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Un’intervista inedita / Peter Bogdanovich, un regista dell’istinto

Lo scorso 6 gennaio Peter Bogdanovich se n’è andato. Aveva quasi 83 anni: era nato il 30 luglio 1939. Prima di dirigere Voyage to the Planet of Prehistoric Women nel 1968, con lo pseudonimo di Derek Thomas, aveva lavorato per il New York Theatre, l’unico posto in città dove, nel 1960, si poteva vedere un western di John Ford. Aveva scelto una manciata di film introvabili di Howard Hawks per una delle sue retrospettive dal titolo “The forgotten film”. Del resto in quegli anni “chi era chic parlava di Antonioni e Fellini e nessuno o quasi di Hitchcock; di Hawks, nessuno sapeva niente”. Susanna, Acque del Sud, Il grande sonno… C’era la fila per l’ingresso che girava intorno all’isolato. Erano dieci anni che nessuno chiedeva Gli uomini preferiscono le bionde alla 20th Century Fox, ma alla seconda settimana di proiezioni la produzione cominciò a pretendere le percentuali.     Cinefilo fin da bambino, Bogdanovich si era avvicinato al cinema grazie a suo padre, Borislav Bogdanovich, “uno splendido gentiluomo europeo”. Il primo film che aveva visto in sala era stato Dumbo, poi erano arrivati quelli con Douglas Fairbanks Jr., Errol Flynn, Richard Widmark, Gene Kelly e Marlon...

Valori assoluti / Il sigillo di casa Gucci

L’ultimo lavoro di Ridley Scott, House of Gucci (2021), campeggia ai vertici dell’agenda mediatica sin dalle fasi iniziali del progetto, complice il cast stellare e l’imminente centenario della casa di moda italiana. Il film è una trasposizione cinematografica del volume The House of Gucci: A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed di Sara Gay Forden, risalente ai primi anni Duemila e pubblicato in italiano da Garzanti (2021). Si tratta, dunque, di una narrazione romanzata, drammatizzata, di eventi di cronaca che riguardano le sorti della famiglia Gucci a partire dall’ingresso di Patrizia Reggiani (Lady Gaga) prima nelle vesti di fidanzata, poi di moglie e, infine, di assassina di Maurizio Gucci (Adam Driver). Nessuno spoiler: la storia è ben nota al grande pubblico, così come i vari passaggi di testimone della casa di moda fiorentina, ora parte del gruppo Kering, e attualmente guidata da Alessandro Michele (direttore creativo) e Marco Bizzarri (amministratore delegato).    Tanta notorietà comporta una prima sfida nella costruzione di una narrazione filmica efficace: fare apparire veridici personaggi e situazioni. L’ampia documentazione e la relativa...

Un film dei Manetti Bros. / Diabolik. Un incubo a fumetti

Diabolik dei Manetti Bros. è un film che ha diviso, soprattutto i critici, schieratisi in clan e fazioni. Un punto su cui mi pare di poter dire siano tutti d’accordo è che, alla base di questa divisione, ci sia una serie ben precisa di scelte di direzione artistica, che per alcuni sono un elemento positivo, per altri costituiscono invece la causa del naufragio del film e un’occasione sprecata. Prima ancora che un film riuscito o meno, quindi, Diabolik è un film spiazzante, proprio perché altro rispetto a ciò che la quasi totalità dei critici e degli spettatori si attendeva. Lontano – come lo è per sua natura il mondo creato dalle sorelle Giussani nel 1962 ed edito dalla Astorina – dall’estetica accumulativa dei cinecomics dell’ultimo decennio, distante da ogni tentazione action, il film dei Manetti è deliberatamente sotto ritmo, quasi ingessato. Ironia della sorte, slittato di un anno rispetto all’uscita prevista causa Covid, Diabolik arriva in sala contemporaneamente a Spider-Man: No Way Home, ultimo prodotto del Marvel Universe, segnato invece da un approccio al fumetto che si colloca totalmente agli antipodi.   I Manetti Bros. (seduti) con Miriam Leone e Valerio...

Il cinema alchemico di Marco Martinelli / Fedeli d’Amore. Il film

Un altro Dante ancora. Marco Martinelli e Ermanna Montanari da anni scavano la Divina Commedia e il suo autore. Ci hanno regalato opere di grande fascino, realizzate coinvolgendo nei cori decine di cittadini, Inferno del 2017 e Purgatorio del 2019. Nel frattempo e in attesa del Paradiso, bloccato dalla pandemia, hanno raccontato “di traverso” il poeta, la ricchezza della sua riflessione, la luce della sua poesia, l’aura che riverbera da lui verso di noi. Lo hanno fatto in uno spettacolo concerto buio e intenso, fedeli d’Amore, sette episodi unificati dalla voce narrante di Ermanna Montanari, dalla musica di Luigi Ceccarelli, da un viaggio immaginale tra bui, controluce, apparizione di strutture metalliche, emersione di affreschi, perpetrato da Martinelli come graffi fin sotto la pelle del Dante più conosciuto (su doppiozero lo ha raccontato Anna Stefi, qui).    Ora quel testo e il suono di quello spettacolo, ossia “le voci” di Ermanna Montanari e della strumentazione musicale di Luigi Ceccarelli, diventano due delle molteplici piste di un film che allarga la visione, dall’interno dell’anima del poeta al suo intero mondo (e al nostro). Il racconto diventa sogno o...

Su Netflix il Leone d’Argento / Jane Campion, Il potere del cane

Nelle numerose versioni della Bibbia tradotte in italiano, al ventunesimo verso del Salmo 21 (o 22, secondo la numerazione ebraica) non sempre si trova il riferimento al potere del cane. “Deliver my soul from the sword, my darling from the power of the dog”, così si aprono e chiudono il romanzo di Thomas Savage del 1967 e il nuovo film di Jane Campion, che le è valso il secondo Leone d'Argento personale alla Mostra di Venezia ed è ora disponibile su Netflix; la frase che dà il titolo a entrambe le opere si trova nella traduzione inglese della Bibbia scelta dallo scrittore statunitense. Un lettore italiano che consultasse la versione della Conferenza Episcopale Italiana del 2008, invece, leggerebbe un’invocazione leggermente diversa: “Libera dalla spada la mia vita, dalle zampe del cane l'unico mio bene”.   L’inglese The Power of the Dog, tradotto letteralmente nelle versioni italiane sia del romanzo sia del film e già presente anche in alcune trasposizioni italiane della Bibbia, è più evocativo ma il senso non cambia: tutto il salmo è un'invocazione accorata rivolta a Dio per non essere lasciati soli, per ottenere protezione e salvezza. Una richiesta d'aiuto che tra l'altro...

Live long and debunk / Star trek, la pista delle stelle

Il 13 ottobre 2021 l’attore novantenne William Shatner è diventato l’uomo più anziano ad aver fluttuato nello spazio, per la precisione ad aver fluttuato sopra la linea di Kármán, confine immaginario dell’atmosfera terrestre. E se vi state domandando chi è questo signor William Shatner, si tratta, ovviamente, del capitano James T. Kirk, il comandante di quella USS Enterprise impegnata in una missione quinquennale che non ha mai finito di far sognare milioni di persone sparse in tutto il mondo. L’universo narrativo di Star Trek in effetti sta vivendo giorni di gloria e numerose sono le nuove produzioni ad esso connesse. Star Trek, la pista delle stelle, tuttavia, non è qualcosa di inedito, ma è la ristampa di un (enorme) volume pubblicato da Mondadori nel 2017 e da anni introvabile in Italia, che racchiude la novellizzazione delle prime tre, storiche serie andate in onda negli USA dal 1966 al 1969. In Italia, in verità, il programma fu trasmesso per la prima volta su Telemontecarlo nel 1979 e poi sui canali di altre reti private. Star Trek, da noi, ha quindi saltato il Sessantotto e gli anni Settanta e chi lo sa se sarebbe piaciuta allo stesso modo se fosse uscita a ridosso delle...

Sorrentino candidato agli Oscar / È stata la mano di Dio

Le zie, le sorelle di mio padre, erano quelle che più di tutte nominavano ‘o munaciello: bambino, piccolo monaco, creatura invisibile, figura magica, portento religioso, mistero della fede (o di chissà cosa) che si aggirava per casa. ‘O munaciello viene da racconti lontani, un po’ leggenda, un po’ verità. Per Matilde Serao, per esempio, era più vicino alla verità che alla leggenda, ma se pensiamo a Napoli la distanza tra leggendario e reale è sottile, così come quella tra falso e vero. Perciò ‘o munaciello esiste nelle cose di Napoli, un po’ lo vedi un po’ no, un po’ ci credi un po’ no. Ci credi quando ti conviene, magari. Nelle frasi delle zie la figura fiabesca era a volte un benefattore (soldi comparsi in un cassetto di cui nessuno ricordava la provenienza) altre era un dispettoso (cose sparite, oggetti finiti da qualche parte e mai più saltati fuori, piatti rotti senza che nessuno ammettesse di averli fatti cadere), ma comunque era una figura benevola. Forti di questo racconto una volta nascondemmo una zuppiera piena di fragole già pronte per essere servite, nessuno riuscì a trovarle per ore, e solo quando qualcuno esclamò: “Ma chi è stato? ‘O munaciello?”, le facemmo...

Parole per il futuro / Abitare

Parole-chiave: costruire-abitare-pensare, futuro, città, utopie/distopie, spazi, tecnologie, post-umano   Abiteremo la Terra nel futuro? e come, se le risorse naturali saranno state esaurite e il cambiamento climatico l’avrà resa inabitabile per noi umani? È il tema della miglior fantascienza distopica del XX secolo, da Dick a Lem, immortalata nei film-culto di Ridley Scott e di Andrej Tarkovskij, Blade Runner e Solaris. In quest’ultimo capolavoro soprattutto, il tema dell’abitare è pensato come interiorità, come stare a casa nel mondo. Per Kris, il protagonista, andare sulla stazione spaziale che sta in orbita sopra il pianeta Solaris significherà ‘ritrovare’ Hari, la moglie morta anni prima, ricreata dal pensiero di Kris e di nuovo viva – come una replica, una matrice – sotto forma di struggente ‘visitatrice’. “Non vogliamo altri mondi, vogliamo uno specchio” di noi stessi: questa frase di uno degli scienziati che abitano ormai da anni la stazione orbitante dice tutto. La nostra abitazione interiore, che siamo sulla Terra o sull’inquietante Oceano di Solaris, è fatta di ricordi, di umanità. E la protagonista Hari, prima di accettare l’annientamento che la farà scomparire...

14 agosto 1928-9 dicembre 2021 / Lina Wertmüller: tutto a posto e niente in ordine

«Ero una rompiscatole fin da piccolissima. Non stavo ferma un momento, scalciavo piangevo strillavo e, soprattutto la notte, non dormivo, un aspetto, quest’ultimo, che si è trasformato in una consuetudine per tutta la vita. Tenendo conto che io, per quasi tutti i miei ormai parecchi anni, ho dormito in media tre o al massimo quattro ore per notte, posso ritenere di aver vissuto il doppio del tempo di una persona normale», così Lina Wertmüller (al secolo Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich) descrive sé stessa nel libro di memorie Tutto a posto e niente in ordine (che prende il titolo da un suo film, non autobiografico in quel caso, del 1974).    E lei, Lina Wertmüller, ha vissuto davvero più di una vita, icona del cinema italiano del mondo – sul serio, però, non per modo di dire. Muove i primi passi in teatro, lavorano a fianco di Guido Salvini, Giorgio De Lullo e Garinei e Giovannini, conosce Enrico Job con il quale inaugura un sodalizio per la vita (professionale e privato), poi è autrice e regista per la radio e la TV, dal varietà allo sceneggiato (Canzonissima e Il giornalino di Gian Burrasca), passa poi al cinema, prima come segretaria di...

Almodóvar, Sciamma, Sorrentino / L’immagine della madre: sdoppiamenti, traumi e memorie

Tra i film più belli del 2021 ci sono tre opere molto diverse, che tuttavia sembrano dialogare intorno a come oggi si possa ripensare il cinema in quanto immagine del tempo. Si tratta di Petite Maman, di Céline Sciamma, Madres Paralelas, di Pedro Almodóvar, e È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino.  La madre è il comune nucleo simbolico e formale attorno al quale questi lavori ruotano, in due casi fin dal titolo. Ma la madre non funziona semplicemente da contenuto, evento emotivo, o ricordo, bensì come immagine costitutiva e strutturante. La presenza di una situazione materna variamente modulata (ora sviluppata come espediente fiabesco, ora come dispositivo drammatico di intreccio, ora come messa in scena del passato) opera come varco dove scavare, anzitutto in senso filmico, possibilità diverse di riconsiderazione e di rielaborazione formale del passato.  Sia Sciamma, che Almodóvar che Sorrentino hanno costruito trame originali piene di sdoppiamenti, ripetizioni e elementi trattati in maniera seriale e parallela; è come se la finzione, attraverso le simmetrie, costruisse effetti di tensione per via di immagini che a forza di riflettersi possono scoprirsi nuove e...

Tra cinema e letteratura / Dovlatov, le sigarette e l'underground sovietico

Sergej Dovlatov (1941-1990) è stato uno scrittore sovietico (almeno per appartenenza cronologica) di origine ebraico-armena, vissuto non senza difficoltà in URSS ed emigrato negli Stati Uniti nel 1978.   Lo scrittore Sergej Dovlatov. Il film a lui ispirato, Dovlatov, produzione russo-polacco-serba per la regia di Aleksej German junior (in italiano il titolo si arricchisce di una discutibile integrazione “i libri invisibili”), ha debuttato alla Berlinale del 2018 dove è stato insignito dell’orso d’argento per il miglior contributo artistico. Immediatamente dopo la prima berlinese ha fatto la sua comparsa sugli schermi russi; inizialmente la proiezione era stata prevista soltanto per quattro giorni, dall’1 al 4 marzo 2018, ma visto il successo (il film sarebbe arrivato in Russia a contare 396.413 spettatori) ne fu autorizzato il prolungamento fino all’11 dello stesso mese.   Il manifesto russo del film. Il manifesto italiano del film. La pandemia impedì la sua circolazione nei cinema italiani e solo il 4 novembre di quest’anno è approdato alla distribuzione nel nostro paese. Data non casuale, omaggio alla festa dell’unità nazionale russa eliminata dal calendario...

2001-2021 / Mulholland Drive: viaggio al termine dell’inconscio

Un uomo legato, gambe e braccia, a un letto. Del suo aguzzino si vedono solo i piedi, con eleganti scarpe scure, e le mani, tra le dita una siringa. L’uomo è un detective alla ricerca di risposte, sulle tracce di un mistero che una giovane donna si è portata nella tomba lasciando dietro di sé solo pochi fumosi indizi. L’aguzzino è un medico affiliato con una misteriosa organizzazione criminale: «Le ha chiesto di ricordare. Cosa deve ricordare? Mentre sarà addormentato, il suo subconscio ci fornirà la risposta. Sogni d’oro».  Qui “inizia” Mulholland Drive: da una scena di Un bacio e una pistola di Robert Aldrich, una delle pietre tombali, insieme a L’infernale Quinlan di Orson Welles, del noir classico. Definito un “noir apocalittico” – per la sua tematica, certo, ma anche per gli effetti esplosivi che ha avuto sull’immaginario cinematografico a venire – il film denuncia la crisi dell’identità americana nell’era del maccartismo. Lynch lo saccheggia con gusto sia per Strade perdute che per Mulholland Drive, due manifesti della crisi psichica dell’uomo all’alba della globalizzazione.       Questo millennio cinematografico si è aperto con la celebrazione delle...

Filmmaker Festival 2021 / Amos Vogel. Cento anni di sovversione

Il nome di Amos Vogel forse non è noto in Italia quanto dovrebbe, persino fra i cinefili di lungo corso. Eppure si tratta di una figura chiave: con buona approssimazione, si può dire sia stato il più grande programmatore di film del XX secolo, un autentico “santo patrono” per chiunque faccia questo mestiere. Non a caso, in occasione del centenario della nascita (18 aprile 2021), le iniziative per ricordarlo e omaggiarlo si sono moltiplicate un po’ in tutto il mondo. Oltre a New York, dov’è morto novantunenne nel 2012, che ha visto alcune delle maggiori istituzioni cittadine fare a gara nel tributargli onori (MoMa, Lincoln Center, Film Forum, Anthology Film Archive), vale la pena ricordare la Spagna, con il festival Punto de Vista che gli ha dedicato un’ampia retrospettiva, curata dall’ex direttore della Viennale Alexander Horwath e da Regina Schlagnitweit, dall’evocativo titolo “Amos in Wonderland”; e ovviamente la sua città natale, Vienna, dove nel corso dell’ultima edizione della Viennale, ben sei curatori (Nicole Brenez, Go Hirasawa, Kim Knowles, Birgit Kohler, Roger Koza e Nour Ouayda) hanno reso omaggio non tanto all’uomo, quanto all’idea che è stata sempre alla base dei suoi...

Un requiem con stile / Wes Anderson, The French Dispatch

Wes Anderson è ovunque. Spot pubblicitari (Prada, H&M), videoclip musicali (Aline, di Christophe), design (il Bar Luce della Fondazione Prada, il British Pullman Train per la catena alberghiera Belmond), persino un progetto espositivo itinerante (Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori, progettato in collaborazione con la moglie Juman Malouf e allestito presso il Kunsthistoriches Museum di Vienna e la Fondazione Prada). Piaccia o meno, l’opera multimediale del regista texano è l’esempio vivente e lampante di come si costruisca una personalità autoriale nell’era dei social media e del self-branding. Potremmo dire, alla McLuhan, che per lui lo stile è contenuto (The Substance of Style è appunto il titolo di un importante video-essay su Anderson, realizzato anni fa da Matt Zoller Seitz), la profondità superficie. È così che è riuscito a crearsi un fandom devoto e onnipresente. Fra YouTube e Instagram non si contano i riferimenti, gli omaggi, i supercut amatoriali, i reels dedicati al dietro le quinte dei film. Per non parlare poi dei sempre più numerosi epigoni o semplici imitatori, da entrambe le sponde dell’Oceano.   Giusto per fare un esempio, a partire dal profilo...

La palma d’oro a Cannes / Titane, sovversivo classico

“La critica non si lasciò [...] ingannare, quando Degas espose la propria Petite danseuse de quatorze ans alla Sesta mostra degli impressionisti. La facies della modella corrispondeva alle descrizioni che la «scienza» andava facendo del tipo cranico degenerato, caratterizzato da angolo facciale acuto, mascella sporgente, zigomi prominenti, fronte assente – lineamenti a cui erano associate, nella fantasia popolare, l’ignoranza e la bestialità delle classi pericolose. [...] Degas aveva apportato alla propria modella, Marie van Goethem, un cospicuo numero di modifiche, per meglio aderire allo schema lombrosiano del delinquente nato e fare di quella ballerinetta non un «topolino», come venivano chiamate le giovani allieve dell’Opéra, bensì un animale vizioso uscito dalle fogne unicamente per diffondere la peste tra la buona borghesia”.   E. Degas, “Petite danseuse de quatorze ans”, 1880-81. Così Jean Clair, nel saggio L’anatomia impossibile. La ballerina lombrosiana di Degas prende forma nel 1881: quattordici anni dopo viene inventato il cinema e nasce la psicoanalisi. Nel frattempo, in pittura, si manifestano corpi con nuove forme. Deformi, anticlassici, malati, contorti, da...

Sorveglianti e sorvegliati / Ariaferma: l’inferno svuotato del carcere

Le sentenze non hanno la stessa potenza delle immagini e richiedono una fiducia che potremmo coerentemente definire cieca. Le immagini della rivolta e poi delle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell'aprile del 2020, diffuse a un anno di distanza, hanno permesso a tutti di venire al corrente di avvenimenti a cui sarebbe difficile credere senza l'ausilio dei video. Per i fatti di vent'anni prima all'interno del carcere di San Sebastiano di Sassari, riportati alla mente proprio da quanto accaduto nell'istituto campano, dobbiamo limitarci alle parole delle sentenze. Ci fu sicuramente un violento pestaggio ai danni di alcuni detenuti: la vicenda giudiziaria contro i responsabili è stata lunga e ci furono alcune condanne, molte assoluzioni, una sanzione da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per aver sottoposto a un trattamento inumano una delle vittime, Valentino Saba – sanzione resa ancora più pesante da una critica esplicita alle indagini svolte dalle autorità italiane. Meno di 15 anni dopo, quel carcere ormai in condizioni fatiscenti, in pieno centro storico, era stato dismesso e oggi è utilizzabile come set cinematografico.    Ma non è...

Bond esce di scena / No Time To Die: 007 muore due volte

Il fascino di Bond sta tutto nel suo mojo, parola intraducibile che, nella esilarante parodia di Austin Powers di qualche anno fa, era reso con il gioco di parole: “mai più moscio”; traduzione non lontana dall’essenza di Bond che è il distillato del maschile, non completamente civilizzato, non politicamente corretto, per niente addomesticato. Bond è l’Ercolino sempre in piedi; non ha superpoteri, ma ha il suo “tocco speciale”, il suo “mojo”, che è l’essenza non diluita del maschile. Tra pallottole, Martini e Aston Martin, Bond riproduce il mito di Achille. È pura maschera, un’armatura fatta di hybris senza essere umano al suo interno. Come il cavaliere invisibile di Italo Calvino, Bond è una macchina votata all’esecuzione perfetta completamente definita dal suo obiettivo. Bond è reattività pura, azione senza giustificazione. È questa natura che gli permette di uscire da una tuta da sub con uno smoking perfettamente stirato, che gli consente di saltare con la moto alla cieca sopra ponti, grattacieli e persino cortei funebri siciliani trovando sempre il fazzoletto di terreno su cui rialzarsi.  Bond è il gatto di strada, che con le sue nove vite cade sempre in piedi; non è una...

Il romanzo di Albinati al cinema / La scuola cattolica: una censura superflua

La scuola cattolica è il film che Stefano Mordini ha ricavato dal romanzo di Edoardo Albinati, 1300 pagine di variazioni su unico tema: «nascere maschi è una malattia incurabile». La scuola cattolica è quella in cui i genitori della borghesia romana mandavano i figli nella speranza di metterli al riparo dalla violenza che – come recita una didascalia – nel 1975 è all’ordine del giorno. Ma, come spesso capita, fare di tutto per evitare un male è il modo migliore per finirci dentro fino al collo. In quegli anni alcuni istituti romani collezionavano criminali. Al Tiozzi, scuola privata di Monteverde, c’era la futura cellula dei NAR: i fratelli Fioravanti, Alibrandi, Anselmi, Bracci, Carminati. Il San Leone Magno, la scuola del film, era frequentato da due assassini, Izzo e Guido, e da Gianluigi Esposito, una vita a mezzo tra terrorismo nero e banda della Magliana.    All’inizio vediamo gli studenti in costume da bagno, sull’attenti attorno a una piscina dove il professore li passa in rassegna. Quando si mettono a fare flessioni, l’angolo di ripresa basso mostra un groviglio di gambe, schiene e nuche. Nell’ultima scena tre di quei ragazzi se ne stanno svestiti e abbandonati...

Una conversazione con Toni Servillo / Da Eduardo a Eduardo: Qui rido io

Camerino-palcoscenico-casa (case)-città: Napoli. Teatro: Eduardo Scarpetta, padre legittimo di Vincenzo, Maria (e Domenico), “zio” (padre naturale) di Titina, Eduardo, Peppino De Filippo (e di altri figli). Camerino del teatro. L’acclamato attore Scarpetta al trucco, mangiando la pizza: – Com’è la sala? – Piena. Sottofondo musicale, all’inizio e alla fine di Qui rido io di Mario Martone, con Toni Servillo e con una pirotecnica compagnia di meravigliosi attori, per lo più napoletani: “Famme chello che vuo’ / Indifferentemente / Tanto ‘o ssaccio che só’ / Pe’ te nun só’ cchiù niente / E damme stu veleno / Nun aspettá dimane / Ca, indifferentemente / Si tu mm’accide nun te dico niente”.   Il film presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia è un capolavoro: ritrae un momento del teatro partenopeo a cavallo tra ottocento e novecento, una città, un attore e la sua dinastia, raccontando come lo spettacolo popolare abbia generato quel genio della profondità e del divertimento che è stato Eduardo De Filippo. Un teatro popolare d’arte, verista, drammatico, “vero”, contrappongono gli intellettuali Bracco, Bovio, Di Giacomo, Murolo e altri al teatro comico di Scarpetta, fatto di...

La versione di Villeneuve / La metafisica di Dune

Dune è Dune. Qualsiasi altra caratterizzazione sarebbe riduttiva. Dune sta all’immaginario collettivo come Cézanne sta all’arte contemporanea: colui che aveva reso possibile tutto quello che venne dopo (© Picasso). In modo analogo, dal 1965, quando è nato dalla penna di Frank Herbert, Dune non ha mai smesso di generare (o influenzare) una progenie sconfinata di opere. Se non ci fosse stato, non ci sarebbero stati Star Wars, Mad Max, Blade Runner, Alien, Terminator e Matrix. Eppure Dune, finora, è stato una promessa mancata.   Finalmente, dopo una gestazione lunghissima, il mondo cinematografico si è cimentato, sotto la direzione di Denis Villeneuve (Arrival, BladeRunner 2049), nell’impresa quasi impossibile di tradurre su pellicola le visioni di Herbert. La gestazione non è stata facile, sia per la complessità della trama sia a causa di due precedenti cinematografici non del tutto positivi (eufemismo): il tentativo di Alejandro Jodorowsky (1974) e la versione cinematografica di David Lynch (1984).   L’impresa di Jodorowsky, mai portata a termine, ha preso negli anni il colore della leggenda e, se fosse andata in porto, avrebbe unito Pink Floyd, Salvador Dalì, Mike Jagger...

Metamorfosi di un mito / Supereroi, antieroi, eroi dark

L’inflazione dei supereroi sta segnando il cinema degli ultimi decenni, con la produzione continua di enormi blockbuster. Ma anche con la conquista di spazi sempre più rilevanti dell’universo seriale: non si contano gli show a tema supereroico, con infinite varianti di genere.  Ed è proprio grazie alla complex tv del nostro tempo che assistiamo a una progressiva “maturazione” di universi narrativi frequentemente e anche giustamente criticati come infantili (e infantilizzanti). Il supereroe classico, così, si ammanta dei tratti dell’antieroe; e a volte persino di quelli del villain, il cattivo. Pensiamo a show complessi e fascinosi come Watchmen, Legion, The Boys, The Umbrella Academy, Jupiter’s Legacy, e ai recenti casi del 2021: WandaVision e Loki, serie prodotte con grande successo da Marvel espressamente per il piccolo schermo.  La domanda che pongo è quindi questa: si sta affermando un nuovo tipo di supereroe, un supereroe realmente dark? Qualcosa di diverso dalle cupezze un po’ sofisticate del Cavaliere Oscuro: un supereroe se non cattivo almeno patologico – e in più sdoganato popolarmente dalla tv.     L’ultimo ventennio è stato letteralmente dominato...

1933-2021 / Jean-Paul Belmondo: quello sguardo in macchina

Dopo la scomparsa di Anna Karina nel dicembre 2019, con Jean-Paul Belmondo se ne va un’altra parte della Nouvelle Vague. Certo, per fortuna ci rimane Jean-Pierre Léaud, che insieme a loro – e a Jean-Claude Brialy, morto ormai da alcuni anni e oggi un po’ dimenticato – è stato uno degli interpreti-simbolo della Nouvelle Vague.  Belmondo ha lavorato con François Truffaut nel capolavoro La Sirène du Mississippi (La mia droga si chiama Julie, 1969) e con Claude Chabrol in uno dei suoi film meno belli, Docteur Popaul (Trappola per un lupo, 1972). Ma il sodalizio più importante è stato quello con Jean-Luc Godard: senza Godard, Belmondo non sarebbe diventato quel che è diventato. Dopo averlo diretto nel corto Charlotte et son Jules (dove è lo stesso regista a prestargli la voce, al doppiaggio), nel 1960 Godard lo sceglie come protagonista del suo primo lungometraggio, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro).    Una scena di questo film mi colpisce ancora oggi. A tre minuti dall’inizio, Belmondo, nel ruolo di Michel Poiccard, è al volante di un’auto rubata e sta fuggendo da Marsiglia verso Parigi. L’inquadratura è complessa, senza stacchi, quasi un piano sequenza. Raoul...

78ma Mostra d’Arte Cinematografica / Venezia: madri, colpe, espiazioni

C’è un nuovo “mostro” nella Laguna, e non è la creatura anfibia del capolavoro di Jack Arnold, bensì il sistema di prenotazione del posto in sala che è stato inflitto agli accreditati della 78ma edizione della Mostra del cinema di Venezia dai protocolli anti-Covid. Non è una novità di quest’anno, risale alla scorsa edizione, ma l’aumento degli accreditati e dell’hype per i film nella selezione ha creato una situazione di inedita scomodità. Non è più possibile, quindi, fare programmi dell’ultimo minuto, cambiare sala in corsa e scorrazzare liberamente da un film all’altro, ma tutto va prenotato in anticipo, spesso mentre si è in sala a vedere altro, con tanto di spiazzante cambio delle regole in corsa: 72 ore di anticipo sulla proiezione scelta per i primi tre giorni, poi 74. Per il momento è il grande scotto da pagare, quasi una forma di espiazione da attraversare per poter seguire questa edizione davvero eccellente del festival di cinema più antico d’Europa, che sta regalando, almeno per la prima settimana, un concorso di livello altissimo.  È sempre interessante cercare di leggere il festival come un macrotesto e di coglierne temi, spunti e tendenze ricorrenti. Difficile...

Complex TV / Loki eroico imbroglione

Nel 2011 Jason Mittell (professore di American Studies and Film and Media Culture al Middlebury College, Vermont, Usa) comincia a scrivere una serie di articoli accademici che per la prima volta cercano di comprendere la narrazione seriale televisiva da un punto di vista critico: Mittell ha poi raccolto gli articoli nel librone che Minimum Fax ha tradotto nel 2017: Complex Tv. Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv; l’autore scriveva nell’Introduzione: «Uno dei motivi per cui le caratteristiche formali delle serie tv sono sempre state ignorate è la convinzione che lo storytelling televisivo sia semplicistico.   I television studies si concentrano di solito sull’importanza dei generi narrativi, delle situazioni ripetitive, delle spiegazioni ridondanti e dei vincoli strutturali dettati dalle interruzioni pubblicitarie e da una rigida programmazione. Benché molti programmi di oggi seguano effettivamente questi parametri (anche se con maggior flessibilità rispetto a quella ammessa da certi critici), le innovazioni degli ultimi due decenni hanno portato alla diffusione di un modello di complessità narrativa che è specifico del mezzo televisivo e che deve essere...