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razzismo

(61 risultati)

Ottant'anni / Bossi: la solitudine del vitellone

Nel 1991 Umberto Bossi è stato eletto da quattro anni senatore della Repubblica quando oltre Manica, forse memori dell’indipendentismo irlandese, s’accorgono di questo cinquantenne che si è già fatto notare per i suoi modi inusuali e per le sue espressioni verbali accese in comizi vari. Così un giornale inglese chiede al fotografo della Magnum Ferdinando Scianna di realizzare un servizio sul Senatùr di Varese. Scianna va nella città lombarda per incontrarlo nella sede del movimento autonomista. È nato a Bagheria e da anni vive in Lombardia, a Milano. Niente di più lontano dalla sua cultura di questo esagitato politico dai toni irriguardosi e provocatori: “Roma ladrona”, “Forza Etna” scrivono i militanti leghisti sui viadotti e sui piloni delle autostrade e superstrade. Allora la Lega, che poi cambierà più volte nome, ma non pelle, non è ancora ricca come diventerà in seguito e si fa pubblicità con pennelli intinti di vernice bianca e manifesti dalla grafica inconsueta, che ricorda quella degli anni Quaranta e Cinquanta della Democrazia Cristiana anticomunista. Bossi si dichiara all’epoca un antifascista; non è ancora nata l’alleanza governativa con gli ex-fascisti del Movimento...

The Underground Railroad / Sui binari della libertà

Non sappiamo precisamente quando cominciò. Non sappiamo bene quando e dove finirà. Lo schiavismo è la forma storica dell’ideologia razzista. Il setting della crudeltà pineale dell’uomo: istintiva, arcaica. Da quando esiste una clava che spacca una testa esiste il primo sottomesso, il primo uomo privato della sua libertà e della sua dignità, condannato al dolore fisico e morale, alla disperazione e alla rassegnazione, alla rabbia e alla fuga, alla caccia e al definitivo tormento, al morire come alternativa all’impazzire. Il 25 giugno 2021 un giudice ha condannato l'ex agente di polizia di Minneapolis USA, Derek Chauvin, bianco, a 22 anni e mezzo di carcere per l'omicidio di George Floyd durante un arresto il 20 aprile 2020: omicidio involontario di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado nella morte di Floyd, afroamericano. «È la sentenza più pesante mai inflitta a un ex agente di polizia per l'uso illegale della forza negli Stati Uniti» ha detto ai giornalisti il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison. Da quell’omicidio, lento e intenzionale, ripreso dallo smartphone di un passante, si scatenò il potente movimento di protesta mondiale...

Usa e Regno Unito / Razzismo e five eyes

Lord Frost, il commissario inglese per gli affari europei, ha detto di essere sorpreso dall’ostilità europea nell’implementare il protocollo irlandese che fa parte dell’accordo Brexit. Schierato con i remainers, è stato incaricato dal primo ministro di tentare di mantenere una buona relazione con l’Europa. Frost non è Nigel Farage, che all’inno alla gioia di Beethoven si alzò in piedi e voltò le spalle al parlamento.  Ma per quanto numerose siano le ragioni che si mescolano nel Brexit, un segno lo ha certamente lasciato Farage. Per cercare di capire di quale segno si tratti e che problemi abbia oggi la Gran Bretagna, bisogna riflettere su quanto è complicato questo momento per loro.    Per semplificare possiamo distinguere due orizzonti: una nostalgia imperiale, sentita soprattutto dalla popolazione anziana che abita nelle campagne, nutrita da sempre con storie sentimentali su Churchill, la seconda guerra mondiale, Downtown Abbey, the Crown e via dicendo. L’altro orizzonte è l’attrazione della anglosphere e di un sistema di dominio del pianeta incardinato su five-eyes. Five eyes è iniziato nella seconda guerra mondiale con la condivisione di intelligence militare...

Decolonizzazione e studi classici / Was Athena black?

Nel mese di marzo del 2019 una cinquantina di studenti impedì al pubblico di accedere all’anfiteatro della Sorbona in cui avrebbe dovuto svolgersi una rappresentazione delle Supplici di Eschilo. I manifestanti della “Ligue de défense noire africaine” e di altre associazioni di studenti di colore protestavano contro la pratica razzista del blackface a cui era ricorso il regista, il grecista Philippe Brunet, dipingendo di nero il volto delle attrici bianche che impersonavano il coro delle Danaidi. Vi è una certa ironia nel fatto che la protesta degli studenti di Parigi fosse rivolta proprio contro la rappresentazione delle Supplici. La tragedia di Eschilo gioca infatti un ruolo chiave nel libro di Martin Bernal, Black Athena, che è un tentativo di provare le origini afroasiatiche della civiltà greca e di contestare il modello “ariano” che presuppone un’origine esclusivamente indoeuropea dei Greci. Il mito delle figlie di Danao, descritte da Eschilo come “nere”, che fuggono dall’Egitto per sottrarsi al matrimonio con i loro cugini e trovano rifugio ad Argo, conterrebbe secondo Bernal un ricordo della colonizzazione egizia della Grecia continentale avvenuta nel II millennio prima dell...

I limiti dell'immaginazione / E se Anna Bolena fosse nera?

Durante la discussione della mia tesi di laurea, il presidente della commissione interruppe con un sorriso compiacente la mia disquisizione sull'influenza delle sorelle Brontë negli scritti femministi di Virginia Woolf, per dirmi che no, mi scusi, ma Heathcliff non è certo nero.    Io rimasi interdetta. Ero molto nervosa, e mi tremavano le mani. Avrei voluto dire: che importa? Il colore della pelle di Heathcliff cambiava forse il senso del mio discorso? Ma soprattutto: perché no? Il romanzo è ambientato nella brughiera dello Yorkshire, non troppo lontano da Liverpool, che nel 1801 era il centro della tratta degli schiavi da e per le colonie. Heathcliff è un trovatello e viene più volte descritto nel romanzo come "dark-skinned".    Dopo lunghi secondi di imbarazzo, risposi spiazzata: "Io l’ho sempre immaginato nero". Un’affermazione che ritenevo incontrastabile, considerato che la mia immaginazione è di mia competenza. Ma lui insistette, con un sorriso affilato: "Non poteva essere nero". Io allora incespicai, cercai di andare avanti col discorso, ma mi sentivo a disagio – non avevo mai pensato, prima, che ci fosse un modo giusto e uno sbagliato di immaginare....

“Yekatit 12” / I massacri del 1937: Addis Abeba e Debre Libanos

È da tempo che ci si pone il problema di ripensare il “calendario civile” italiano ricordando anche i crimini del colonialismo del giovane Regno d'Italia e le successive atrocità delle “avventure” imperiali fasciste del ventennio, deliberatamente rimosse nelle narrazioni mainstream e nelle immagini semplificate della memoria pubblica, come è avvenuto nel caso delle recenti “scuse” della famiglia Savoia per le leggi razziste antiebraiche del 1938 che ignorano completamente la questione coloniale, riproponendo persino nei toni e nel lessico ulteriori problemi concernenti l’“italianità”. Facciamo nostro il recente appello del collettivo Wu Ming, perché il 19 febbraio diventi una data significativa della memoria pubblica italiana. Per fare i conti con una delle pagine più terribili della storia nazionale.    1937. “Yekatit 12”, il dodicesimo giorno del mese di Yekatit, corrisponde al 19 febbraio. Il Viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani subisce un attentato. Due partigiani eritrei lanciano otto bombe a mano sulle autorità italiane: i morti sono sette e i feriti una cinquantina, tra cui lo stesso Graziani che però ne esce vivo. I soldati italiani sparano indiscriminatamente sulla...

Donatella Di Cesare / La rivolta è ovunque

È stato nel maggio scorso, anche se da allora sembra che sia passata un’eternità. Dentro il paesaggio di città svuotate dall’emergenza, in quell’esperienza che allora si chiamava ancora “quarantena”, parola presto sostituita dal termine vagamente carcerario di lockdown, diventato imperante, irrompeva tutt’altra immagine: quella di un uomo inchiodato sull’asfalto dal ginocchio di un poliziotto che stava procedendo al suo arresto. A quell’immagine muta si è subito aggiunta una voce, la voce dell’uomo steso a terra, che domandava di poter respirare. L’uomo era nero, l’agente di polizia bianco, il luogo Minneapolis. Da lì a poco I can’t breathe sarebbe diventato il grido di protesta non solo della comunità afro-americana, soggetta a un costante razzismo da parte delle forze dell’ordine, ma di tutti coloro che hanno preso parte alle manifestazioni in strada del movimento Black Lives Matter e alla successiva rivolta urbana che si è poi diffusa nelle maggiori città degli USA.   La posta in gioco della rivolta riguardava là qualcosa di invisibile ma essenziale, come l’aria stessa. Qui è il punto in cui la sua urgenza politica si salda con il concetto di vita e I can’t breathe...

Diario americano / America: salviamoci la pelle

Se Biden è il Mosè d’America, come qualcuno si è affrettato a proclamare dopo le elezioni, prima di inoltrarsi nel deserto dovrà tornare sui suoi passi. E tentare il miracolo di ripescare dal Mar Rosso quei settanta milioni di americani che ancora annaspano nella sconfitta perché senza di loro non andiamo da nessuna parte. Anzi, finiamo tutti insieme a schiantarci contro il muro – rossi e blu, destra e sinistra, complottisti e progressisti.  Mentre gli opinionisti compilano meticolosi elenchi di ciò che abbiamo perduto nell’era Trump – l’innocenza, l’altruismo, il senso morale, il sogno americano, l’orgoglio, la cultura e mi fermo qui – il treno della pandemia viaggia ormai a un’andatura folle. I segnali sono inequivocabili: sarà un inverno da incubo. L’unica luce fioca che s’intravede in lontananza è il vaccino. E non è detto sia il libera tutti. Il furore elettorale sembra avere incrinato una delle poche certezze di questo Paese – la fiducia nei medici e nella ricerca medica. Un anno fa una ricerca del Pew Research Center mostrava che, a prescindere dall’orientamento politico, 74 americani su cento avevano un’opinione positiva dei medici e 68 su cento degli scienziati. Un...

Make America Great Again / Ivanka e l’Abc

Qualche giorno fa mi ha scritto Ivanka. “Stiamo combattendo per il futuro del nostro Paese. Dipende tutto dal tuo voto”. Prima di lei si erano fatti vivi Lara e Don Jr incoraggiandomi a votare per posta – benché da mesi il Padre Presidente ripeta che è fonte inesauribile di brogli. Per il resto, da mesi a scrivermi è una certa Sarah. Mi chiede se sono pronta a votare per “Make America Great Again”, quanto sono preoccupata per le “sommosse” di Portland e incalza senza pietà: vota, vota, vota. Sei già andata a votare? Quando voterai? È tutta colpa mia. Qualche anno fa, quando qui in Louisiana si eleggeva il governatore, mi sono registrata a un rally di Trump. Volevo vederlo in azione dal vivo. Ho dato forfait causa influenza e ancora mi mangio le mani, intanto il mio numero è finito nelle liste dei supposti simpatizzanti. Potrei svanire con un clic, ma non lo faccio.  Nell’isolamento forzato di questa pandemia, ogni messaggio di Sarah e della Dinastia, come ormai la chiama il Presidente, è uno strattone che mi riporta alla realtà. Mi ricorda che c’è una ragione (anzi sono parecchie) se appena esco di casa vado a sbattere contro un cartello Trump 2020, se la gente rifiuta le...

La petite dernière / Fatima Daas, banlieusarde queer e musulmana

Je m’appelle Fatima.   Je m’appelle Fatima.   Je m’appelle Fatima   Sono battiti di un metronomo, refrains di un monologo che si srotola sincopato lungo più di cento pagine, che attraversa Parigi sulla RER, tra il quartiere latino e la banlieue di Clichy-sous-Bois, che si infila nei locali queer del decimo, nell’ufficio dell’imam della moschea nel quinto e nella cucina di casa, regno della madre. Fatima Daas, il corpo che dà voce al monologo di La petite dernière, è una giovane francese di famiglia algerina, banlieusarde, asmatica, mascolina, lesbica, poliamorosa, musulmana. La lista degli aggettivi che definiscono la sua identità è così lunga da risultare superflua. Sono aggettivi che servono unicamente a posizionarla in una griglia sociale, coordinate che delineano un ingombro spaziale piuttosto che la sua materia. In sostanza, aggettivi inutili perché come dimostra La petite dernière ognuno di questi può essere usato per descrivere un’infinità di variazioni possibili che includono, all’estremo, anche la loro stessa negazione.  Ma facciamo un piccolo passo indietro.   Settembre è tempo, in Francia, di rentrée littéraire, ogni anno piccoli e grandi...

Diario Americano / America, conflitti insanabili

So che molte delle mie storie americane cominciano con “Tempo fa avevo uno studente che…”. Vent’anni fa, quando abitavo a New York, non conoscevo solo studenti, ma ora più meno è così. Non appartengo a chiese o a circoli del tiro a segno, e insegno in un dipartimento di lingue straniere dove la maggior parte dei miei colleghi sono come me, venuti da altrove. I miei studenti sono la mia principale finestra sull’America. In questi giorni in cui Donald Trump appare contemporaneamente fragilissimo e indistruttibile (perché sta montando una marea contro di lui, e perché pare uscito dal Covid come il Nerone di Petrolini, “più bello e più superbo che pria”) uno in particolare mi viene in mente spesso. Qualche anno fa stavo insegnando un corso sulle idee della modernità e avevo uno studente afroamericano di piccola statura, magro, che entrava in classe sempre con la stessa felpa grigia col cappuccio alzato sulla testa – lo hood che anche visto da lontano mette terrore all’America bianca. Non parlava mai, si sedeva appoggiato al muro, discosto dagli altri, sembrava volesse sparire. Io cercavo di parlare per tutti, anche per quelli che mi chiedevano se la Rivoluzione Francese fosse venuta...

Gli Usa verso le elezioni / L’uragano Laura e Trump

La sera dopo l’uragano l’aria profuma di foglie, erba, acqua. Al tramonto, quando il vento si quieta, esco di casa. Un sole beffardo illumina un disastro di case sfondate, alberi in briciole, macchine accartocciate. Mi faccio strada fra i vetri e i detriti. Una ragazza piange accanto al rottame di una Honda nera. Un uomo mi saluta dal portico di una casa senza più tetto. Gli sorrido ma ho un groppo in gola.  Non ho mai visto niente del genere, il nord della Louisiana non è zona di uragani. Eppure Laura ce l’ha fatta. Dopo aver massacrato la costa, ha risalito di furia lo stato, il confinante Texas e all’alba ci è piombata addosso. È stata una giornata di buio e venti furibondi, pioggia e schianti assordanti. L’uragano più potente a toccare terra dal 1856. Quand’è arrivata quassù, si era mutata in tempesta tropicale. È stata la nostra fortuna, poteva andare peggio.  Ci sono paesi bastonati da Dio e da tempo la Louisiana è fra i suoi bersagli favoriti. Negli anni ci ha dato l’uragano Katrina, lo sversamento di petrolio nel Golfo, raffiche di tempeste tropicali, un’epidemia di Covid 19 fra le più aggressive e mortifere. Ho smesso di sorridere quando davanti all’emergenza il...

Al di sopra della legge / Poliziotti violenti

Quando, nel finale de Gli intoccabili, Eliot Ness, l’eroe, scaraventa l’azzimato e odioso gangster giù dal tetto del tribunale, alzi la mano chi non ha intimamente goduto. È impossibile - emotivamente, istintivamente, visceralmente - condannarlo per quel gesto. E il magnifico film di Brian De Palma, scritto da David Mamet, uno dei capisaldi del periodo (The Untouchables, 1987) non fa niente per problematizzare l’accaduto, anzi. Il gangster è mostrato come particolarmente crudele ed esecrabile: ha pure assassinato l’amatissimo vecchio poliziotto impersonato da Sean Connery. A interpretare Eliot Ness, il coraggioso agente federale che ha giurato di fermare Al Capone, è Kevin Costner, con il suo volto da eroe tutto d’un pezzo: non batte ciglio dopo aver deliberatamente, non accidentalmente, punito il criminale così, extra legem. E noi con lui.     Gli intoccabili, 1987. In queste settimane, l’America e il resto del mondo si sono svegliati di fronte a immagini profondamente disturbanti. L’uccisione di George Floyd ha riacceso i riflettori sul gigantesco problema della brutalità - razzialmente orientata - endemica alle forze dell’ordine statunitensi. Ma, al di là dell...

Fuggono e se la svignano / Distruggere le statue: una storia antica

Ci sono state fasi del passato in cui si è infierito deliberatamente su affreschi e dipinti: l'Iconoclastia nell’impero bizantino (tra VIII e IX sec.) ed episodi più circoscritti (ad esempio nella Firenze di fine '400, al tempo della predicazione di Girolamo Savonarola). Ma la distruzione delle statue punteggia ancora più fittamente tutta la storia, nel nostro Occidente, e non solo. Vengono in mente filmati recentissimi: le bombe dei Talebani che sbriciolano i Buddha della valle di Bamiyan nel 2001, i martellatori dell’ISIS che frantumano statue nel museo di Mosul in Iraq nel 2015. Rischiamo di vedere solo la superficie di queste scene di distruzione, quasi non ci fosse altro che lo scatenarsi di una violenza insensata. In una situazione rovesciata, nelle vicende seguite all’uccisione di George Floyd – la statua di Edward Colston a Bristol – rischiamo di vedere solo le buone motivazioni (la condanna dello schiavismo e del razzismo). In realtà, questa ricorrente brutalità verso le statue (è violenza anche quella di Bristol o degli USA) è una reazione paradossale alla speciale attrazione che esse continuano ad esercitare su di noi.    Prendiamo alcuni episodi avvenuti nei...

L’aria delle città e il razzismo

Nel 2004, in un discorso per la Lewis Mumford Lecture, Jane Jacobs individuò nella «mentalità della piantagione» il male che la società americana non si è ancora lasciato alle spalle. La Plantation Age è stata lunga e duratura, affermava, e ha prodotto la schiavitù fisica e mentale che dal mondo rurale si è trasferita nella grande industria taylorista, in cui i lavoratori potevano essere usati come ingranaggi di una macchina o come peons on a plantation. L’eredità più pesante della Plantation Age è ovviamente la situazione dei discendenti degli schiavi, prima «tenuti in soggezione attraverso la repressione operata nel mondo rurale» – scriveva Jacobs in The Economy of Cities (1969 – L’economia delle città) – e poi «assoggettati economicamente con la discriminazione attuata nelle città». Il posto degli afro-americani è stato, e per molti versi è ancora, il ghetto, lo slum in cui essi vivono «sotto il dominio assoluto dei bianchi» che possiedono le loro abitazioni degradate.    Jacobs aveva già trattato il tema della discriminazione razziale in The Death and Life of Great American Cities (Vita e morte delle grandi città americane), pubblicato tre anni prima del Civil Right...

Minneapolis, giugno 2020 / La passione del razzismo

Abbiamo a lungo pensato che l’idea di un tempo ciclico fosse cosa da “primitivi”, da selvaggi, a cui contrapporre il nostro tempo lineare, una linea retta, che corre in avanti verso un futuro sempre più radioso. Invece no, tristemente sembra che cose già viste e che speravamo dimenticate, ritornino ad affacciarsi. Così la Minneapolis del giugno 2020, sembra la Selma del 1965, ancora violenze della polizia su individui dalla pelle scura, ancora discriminazioni. Possibile che nulla sia cambiato? Sì, è possibile. «È accaduto, potrebbe accadere ancora» aveva scritto Primo Levi e infatti accade. E non si tratta solo di un episodio, del gesto folle di un poliziotto criminale, ma di uno stillicidio di violenze contro gli afroamericani, che si perpetuano da sempre. Una segregazione che la legge non ha cancellato, che passa attraverso gli sguardi, il rifiuto di un lavoro, di un alloggio, nella diffidenza delle forze dell’ordine. «Gran brutta malattia il razzismo. Più che altro strana: colpisce i bianchi, ma fa fuori i neri» ha detto Albert Einstein. Una malattia che ha radici profonde e antiche, capace di mutare continuamente, di assumere volti diversi e diverse declinazioni, ma sempre...

Un gesto antico / Inginocchiarsi

Il ginocchio che premeva sul collo di George Floyd non era solo quello di Derek Chauvin e dei razzisti di tutto il mondo: era anche il ginocchio degli antenati. È così che da sempre gli uomini impongono la propria forza sugli animali, schiacciandone il corpo per impedirne i movimenti. In questo modo Mithra, un dio orientale venerato in tutto il mondo romano durante l’età imperiale, sgozza il toro puntandogli il ginocchio sul dorso.        Si è fatto così, per secoli, in uno dei più importanti riti contadini, l’uccisione del maiale. Il gesto è ben testimoniato nel Trecento da un Tacuinum sanitatis (una sorta di manuale di medicina); indifferente alla successione temporale, il miniatore descrive due uomini che macellano il suino, mentre il norcino con un grembiule bianco lo sta ancora uccidendo; una donna si china in avanti per raccogliere il sangue (la tazza e il recipiente servono in cucina per preparare i sanguinacci).   In una scena di Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976) il rito che abbiamo visto nel manoscritto medioevale si ripete quasi identico; questa volta tre inservienti prendono per le zampe il maiale, poi interviene Olmo (Gérard Depardieu)...

Black Lives Matter / George Floyd. L’America brucia

Da giorni l’America brucia e nessuno può fingere di non vedere. La rabbia che scuote il paese dopo l’uccisione di George Floyd esplode sotto i nostri occhi con la potenza di una verità troppo a lungo taciuta. È stato un video ad accendere quest’incendio. Ed è un fiume gonfio di immagini a raccontarne gli intrecci, incontri, scontri. Basta un telefono oggi a illuminare la faccia della Storia – pochi frame a interrogare le coscienze.  In quest’immenso racconto collettivo ogni volto, voce, gesto è necessario. La bimba di tre anni che in Indiana piange per i gas lacrimogeni. La polizia che a New York carica i manifestanti e gli agenti che da Portland a Oklahoma City simpatizzano con la protesta. I grandi magazzini Macy’s presi d’assalto e i manifestanti che altrove riparano i danni. I giornalisti presi di mira. La protesta sgomberata con la forza a Washington per l’ennesima photo opportunity di Trump.  Un giorno, quando svolgeremo il filo di questo mare d’immagini, forse capiremo. Forse il quadro, oggi così mosso, si farà nitido. E ancora torneremo lì dove tutto è cominciato. A Derek Chauvin, il poliziotto bianco che per otto minuti e 46 secondi, il volto svuotato di ogni...

Nel cerchio del dolore / Igiaba Scego, La linea del colore

Non è facile rubricare il nuovo libro della scrittrice Igiaba Scego come oggetto narrativo, così come appare insensato definire in modo netto il tratto creolo e meticcio di incrocio culturale che caratterizza la biografia culturale dell'autrice, italiana afrodiscendente con tratti somali, romani, ma anche veneziani e appartenenze di molti altri posti ancora. In La linea del colore si incrociano le traiettorie dei suoi lavori precedenti: la biografia politica e paradigmatica di La mia casa è dove sono, la fiction storica di Adua, il reportage urbano di Roma negata (con le foto di Rino Bianchi), lo scavo nel rimosso coloniale nella memoria pubblica e nel tessuto artistico e culturale.  Nella produzione di Scego trovano inoltre posto l'amore per la cultura musicale e la letteratura per l'infanzia (sua la rubrica di recensioni per «Internazionale»), la promozione di una diversa nozione di appartenza e la riflessione sulla rappresentazioni della diversità – ha curato l’antologia di racconti di scrittrici afroitaliane Future – a delineare un atelier di espressività ad alto tasso di impegno pedagogico e sensibilità sociale.     Gemma originale della scrittura post-...

Protezione / La nostalgia dello stato

Quando a scuola si studiano le epoche passate, impariamo ad articolare certi snodi nella storia dell’umanità attraverso le guerre, le pesti, le rivoluzioni. Sono i capitoli dei manuali; dove siete arrivati? Alla rivoluzione francese oppure alla seconda guerra mondiale. Tendiamo ad ancorare lì i mutamenti.  Anche per questo strano allenamento, perché ovviamente c’è vita e società anche dove e quando non c’è guerra o peste, cioè per la maggior parte del tempo, ci si aspettano dei significati importanti dalla pandemia del virus corona che in questi mesi attraversa il mondo. Immaginiamo che si possa dire prima e dopo, riallineare qualcosa che appare sfuocato da molto tempo. Ma cosa? E soprattutto: cosa stiamo chiedendo davvero? Perché vorremmo che le morti, la clausura di questi mesi, avessero un significato? Certamente la violenza verbale, razzista e in generale intimidatoria, delle destre, e la resistenza delle sinistre nel mondo, da diversi anni in Europa purtroppo spesso mite e confusa, tendono da una parte e dall’altra a sfumare in una dabbenaggine pre-elettorale. La comunicazione politica, assordante nella sua afasia, pare girare intorno a qualche punto percentuale che va...

Presuntuosi e impreparati / Allarmi inascoltati

Nella conferenza scientifica “Ambiente e virus a mutazione genetica” che si tenne a Long Island a metà degli anni ‘80, Edwin Kilbourne – uno dei più importanti virologi americani, morto nel 2011 – propose un contributo inusuale. Kilbourne immaginava la possibilità che un nuovo pericolosissimo virus emergesse nel mondo, un virus più contagioso, letale e difficile da controllare di tutti i virus allora conosciuti. Kilbourne lo chiamò MMMV (Maximally Malignant Mutant Virus) e ne descrisse le immaginarie caratteristiche. MMMV aveva la stabilità nell’ambiente dei poliovirus, l’alto tasso di mutazione dei virus dell’influenza, la capacità di spillover del virus della rabbia e la lunga potenzialità di latenza dell’herpes virus. Ancora, si sarebbe trasmesso attraverso l’aria e replicato nelle basse vie del tratto respiratorio, come l’influenza, e avrebbe potuto inserire i propri geni direttamente nel nucleo delle cellule ospiti, come l’HIV.    Ora, SARS-COV-2 non è naturalmente il mostruoso virus immaginato da Kilbourne quarant’anni fa, ma diciamo che ci si avvicina: viaggia nell’aria con le goccioline di salive (droplet), rimane attivo a lungo sulle superfici e si moltiplica...

“Una malattia delle nostre idee” / Marco Aime, Classificare, separare, escludere

In un dibattito pubblico-mediatico ossessionato dal sensazionalismo e dall'emotività più irragionevole e infestato da sensibilità populiste, sovraniste, conservatrici, neo e post-fasciste, una questione sociale biologica e sanitaria come il rischio di diffusione di coronavirus Covid-19 si è fin da subito avvinghiato, in modo irrazionale e isterico, al tema della “razza” o dell'etnia. A partire dalla (probabile ma non certa) incubazione “cinese” la vicenda si è colorata di immagini razziste stereotipiche di promiscuità con il mondo animale e con la massa umana, di scarsa igiene e bassa qualità della vita, per poi assumere altre diramazioni che in ogni caso hanno a che fare con il tema del panico da contaminazione e con la metafora della purezza. Peraltro – sia inteso come un'aggravante – avallata da rappresentanti istituzionali, esponenti di partiti di estrema destra: inqualificabili l'uscita televisiva del governatore leghista del Veneto e la sua eco che lasciano esterrefatti per il tasso congiunto di ottusità e razzismo in un solo discorso – "tutti abbiamo visto i cinesi mangiarsi topi vivi" – ; la cosa ha suscitato giuste reazioni di sdegno e irritazione e conferma ulteriormente...

Differenze e identità / Lo Straniero e l’ospite

L’incipit dei Miserabili di Victor Hugo racconta l’incontro tra un miserabile avanzo di galera di nome Jean Valjean e Monsignor Myriel. Dopo l’uscita dal campo di lavori forzati, Jean Valjean, ripudiato da tutti per via del suo passaporto giallo, indice di infamia, trova rifugio presso l’abitazione di Myriel. La mattina fugge, rubando l’argenteria. Catturato dalle guardie, viene riportato presso Myriel. Il sacerdote, suo ospite tradito, risponde che l’argenteria non è refurtiva, ma dono e, al dono, aggiunge i candelieri. Il salto iperbolico è salto che dice di un’idiozia, ma quale idiozia? Non, seguendo la diagnosi, il “grave ritardo mentale”, né idiozia è qui da intendersi come insulto che usiamo per squalificare l’altrui persona. L’idiozia è quella della cecità della fiducia.   Michel Agier, nella prima parte del suo bel saggio Lo straniero che viene: ripensare l’ospitalità, uscito di recente per Cortina, discute da una prospettiva antropologica e con ammirevole competenza, il programma filosofico di Jacques Derrida sull’ospitalità. I testi di Derrida, in buona parte anch’essi comparsi presso Raffaello Cortina (Politiche dell’amicizia e ...

Negazionismi / Riflessioni di un gretino

Come cultore della filosofia sono spesso affetto da ingenuità. L’ingenuità filosofica consiste nell’essere convinti che credenze e comportamenti umani, per quanto aberranti, siano in fin dei conti “logici”, razionalmente comprensibili. Per esempio, dettati da evidenti interessi economici. Mentre in realtà le isolette di umana razionalità emergono in un mare di “ragioni” puramente irrazionali. Per anni mi scervellavo per capire perché chi si dice di destra, o ha opinioni e riflessi che consideriamo di destra, sia quasi del tutto indifferente ai problemi ecologici. Peggio, molti di loro sono “negazionisti”, come Trump: negano che parte del riscaldamento del pianeta sia dovuto all’industria umana, che la terra sia sempre più inquinata, che l’uso del carbone e di altri fossili accorcerà i tempi di vivibilità di questo pianeta… Alcuni giornalisti o “scienziati” prezzolati da Berlusconi chiamano chi paventa tutto ciò – di solito persone di sinistra – “gretini”, da Greta Thunberg, che gran parte della destra detesta come una perturbante strega bambina. D’altro canto, anche se c’è stato qualche tentativo di partito verde di destra, di solito chi si preoccupa dell’ambiente è di sinistra....