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Un’intervista inedita / Peter Bogdanovich, un regista dell’istinto

Lo scorso 6 gennaio Peter Bogdanovich se n’è andato. Aveva quasi 83 anni: era nato il 30 luglio 1939. Prima di dirigere Voyage to the Planet of Prehistoric Women nel 1968, con lo pseudonimo di Derek Thomas, aveva lavorato per il New York Theatre, l’unico posto in città dove, nel 1960, si poteva vedere un western di John Ford. Aveva scelto una manciata di film introvabili di Howard Hawks per una delle sue retrospettive dal titolo “The forgotten film”. Del resto in quegli anni “chi era chic parlava di Antonioni e Fellini e nessuno o quasi di Hitchcock; di Hawks, nessuno sapeva niente”. Susanna, Acque del Sud, Il grande sonno… C’era la fila per l’ingresso che girava intorno all’isolato. Erano dieci anni che nessuno chiedeva Gli uomini preferiscono le bionde alla 20th Century Fox, ma alla seconda settimana di proiezioni la produzione cominciò a pretendere le percentuali.     Cinefilo fin da bambino, Bogdanovich si era avvicinato al cinema grazie a suo padre, Borislav Bogdanovich, “uno splendido gentiluomo europeo”. Il primo film che aveva visto in sala era stato Dumbo, poi erano arrivati quelli con Douglas Fairbanks Jr., Errol Flynn, Richard Widmark, Gene Kelly e Marlon...

12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan, alle estreme conseguenze

Vitaliano Trevisan era un artista scomodo nell’unico modo in cui si può essere scomodi oggi: era scomodo soprattutto per se stesso. Mai che i suoi libri, il teatro, le letture, lo abbiano visto davvero schierato contro qualcuno o qualcosa per indirizzarsi in favore di persone o idee antagoniste. Mai che abbia potuto trarne vantaggio, inoltre (e soprattutto). Perché la posizione che assumeva, il margine del discorso dove si collocava, era quello che gli permetteva uno sguardo obliquo, che mostrava ciò che riusciva a vedere solo lui. Allo stesso tempo, quello sguardo che non si poteva condividere, e che non permetteva affiliazione di opinione o di schieramento politico ufficiale, risultava urticante, irritante perché portato sempre alle estreme conseguenze. Anzi, solo le estreme conseguenze, inseguite con insistenza, con l’accanimento di un martello interiore che batteva sempre sullo stesso punto, erano garanzia di fuga da un pensiero ragionevole – non importa se ben informato e intelligente – per inseguire la convinzione che non c’è pensiero ben informato e intelligente che può dare conto dell’attuale esistenza, a casa nostra, nella nostra lingua, ma si possono soltanto condurre le...

12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan. Un ponte, un crollo

Una volta Vitaliano Trevisan mi mise le mani addosso. Ad Asiago, il bellissimo altopiano che sovrasta la nostra città comune, Vicenza. All’ingresso di non so più che evento culturale. Forse una decina, o dozzina di anni fa. Sono un disastro con le date, e in generale la memoria funziona più a frammenti che con un approccio storico: ricordo quel che ricordo, quando capita. E poi sono benedetto da una sorta di oblio delle cose spiacevoli. Anche questo episodio me l’ero pressoché dimenticato. A ricordarmelo è stato proprio lui, pochi mesi fa. Con la prima di una serie di telefonate che ricucivano un rapporto sfilacciatosi tanti anni prima.    Può sembrare strano citare un fatto simile. Strano come commemorazione di un morto. Strano, ovviamente, il fatto in sé. E strano che sia stato lui – diciamo, esagerando: l’aggressore – a ricordarlo a me, l’aggredito. Ma chi ha conosciuto Vitaliano di persona sa che nulla di tutto questo è strano davvero.  Così come nella sua scrittura, c’era sempre in lui un senso di minaccia incombente. Dietro lo sguardo glacialmente ironico di quegli occhi azzurrissimi, la possibilità di qualcosa di imprevedibile. E pericoloso. E così,...

Un film dei Manetti Bros. / Diabolik. Un incubo a fumetti

Diabolik dei Manetti Bros. è un film che ha diviso, soprattutto i critici, schieratisi in clan e fazioni. Un punto su cui mi pare di poter dire siano tutti d’accordo è che, alla base di questa divisione, ci sia una serie ben precisa di scelte di direzione artistica, che per alcuni sono un elemento positivo, per altri costituiscono invece la causa del naufragio del film e un’occasione sprecata. Prima ancora che un film riuscito o meno, quindi, Diabolik è un film spiazzante, proprio perché altro rispetto a ciò che la quasi totalità dei critici e degli spettatori si attendeva. Lontano – come lo è per sua natura il mondo creato dalle sorelle Giussani nel 1962 ed edito dalla Astorina – dall’estetica accumulativa dei cinecomics dell’ultimo decennio, distante da ogni tentazione action, il film dei Manetti è deliberatamente sotto ritmo, quasi ingessato. Ironia della sorte, slittato di un anno rispetto all’uscita prevista causa Covid, Diabolik arriva in sala contemporaneamente a Spider-Man: No Way Home, ultimo prodotto del Marvel Universe, segnato invece da un approccio al fumetto che si colloca totalmente agli antipodi.   I Manetti Bros. (seduti) con Miriam Leone e Valerio...

Il cinema alchemico di Marco Martinelli / Fedeli d’Amore. Il film

Un altro Dante ancora. Marco Martinelli e Ermanna Montanari da anni scavano la Divina Commedia e il suo autore. Ci hanno regalato opere di grande fascino, realizzate coinvolgendo nei cori decine di cittadini, Inferno del 2017 e Purgatorio del 2019. Nel frattempo e in attesa del Paradiso, bloccato dalla pandemia, hanno raccontato “di traverso” il poeta, la ricchezza della sua riflessione, la luce della sua poesia, l’aura che riverbera da lui verso di noi. Lo hanno fatto in uno spettacolo concerto buio e intenso, fedeli d’Amore, sette episodi unificati dalla voce narrante di Ermanna Montanari, dalla musica di Luigi Ceccarelli, da un viaggio immaginale tra bui, controluce, apparizione di strutture metalliche, emersione di affreschi, perpetrato da Martinelli come graffi fin sotto la pelle del Dante più conosciuto (su doppiozero lo ha raccontato Anna Stefi, qui).    Ora quel testo e il suono di quello spettacolo, ossia “le voci” di Ermanna Montanari e della strumentazione musicale di Luigi Ceccarelli, diventano due delle molteplici piste di un film che allarga la visione, dall’interno dell’anima del poeta al suo intero mondo (e al nostro). Il racconto diventa sogno o...

Su Netflix il Leone d’Argento / Jane Campion, Il potere del cane

Nelle numerose versioni della Bibbia tradotte in italiano, al ventunesimo verso del Salmo 21 (o 22, secondo la numerazione ebraica) non sempre si trova il riferimento al potere del cane. “Deliver my soul from the sword, my darling from the power of the dog”, così si aprono e chiudono il romanzo di Thomas Savage del 1967 e il nuovo film di Jane Campion, che le è valso il secondo Leone d'Argento personale alla Mostra di Venezia ed è ora disponibile su Netflix; la frase che dà il titolo a entrambe le opere si trova nella traduzione inglese della Bibbia scelta dallo scrittore statunitense. Un lettore italiano che consultasse la versione della Conferenza Episcopale Italiana del 2008, invece, leggerebbe un’invocazione leggermente diversa: “Libera dalla spada la mia vita, dalle zampe del cane l'unico mio bene”.   L’inglese The Power of the Dog, tradotto letteralmente nelle versioni italiane sia del romanzo sia del film e già presente anche in alcune trasposizioni italiane della Bibbia, è più evocativo ma il senso non cambia: tutto il salmo è un'invocazione accorata rivolta a Dio per non essere lasciati soli, per ottenere protezione e salvezza. Una richiesta d'aiuto che tra l'altro...

Live long and debunk / Star trek, la pista delle stelle

Il 13 ottobre 2021 l’attore novantenne William Shatner è diventato l’uomo più anziano ad aver fluttuato nello spazio, per la precisione ad aver fluttuato sopra la linea di Kármán, confine immaginario dell’atmosfera terrestre. E se vi state domandando chi è questo signor William Shatner, si tratta, ovviamente, del capitano James T. Kirk, il comandante di quella USS Enterprise impegnata in una missione quinquennale che non ha mai finito di far sognare milioni di persone sparse in tutto il mondo. L’universo narrativo di Star Trek in effetti sta vivendo giorni di gloria e numerose sono le nuove produzioni ad esso connesse. Star Trek, la pista delle stelle, tuttavia, non è qualcosa di inedito, ma è la ristampa di un (enorme) volume pubblicato da Mondadori nel 2017 e da anni introvabile in Italia, che racchiude la novellizzazione delle prime tre, storiche serie andate in onda negli USA dal 1966 al 1969. In Italia, in verità, il programma fu trasmesso per la prima volta su Telemontecarlo nel 1979 e poi sui canali di altre reti private. Star Trek, da noi, ha quindi saltato il Sessantotto e gli anni Settanta e chi lo sa se sarebbe piaciuta allo stesso modo se fosse uscita a ridosso delle...

Sorrentino candidato agli Oscar / È stata la mano di Dio

Le zie, le sorelle di mio padre, erano quelle che più di tutte nominavano ‘o munaciello: bambino, piccolo monaco, creatura invisibile, figura magica, portento religioso, mistero della fede (o di chissà cosa) che si aggirava per casa. ‘O munaciello viene da racconti lontani, un po’ leggenda, un po’ verità. Per Matilde Serao, per esempio, era più vicino alla verità che alla leggenda, ma se pensiamo a Napoli la distanza tra leggendario e reale è sottile, così come quella tra falso e vero. Perciò ‘o munaciello esiste nelle cose di Napoli, un po’ lo vedi un po’ no, un po’ ci credi un po’ no. Ci credi quando ti conviene, magari. Nelle frasi delle zie la figura fiabesca era a volte un benefattore (soldi comparsi in un cassetto di cui nessuno ricordava la provenienza) altre era un dispettoso (cose sparite, oggetti finiti da qualche parte e mai più saltati fuori, piatti rotti senza che nessuno ammettesse di averli fatti cadere), ma comunque era una figura benevola. Forti di questo racconto una volta nascondemmo una zuppiera piena di fragole già pronte per essere servite, nessuno riuscì a trovarle per ore, e solo quando qualcuno esclamò: “Ma chi è stato? ‘O munaciello?”, le facemmo...

14 agosto 1928-9 dicembre 2021 / Lina Wertmüller: tutto a posto e niente in ordine

«Ero una rompiscatole fin da piccolissima. Non stavo ferma un momento, scalciavo piangevo strillavo e, soprattutto la notte, non dormivo, un aspetto, quest’ultimo, che si è trasformato in una consuetudine per tutta la vita. Tenendo conto che io, per quasi tutti i miei ormai parecchi anni, ho dormito in media tre o al massimo quattro ore per notte, posso ritenere di aver vissuto il doppio del tempo di una persona normale», così Lina Wertmüller (al secolo Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich) descrive sé stessa nel libro di memorie Tutto a posto e niente in ordine (che prende il titolo da un suo film, non autobiografico in quel caso, del 1974).    E lei, Lina Wertmüller, ha vissuto davvero più di una vita, icona del cinema italiano del mondo – sul serio, però, non per modo di dire. Muove i primi passi in teatro, lavorano a fianco di Guido Salvini, Giorgio De Lullo e Garinei e Giovannini, conosce Enrico Job con il quale inaugura un sodalizio per la vita (professionale e privato), poi è autrice e regista per la radio e la TV, dal varietà allo sceneggiato (Canzonissima e Il giornalino di Gian Burrasca), passa poi al cinema, prima come segretaria di...

Almodóvar, Sciamma, Sorrentino / L’immagine della madre: sdoppiamenti, traumi e memorie

Tra i film più belli del 2021 ci sono tre opere molto diverse, che tuttavia sembrano dialogare intorno a come oggi si possa ripensare il cinema in quanto immagine del tempo. Si tratta di Petite Maman, di Céline Sciamma, Madres Paralelas, di Pedro Almodóvar, e È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino.  La madre è il comune nucleo simbolico e formale attorno al quale questi lavori ruotano, in due casi fin dal titolo. Ma la madre non funziona semplicemente da contenuto, evento emotivo, o ricordo, bensì come immagine costitutiva e strutturante. La presenza di una situazione materna variamente modulata (ora sviluppata come espediente fiabesco, ora come dispositivo drammatico di intreccio, ora come messa in scena del passato) opera come varco dove scavare, anzitutto in senso filmico, possibilità diverse di riconsiderazione e di rielaborazione formale del passato.  Sia Sciamma, che Almodóvar che Sorrentino hanno costruito trame originali piene di sdoppiamenti, ripetizioni e elementi trattati in maniera seriale e parallela; è come se la finzione, attraverso le simmetrie, costruisse effetti di tensione per via di immagini che a forza di riflettersi possono scoprirsi nuove e...

Tra cinema e letteratura / Dovlatov, le sigarette e l'underground sovietico

Sergej Dovlatov (1941-1990) è stato uno scrittore sovietico (almeno per appartenenza cronologica) di origine ebraico-armena, vissuto non senza difficoltà in URSS ed emigrato negli Stati Uniti nel 1978.   Lo scrittore Sergej Dovlatov. Il film a lui ispirato, Dovlatov, produzione russo-polacco-serba per la regia di Aleksej German junior (in italiano il titolo si arricchisce di una discutibile integrazione “i libri invisibili”), ha debuttato alla Berlinale del 2018 dove è stato insignito dell’orso d’argento per il miglior contributo artistico. Immediatamente dopo la prima berlinese ha fatto la sua comparsa sugli schermi russi; inizialmente la proiezione era stata prevista soltanto per quattro giorni, dall’1 al 4 marzo 2018, ma visto il successo (il film sarebbe arrivato in Russia a contare 396.413 spettatori) ne fu autorizzato il prolungamento fino all’11 dello stesso mese.   Il manifesto russo del film. Il manifesto italiano del film. La pandemia impedì la sua circolazione nei cinema italiani e solo il 4 novembre di quest’anno è approdato alla distribuzione nel nostro paese. Data non casuale, omaggio alla festa dell’unità nazionale russa eliminata dal calendario...

2001-2021 / Mulholland Drive: viaggio al termine dell’inconscio

Un uomo legato, gambe e braccia, a un letto. Del suo aguzzino si vedono solo i piedi, con eleganti scarpe scure, e le mani, tra le dita una siringa. L’uomo è un detective alla ricerca di risposte, sulle tracce di un mistero che una giovane donna si è portata nella tomba lasciando dietro di sé solo pochi fumosi indizi. L’aguzzino è un medico affiliato con una misteriosa organizzazione criminale: «Le ha chiesto di ricordare. Cosa deve ricordare? Mentre sarà addormentato, il suo subconscio ci fornirà la risposta. Sogni d’oro».  Qui “inizia” Mulholland Drive: da una scena di Un bacio e una pistola di Robert Aldrich, una delle pietre tombali, insieme a L’infernale Quinlan di Orson Welles, del noir classico. Definito un “noir apocalittico” – per la sua tematica, certo, ma anche per gli effetti esplosivi che ha avuto sull’immaginario cinematografico a venire – il film denuncia la crisi dell’identità americana nell’era del maccartismo. Lynch lo saccheggia con gusto sia per Strade perdute che per Mulholland Drive, due manifesti della crisi psichica dell’uomo all’alba della globalizzazione.       Questo millennio cinematografico si è aperto con la celebrazione delle...

Filmmaker Festival 2021 / Amos Vogel. Cento anni di sovversione

Il nome di Amos Vogel forse non è noto in Italia quanto dovrebbe, persino fra i cinefili di lungo corso. Eppure si tratta di una figura chiave: con buona approssimazione, si può dire sia stato il più grande programmatore di film del XX secolo, un autentico “santo patrono” per chiunque faccia questo mestiere. Non a caso, in occasione del centenario della nascita (18 aprile 2021), le iniziative per ricordarlo e omaggiarlo si sono moltiplicate un po’ in tutto il mondo. Oltre a New York, dov’è morto novantunenne nel 2012, che ha visto alcune delle maggiori istituzioni cittadine fare a gara nel tributargli onori (MoMa, Lincoln Center, Film Forum, Anthology Film Archive), vale la pena ricordare la Spagna, con il festival Punto de Vista che gli ha dedicato un’ampia retrospettiva, curata dall’ex direttore della Viennale Alexander Horwath e da Regina Schlagnitweit, dall’evocativo titolo “Amos in Wonderland”; e ovviamente la sua città natale, Vienna, dove nel corso dell’ultima edizione della Viennale, ben sei curatori (Nicole Brenez, Go Hirasawa, Kim Knowles, Birgit Kohler, Roger Koza e Nour Ouayda) hanno reso omaggio non tanto all’uomo, quanto all’idea che è stata sempre alla base dei suoi...

Un requiem con stile / Wes Anderson, The French Dispatch

Wes Anderson è ovunque. Spot pubblicitari (Prada, H&M), videoclip musicali (Aline, di Christophe), design (il Bar Luce della Fondazione Prada, il British Pullman Train per la catena alberghiera Belmond), persino un progetto espositivo itinerante (Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori, progettato in collaborazione con la moglie Juman Malouf e allestito presso il Kunsthistoriches Museum di Vienna e la Fondazione Prada). Piaccia o meno, l’opera multimediale del regista texano è l’esempio vivente e lampante di come si costruisca una personalità autoriale nell’era dei social media e del self-branding. Potremmo dire, alla McLuhan, che per lui lo stile è contenuto (The Substance of Style è appunto il titolo di un importante video-essay su Anderson, realizzato anni fa da Matt Zoller Seitz), la profondità superficie. È così che è riuscito a crearsi un fandom devoto e onnipresente. Fra YouTube e Instagram non si contano i riferimenti, gli omaggi, i supercut amatoriali, i reels dedicati al dietro le quinte dei film. Per non parlare poi dei sempre più numerosi epigoni o semplici imitatori, da entrambe le sponde dell’Oceano.   Giusto per fare un esempio, a partire dal profilo...

Il romanzo di Albinati al cinema / La scuola cattolica: una censura superflua

La scuola cattolica è il film che Stefano Mordini ha ricavato dal romanzo di Edoardo Albinati, 1300 pagine di variazioni su unico tema: «nascere maschi è una malattia incurabile». La scuola cattolica è quella in cui i genitori della borghesia romana mandavano i figli nella speranza di metterli al riparo dalla violenza che – come recita una didascalia – nel 1975 è all’ordine del giorno. Ma, come spesso capita, fare di tutto per evitare un male è il modo migliore per finirci dentro fino al collo. In quegli anni alcuni istituti romani collezionavano criminali. Al Tiozzi, scuola privata di Monteverde, c’era la futura cellula dei NAR: i fratelli Fioravanti, Alibrandi, Anselmi, Bracci, Carminati. Il San Leone Magno, la scuola del film, era frequentato da due assassini, Izzo e Guido, e da Gianluigi Esposito, una vita a mezzo tra terrorismo nero e banda della Magliana.    All’inizio vediamo gli studenti in costume da bagno, sull’attenti attorno a una piscina dove il professore li passa in rassegna. Quando si mettono a fare flessioni, l’angolo di ripresa basso mostra un groviglio di gambe, schiene e nuche. Nell’ultima scena tre di quei ragazzi se ne stanno svestiti e abbandonati...

La versione di Villeneuve / La metafisica di Dune

Dune è Dune. Qualsiasi altra caratterizzazione sarebbe riduttiva. Dune sta all’immaginario collettivo come Cézanne sta all’arte contemporanea: colui che aveva reso possibile tutto quello che venne dopo (© Picasso). In modo analogo, dal 1965, quando è nato dalla penna di Frank Herbert, Dune non ha mai smesso di generare (o influenzare) una progenie sconfinata di opere. Se non ci fosse stato, non ci sarebbero stati Star Wars, Mad Max, Blade Runner, Alien, Terminator e Matrix. Eppure Dune, finora, è stato una promessa mancata.   Finalmente, dopo una gestazione lunghissima, il mondo cinematografico si è cimentato, sotto la direzione di Denis Villeneuve (Arrival, BladeRunner 2049), nell’impresa quasi impossibile di tradurre su pellicola le visioni di Herbert. La gestazione non è stata facile, sia per la complessità della trama sia a causa di due precedenti cinematografici non del tutto positivi (eufemismo): il tentativo di Alejandro Jodorowsky (1974) e la versione cinematografica di David Lynch (1984).   L’impresa di Jodorowsky, mai portata a termine, ha preso negli anni il colore della leggenda e, se fosse andata in porto, avrebbe unito Pink Floyd, Salvador Dalì, Mike Jagger...

1933-2021 / Jean-Paul Belmondo: quello sguardo in macchina

Dopo la scomparsa di Anna Karina nel dicembre 2019, con Jean-Paul Belmondo se ne va un’altra parte della Nouvelle Vague. Certo, per fortuna ci rimane Jean-Pierre Léaud, che insieme a loro – e a Jean-Claude Brialy, morto ormai da alcuni anni e oggi un po’ dimenticato – è stato uno degli interpreti-simbolo della Nouvelle Vague.  Belmondo ha lavorato con François Truffaut nel capolavoro La Sirène du Mississippi (La mia droga si chiama Julie, 1969) e con Claude Chabrol in uno dei suoi film meno belli, Docteur Popaul (Trappola per un lupo, 1972). Ma il sodalizio più importante è stato quello con Jean-Luc Godard: senza Godard, Belmondo non sarebbe diventato quel che è diventato. Dopo averlo diretto nel corto Charlotte et son Jules (dove è lo stesso regista a prestargli la voce, al doppiaggio), nel 1960 Godard lo sceglie come protagonista del suo primo lungometraggio, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro).    Una scena di questo film mi colpisce ancora oggi. A tre minuti dall’inizio, Belmondo, nel ruolo di Michel Poiccard, è al volante di un’auto rubata e sta fuggendo da Marsiglia verso Parigi. L’inquadratura è complessa, senza stacchi, quasi un piano sequenza. Raoul...

78ma Mostra d’Arte Cinematografica / Venezia: madri, colpe, espiazioni

C’è un nuovo “mostro” nella Laguna, e non è la creatura anfibia del capolavoro di Jack Arnold, bensì il sistema di prenotazione del posto in sala che è stato inflitto agli accreditati della 78ma edizione della Mostra del cinema di Venezia dai protocolli anti-Covid. Non è una novità di quest’anno, risale alla scorsa edizione, ma l’aumento degli accreditati e dell’hype per i film nella selezione ha creato una situazione di inedita scomodità. Non è più possibile, quindi, fare programmi dell’ultimo minuto, cambiare sala in corsa e scorrazzare liberamente da un film all’altro, ma tutto va prenotato in anticipo, spesso mentre si è in sala a vedere altro, con tanto di spiazzante cambio delle regole in corsa: 72 ore di anticipo sulla proiezione scelta per i primi tre giorni, poi 74. Per il momento è il grande scotto da pagare, quasi una forma di espiazione da attraversare per poter seguire questa edizione davvero eccellente del festival di cinema più antico d’Europa, che sta regalando, almeno per la prima settimana, un concorso di livello altissimo.  È sempre interessante cercare di leggere il festival come un macrotesto e di coglierne temi, spunti e tendenze ricorrenti. Difficile...

29 luglio 1921 - 29 luglio 2021 / Il gatto, la civetta e Chris Marker

Immaginiamoci a Tokyo, nel quartiere di Shinjuku, appoggiati al bancone del bar “La Jetée”. A pochi passi da noi, un signore dai tratti orientali e uno dai tratti europei. Il primo è Toru Takemitsu, compositore, il secondo Chris Marker, cineasta e viaggiatore. I due discorrono in inglese. “We Japanese have a very special relationship with cats” dichiara il primo, mentre il regista vede passare davanti agli occhi immagini di gatti e di whisky. Più tardi Marker annoterà le immagini e i ricordi evocati dalla frase dell’amico musicista: appunti che saranno raccolti nel libro fotografico Le Dépays (1982) di cui proponiamo qualche passaggio. Marker parla del suo “spaese” (invenzione linguistica da dépaysement, spaesamento), del suo Giappone immaginato, guardandosi allo specchio e rivolgendosi a un «tu romanzesco» per calcare la distanza tra il sé stesso che ha scattato le fotografie tra il 1979 e il gennaio ‘81 e il sé stesso che scrive nel febbraio dell’anno successivo.     “È Toru Takemitsu che te lo ha detto ieri sera, nel piccolo bar di Shinjuku. Venendo da uno dei più grandi musicisti viventi, la confidenza è preziosa. Dietro di lui, disposte l’una dopo l’altra, le...

Marx può aspettare / Marco Bellocchio e il fratello assente

Marx può aspettare, l’ultimo film di Marco Bellocchio, è un documentario presentato come evento speciale a Cannes 2021, dove il regista ha ricevuto anche la Palma d’Oro alla carriera. Il film inizia nel 2016 come diario privato, in occasione di una riunione pre-natalizia con fratelli, sorelle e nipoti, e si trasformerà nella messa in scena di una riflessione collettiva sul grande rimosso di tutta la famiglia Bellocchio: il suicidio di Camillo, gemello di Marco, unico tra gli otto fratelli (sei maschi e due femmine) a scegliere quel gesto assoluto. Una grave patologia colpisce altri due membri della famiglia: Paolo, affetto da schizofrenia, e Maria Letizia, sofferente di sordomutismo. La voce fuoricampo di Marco inizia il film con queste parole: «Il 16 dicembre 2016 Letizia, Piergiorgio, Maria Luisa, Alberto ed io, Marco, le sorelle e i fratelli Bellocchio superstiti ci riunimmo, con mogli, figli e nipoti al Circolo dell’Unione a Piacenza per festeggiare vari compleanni. Io avevo organizzato il pranzo con l’idea di fare un film sulla mia famiglia, ma non avevo le idee chiare. Non sapevo cosa volevo esattamente fare. In realtà lo scopo era un altro. Fare un film su Camillo, l’...

Rifkin’s Festival / Woody Allen: i conti non tornano

Il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen si chiama Mortimer ma tutti lo chiamano Mort. La Morte. Delle circostanze – tentativi di cancellazione, denigrazione, esilio etc. – che hanno determinato la produzione all’estero di Rifkin’s Festival si è praticamente già detto tutto. Di queste circostanze, Rifkin’s Festival, però – e questo si è detto meno – fa problema, sublimandole artisticamente, ovvero astraendole dalla tanto odiata concreta realtà, alla ricerca del loro valore esistenziale, delle loro grandi domande.  E conosciamo, allora, Mort, professore di cinema in pensione perennemente alle prese con il suo romanzo. Egli appare sullo schermo mentre si accinge a raccontare la sua strana avventura allo psicanalista, nella cui posizione Allen sceglie di collocare proprio lo spettatore, come a dire che toccherà al pubblico il compito di trarre le conseguenze di quanto raccontato. Il film si trasforma, quindi, in un lungo flashback che dallo studio dello strizzacervelli si sposta fino in Spagna, nella bella San Sebastian, illuminata per l’occasione da Vittorio Storaro. Tutto ha, infatti, inizio quando Mort accetta di seguire la propria moglie al festival del cinema della...

Un grande film di Hu Bo / L'infelicità regna in Cina

Qualcuno cita su facebook un film di Hu Bo, pseudonimo di Hu Qiao, me l’ero perso. An elephant sitting still è di quattro anni fa, bello, ci trovo una Cina allo sbando. Un ragazzo e l’impossibilità di vivere in famiglia con un padre pessimo, al capo opposto un anziano che il genero vuole portare in una residenza assistita: vendendo la sua casa ne compreranno una più piccola in un quartiere emergente, la nipotina andrà a una scuola prestigiosa. Sullo sfondo una Cina in costruzione e decostruzione, o in manutenzione endemica, tra calcinacci, grattacieli e ascensori pericolosamente in degrado. Quando il ragazzo se ne va di casa viene attaccato da un bullo a scuola, e si viene a sapere che la scuola chiuderà: finirete a vendere frutta e verdura per strada, profetizza il direttore. Avanza glaciale, disperato più degli altri, il devastato capo banda, la tragedia di un amico è causa sua, e siamo solo agli inizi di un film straordinario di tre ore e quarantaquattro che dalle nostre parti sarebbe stato una miniserie, tanti personaggi che si alternano e quelli che vengono abbandonati già ci mancano, e sappiamo che finiranno per incrociarsi, dal trentesimo piano si butta l’uomo che trova la...

Orso d’Oro a Berlino / Le follie porno di un Paese in maschera

Nella concitazione della seconda riapertura delle sale cinematografiche, chissà quanti si sono accorti che un film ha cambiato titolo non appena avuta l'opportunità aggiuntiva di una distribuzione nei cinema. Lucky Red aveva scelto di destinare in esclusiva alla sua piattaforma MioCinema il recente vincitore dell’Orso d’Oro della 71ª Berlinale, Bad Luck Banging or Loony Porn del regista rumeno Radu Jude; quando poi ha deciso, convinta dalla bontà del prodotto ma anche per mancanza di alternative da proporre al pubblico, di renderlo disponibile qualche giorno dopo anche nelle sale che hanno affrontato la riapertura, ha rimpiazzato il titolo originale usato per il lancio online con un più comprensibile (e leggermente edulcorato) titolo italiano Sesso Sfortunato o Follie Porno.    Un titolo che include due parole sul cui significato, nel film, ci si interroga e scontra con veemenza: il sesso legittimo e domestico tra marito e moglie diventa pornografia quando viene filmato e successivamente caricato su un sito di condivisione video per adulti, senza però che venga mai chiarito come questo accidente sia accaduto. Finché la protagonista del filmato è considerata solo come...

Aspettando gli Oscar 3 / Nomadland. Sopravvivere all’America

Le due presenze che più vediamo esistere, come fatti cinematografici, in Nomadland, sono lo spazio e il volto della protagonista. Entrambi si affrontano, anche formalmente, per tutto l’arco della visione, componendo un’esperienza continua di apertura e sconfinamento.  Così da una parte c’è lo spazio: la superficie interminabile della strada, raccontata da campi lunghissimi. Ci sono i paesaggi naturali, i paesaggi umani, e i mondi costruiti dalle merci: i parcheggi, o le enormi officine di manodopera a tempo determinato, i negozi-magazzino dove si compra di tutto, le città fabbriche abbandonate, e poi ancora, secondo una linea narrativa costruita e montata per scivolare sempre avanti, senza inversioni, lo spazio delle migliaia e migliaia di chilometri della terra americana percorsi da un furgone.      Dall’altra parte, assieme allo spazio o in controcampo, un volto, quello di Fern (Frances McDormand), che la regia fissa a lungo e di continuo, come ritraendolo, in tempi lenti di inquadratura spesso affiancati dal silenzio eloquente di scenari e effetti naturali. L’aria, la neve, la notte, il buio, il freddo ci chiedono di fermare lo sguardo, di scrutare quel...