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virus

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Gosio, Zuppi, Canfora e le parole dell'odio / Odi et amo

Ma che cosa è successo, non dovevamo odiarci tutti? Non eravamo immersi fino al collo nei discorsi d'odio, gli hate speeches che inondano tutto, dal web alle nostre bocche? Com'è che di fronte all'emergenza del virus siamo diventati improvvisamente buoni e buonisti, cantiamo e suoniamo insieme, ci abbracciamo virtualmente molto più di prima, sembriamo trasformati in esseri miti, benvolenti e solidali? Ma è poi tutto oro quel che luccica?   Nazionalismi vecchi e nuovi   Da una parte sì: le parole sono veramente più educate, i comportamenti più gentili e gli atteggiamenti più solidali. E questa è una cosa buona, direi. Ma... verso chi? Verso gli Italiani, circondatisi di Tricolori e InnidiMameli. Insomma, notiamo che il virus ha fatto risorgere nazionalismi nuovi e insidiosi che ripropongono, ripulita dai tratti virulenti del sovran-populismo, la contrapposizione noi/voi. Che in Italia così suona: «Noi siamo più bravi dei paesi del Nord, siamo arrivati prima a proporre misure restrittive mentre voi cincischiavate non sapendo che pesci pigliare». Cui si risponde più o meno così: «Noi abbiamo abbastanza respiratori, mascherine e soprattutto posti in terapia intensiva che ci...

Eusocialità / Le origini profonde delle società umane

È venuto il momento dell’eusocialità, quello della “buona socialità”? In realtà noi umani eusociali lo siamo sempre stati, e non da ora, ma da moltissimo tempo, almeno da quando uno dei nostri predecessori, l’Homo habilis, è comparso nella savana africana separandosi da una linea di discendenza di australopitecine due o tre milioni di anni fa. La parola eusocialità, coniata alla metà degli anni Sessanta, è utilizzata da diversi decenni dall’etologia. L’ha messa in circolazione un importante entomologo e biologo, Edward O. Wilson, che negli anni Settanta aveva creato una nuova branca di studi, la sociobiologia, all’epoca molto discussa e criticata. Wilson, ancora in attività come studioso e come saggista, è stato docente per molti anni ad Harvard, titolare della cattedra di Biologia; la sua specialità sono le formiche, su cui ha scritto, insieme con il collega Berthold K. Hoelldobler, un meraviglioso libro, Formiche. Storia di una esplorazione scientifica (Adelphi), che fa seguito a due grossi volumi pubblicati da Einaudi nel 1976: La società degli insetti, altrettanto fondamentali. Si tratta di libri che anche un non-specialista può leggere, e da cui si può imparare moltissime...

Attenzione / Travolti dallo tsunami dello streaming

Queste settimane di reclusione forzata verranno ricordate anche per la riscoperta di internet, nella sua versione “streaming”. Le piattaforme digitali negli ultimi anni sono state attaccate duramente, perché violano la nostra privacy, si arricchiscono con i nostri dati, creano filter bubble e polarizzione politica, facilitano la diffusione di fake news e hate speech, ma in questi giorni abbiamo riscoperto l’utilità di Twitter e Facebook nel tenerci in connessione con gli altri lontani da noi. La socialità persa nel mondo reale è stata ri-mediata online, in qualche forma. Tutta una serie di attività sociali non mediate da tecnologie, come riunioni, aperitivi, lezioni frontali e chiacchiere tra amici, hanno traslocato online, piazzandoci per ore davanti agli schermi. La socialità perduta è “rinata” in streaming. Non contenti di ciò, finita la giornata di lavoro online, abbiamo continuato a stare online, guardando contenuti audiovisivi in streaming. Un articolo di Jaime d’Alessandro su Repubblica ci dice che alle nove di sera in Italia il traffico dati è aumentato del 40% rispetto a due mesi fa. La metà della banda utilizzata dagli italiani per connettersi ad internet è utilizzata...

Un ricordo / Mario Benedetti. “Scusatemi tutti”

Mario Benedetti non c’è più. Se l’è portato via il virus che ci assedia. Da anni, a causa dell’aggravarsi della sua malattia, era ricoverato in un istituto di Milano, poi – grazie all’affettuoso e generoso interessamento di Donata Feroldi, sua ex compagna, che non ha mai smesso di curarsi di lui – in un altro istituto, a Piadena (Cremona), dove è mancato il 27 marzo 2020. Era nato a Udine nel 1955, ma il suo paese era Nimis, non lontano dalla frontiera con la Slovenia. Nel 1976 si era iscritto alla Facoltà di Lettere a Padova, dove si era laureato con una tesi su Carlo Michelstaedter. Negli anni ’80 aveva dato vita, con Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori, a una rivista di poesia e poetica, Scarto minimo, piuttosto anomala nel panorama di quegli anni.    Ho conosciuto Mario negli anni ’90, quando si è trasferito a Milano. Tutti e due insegnavamo all’Istituto Professionale per il Turismo L.V. Bertarelli, in Corso di Porta Romana; lui al serale, io al diurno. La nostra frequentazione, in realtà, non era legata alla casuale colleganza scolastica: a legarci era la passione per la scrittura, e l’amicizia con Stefano Dal Bianco, anche lui trasferitosi da Padova a Milano....

Vigilare / La faccia nascosta dell’epidemia

Molti sono i giornalisti e gli intellettuali che, negli ultimi tempi, si sono cimentati nel descrivere, spesso con dovizia di particolari, lo scenario che ci si presenterà dopo l’epidemia. Queste analisi scontano necessariamente due limiti. Primo: le dimensioni di questa crisi non permettono di mantenere il distacco necessario a immaginarne ragionevolmente gli esiti. Secondo – ed è questo ciò che più rileva – tali esiti dipendono in gran parte dalla comprensione critica che, su ciò che sta accadendo, come collettività siamo in grado di costruire. Ed è questo che dovrebbe allora occuparci e, soprattutto, preoccuparci. La sensazione, infatti, è che l’emergenza stia legittimando una narrativa pericolosa, che reca come implicito il fatto che il solo metterla in discussione o problematizzarla rende colui che lo fa una specie di nemico della salute pubblica, che si sottrae a una tanto stucchevole quanto fittizia “unità nazionale”, alla quale saremmo tutti chiamati.   In altre parole, o uno si compra l’intera retorica di #iorestoacasa, dell’inno nazionale dai balconi, degli arcobaleni attaccati alle finestre e del quotidiano decreto del Governo (retorica sdoganata in modo più o meno...

Metodologia / Sulla situazione epidemica

Pubblichiamo, in accordo con l’autore, la traduzione italiana di un breve testo di Alain Badiou, dedicato alla pandemia in corso, che ha circolato via mail, prima di essere diffuso in versione spagnola e inglese. L’interesse di queste considerazioni, che, come sempre in Badiou, non nascondono la loro virtù essenzialmente polemica, ci pare risiedere non tanto nella pretesa dell’analisi proposta di prendere una qualsiasi posizione o nella necessità di riattivare un lessico “rivoluzionario”, quanto piuttosto in quel loro carattere metodologico (“cartesiano”, nelle parole dell’autore) che ci consente di ricentrare il dibattito attuale e assumere, al suo interno, una postura più adeguata. Di fronte alle reazioni scomposte del panorama intellettuale, anche e soprattutto filosofico, a cui abbiamo assistito, l’intervento di Badiou invita a limitare la portata di “novità” ed “eccezionalità” della situazione attuale, scongiurando due atteggiamenti estremi: da un lato quello, vagamente cospiratorio, che porterebbe a minimizzare la pandemia in corso e dall’altro quello, speculare, secondo cui la pandemia sarebbe di per se stessa vettore di un reale cambiamento politico. Piuttosto, a partire...

Contagi e mortalità / Le sirene della Val Seriana

La Val Seriana è oggi, probabilmente, il territorio più colpito al mondo dal Covid 19. Io ci vivo da quasi quarant’anni e dall’inizio di marzo ho dovuto accettare di viverci nella reclusione più totale. Ogni mattina i notiziari locali e le chat ci aggiornano su amici e conoscenti: i contagiati, i ricoverati, i morti.  Sopravvivere in completo isolamento è possibile: i nostri sono paesi piccoli e si sono organizzati, i negozi di alimentari fanno consegne a domicilio, la raccolta differenziata non perde un colpo, i medici superstiti al contagio rispondono al telefono appena possono, i volontari passano dalle farmacie e portano le medicine a chi ne ha bisogno. Le mascherine, qui, non sono mai state in vendita e anche i medici di famiglia ne sono sprovvisti. Ma questa è una vecchia storia italiana: mai equipaggiati bene i nostri soldati in prima linea, noi.   Fino a pochi giorni fa sentivamo in continuazione le sirene delle ambulanze, era il nostro tappeto sonoro e noi ci stavamo sopra, anzi, ne eravamo avvolti. Ora non è più così, ma nessuno si illude. Sappiamo bene che ormai le strade sono deserte e che le ambulanze non hanno più bisogno di segnalare il proprio passaggio....

Lutto / La morte al tempo del Covid-19

L’emergenza epidemiologica da Covid-19 ha prodotto, fin dalla sua comparsa, un numero consistente di riflessioni online in merito alle probabili conseguenze a cui andremo incontro una volta terminata la fase di quarantena. Al di là dell’ipotetica plausibilità degli scenari post-Coronavirus finora tratteggiati all’interno dei social network, una cosa mi pare di per sé evidente: la necessità di una riflessione postuma all’emergenza – lucida, razionale e rigorosa – sull’attuale modo di rapportarci alla morte e al lutto.    Il primo effetto mediatico del Covid-19 è l’immagine dei malati e dei loro parenti inghiottiti da una specie di buco nero esistenziale. Come il fantasioso Sottosopra descritto nella popolare serie tv Stranger Things, questo virus dà l’impressione di far scomparire letteralmente nel nulla le persone colpite dalla malattia. Intubati e isolati nei reparti di terapia intensiva degli ospedali, i singoli individui vivono l’incubo di affrontare il decorso della malattia e, ancor peggio, di morire completamente da soli. Mancano le carezze, gli sguardi, le parole di sostegno dei propri cari i quali, a loro volta, vivono la contemporanea frustrazione di non poter...

Come ci cambierà? / Il Dinosauro Nero (e altri animali)

Howard Finster era un ministro battista e un pittore folk, nato, vissuto e morto in Georgia, Stati Uniti. Era convinto di essere ispirato da Dio e dipinse qualcosa come 46.000 opere etichettate oggi come outsider art, o naïf, o visionary art. Nel 1961 acquistò quattro acri di terreno a Pennville, nella contea di Chattooga, dove cominciò a costruire un “parco artistico” che era una specie di Wunderkammer diffusa, il Plant Farm Museum. Dopo aver smesso di predicare, nel 1965, Dio gli chiese di fare 5000 dipinti, e Finster, numerandoli uno dopo l’altro, ne realizzò 5000 in vent’anni. Nel 1989 però erano già 10.000, e da lì continuò fino alla morte, che arrivò nel 2001. Se i R.E.M e i Talking Heads non avessero usato i suoi quadri per le copertine dei loro album probabilmente non lo conosceremmo. E sarebbe un peccato. La sua opera-mondo è un patrimonio immenso per chiunque voglia intraprendere un viaggio vertiginoso nelle geografie del sogno e della visione. Le sue città, i suoi panorami preistorici, i suoi ritratti, il suo bestiario sono tutto ciò che si può sbirciare da uno Stargate. Con un seme di lucidità che ti inchioda mettendo in discussione il tuo adesso-qui, Finster ti...

La fine del mondo / Del teatro e della vita il fiore

LUMACA IMÈGA      O gente che corre – umanità – sentite   andando piano e meditando   e molto ascoltando   che pensieri mi sono venuti in mente.   Mentre ero brucando di foglia in foglia   accanto a bellissimi fiori erti e orgogliosi   ho pensato:   Chi è un fiore?   Uno che sboccia, fiorisce e sfiorisce.   Per chi fiorisce?   Per sé – per essere fiore.   E Fiore lo spazzino   lui sì vero re del mondo   per chi canta?   Per sé canta – per la gioia di sé.   O gente che corre   inseguita dall’ansia:   cos’è il bene per un fiore?   Fiorire.   E per voi dinosauri?   E per noi del Pavano Antico   cos’è il bene?   Essere in fiore.   Far sì che il difficile    attraversamento della vita   sia un teatro in fiore –    il teatro della nostra vita   in fiore – anche accanto alla morte:   godendo del fiorire di noi e di tutti, perfino   dentro il lato oscuro che ci spaventa   e ci nutre.   CORO     Noi siamo il Fiore   e il Leviatano   e con l’amore   e andando piano   la sapiente...

Mutazioni / Estizzazione. La nostra vita dopo il coronavirus

1. Da un po’ di tempo meditavo di scrivere uno schizzo a sfondo profetico sul modo di vivere nel futuro prossimo: gran parte delle attività che svolgiamo oggi ancora in pubblico verranno svolte in casa. Avevo anche trovato un nome “scientifico” a questa mutazione del nostro modo di vivere, ovviamente preso dal greco antico: estizzazione, da Estia, la dea del focolare domestico (la Vesta romana). Ma le misure imposte in Italia e altrove per arginare la diffusione del coronavirus d’un tratto hanno reso quelle mie ipotesi “avveniristiche” più che mai attuali. Credo che, anche dopo aver debellato il Covid-19 (se ci riusciremo), la nostra vita non tornerà più la stessa di prima. Certi processi che erano già in corso ne saranno enormemente accelerati. Le grandi aziende in Italia hanno instaurato quel che in quel bizzarro inglese immaginario che si usa da noi viene chiamato smart working (nell’inglese vero si dice working remotely, oppure wfh, work from home). È una modalità nella quale l’Italia era in grande ritardo: lavorare col computer in casa anziché in un ufficio. L’emergenza insegnerà a molte aziende, anche piccole, che far lavorare i propri dipendenti da casa col computer è molto...

Ologrammi / Baudrillard e il virale

Negli ultimi anni, all’interno della nostra cultura, la parola “virale” ha visto progressivamente indebolirsi i significati che possedeva. Il grande successo del web e dell’universo digitale, infatti, ha sempre più portato tale parola ad esprimere dei significati di popolarità, consenso e successo. Ma oggi, dinanzi alla drammatica diffusione in tutto il mondo di un vero virus, la parola “virale” sta riacquistando quelle connotazioni di segno negativo che esprimeva in precedenza. Connotazioni che possedeva ancora quando il sociologo francese Jean Baudrillard ha cominciato a utilizzarla e che, proprio per questo motivo, gli sono servite all’epoca per compiere un’operazione trasgressiva. Perché, in una certa misura, parlare di virus e viralità in quel momento faceva scandalo.    Pertanto, Baudrillard ha fatto più volte ricorso al concetto di viralità. L’ha fatto, ad esempio, nel 1990 nel volume La trasparenza del male (SugarCo), nel quale ha aggiunto ai tre differenti ordini di simulacri che aveva precedentemente individuato un quarto tipo di ordine: quello “virale”. Infatti, negli anni Settanta, all’interno di Lo scambio simbolico e la morte (Feltrinelli), aveva affermato...

1927 - 2020 / Vittorio Gregotti, l’ostinazione per l’architettura

Si potrebbe considerare la perdita di Vittorio Gregotti in una certa misura “fatale”, nel senso che – al di là del morbo infuriante ai nostri giorni, che gli ha inferto il decisivo colpo di grazia – il suo stato di salute nell’ultimo periodo era già vacillante, tanto da non promettere di lasciargli a disposizione ancora molto tempo da vivere. E ancora di più: si potrebbe intendere la sua scomparsa come il triste epilogo di una vicenda – professionale e intellettuale – che, avendo egli raggiunto e superato il novantaduesimo anno d’età, si poteva tuttavia ritenere ormai conclusa da tempo. E invece così non è. Gregotti ha continuato fino all’ultimo a combattere la sua battaglia; una battaglia non soltanto per la propria sopravvivenza fisica, ma soprattutto – e innanzitutto – per la sopravvivenza della propria vitalità mentale, vale a dire per sfuggire alla “monumentalizzazione” di se stesso in vita, al vedersi consegnato una volta per tutte alla “storia”. Una battaglia combattuta fino alla fine per affermare – o spesso anche solo per ribadire – la propria idea: di architettura e di mondo. Basti dire che l’ultimo libro da lui scritto, ben lungi dal risalire a dieci o vent’anni fa (...

Il virus tocca anche la stanza d’analisi / Rallentare stanca

Ma che giorno è oggi?, mi chiedo svegliandomi per l’ennesima mattina in un silenzio surreale. Strade e piazze, come nei quadri di de Chirico, contenitori melanconici attraversati da bizzarri viventi, a volte con cani, sempre più spesso con mascherina. Annunciano un tempo né feriale né festivo, che non ha ancora un calendario. Quello di prima è stato cancellato, le sue pagine si sono volatilizzate, la quotidianità fitta di impegni e scadenze rinviata a un futuro che non si può sapere quando inizierà. Il tempo è entrato in un’altra dimensione, disorienta il vissuto storico al quale siamo abituati.  Rallentare stanca. Immobilizzare organismi abituati a muoversi a velocità supersoniche abbatte e tramortisce, costringe ognuno a inventare un altro ritmo. Intanto il rovesciamento della Weltanschauung è epocale. Ci viene chiesto di vivere… al contrario. Il diktat del rimanere chiusi a casa propria, comprare quanto è essenziale, non frequentare nessuno e lavorare il meno possibile destabilizza chi è cresciuto con l’imperativo categorico di dover socializzare/produrre/consumare. Un mondo che pulsava da estroverso si ritrova in pochi giorni a dover celebrare le virtù dell’introverso....

Reale e virtuale / Web: soli e insieme nell’epoca di Covid-19

In queste giornate stiamo rivedendo il valore da dare al nostro essere tecnologicamente connessi. Nel confinamento cui siamo costretti per contrastare la diffusione del Covid-19, dal seguire distrattamente conversazioni in chat, fare zapping su Facebook nella pausa pranzo, mettere svogliatamente cuori su Instagram prima di addormentarci, ci siamo ritrovati a dover reinterpretare come la rete ci permette di osservare il mondo, a usare il web per lavorare e studiare, a dare valore diverso a quei contatti che senza Internet non potremmo avere.   Non si tratta qui di riprendere visioni cyberottimiste ma di constatare come ricorrere alla rete sia oggi un’esperienza di massa dettata dalla necessità di ricostruire dinamiche di socialità a partire dall’impossibilità di fare incontrare i corpi. Si tratta di un rovesciamento di senso imposto per Decreto che richiede di guardare con nuove lenti il rapporto tra reale e virtuale perché, per parafrasare un noto lavoro di Sherry Turkle, passeremo settimane in cui non saremo insieme (nel virtuale) ma soli (nella realtà) ma piuttosto soli (nelle nostre case) ma insieme (attraverso le esperienze che faremo in rete). Che sia lavoro,...

Flusser / Il gesto di cercare, il gesto di misurare

Ritornato in Europa, e in particolare nel sud della Francia, a causa dell’instaurazione della dittatura militare in Brasile, dove era emigrato nel 1940 per sfuggire all’avvento del nazismo, Vilém Flusser comincia a lavorare nei primi anni ’70 a una serie di saggi che configurano un tentativo “potenzialmente rivoluzionario” di andare “alla ricerca dell’uomo” e del suo essere nel mondo partendo dai suoi gesti. Perché, scrive, “i nostri gesti stanno cambiando”. Stanno cambiando, aggiunge, perché stiamo attraversando una crisi della “conoscenza”, almeno di quella legata alla scienza classica, che è anche una crisi del “gesto di cercare”.    Questa, in estrema sintesi, è la tesi con cui si apre “Il gesto di cercare”, uno dei testi più belli di questa riflessione condotta nel corso di numerose conferenze e seminari successivamente riunite in Gesten: Versuch einer Phänomenologie (Gesti: un tentativo di fenomenologia, 1991, ma qui il riferimento è all’edizione francese, un po’ diversa, e intitolata Les gestes, 2014) e purtroppo mai tradotte in italiano. “Scrivere”, “amare”, “radersi”, “telefonare”, “ascoltare la musica” o, per l’appunto, “cercare” – che per il filosofo praghese...

Economia / Il virus dell’incertezza

Quando il Governo ha deciso di chiudere l’Italia tutti hanno finalmente capito che l’epidemia di coronavirus non è soltanto un problema sanitario. È qualcosa di molto più complesso, che impone grandi responsabilità per i cittadini e per coloro che hanno il compito di guidarli. Le scelte individuali – se andare in ufficio o prendere il tram – non hanno conseguenze soltanto su chi le compie, ma su tutta la collettività. Il peso più difficile è sulle spalle di sindaci, governatori e ministri, che devono prendere decisioni dalle conseguenze enormi, in condizioni di estrema incertezza. Neppure chi possiede più dati – le commissioni di esperti alle quali si affidano i politici – è in grado di individuare con sicurezza la linea di intervento migliore. I modelli matematici possono tentare di prevedere il tasso di diffusione del virus facendo ipotesi, per esempio assumendo che questa epidemia sia simile ad altre studiate in passato. Ma anche se esistessero modelli matematici affidabili, essi non potrebbero decidere al posto nostro.   Come decidere dunque? Una scelta razionale si basa su due pilastri essenziali: una valutazione delle possibili conseguenze, e la loro probabilità. Questi...

#iorestoacasa / Con streaming e radio #ilteatrononsiferma?

Vivremo in streaming, discuteremo in videoconferenza? Oggi sembra sia necessario. Il teatro si sta attrezzando. Chiuse sale, laboratori, spazi di prove, residenze e cantieri creativi, sospese rappresentazioni, presentazioni, tournée, per qualche giorno c’è stato sbigottimento, perfino qualche segno di dissenso e ribellione: come facciamo senza la cultura, senza l’arte? Poi teatranti, artisti, compagnie, organizzatori hanno provato a organizzarsi, prima utilizzando almeno i contenitori, le sale, poi sempre di più da casa. #iorestoacasa. In fondo abbiamo tutti computer, videoteche, televisori. Ma come sostituire, almeno in forma palliativa, la relazione teatrale? Allora streaming: attori, poeti, teatranti ripescano dai magazzini riprese di spettacoli e li trasmettono, oppure regalano pillole quotidiane di letture, interpretazioni, invenzioni, davanti a una telecamera. In studio con pochissima gente, un tecnico e chi recita, oppure sempre di più da casa propria. Come nell’e-learning – cercando di conservare qualcosa dell’emozione del rapporto dal vivo. Elencare tutte le iniziative è lunghissimo. Ho provato a mettere un annuncio su Facebook, e moltissime sono state le risposte. Alcune...

Vuoti e pieni / Diario di un’insegnante on-line

Insegno.  Il lavoro, quando può, se può, continua. In qualche modo.  Le lezioni sono online. Si moltiplicano le piattaforme. Su Argo è necessario controllare l’uscita di nuove circolari, tutorial per classroom, per google meet, tutorial pure per avviare la mail istituzionale. E poi ogni consiglio di classe una mail. Provare a organizzarci, un file excel per scandire le lezioni on line.  “Ragazzi magari iniziamo con Skype, che dite? E forse sarebbe meglio che facessimo una chat whatsapp, così vi comunico i codici di accesso per il materiale di classroom in modo piuttosto veloce”. Sono giorni, insomma, di iperconnessione, dove alcuni argini non tengono più: “vi mando un vocale altrimenti non riesco a tenere più il ritmo delle comunicazioni”.  La cattedra: mi viene da ridere, a pensarci.  Altro che cattedra: qui vedono la mia foto profilo whatsapp. E io entro nelle loro stanze da letto, tra i loro poster. Vedo i mobili, intuisco il resto della casa. Mi commuove, la loro vita. Guardarli appena svegli, seduti a un tavolo che non è il banco e con un volto che non riesco più ad associare in maniera così non mediata al loro posto sull’elenco del registro.  –...

Per le vie di Milano / Il rumore del vuoto

Quale è il rumore del vuoto? In questi anni sono stato ossessionato dalla dimensione del vuoto, dalla sua importanza e necessità in architettura e negli spazi urbani. Niente come la sensazione che ho provato camminando per le strade di Milano in questi ultimi dieci giorni ha reso evidente il senso di questo termine. Il silenzio che viviamo è quello del 15 agosto o della mattina del 26 dicembre, sordo, ovattato, pacificato. Ma la città è fatta di densità di corpi, rumori, odori, colori che s’inseguono e sovrappongono senza sosta. La loro natura è indifferente: umana, meccanica, animale, atmosferica, tutto concorre a dare senso e pasta all’ambiente urbano che abitiamo con tanta naturalezza e che caratterizza l’identità profonda di tutti noi. L’uomo ha sempre cercato la città lungo tutto la sua Storia, anche quando ne era terrorizzato e la demonizzava; si tratta di un’attrazione fatale che ha visto un crescendo vertiginoso in questi ultimi 150 anni.   Questa mattina un uomo camminava in mezzo alla strada deserta come a sfidare le macchine che non sarebbero passate. In un piccolo supermercato, nel corridoio che porta alla cassa, un commesso ha incollato a terra strisce di scotch...

Coronavirus / L’arte della prossemica

“Una società lasciata a se stessa non mostra alcuna tendenza naturale a progredire […]; per smuoverla almeno un po’ occorre che essa riceva una moltitudine di piccole scosse che rappresentano i contatti fra le differenti nazioni […] Il progresso umano può esistere solamente nella misura in cui tutti i differenti centri della cultura umana hanno dei contatti fra loro. Le società isolate sono società inerti, soltanto le società in contatto fra loro progrediscono”. Così il giovane Claude Lévi-Strauss in una delle sue prime uscite pubbliche, Parigi 1937, adesso nel libretto Da Montaigne a Montaigne: il contatto, la relazione, la reciprocità sono alla base d’ogni cultura umana.    A distanza di quasi ottant’anni sembra fargli eco uno dei principali antropologi odierni, lo scozzese Tim Ingold, che in Siamo linee (appena tradotto da Treccani) scrive: “ci sarebbero buoni motivi per supporre che nell’aggrapparsi – o, più prosaicamente, nello stringersi l’uno all’altro – stia l’essenza della socialità: una socialità, naturalmente, che non si limita all’umano, ma si estende alla vasta gamma di creature che si aggrappano e delle persone o delle cose a cui si attaccano”. Come dire...

Metafisica del populismo V / Le virtù del virus

  Difficile non farsi prendere dal demone dell’analogia quando ci si misura con l’enormità dell’evento pandemia. Nelle riflessioni che accompagnano il suo diffondersi a macchia d’olio, il Covid 19 è diventato una sorta di metafora generalizzata, quasi il precipitato simbolico della condizione umana nella post-modernità. Era già successo, quarant’anni fa, con l’Hiv e si ripete puntualmente oggi. La pandemia si presenta come una sorta di experimentum crucis, grazie al quale sono verificate ipotesi che dalla politica vanno agli effetti della globalizzazione, alla trasformazione della comunicazione nel tempo della rete fino a raggiungere le vette della più rarefatta considerazione metafisica. Per l’isolamento, la diffidenza e il sospetto a cui induce, il virus è infatti ora “populista” o “sovranista”. Per le pratiche emergenziali a cui costringe sembra universalizzare quello “stato di eccezione” che il Novecento teologico-politico ha lasciato in eredità al presente, confermando inoltre la tesi di Foucault sul carattere biopolitico del potere sovrano nella modernità (un potere che avrebbe il suo correlato nella produzione, gestione e amministrazione della “vita”). Per il suo...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 6. Chiusi per virus, messaggi nella rete

Non li vedo e non li sento da dieci giorni. Mi sono riposato anche troppo. Ho passato ore e ore ogni giorno a cercare le fonti autentiche, scientifiche sul coronavirus. Quando le trovo le condivido sui gruppi WhatsApp e sulle mailing list dei colleghi. Con i colleghi sono rimasto in contatto. Ne ho anche visto qualcuno. Spesso scherziamo, a volte condividiamo soprattutto l’incertezza, e i rush di angoscia. Quando abbiamo capito che anche la nostra regione avrebbe chiuso i suoi edifici per due settimane consecutive qualche studentessa (il femminile non è casuale, perché i maschi per la chiusura stanno gongolando e rincoglionendo su videogiochi e smartphone, as usual) si è fatta finalmente viva, incorporea e muta. Mail, personali o di genitori. Dalila ha scritto: «Prof, quando riapre la scuola?». Qualcuno (maschio) ha detto che «si sta annoiando». Di pomeriggio non si vedono più, e a loro manca la scuola come socializzazione elementare che si sovrappone, invade, boicotta il tempo dell’apprendimento. Non si parlano: chattano. Non si vedono: filmano tik tok. Verso i 17-18 anni cominciano a vedersi, ogni tanto, tra amici e amiche, si parlano. Qualcuno fa l’amore. Prima, nada. Nessuno...

Boomer / Sessantenni nello specchio del coronavirus

Ti viene da pensare al Diario della guerra del maiale dopo l’invito dell'assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera rivolto agli over 65 a non uscire di casa per prevenire il coronavirus. Ci si sente sotto attacco, c’è poco da fare, sembra che il sistema si scateni come i giovani di Buenos Aires del racconto di Bioy Casares che per una settimana cercano di eliminare “i maiali”, cioè tutti coloro che hanno più di cinquant’anni. E tu, come “i maiali”, sei costretto a difenderti nascondendoti e fuggendo le tue stesse abitudini.  Ma come, dice Lella Costa: “Noi, i figli del boom, siamo carne di cannone quando impongono di non andare in pensione, di lavorare sempre più, di rimboccarsi le maniche e anche di contribuire a mantenere figli e nipoti. Poi, arriva questa malattia e ci dicono, in sintesi, che siamo cagionevoli ed è meglio tenerci a casa. In realtà, mi sembra che questa Milano sia piena di settantenni in forma, consapevoli, capaci di prendersi cura della loro salute. Perciò viene un po' da ridere, all'invito a stare chiusi a casa.” (intervista in Repubblica-Milano del 04.03.2020).    A un “esame di realtà” le ragioni della scienza sono evidenti e...