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Diario 10 / Un dormiveglia con Hegel

Lunedì 4   Abele era pastore di greggi, come tutti sanno, invece Caino coltivava la terra. Abele la vittima e Caino il carnefice. Ma oggi mi è scappato detto che in fondo, considerando com’è nata la sua disgrazia, Caino suscita una certa simpatia a differenza di Abele, perché l’idea di fare un’offerta al Signore era venuta proprio a lui, a Caino, forse mentre zappava. E cosa offre al Signore? I prodotti del suolo, dice la Bibbia.  Non è precisata la specie vegetale ma si può pensare all’insalata, alla lattuga, ad esempio, oppure al radicchio, dipende dalla stagione, ammesso che a quei tempi fosse già in atto la rivoluzione terrestre. Ma se il periodo dell’anno è incerto, la Bibbia precisa che il primo a voler onorare il Signore è stato Caino che ha offerto in dono i prodotti del suolo, quindi in lui c’era dell’affetto filiale, un dettaglio tutt’altro che irrilevante, anche se di solito è passato sotto silenzio.   E se poi le cose si sono messe male è stato perché lì attorno c’era anche suo fratello, che vedendo cosa faceva il primogenito ha pensato di fare la stessa cosa. Questo bisognerebbe considerarlo: uno ha avuto l’idea, l’altro ha agito per imitazione. So bene...

Diario 9 / Il filosofo idraulico

Lunedì 28   Ieri l’altro due studentesse di quarta mi hanno inviato una foto in cui tengono in mano una copia dell’Armata Brancaleone, il film di Monicelli con Vittorio Gassman. Un capolavoro, ho risposto subito, che ho visto e rivisto non so quante volte. Da imparare a memoria, ho aggiunto.  E a proposito di memoria, oggi a scuola, mentre scendevamo le scale, un mio collega d’italiano ha detto che quando era al CAR, il Centro Addestramento Reclute dove si svolgeva il primo mese del servizio militare, aveva deciso d’imparare a memoria l’Inferno di Dante. E arrivato al reparto di destinazione ha mantenuto il suo proposito, un canto dopo l’altro, di settimana in settimana, tanto che a un mese dal congedo poteva recitare tutti gli endecasillabi dell’Inferno.  E i gradi? Non ti hanno fatto generale? Generale ha detto di no, ma in compenso questo mio collega aveva trasformato la naia in un purgatorio, perfino in un paradiso perché dopo che si era sparsa la voce c’era sempre qualche ufficiale che pretendeva una dimostrazione. Allora lui tirava fuori la Divina Commedia, l’allungava in modo che potessero controllare, e iniziava da un punto qualsiasi. Come premio chiedeva...

Diario 8 / Variazioni sul figliol prodigo

Lunedì 21   Non saranno tutti d’accordo, ma mio zio Marcello era convinto che il male s’annida nella pretesa di convertire gli altri, una pretesa che gli suscitava antipatia, e c’era anche un’altra cosa che gli dava fastidio, cioè la cortesia borghese, diceva mio zio Marcello Ecco, Dario Camozzi, oltre a essere simpatico, è anche ruvido di natura e quando oggi l’ho intravisto mentre guardava la casa coi nani da giardino mi sono fermato volentieri a parlare con lui, perché sarà pur vero che la vita degli altri è interessante, ma la sua lo è ancora di più. Aveva il cane al guinzaglio, la barba bianca e un berretto di lana calato fino agli occhi. Sembrava uno squilibrato.  Dunque mi avvicino e gli chiedo come sta. Male, dice lui, m’ha steso il Covid. Si tira dietro l’asma da gennaio, gli fischia un orecchio e i muscoli sembrano fatti di pasta frolla. Poi molla il cane che si mette a correre da tutte le parti e un momento dopo si sente il verso stridulo di un fagiano in volo.  Sul lavoro continuo come al solito, dice. Si occupa di minorenni, soprattutto orfani, uno più disgraziato dell’altro. Quanto alla sbandata di due anni prima, ormai è acqua passata. Allude a una...

Diario 7 / La vita da elettrone del professore

Lunedì 14   Certe scuole tengono desti gli spiriti animali, è risaputo, istituti dove il professore è sempre in tensione, dove tutto è difficile. La popolazione studentesca ostile. La segreteria inospitale. Gli addetti alla custodia dei locali, un tempo chiamati bidelli, poco o niente collaborativi, o disposti alla delazione. Un insieme di fattori che tuttavia preservano dall’invecchiamento precoce. In fondo le asperità sono sempre vitali, dice Bruce Chatwin.  Ben diverso il caso in cui il professore non deve mai lottare per sopravvivere. Trova parcheggio nel cortile della scuola. In segreteria sono accoglienti. Non deve battersi per le fotocopie e al suo ingresso nell’aula gli alunni sono silenziosi e scattano in piedi, docili nell’affrontare il dialogo educativo.  Un contesto ideale, ma che presenta delle controindicazioni. Il professore rischia di impigrire e scivolare un giorno dopo l’altro verso la stanchezza esistenziale, che può evolvere in spossatezza. E la sonnolenza colpisce anche a metà mattina, durante una verifica.    Gli alunni sono chini sui banchi, ognuno intento alla propria versione. Nessuno fiata. Si avverte solo lo stormire del...

Diario 6 / Sgomento del professore di lungo corso

Lunedì 7   Il professore di lungo corso, anche il più solido, il più corazzato, può essere preso da sgomento. Ancora qui? si chiede dopo decenni di servizio prestato dietro la cattedra. Ma davvero sto salendo di nuovo queste scale? È uno stato d’animo che sopraggiunge improvviso, e nel varcare la soglia dell’aula il professore sente un peso schiacciante sulle spalle. Per un momento indugia. Entro o non entro?  Ma poi si fa coraggio, lotta con questi pensieri ed entra in classe mascherando lo scoramento. Però, proprio sul punto d’iniziare l’appello, come ogni mattina, lo assale un ricordo fulminante. Ma là in fondo, a sinistra, là dove adesso c’è Bertolini, là c’ero io! Lo sapeva anche prima che in quella stessa aula aveva passato i suoi anni di studente, ma adesso è un sapere immediato, un’intuizione, e nelle orecchie sente riecheggiare una frase pronunciata dopo l’esame di maturità: mai più qui dentro!  Invece, lì dentro, ci è poi tornato e ci ha passato una vita intera, come una scheggia ferrosa attratta da un invincibile magnete. Ecco perché ci vuole dell’umorismo, per non buttarsi giù dalla finestra, che sarebbe anche di cattivo gusto di fronte agli alunni....

Diario 5 / Quando leggo Tolstoj mi sento voluto bene

Lunedì 28   Una vita per leggere, ci vorrebbe. Invece ce n’è a stento una per vivere, ma quando si leggono certi autori come Tolstoj, si ha la sensazione di essere voluti bene. Me lo ritrovo scritto nel messaggio di un amico di Bologna, anche lui professore. Ogni tanto manda delle poesie, anche delle foto. Una volta mi ha spedito la fotografia della lavagna che aveva alle spalle della cattedra. C’era questa scritta: sigillate i vostri orifizi in generale e chiudete il becco in particolare.  Rude, politicamente scorretto e molto amato dagli studenti. Quel giorno facevano un baccano indiavolato. Trenta maschi grandi e grossi. Lui si è alzato, ha scritto in silenzio alla lavagna ed è rimasto in piedi lì di fianco senza dire una parola. Si sono calmati quasi subito, come vitelli. Potenza della parola fulminante che si fa eco di un grande sentire, e che rompe le regole.   È un uomo ispirato dal pensiero laterale, questo mio amico di Bologna. Qualcosa che ispira anche una mia collega di latino, ma in modo diverso. Lei parla solo a bassa voce, bassissima, al limite dell’udibile. E lascia spalancata la porta dell’aula. Quando passo dal corridoio non si sente volare una...

Diario 4 / L’inquietudine mi insegue come un cane rabbioso

Lunedì 21   Entro in cucina mentre per radio sta iniziando la rassegna della stampa estera condotta da Dario Fabbri. Naturalmente la crisi ucraina continua a tenere banco. Ieri, ennesima fase negoziale. Macron fa sapere di aver avuto una telefonata con Putin, il quale avrebbe accettato un bilaterale con Biden, che a sua volta sarebbe disposto a dialogare a patto che non scatti nessuna violazione dell’integrità territoriale ucraina.  Intanto preparo il caffè e metto a scaldare il latte. Nell’attesa vado a sedermi sul divano continuando ad ascoltare Dario Fabbri e non m’accorgo del latte che comincia a bollire. Me ne rendo conto solo quando la Moca smette di gorgogliare ma ormai il latte ha allagato metà del piano cottura.  Non mi va di avviare la giornata sotto il segno della rampogna, quindi mi sbrigo a pulire prima che arrivi mia moglie. Ripasso la spugna sull’acciaio, la strizzo nel lavello, ripeto l’operazione, tiro con uno Scottex per non lasciare aloni, quindi mi preparo la tazza del caffelatte.   Dario Fabbri continua a parlare dei preparativi militari su larga scala. Cita Le Monde, dove sono riportate le posizioni del Cremlino, che insiste perché siano...

Diario 3 / Andiamo a sballarci di Maalox!

Lunedì 14   A monito dei giovani sposi, che a volte affrontano impreparati le turbolenze del matrimonio, Carlo Collodi ha scritto che spesso la curiosità è causa di pericolosi malanni. Lo si può leggere nella breve postilla a Barbablù, la fiaba di Perrault tradotta proprio dall’autore di Pinocchio, uno dei capolavori della letteratura ottocentesca, ho detto in classe alla prima ora, mentre ancora sbadigliavano. Quindi ho riassunto la fiaba, che fornisce un buon esempio di quanto sostiene Kierkegaard riguardo alla figura di Adamo, cioè che il senso della libertà è risvegliato proprio dal divieto, il celebre divieto di attingere dall’albero della conoscenza. È il divieto, la legge, a scatenare il desiderio, come riconosce San Paolo: non avrei conosciuto la concupiscenza se la legge non avesse detto “non concupire”. E Barbablù cosa fa? Allunga alla moglie la chiave della stanza dove ci sono i cadaveri delle mogli precedenti e dice: ecco, tieni…, è la chiave di quella stanzetta sempre chiusa…, ti do anche questa, ma non usarla mai, altrimenti… Poi parte sapendo bene che la moglie farà proprio quello che lui le ha appena detto di non fare.   Il desiderio del proibito è...

Diario 2 / Il lamento sulla scuola come genere letterario

Lunedì 7   Opprimente, demoralizzante, soffocante…, al limite del sopportabile…, ostacoli interiori insormontabili…, la scuola non ti aspetta, non ti capisce…, d’altronde anche noi non ci capiamo, non capiamo più noi stessi…, la scuola è formata da ragazzi stanchi e malati…, non si accorge di chi vaga nei corridoi con lo sguardo spento, trascinandosi su gambe esili, che hanno lo spessore di una lattina di Coca Cola…  Frasi che potrebbero venire da un libro di Thomas Bernhard. C’è un’aria di famiglia, basta leggere Un bambino: “entrando a scuola tremavo, uscendo da scuola piangevo. Andavo a scuola come si va al patibolo”.  Invece sono frasi di alcuni studenti ai quali ho chiesto un commento a una fotografia scattata durante una manifestazione della settimana scorsa. Compariva su uno striscione con uno slogan impietoso: la vostra scuola ci fa schifo.    Volevo un commento, anonimo naturalmente. Perché “vostra”? E fa proprio così “schifo”? Ho lasciato dieci minuti, e sono bastati perché riversassero il loro disgusto in forma di parola. Vostra perché la nostra opinione è irrilevante…, vostra perché manca la collaborazione…, lo studente non può sentirsi libero...

Diario scolastico 1 / Lunedì sarai a scuola?

Domenica 30   Nei rituali scolastici l’assegnazione del voto ha un’origine molto antica e riveste ancora oggi grande importanza. È praticata ricorrendo al sistema numerico, anche se i numeri negativi sono caduti ormai in disuso e risultano più che altro una sopravvivenza di tipo folcloristico.  Il professore, mosso dalla netta predilezione per idee chiare e distinte, si affida al metodo sommativo basato su verifiche e interrogazioni. Sarebbe possibile anche una valutazione formativa, ma non sempre è ritenuta affidabile, e in attesa che i pedagogisti ministeriali facciano piena luce sulla nebulosa dell’apprendimento per competenze, risulta scarsamente applicata. A conferma del rituale, recentemente è stata introdotta una valutazione per il periodo di scuola-lavoro, ribattezzato dal ministero PCTO, acronimo che indica il Percorso per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, altro agglomerato di concetti tutt’altro che trasparenti, forse riconducibile alle migliori intenzioni ministeriali, che però, come noto, sono soggette all’eterogenesi dei fini e perlopiù servono a lastricare le vie dell’inferno.   L’attribuzione dei voti rimane comunque una funzione portante...

24/30 gennaio, Ravenna e Firenze / Repubblica luminosa

lunedì   Quando arrivano i ragazzi, all’inizio, al villaggio nessuno li nota. Hanno tra gli otto e i tredici anni e girano sempre in gruppo. Non si sa bene dove vivano, da dove vengano, se abbiano dei genitori, dove scompaiano la notte. Forse si danno letteralmente alla macchia, ai limiti dell’abitato, perché il villaggio sorge accanto a un bosco. I ragazzi hanno una loro lingua, diversa, magica e inventata, che pare emanare direttamente dalle cose, dalla realtà. All’inizio semplicemente vagano, per le strade, le piazze e i giardini. Poi iniziano le rapine. Furtarelli, scippi, anche cose da nulla. Rubano perché sono dei diseredati, sono esclusi cioè da qualunque eredità, non avendo famiglie o comunità, tranne se stessi. Un giorno assaltano un supermercato e lo distruggono: devastano a uno a uno gli scaffali con una sorta di euforica, contagiosa allegria. E qui comincia la carneficina: in poco più di dieci minuti è il putiferio, tre feriti d’arma bianca e due morti, poi il silenzio. Dei ragazzi non resta più nessuna traccia.   Da quando Luigi e io abbiamo letto Repubblica luminosa, il romanzo di Andrés Barba uscito qualche anno fa per La nave di Teseo nella traduzione di...

Ravenna, 17/23 gennaio / Il trentesimo anno

lunedì Due fanciulli, in groppa a due leoni. Parlano animatamente, gli occhi brillanti, i visi arrossati. «Lo facciamo?», le chiede lui. «Non ci avevo mai pensato. Ma… sì, facciamolo», risponde lei. Naturalmente nessuno dei due sa troppo bene come si fa, ma sanno che lo faranno. Presto. Subito. E sono felici.   martedì Mi hanno chiesto, per i trent’anni di Fanny & Alexander, di rispondere a qualche domanda. Sono domande difficili, mi lamento. «Ma no che non sono difficili, e poi chi dovrebbe rispondere?», ha detto la persona che me le ha spedite. Leggo la domanda numero uno: «Fanny & Alexander: la prima immagine.» Mi cadono gli occhi sul libro accanto al computer, quello che sto leggendo in questi giorni e che, curiosamente, si intitola L’ultima immagine: è il dialogo tra James Hillman e Silvia Ronchey sul segreto delle immagini e la loro essenza invisibile, ma anche su come si può essere vivi mentre si muore e infine, soprattutto, su Ravenna, la mia città.  E se la prima immagine dovesse ancora venire? «Tu prendi sempre tutto troppo sul serio», mi dice Rodolfo, «rispondi semplicemente, come ti viene».   Hevel. Il nostro primo spettacolo si chiama Hevel,...

Ravenna 10/15 gennaio / Va’ dove ti porta il cane

lunedì   Una donna e un uomo visitano un appartamento con il loro agente immobiliare. È un bell’appartamento, ristrutturato di recente, ha le piastrelle di Vietri e un terrazzino, grande abbastanza per mangiarci in due. In più ha le dimensioni ideali per una coppia, «ma anche per una coppia con un cuccioletto…» suggerisce malizioso l’agente immobiliare in un “a parte” indirizzato a Lui. «Cuccioletto… intendeva un cane?», chiede Lei sottovoce. «Green Pass e biglietto, signora, per piacere», mi interrompe all’improvviso il controllore. Alzo gli occhi dal fumetto che sto leggendo e glieli mostro entrambi. Poi mi guardo attorno. La freccia verso Bologna, quella delle quattro e mezza, è semideserta. Anche la stazione di Firenze alla mia partenza era insolitamente desolata. Mi tornano alla mente certe immagini del lockdown. Oggi però non ci voglio pensare. Risprofondo nella lettura, voglio vedere cosa risponde Lele (che poi sarebbe Lui). «Credo si riferisse a un bambino…» bisbiglia a Miriam (che poi sarebbe Lei). A questo punto entro in gioco Io, il lettore. Nella pagina successiva s’impone infatti uno stampatello, quasi segnaletico: «La storia da qui in avanti si biforca. Sarai tu...

Firenze, 3/9 gennaio / Le amiche geniali

lunedì Guardo le prossime date che abbiamo in calendario: OZ, gennaio-febbraio, alcune matinée coi bambini. Riusciremo a farle? Amica, 8 marzo e poi, di nuovo, a metà mese. Quindi le recite di Sylvie e Bruno. A marzo, dicono, sarà tutto più tranquillo, avremo ormai scavallato il picco. Chissà. Penso che l’Amica si è fermata già al primo lockdown. Dopo due anni, ora, ricomincia a viaggiare: Milano, al Carcano, poi Bologna, all’Arena del Sole.  C’è qualcosa di violento e contro natura nella separazione così lunga da un corpo amato. La vedo proprio così: replicare uno spettacolo è tornare, con trepidazione, all’incontro col corpo di un amante, un luogo conosciuto e al contempo sconosciuto. Ho nostalgia della parte conosciuta, ma ancor più di quella sconosciuta.   martedì Sul tavolo, accanto a me, c’è la mia copia dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Ormai è tutta piena di segni, di orecchie, gonfia di letture e immagini. All’inizio, invece, l’immagine era una sola. Si formava con insistenza ai margini delle parole, delle pagine. La ricacciavo, ma lei tornava indietro. Era l’immagine di Fiorenza. Vedevo solo lei e poi vedevo anche me stessa, ma in realtà non sopportavo di...

Ravenna, 21/25 dicembre / La piccola fuggitiva

martedì   In questi giorni sono chiusa in casa, in quarantena, come un milione e mezzo di italiani. Per ora negativa, ma chissà. Intanto Him, questa sera, va in scena e io non lo vedrò.  Sono le nove e un quarto, Marco Cavalcoli a quest’ora è appena salito sul palco, al buio, agile come una pantera e si inginocchia davanti al pubblico. È identico a Him, la scultura di Cattelan, mi pare di vederlo anche qui, nel mio salotto: stessi baffetti, stesso vestito. Avrà da poco iniziato il suo doppiaggio forsennato. Ora sarà Dorothy, mentre canta al di là dell’arcobaleno. Adesso starà ridendo, sguaiatamente e orrendamente, come la Strega dell’Ovest. Tra poco sarà un maiale che grufola. Presto sarà soltanto il vento.   C’è un passo bellissimo nei Libri di Oz sulla metamorfosi del Mago. È un dialogo tra Dorothy e il guardiano dei cancelli. La bambina chiede come sia fatto Oz e il guardiano le risponde che non lo sa, nessun vivente può saperlo. Quando la bambina e i suoi amici strampalati vanno a incontrare il Mago, ciascuno per conto suo, ognuno vede quel che è capace di vedere: sono tutte immagini diverse. Ripenso al momento in cui Luigi e io abbiamo parlato di Him per la...

Un libro di Sara Oliva Boch / Diario dal labirinto

Diario dal labirinto, di Sara Oliva Boch (AnimaMundi Edizioni, 2021) è la storia di un attraversamento. Il labirinto evocato dal titolo è lo spazio da attraversare, il percorso da costruire dentro lo spaesamento. Superare un labirinto comporta fare i conti con l’imprevedibilità, il disorientamento, l’ambivalenza di un luogo che “ha dentro di sé la dimensione del doppio: da una parte vieta l’accesso, ostacola il percorso, dall’altra apre la porta verso altri accessi e altri percorsi”; un luogo che spaventa e insinua la tentazione alla fuga, ma non consente il passaggio finché non si impara a starci dentro, a conoscerlo e a conoscere se stessi, perché “nel labirinto ognuno è solo con la sua realtà interiore, vi incontra se stesso, un principio divino, uno specchio”. Il labirinto è anche metafora della malattia, una condizione che impone di abitare uno spazio instabile, cercando di ricomporre il disequilibrio tra antinomie che convivono in uno stesso luogo, in uno stesso corpo, uno spazio finito che deve contenere il dentro e il fuori, la salute e la malattia, la vita e la morte.   Il diario è la registrazione del tentativo di uscirne, o meglio, dello sforzo di passarci...

Artificerie Almagià, 16/20 dicembre / Credi alle fate?

giovedì   Sono passati sei mesi dall’ultima recita di Sylvie e Bruno. Domani sera torniamo in scena a Ravenna, per quattro giorni. Quando riprendi uno spettacolo, al principio ti sembra di non saperne più nulla: non ricordi i gesti, le traiettorie, non sai come prendere le luci. Poi succede qualcosa di strano. Sulla scena ti accorgi che il tuo corpo ne sa molto più di te, c’è una specie di memoria fantasma che ti guida. Mentre Luigi ci indica i punti da segnare con piccole croci fotoluminose sul pavimento bianco, mi torna in mente una scena bellissima del romanzo di Lewis Carroll da cui abbiamo tratto lo spettacolo. C’è Arthur, innamorato di Muriel. E c’è Muriel, innamorata di Arthur. I loro corpi, però, non sanno trovare la strada dell’incontro. Sono in riva al mare, il cielo è coperto da un ammasso di nuvole. Sylvie e Bruno, piccole fate invisibili, guidano delicatamente i piedi e le mani dei due amanti. Sylvie afferra il bastone da passeggio di Arthur e lo sospinge verso un gruppo di fiori bianchi, sulla battigia, là dove passeggia Muriel, tanto che Arthur, che non sapeva bene come comportarsi, crede che quella sia la sua volontà. «L’uomo era totalmente inconsapevole che...

Ravenna, 6/11 dicembre / I nomi della rosa

lunedì   Ravenna. 6 dicembre. Lunedì, martedì e mercoledì: mancano tre giorni. Giovedì c’è la riunione finale del Campiello junior. Il compito di noi giurati è selezionare una rosa finale di tre titoli italiani dell’ultimo anno, destinati a ragazzi e ragazze dagli 11 ai 14 anni.  «Rosa finale». Mi è subito sembrata un’espressione bellissima. Scegliere è forse anche questo? Imparare, come l’elfo invisibile di Andersen, a distinguere tra loro i petali di un fiore?  Purtroppo, però, io non sono un elfo invisibile e oggi mi si pone un problema di ordine pratico: devo partire, questa sera sarò a Parma, dove ho spettacolo. Da lì andrò a Firenze e poi direttamente a Milano, alla riunione. Ho in testa sette libri preferiti. Da dove mi viene allora l’insana tentazione di infilarmeli tutti in valigia? Sono ottantadue!!! «Chiara, non fare la pazza», mi ha appena detto Rodolfo. Sa bene che la mia valigia rischia di portarla lui. «Non preoccuparti» gli dico, «davvero, ho le idee piuttosto chiare».  Ma poi penso: e se mi fosse sfuggito qualcosa? Se per caso volessi risfogliarne qualcuno all’ultimo momento, in questi giorni? Alla fine decido, ne prenderò solo dieci: i sette...

Milano, 29 novembre/4 dicembre / Se cercavi aiuto, sta per arrivare

lunedì   Sono i miei ultimi giorni alla Paolo Grassi. Questi mesi sono volati: è da settembre che faccio lezione qui, ogni settimana, agli studenti del terzo corso autore. La materia si chiama “tecniche di scritture drammaturgiche”. In sostanza devo accompagnare i ragazzi alla prova di diploma, che consiste nella composizione di un testo teatrale che verrà messo in scena dai compagni attori e registi. La scuola ci offre questo tesoro: centoventi ore tutte nostre e, visto che gli studenti sono solo due (Elena e Giuseppe), il tesoro non è nemmeno piccolo, mi pare.  Penso che questo è il primo corso lungo che tengo dopo le chiusure: è stato molto bello ritrovarsi in presenza, tornare a stringere relazioni con persone più giovani ed è anche stata un’occasione, in fondo, per interrogarsi in un altro modo su cosa stia cambiando e come. La prima cosa che Elena mi ha detto, il giorno che ci siamo conosciute, è che provava una grande rabbia. La seconda è che il suo testo non avrebbe avuto nulla a che fare col Covid. Anche Giuseppe era d’accordo. «Basta, non se ne può più».     Penso che, dalla riapertura in poi, noi teatranti abbiamo preso a interrogarci ossessivamente...

Diario (1) / Verso Paradiso

Dopo che varcando il Teatro Rasi si era precipitati nella città dolente, dopo che si era imparato il “noi” nella cantica dell’ascendere insieme per le strade di Ravenna, e di Matera, ci sarebbe stata una nuova chiamata pubblica e, insieme, si sarebbe dovuti arrivare al Paradiso nel 2021. Come fare, costretti alla distanza? Come celebrare Dante nell’anno del settimo centenario della morte del poeta? Teatro delle Albe e doppiozero hanno immaginato lo spazio della scrittura come spazio di un’attesa condivisa, un racconto-diario scritto da Marco Martinelli e racconti-sapere di studiosi e amici del Sommo, fili differenti per “dialogare con l’ago” e tessere visioni. Il Cantiere Dante di Marco Martinelli e Ermanna Montanari è una produzione Ravenna Festival/Teatro Alighieri in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro.   Ci abbiamo creduto, abbiamo sperato, fino all’inizio di marzo. Poi l’esplodere delle varianti, la lentezza dei vaccini, l’arrossarsi implacabile, giorno dopo giorno, delle Regioni, ci hanno fatto alzare bandiera bianca: il Paradiso dantesco, debutto previsto 25 giugno 2021, non si farà. Ma prima di continuare, occorre raccontare l’antefatto al...

febbraio - maggio 2020 / Covid 19. Diario minimo

Ero a Parma la mattina del 21 febbraio 2020 e tornavo a Milano la mattina presto. L’altoparlante ha annunciato che il treno in arrivo da Bologna non si sarebbe fermato nella stazione di Codogno. Non avevo mai sentito prima di allora che una stazione era stata chiusa ai viaggiatori in arrivo. Dopo poco è giunto il mio treno. Quando siamo passati per Codogno ho fatto in tempo a vedere il cartello che indicava la cittadina lombarda. Un cartello fantasma, come l’intera stazione. Arrivato in Centrale mi sono fermato a comprare il giornale e una ragazza in fila prima di me ha chiesto all’edicolante un biglietto per Codogno. Lui l’ha stampato e consegnato. La ragazza è corsa via di fretta. Sarà mai arrivata?   Le note che seguono sono una sorta di diario minimo di quanto è accaduto dopo quel 21 febbraio. Sono state pubblicate nel corso dei mesi seguenti su “la Repubblica” in una rubrica intitolata “Effetti personali”. Li ripubblico come personale memoria, quasi rasoterra, di questo periodo. Non troverete nulla di particolarmente nuovo o eclatante. Sono state il mio modo di stare in attesa del meglio.   Febbraio-maggio 2020   CARTA IGIENICA Appena l’emergenza Coronavirus è...

Quaderno 8 / Salutare le parole

Lo sguardo è ghiacciato non bruciarti stai sotto il mantello cucito per te dagli anziani  e mentre raschi il vetro raccogli tutto il peso dell’attenzione tra le scapole e poi lancia lanciale lontano le belle parole.   Non voglio parole che mi spieghino e nemmeno che sgroviglino né chiariscano. Non voglio parole che mi riempiano e nemmeno che mi facciano sentire sciocca e con poca scuola alle spalle. Non voglio parole che complichino senza un cuore al centro. Non voglio parole che si diano arie. Ho bisogno di parole leggere eppure capaci di sfamare e dissetare, parole che mi domandino tanto, tutta la testa da mozzare e un cuore ingenuo da allenare al passo delle bestie nella foresta, vigile e sempre a casa, eppure sempre in pericolo. Voglio parole disobbedienti ma anche candide. Parole capriole e parole solletico, parole lampi, fulmini e tuoni, parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso.   Parole silenziosissime che non svegliano i bambini della notte. Parole che conoscono i ring e non sferrano mai colpi bassi. Ma toccano. Rintoccano. Fanno percepire la pelle e vibrare le ossa. Le ferite si acquietano sotto le parole di fuoco, si...

Quaderno 7 / Corpo Celeste

Oggi ho letto Anna Maria Ortese, Corpo celeste. E adesso ricopio qui le sue parole perché non avrei parole così battenti e dirette per dire quello che preme.   “So questo. Che la Terra è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare a essere, e a essere amata, come l’uomo chiede di continuare a essere, e a essere accettato, anche se non immediatamente capito e soprattutto non utile. Tutto è uomo. Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati, tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere, e della dignità di ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro.   C’è un mondo vecchio, fondato sullo sfruttamento della natura madre, sul disordine della natura umana, sulla certezza che di sacro non vi sia nulla. Io rispondo che tutto è divino e intoccabile: e più sacri di ogni cosa sono le sorgenti, le nubi, i boschi e i loro piccoli abitanti. E l’uomo non può trasformare questo...

Quaderno 6 / Il cane e la quattr'ossi

Oggi ho incontrato un cane magrissimo prima di inoltrarmi nel bosco, al buio. “Sei un osso?” “No, sono un intero cane.” “Dove vai?” “Oltre le cime degli alberi,  parallelo alla luna.” “Perché fa luce?” “No, perché fa scia. Di fiuto.” “Posso venire con te?” “Solo se stai zitta, quattr’ossi.”   Sono conversazioni così che ti cambiano la giornata. Arrivata qui da poco, quando poi in marzo hanno chiuso le porte della Lombardia e non potevo tornare, un uomo proprio vicino al bosco ha aspettato che lo raggiungessi e poi mi ha detto: “Lei non è di qui.” “Sì che sono di qui.” gli ho risposto. “Io non l’ho mai vista.” Allora, ho aspettato che continuasse a camminare per restare indietro per conto mio, bisbigliando: “Ci sono anche persone di là, signore. E poi non è che se lei non ha mai visto una persona, quella non può esistere lo stesso da un’altra parte.” Un’altra volta, ho salutato con la mano una vecchietta affacciata a una finestra, ma lei si è tirata indietro e ha detto: “Io non la conosco.” Allora ho preso al volo con la mano l’invisibile segno della mia voce e ho risposto: “E allora mi riprendo il saluto.”   Per fortuna però c’è il Giovanni S., un taglialegna con la...