaria, in cui la certezza di quel senso delle cose vacilla, perché il destino oggi ha tutta un’altra forma. Lo spettacolo, prodotto da ERT/Teatro Nazionale, s’intitola Una riga nera al piano di sopra, ed è un piccolo gioiello.      In poco meno di un’ora l’attrice, sola in scena nello spazio da camera del Teatro delle Moline di Bologna, racconta...

Giorni Felici secondo Massimiliano Civica / Lo spettacolo deve andare avanti

Tra le tante immagini che costellano l’iconografia teatrale novecentesca, il monticello di sabbia dentro cui Winnie è interrata è una delle più riconoscibili e potenti. Un tale successo si deve alla sintetica efficacia con cui manifesta la verità sottesa al dramma, a quel suo porsi come un unico, totemico segno capace di svelare la vacuità delle parole pronunciate e di denunciare l’inganno del titolo. Alla montagnola si rivolge, costante, il pensiero del lettore di Giorni felici, e su di essa si concentra anche lo sguardo dello spettatore: eppure, questo nuovo allestimento firmato da Massimiliano Civica sembra formulare un invito ad allargare il campo visivo, a soffermarsi su quei vuoti – della scena, finanche del testo – che l’imponente agglomerato di terra non sovrasta.     Al sollevarsi della saracinesca tagliafuoco, è infatti sui lati del palco che si sposta l’attenzione: là, dove la scenografia disegnata da Roberto Abbiati non giunge, appaiono nella loro nudità l’assito del palco del Teatro Metastasio e una teoria di quinte all’italiana. Civica ci ha abituati a scenografie essenziali, se non addirittura minimali: una panca e un fantoccio nell’Antigone, un...

Le belve feroci della vita / Il domatore, di Vittorio Franceschi

Per comprendere uno spettacolo a volte bisogna abbandonare la suggestione di quello che hai visto, i colori della scena, le risate che le battute del testo hanno scatenato, i tempi perfetti con cui l’attore e l’attrice hanno recitato, e perfino quel nodo che a poco a poco la storia ti ha fatto crescere dentro, fino a farti ritrovare una parte nascosta di te, delicata o stridente, nascosta a te stesso. Bisogna abbandonarsi a un dettaglio apparentemente insignificante, colto in qualche margine, fuori anche da quello spettacolo che ti ha colpito e commosso.  Una pomeridiana a Parma, a Teatro Due. In scena ci sono due “novità italiane”, vecchia dizione ministeriale per dire che il teatro ha bisogno di linfa nuova, di storie e visioni dei nostri giorni. Uno è Bestie incredule, testo di Simone Corso, classe 1990, scelto tra altri trecento copioni presentati al concorso Mezz’ore d’autore, una sfida dello stabile parmigiano per ripartire, dopo la pandemia, da due fondamentali, la drammaturgia e l’arte dell’attore. Parla di Covid, ma lo fa proiettandosi sessant’anni dopo, in un futuro in cui una giovane danese rievoca i maledetti giorni del 2020, quando furono sterminati i visoni...

Candidato a 7 premi Oscar / Kenneth Branagh, Belfast

27 luglio 2012: si inaugurano ufficialmente i Giochi Olimpici di Londra. Intitolata Isles of Wonder, per la regia di Danny Boyle, la cerimonia inizia con tre brevi filmati di cori a cappella registrati in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, poi naturalmente si concentra sulla celebrazione dell’Inghilterra e della sua città più rappresentativa. Il primo attore ad avere l’onore di recitare in mondovisione è Kenneth Branagh, nel ruolo del grande ingegnere vittoriano Isambard Kingdom Brunel; le sue parole, intese come omaggio all’isola della Gran Bretagna, sono quelle pronunciate da Calibano in La Tempesta di Shakespeare: “Be not afeard; the isle is full of noises, sounds and sweet airs, that give delight, and hurt not” (Non devi aver paura; l’isola è piena di rumori, suoni e dolci arie, che danno piacere e non fanno male).   Anche se Branagh era stato ingaggiato per la parte solo un mese prima in sostituzione di Mark Rylance, rinunciatario per motivi personali, era sembrato il testimonial perfetto per rappresentare la quintessenza dell’anglicismo: l'allievo ed erede di Laurence Olivier, l'interprete e regista shakespeariano di teatro e cinema più noto dei nostri tempi,...

Babilonia Teatri / Ramy incontra Giulio Regeni

È come se nell’aria l’ossigeno si facesse rarefatto, e noi tutti fossimo chiamati a un respiro più concentrato. Quando Ramy Essam entra in scena al teatro Fabbricone di Prato, monta uno stato di allerta che tende le posture dei nostri corpi di spettatori. All’inizio di Giulio Meets Ramy Ramy Meets Giulio, una produzione del Metastasio teatro stabile della Toscana, c’era stata un’introduzione, un prologo dove gli intenti erano stati dispiegati e condivisi chiedendoci complicità, alla maniera del teatro documentario degli ultimi anni. Enrico Castellani e Valeria Raimondi, i Babilonia Teatri, vengono illuminati al lato del palco, seduti dietro a una consolle registica a vista dalla quale sembrano gestire le operazioni della scena. Inizia Raimondi parlando dei numeri delle stragi e dei morti, che fanno notizia solo se comprendono vittime italiane. Non vuole essere la cronista di numeri, dice, vorrebbe solamente “conoscere attraverso una lacuna”.    Forse ci aspettavamo un’indagine teatrale sulla vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore assassinato nel 2016 i cui colpevoli non sono ancora stati processati a causa del susseguirsi di depistaggi, menzogne e lassismi di diversi...

‘A cirimonia di Rosario Palazzolo / Vetrano e Randisi, clown sulle soglie dell’oscuro

La scena di ‘A cirimonia è chiusa da scarti di povero mobilio, accumulati alla rinfusa come in un deposito. Come in Assassina di Franco Scaldati, tutto giocato in un cesso pubblico abbandonato. Quei cumuli di roba rappresentano detriti di esistenze, in quei due spettacoli e in altri di Enzo Vetrano e Stefano Randisi. I due attori spesso mettono in scena una metaforica Sicilia marginale, emarginata, con personaggi dal sesso e dall’esistenza incerti, angeli o barboni in Totò e Vicè, sempre di Scaldati, una vecchina spigolosa e un omino che vivono nello stesso luogo senza conoscersi in Assassina. In ‘A cirimonia, scritto nel 2009 da Rosario Palazzolo, attore, regista, scrittore palermitano, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna, Randisi è un cieco, o presunto tale, Vetrano un uomo travestito da donna, in abito da sposa. Con una torta devono festeggiare un compleanno o un’altra ricorrenza: solo che non ricordano che cosa devono rievocare.    I due omini – rassicuranti, piacevoli all’inizio – sono proprio due ombre folli, come recita il titolo di un’altra opera in repertorio di questo duo di maestri della scena, un altro testo di Franco Scaldati che stanno portando in...

Nella misura dell’impossibile / Tiago Rodrigues

“Non siamo eroi. Questo è il nostro lavoro”. Lo dicono davanti a un telo sostenuto da vari fili legati a contrappesi, a disegnare un’enorme tenda. La macchina scenica, semplicissima, invade tutto il palcoscenico. Da sotto il tendone, da dietro, arrivano sordi rombi e rumori e ritmi di percussioni: davanti a esso parlano, si raccontano, due uomini e una donna, agendo di tanto in tanto sui contrappesi e sollevando progressivamente la tela, che a momenti sembra un grande favoloso animale addormentato. Le donne avrebbero dovuto essere due, ma una si è rivelata positiva al Covid, ed è rimasta in albergo. Ma la compagnia della Comédie de Genève ha deciso di effettuare lo stesso le due recite previste a Udine, nella stagione del Css intitolata Paura del futuro. Le parti dell’attrice forzatamente assente, Beatriz Brás, sono dette da Natacha Koutchoumov, in scena con Adrien Barazzone e Baptiste Coustenoble; qualcuno dei suoi brani si sentirà in registrazione, una scena sarà tagliata: ma dopo le troppe interruzioni agli spettacoli causate dalla pandemia – dice Natacha Koutchoumov – è importante riprendere a recitare.   Tiago Rodriguers, ph. Filipe Ferreira. Siamo Nella misura dell’...

Un dialogo su Transverse Orientation / Dimitris Papaioannou: tra tecnica e magia

Un’esperienza teatrale impressionante sotto ogni aspetto. Sul finire del 2021 il coreografo greco Dimitris Papaioannou ha firmato una nuova creazione, Transverse Orientation, uno spettacolo allo stesso tempo complesso ed essenziale che corrisponde a un’ora e quarantacinque minuti di poetico magnetismo. Dopo Napoli, Reggio Emilia e Torino, questa produzione, che presenta una lunga lista di co-produttori e organizzazioni di supporto alla produzione italiani e stranieri, è stata presentata dal 28 al 30 gennaio al Teatro Argentina, palcoscenico storico del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, e come anteprima del Festival Equilibrio della Fondazione Musica per Roma, che nel 2022 rinasce rinnovato dalla direzione artistica di Emanuele Masi.     Nato da un percorso creativo che, come moltissimi altri, è stato interrotto dalle limitazioni dovute alla pandemia, Transverse Orientation presenta al pubblico una collezione continua di azioni che ipnotizzano lo sguardo. La nota maestria di Dimitris Papaioannou nel generare invenzioni sceniche raggiunge, in questa nuova proposta, una dimensione meno estroversa e forse per questo ancora più compiuta. La grandiosità dell’intreccio visivo...

How meta can you get? / Matrix Resurrections, uno sberleffo camp

L’ironia è il grande alibi, o il paravento, del postmoderno quando diventa pigro. Quando cioè anziché seminare o coltivare dubbi, smitizzare, lavorare di decostruzione, insomma condurre la propria opera culturale, linguistica, filosofica, finisce per puntare al minimo sforzo. Fino a mettere le mani avanti: ehi, non vorrete mica prendermi troppo sul serio? Non vedete che sto scherzando? Mi è venuto da pensarlo dopo la visione di Matrix Resurrections, quarto capitolo del franchise che contribuì a costruire un pezzo tutt’altro che trascurabile dell’immaginario pop tra la fine degli anni ‘90 e i primi 2000. E che, a quasi vent’anni di distanza dalla supposta fine della trilogia classica (Matrix Revolutions, 2003), prova a rinverdire i fasti di quello che fu un enorme successo. Oppure, a leggerlo in altro modo: prova a chiudere stavolta per sempre – in modo tombale, per restare dalle parti del suo titolo – un discorso che forse non avrebbe mai dovuto essere riaperto.    Carrie-Ann Moss, la regista Lana Wachowski e Keanu Reeves alla premiere del film (Getty Images). Lo stesso pensiero può trovare conferme ancora più facili, cioè più evidenti. Per esempio in quella che è la...

Parole per il futuro / Teatro

Più che una parola per il futuro “teatro” sembra un ricordo vecchio, polveroso, inadatto a tempi veloci, smart, connessi. Nonostante qualcuno lo voglia digitalizzare, il teatro si basa ancora sullo scandalo della presenza dei corpi, di quell’organo che connette interno ed esterno che è la voce, profonda e estroflessa, e sulla evidenza e sui misteri della parola, che dovrebbe sintetizzare vita, concezioni, miti, apparizioni in un tempo estremamente breve. Si basa sulla concentrazione di un macrocosmo in un microcosmo, nella coagulazione di elementi che dovrebbero così rimettersi in movimento e far risplendere qualcosa d’altro dal già noto. E poi… e poi…   Non basta questa distanza (apparente?) dai problemi centrali dei nostri tempi a mettere in sospetto nei confronti del teatro. Oltre a essere marginalizzato nel sistema culturale, sempre più un sistema dell’informazione e dell’informazione intrattenimento piuttosto che un luogo da cui guardare (theaomai) per guardarsi dentro ed essere guardati, se non bastasse questo, il sistema del teatro fa di tutto per rendersi marginale. Sforna testi assurdamente polverosi, o che nei tentativi ‘nuovi’ semplificano la realtà fino all’...

A che punto è la scena? / Premi Ubu, politiche e mondi possibili

Fine dell’anno. Tempo di bilanci. Anche nel periodo che stiamo vivendo, stretto fra l’impossibilità della rimozione di quanto accaduto e l’altrettanto comprensibile esigenza di andare avanti; nel permanere di uno schiacciamento sul presente che impedisce di affrontare un passato ancora in fase di elaborazione e però, perciò, pure di costruire un domani possibile.  Sarà rischioso, tendenzioso, vano, ma è un esercizio di analisi dell’accaduto – e, perciò, anche un po’ di immaginazione del futuro – quanto mai necessario. Anche perché a fine anno si affastellano occasioni di questo tipo, fuori e dentro casa, in teatro come altrove: dall’orizzonte imminente della domanda ministeriale per il nuovo triennio Fus, all’ormai fittissima moltiplicazione di premi che in Italia costella la chiusura dell’anno solare. Fra questi, il più storico e forse celebre: il Premio Ubu voluto da Franco Quadri, la cui 43a edizione, doppia stagione 2020-21, si è svolta il 13 dicembre al Cocoricò di Riccione e in diretta su Radio3.    La squadra di Politico poetico del Teatro dell’Argine di S. Lazzaro di Savena (BO). Che senso ha, dopo anni come questi – trafitti da difficoltà...

Milano, 29 novembre/4 dicembre / Se cercavi aiuto, sta per arrivare

lunedì   Sono i miei ultimi giorni alla Paolo Grassi. Questi mesi sono volati: è da settembre che faccio lezione qui, ogni settimana, agli studenti del terzo corso autore. La materia si chiama “tecniche di scritture drammaturgiche”. In sostanza devo accompagnare i ragazzi alla prova di diploma, che consiste nella composizione di un testo teatrale che verrà messo in scena dai compagni attori e registi. La scuola ci offre questo tesoro: centoventi ore tutte nostre e, visto che gli studenti sono solo due (Elena e Giuseppe), il tesoro non è nemmeno piccolo, mi pare.  Penso che questo è il primo corso lungo che tengo dopo le chiusure: è stato molto bello ritrovarsi in presenza, tornare a stringere relazioni con persone più giovani ed è anche stata un’occasione, in fondo, per interrogarsi in un altro modo su cosa stia cambiando e come. La prima cosa che Elena mi ha detto, il giorno che ci siamo conosciute, è che provava una grande rabbia. La seconda è che il suo testo non avrebbe avuto nulla a che fare col Covid. Anche Giuseppe era d’accordo. «Basta, non se ne può più».     Penso che, dalla riapertura in poi, noi teatranti abbiamo preso a interrogarci ossessivamente...

Larsen C di Christos Papadopoulos / Danza come esperienza estetica

Lo spettacolo – ipnotico, caustico, avvolgente – inizia con una luce che fende lo spazio della scena. Così facendo, il nero perfetto della scatola teatrale che giace nelle retine del pubblico appare ferito da quel fascio luminoso. Non siamo più di fronte a uno spazio-tempo a scorrimento immobile, ma a un ambiente esperienziale vero e proprio in cui si innesta un ticchettio cronografico. C’è uno stato di sommessa, sottile agitazione che permea l’inizio e che trova liberazione solo nel superamento di quell’immagine iniziale e scura, un’immagine tanto conchiusa e definitiva quanto semplice ed enigmatica. Da quella apertura disegnata dalla luce, che sì apre un varco ma in realtà non preannuncia nulla di ciò che segue, a una a una iniziano ad apparire immagini plastiche e misteriose. Questo primo segmento di luce è, dunque, uno spazio laterale. È una zona che si estende quasi discretamente verso il fondo della scena. Una sagoma emerge da una penombra in cui si staglia in maniera via via più chiara un preludio di corporeità: così la danza si annuncia. Si intuisce la natura umana di questa prima forma, da essa emana un calore. L’immagine è quella di una superficie liscia, mobile, duttile...

La palma d’oro a Cannes / Titane, sovversivo classico

“La critica non si lasciò [...] ingannare, quando Degas espose la propria Petite danseuse de quatorze ans alla Sesta mostra degli impressionisti. La facies della modella corrispondeva alle descrizioni che la «scienza» andava facendo del tipo cranico degenerato, caratterizzato da angolo facciale acuto, mascella sporgente, zigomi prominenti, fronte assente – lineamenti a cui erano associate, nella fantasia popolare, l’ignoranza e la bestialità delle classi pericolose. [...] Degas aveva apportato alla propria modella, Marie van Goethem, un cospicuo numero di modifiche, per meglio aderire allo schema lombrosiano del delinquente nato e fare di quella ballerinetta non un «topolino», come venivano chiamate le giovani allieve dell’Opéra, bensì un animale vizioso uscito dalle fogne unicamente per diffondere la peste tra la buona borghesia”.   E. Degas, “Petite danseuse de quatorze ans”, 1880-81. Così Jean Clair, nel saggio L’anatomia impossibile. La ballerina lombrosiana di Degas prende forma nel 1881: quattordici anni dopo viene inventato il cinema e nasce la psicoanalisi. Nel frattempo, in pittura, si manifestano corpi con nuove forme. Deformi, anticlassici, malati, contorti, da...

Dal cinema alla scena / L’armata Brancaleone di Roberto Latini

Un’epidemia devastante, una crociata contro gli infedeli, un farsi magnifici eroici quando si è solo magniloquenti poveracci, un attaccamento quasi amoroso al denaro, all’interesse personale, la ricerca di un Altrove: tutto in una terra desolata, con tratti metafisici e con bagliori elettronici di wargame.  Non è l’Italia di oggi postpandemia, anche se lo potrebbe sembrare: è quella campagna immensa e ‘ignorante’, disseminata ogni tanto di castella o borghi infetti, di quel meraviglioso fumetto del nostro carattere nazionale che fu L’armata Brancaleone, film del 1966 diretto da Mario Monicelli, da lui scritto con Age & Scarpelli. Ne ha ripercorso la sceneggiatura facendola rassomigliare ancora di più all’Italia di oggi Roberto Latini, trasformandola in uno spettacolo teatrale. Ha aperto la stagione del Metastasio di Prato, suggellando gli anni di direzione di Franco D’Ippolito, che dal primo novembre passa la guida dello stabile toscano al regista Massimiliano Civica. È una coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione e si potrà vedere ancora all’Arena del Sole di Bologna dall’11 al 14 novembre: per ora non sono previste altre repliche, in un sistema malato di...

Festival internazionale di teatro di Lugano / Castellucci: Bros, la violenza dell’ordine

È cupo e intenso il nuovo lavoro di Romeo Castellucci, Bros, andato in scena in prima mondiale al Lac di Lugano in occasione del Fit, il Festival internazionale di teatro diretto da Paola Tripoli e giunto quest’anno alla trentesima edizione (altre date in Italia: dall’11 al 14 novembre in Triennale a Milano, il 2 e il 3 dicembre ai Teatri a Reggio Emilia, l’11 e 12 marzo all’Arena del Sole di Bologna, il 22 e 23 aprile ad Ancona e dal 17 al 22 maggio all’Argentina di Roma). Per comprendere questo spettacolo, giova partire dalla sua genesi. Castellucci, colpito dalle forze dell’ordine dispiegate massicciamente durante le proteste dei gilets jaunes, in Francia, ha pensato di compiere un esperimento su questa forza ctonia, lavorando non con attori professionisti, ma con persone comuni, uomini reclutati attraverso un appello. A questi, fra di loro sconosciuti, è stato assegnato un indice comportamentale, costituito da una serie di punti, alcuni, posti all’inizio, molto semplici, come “Sono disposto a diventare un poliziotto in questo spettacolo” e “Sono disposto a eseguire tutti gli ordini per essere un vero poliziotto”; man mano che la lista si dipana, però, il codice diventa più...

Dietro le quinte di quel sogno / Hollywood Hollywood!

Quella Hollywood lussuriosa, stralunata, fatale, avida, pidocchiosa, stupenda   Quando alla vigilia delle rivoluzioni degli anni sessanta, il tycoon Howard Hughes si liberò della storica casa di produzione cinematografica RKO – quella dei musical di Fred Astaire e Ginger Rogers, di King Kong e Quarto potere – vendendola per venticinque milioni di dollari, cash, a un produttore di pneumatici, lo stesso Hughes, appena scaricato il giocattolo con cui non si divertiva più, disse a mo’ di necrologio: «Hollywood è finita». Il fiuto da outsider gli aveva fatto intuire che il vento stava per cambiare, che il business del futuro sarebbe passato nelle mani della neo nata televisione, quel piccolo, insignificante schermo in bianco e nero che trasmetteva immagini sfarfallanti, a 525 linee di scansione.  «I baluardi degli antichi feudi, gli studi, caddero a uno a uno in mano al nemico», scrive, a epitaffio di uno studio-system moribondo, lo scrittore e maestro del cinema visionario Kenneth Anger in chiusura del suo epico affresco Hollywood Babilonia, libro «leggendario come ciò di cui parla», disse Susan Sontag, che l’editore Adelphi ristampa in edizione economica (collana Gli...

Una conversazione / Essere in due. Ginger e Fred di Deflorian e Tagliarini

Attrice e autrice l’una, danzatore e coreografo l’altro, nel 2008 Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno dato vita a una compagnia che ha immediatamente conquistato la ribalta italiana e francese con spettacoli pluripremiati e allestiti sui principali palcoscenici internazionali, dall’Argentina di Roma all’Odeon di Parigi. Il loro teatro affresca il presente con drammaturgie originali che evocano gli sfondi più complessi dell’esistenza attraverso i primi piani di figure letterarie e cinematografiche. Archiviato il dittico dedicato a Deserto Rosso di Antonioni nel 2018, la coppia teatrale continua adesso il suo viaggio nel cinema italiano guardando a Ginger e Fred, opera cult di Federico Fellini, che racconta la vicenda di Pippo e Amelia, due artisti conosciuti per la loro imitazione della famosa coppia Ginger Rogers e Fred Astaire ma che non hanno mai sfiorato il successo, e che tornano dopo molti anni a esibirsi in pubblico in uno show televisivo natalizio anni ottanta traboccante di volgarità. Dopo il debutto assoluto in Svizzera, lo spettacolo, intitolato Avremo ancora l’occasione di ballare insieme, arriva al Teatro Argentina di Roma dal 12 al 24 ottobre, nell’ambito del...

Drammaturgia contemporanea / L’eredità del tempo a Colpi di scena

Di tutti gli enigmi che attendono di essere decifrati nell’universo, nessuno è forse più enigmatico e indecifrabile del tempo. Facciamo esperienza ogni giorno del suo movimento e misuriamo ogni nostro atto secondo un metro temporale, e tuttavia ignoriamo che cosa sia questa entità che tanto pervade le nostre vite. A intensificare l’enigma è anche il problema del tempo che seguirà alla nostra morte, o che lasciamo in eredità, di cui è difficile capire la vera natura. Da un lato, esso non è nostro, perché sono i posteri a beneficiare dei nostri lasciti. Dall’altro lato, però, il tempo che lasciamo in eredità agli altri è anche quello che ci appartiene realmente, in quanto lo costruiamo e lo doniamo. Emerge un paradosso. Ciò che lasciamo in eredità ci appartiene e non ci appartiene, il che si ripercuote sulla nozione generale del tempo, che ora pare esistere e ora non-essere. Mi pare possa essere questo uno dei fili conduttori che annoda quattro dei lavori della vetrina della rassegna teatrale Colpi di scena di Forlì (dal 30 settembre al 2 ottobre 2021), organizzata dal centro di produzione Accademia perduta Romagna Teatro. Ciascuna di queste proposte artistiche si pone in modi...

Una conversazione con Toni Servillo / Da Eduardo a Eduardo: Qui rido io

Camerino-palcoscenico-casa (case)-città: Napoli. Teatro: Eduardo Scarpetta, padre legittimo di Vincenzo, Maria (e Domenico), “zio” (padre naturale) di Titina, Eduardo, Peppino De Filippo (e di altri figli). Camerino del teatro. L’acclamato attore Scarpetta al trucco, mangiando la pizza: – Com’è la sala? – Piena. Sottofondo musicale, all’inizio e alla fine di Qui rido io di Mario Martone, con Toni Servillo e con una pirotecnica compagnia di meravigliosi attori, per lo più napoletani: “Famme chello che vuo’ / Indifferentemente / Tanto ‘o ssaccio che só’ / Pe’ te nun só’ cchiù niente / E damme stu veleno / Nun aspettá dimane / Ca, indifferentemente / Si tu mm’accide nun te dico niente”.   Il film presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia è un capolavoro: ritrae un momento del teatro partenopeo a cavallo tra ottocento e novecento, una città, un attore e la sua dinastia, raccontando come lo spettacolo popolare abbia generato quel genio della profondità e del divertimento che è stato Eduardo De Filippo. Un teatro popolare d’arte, verista, drammatico, “vero”, contrappongono gli intellettuali Bracco, Bovio, Di Giacomo, Murolo e altri al teatro comico di Scarpetta, fatto di...