Categorie

Elenco articoli con tag:

Roland Barthes

(134 risultati)

Scarabocchi / La calligrafia salverà la scrittura?

È on line il programma completo di Scarabocchi 2021!    La scrittura a mano è destinata a scomparire. Non passeranno due generazioni che le macchine scriveranno al nostro posto. Quello che è stato uno dei fattori fondamentali dell’evoluzione umana, il pollice opponibile, non ci distinguerà più dagli altri animali. Come gli uomini e le donne dei disegni di Altan, basteranno solo tre dita, dal momento che la mano, simbolo dell’emancipazione dell’Homo sapiens, non sarà più un elemento che ci distingue dagli altri esseri viventi del Pianeta. A quel punto si potrà fare a meno di scrivere impugnando uno stilo, una matita, una penna a sfera, una stilografica. Le immagini grafiche che ci servono per leggere in futuro si formeranno automaticamente attraverso un collegamento mentale con le macchine che leggeranno nel pensiero. Con la scomparsa della scrittura non scomparirà però la calligrafia. Lo si capisce leggendo il libro di Luca Barcellona Anima & inchiostro (Utet, pp. 207). Nelle prime pagine di questo volume, opera di uno dei più noti calligrafi internazionali, viene dato per scontato che la capacità di scrittura è una delle prerogative che stiamo perdendo. In questo...

Un libro di Martini e Francesconi / La moda delle vacanze e le vacanze di moda

Detesto il concetto di vacanza intelligente, che recentemente ha avuto gran successo; mi pare presupponga che l’anno sia tutto idiota, eccetto quei quaranta giorni. (Giorgio Manganelli)   «La mia strada della vacanza / segnerà la tua lontananza», cantava Mina nel 1990, su testo di Franco Califano di diciotto anni prima (Un’estate fa, già eseguita dagli Homo Sapiens e da Caterina Caselli nel 1972). Nel mezzo Madonna aveva affermato l’invito (tutto americano e anni Ottanta) a godersela prima di tutto, la vacanza: «If we took a holiday / took some time to celebrate» (Holiday, 1980), come se il rifugio nell’edonismo avesse definitivamente spazzato via ogni rigurgito sentimentale, sia pure all’insegna della malinconica consapevolezza che «l'estate va / e porta via con sé / anche il meglio delle favole». Nel groviglio degli anni Ottanta, come recita il titolo di un libro importante di Adolfo Scotto di Luzio (Einaudi, 2020), non c’è più spazio per la memoria e la tenerezza, perché tutto è rivolto all’eccezionalità del momento: «Just one day out of life / it would be, it would be so nice». Del resto non era questo il messaggio anche da noi, quando Giuni Russo, con...

Un libro di David Levi Strauss / Perché crediamo alle immagini fotografiche

Poeta, saggista, critico d’arte, studioso vicino a John Berger, come quest’ultimo David Levi Strauss scrive sulla base di urgenze e interrogativi etici. Non a caso vari suoi scritti vertono sugli intrecci tra politica ed estetica, con particolare attenzione al mezzo fotografico. Nel 2007 è stato pubblicato il suo libro Politica della fotografia (Postmedia books, Milano), una raccolta di saggi sul rapporto tra fotografia e politica. Ora per Johan & Levi è uscito il suo denso saggio Perché crediamo alle immagini fotografiche (Milano, 2021, pp.88, € 10) dove, a fare da guida alla sua riflessione, si trovano critici e filosofi come Walter Benjamin, John Berger (che, per altro, aveva scritto l’introduzione al suo libro precedente), Roland Barthes e soprattutto Vilém Flusser.    Le domande di fondo, che attraversano tutto il libro, sono: «In che modo crediamo alle immagini tecniche e come sta cambiando la fede che riponiamo in loro?»; ma anche: come mai continuiamo a credere alle fotografie nonostante tutto, nonostante la loro sempre più scarsa attendibilità nel raccontarci la verità, nonostante sia sempre stato possibile manipolarle e falsificarle? Sappiamo fino a che...

Per una semiotica marcata / Paolo Fabbri, Biglietti d’invito

Il due giugno del 2020, poco più di un anno fa, veniva a mancare Paolo Fabbri, eccezionale testimone dell’avventura intellettuale semiotica novecentesca. A un anno da quel triste giorno si moltiplicano proposte e progetti che provano a unire i puntini dei tanti percorsi imboccati nel corso della sua vita di studioso, ricercatore, intellettuale. A far da fil rouge fra queste iniziative è una chiamata alla riflessione intorno al problema di come continuare, ovvero di come mettere a frutto la sua eredità materiale (le migliaia di libri che stanno diventando una biblioteca a Palermo) e spirituale. È in questo quadro che si inserisce Biglietti d’invito. Per una semiotica marcata, a cura di Gianfranco Marrone, appena pubblicato nella collana Campo Aperto di Bompiani. Libro che ha un titolo tutto un programma, i cui esiti riverberano in me attraverso il filtro potente delle memorie personali (sono uno fra i tanti studenti folgorati dai suoi “biglietti d’invito”) frammisto al senso umano di mancanza che si prova quando si perde una persona cara. Ogni riflessione generale, allora, non potrà che presentarsi a me attraverso questo filtro e questa enigmaticità.    La prima cosa che...

Parole spia / A Draghi: sì o no, ma “convintamente”

"Domani voterò convintamente sì a Draghi". "Convintamente e coerentemente no a Draghi". Ai lettori e alle lettrici di queste righe, caso mai non lo sapessero, il compito, facile al tempo della rete, di trovare chi si è espresso così in questi giorni. Ci sono parole che funzionano da spie. Basta sentirle proferire o leggerle in una pagina, per intuire di qual genere di proferitore o di scrivente si tratta, ben al di là, come si vede, delle scelte politiche. Di scrivente, appunto, non di scrittore, secondo la nota dicotomia messa a punto nel secolo scorso da un feroce annusatore di testi e di lingua: Roland Barthes.   La dicotomia è nota. Anche in questa sede altre volte vi si è fatta allusione né s'intende riprenderne i temi. Forse non si è detto che l’uso che il poligrafo francese al proposito fece di transitivo (lo scrivere dello scrivente) e intransitivo (lo scrivere dello scrittore) non fu ineccepibile e aprì la strada a un'utilizzazione alla carlona dei due termini sintattici da parte di frotte di (reputati) epigoni. Anche per cogliere la marcatezza nell’opposizione dalla giusta prospettiva, molto meglio avrebbe fatto a definire assoluto il secondo e non-assoluto il primo...

Come disegniamo i nostri luoghi / La camera di Henriette

La camera di Henriette. Schizzi, mappe e disegni di paesaggi identitari, il nuovo lavoro di Maria Pia Pozzato, uscito quest’estate per la Biblioteca di Semiotica di Meltemi, è un libro enigmatico, che, come non di rado capita ai libri di semiotica, non si capisce bene in quale scaffale della biblioteca collocare. Il suo titolo dice qualcosa solo a chi ha letto la Vita di Henry Brulard (1890), evocando uno degli schizzi contenuti nella famosa autobiografia di Stendhal. D’altra parte, però, il sottotitolo suggerisce come non (solo) di critica letteraria si tratti, di come l’oggetto di studio prescelto sia piuttosto legato a una molteplicità di rappresentazioni spaziali che si riconoscono per il fatto di essere precarie (schizzi) ed emotivamente connotate. La bella copertina, come da idea di fondo del libro, aggiunge di suo, chiarendo quale sia il riferimento: si tratta di disegni che evocano il momento fondamentale della fanciullezza, legati all’identità nel senso più individuale che si può attribuire a questa parola.    Del resto, basta scorrere le prime pagine dell’introduzione perché tutto venga chiarito. I saggi contenuti nel volume partono dalla letteratura, prendendo...

Saremo tutti neomarrani / Edgar Morin: vita, incontri, fatti

È il pomeriggio di un giorno di primavera del 1931. Edgar ha 10 anni e sta giocando con i cuginetti nel prato, vicino alla piazza Martin-Nadaud, contigua al cimitero di Père-Lachaise da cui è separata da un muro, a Parigi. Stranamente, qualche giorno prima, una mattina, gli zii lo avevano prelevato senza che avesse potuto vedere i genitori, improvvisamente partiti per una meta ignota. Ma Edgar non ci pensa. È spensierato, vive quei giorni dai parenti come se fossero giorni di vacanza. D’altronde, sono gli ultimi giorni di scuola. A un certo punto, vede sopraggiungere un uomo tutto vestito di nero che lo rimprovera di stare seduto sull’erba e di sporcarsi: è il padre. Edgar ha un presentimento, che soffoca però dentro di sé: la mamma è morta. Per molto tempo non gli diranno la verità e il piccolo Edgar si rinchiuderà a riccio, senza chiedere esplicitamente una conferma ai suoi sospetti.   Annuisce alle “benevole” menzogne e nasconde le lacrime, di giorno nel gabinetto, di notte sotto le lenzuola. È la “Hiroshima interiore” di Edgar Morin, quella che lo segnerà per sempre. Un senso di colpa lo afferra, e si deposita sotto la forma di un’angoscia primitiva, destinata a...

David Campany / Sulle fotografie: immagini indisciplinate

Quando era un giovane studente David Campany, oggi critico, scrittore, artista e docente, ebbe la ventura di trascorrere un pomeriggio con Susan Sontag. Durante la conversazione l’autrice del celebrato volume Sulla fotografia apparso negli anni Settanta gli chiese a bruciapelo: “Che cos’è che ti preoccupa dei miei scritti sulla fotografia?”. Campany le rispose che a suo avviso il libro non parla a sufficienza di nessuna immagine in particolare. Al che la scrittrice americana gli replicò: “È vero. Il mio libro riguarda più la fotografia come fenomeno artistico e sociale”. Poi con quel sorriso, che le era tipico, aggiunse: “Forse un giorno sarai tu a scrivere un libro intitolato Sulle fotografie”. L’aneddoto è raccontato da Campany alla fine della prefazione al suo volume che reca il titolo preconizzato dalla Sontag (Einaudi, pp. 264, € 38). Si tratta di un libro che presenta 120 fotografie: sulla pagina di destra l’immagine, e su quella di sinistra il commento, la ricostruzione dell’occasione in cui è stata scattata, oppure la storia del fotografo che l’ha realizzata, o altro ancora. Sulle fotografie non è esattamente una storia di questa attività umana, che sta per raggiungere i...

Letizia Battaglia, Sabrina Pisu / Letizia Battaglia, una vita al grandangolo

Letizia Battaglia, di cui è appena uscita una biografia scritta a quattro mani con Sabrina Pisu, Mi prendo il mondo ovunque sia. Una vita da fotografa tra impegno civile e bellezza (Einaudi, 266 p., 19 euro), ha sempre fotografato con il grandangolo. Secondo i manuali, i grandangolari sono obiettivi da paesaggio, offrono infatti una visione più ampia di quella dell’occhio umano che invece, per convenzione più che per calcolo, viene assimilata al 50mm È quello il “normale”, l’obiettivo per far tutto, quello che non distorce e che quindi va mediamente sempre bene, preservando il realismo della visione naturale. Cartier-Bresson, si sa, fotografava quasi sempre con il 50. Ma Letizia Battaglia no, lei andava in giro con il 35mm se non addirittura con il 28. Il problema è che questa grande fotografa palermitana per molti anni ha fatto la reporter e, credo, non si sia mai molto interessata ai paesaggi. Quello che l’ha sempre affascinata, invece, sono le persone, la loro vita, il loro modo di essere e di agire e – suo malgrado, ma necessariamente visto il periodo in cui ha lavorato a Palermo – la loro morte.   Ora, quando fai la reporter ciò che devi fare è mostrare qualcosa che è...

Una conversazione / Joachim Schmid: cataloghi caotici

Sara Benaglia, Mauro Zanchi: Nel 1989 Lei ha dichiarato «Nessuna nuova fotografia finché non siano state utilizzate quelle già esistenti!». Quest’ottica “ecologica” in un contesto in cui la proliferazione di immagini è iper-accelerata come ha cambiato il suo modo di pensare la fotografia, anche dei grandi autori? Perché qualche anno più tardi ha affermato «Per favore non smettete di fotografare»? E che cosa direbbe oggi?   Joachim Schmid, The Artist’s Model, 2016, courtesy of P420, ph C. Favero   Joachim Schmid: Il primo slogan è stato il titolo provocatorio di un saggio sull'enorme sovrapproduzione in fotografia, che indicava le masse di immagini esistenti che sono potenziali materie prime per tutti i tipi di opere. Questo in un momento in cui una nuova generazione di fotografi si batteva per far riconoscere la fotografia come una forma d'arte a tutti gli effetti legittima. Avevo forti dubbi su questo approccio incentrato sulla macchina fotografica. E a quanto pare il mio titolo era una frase così orecchiabile che da allora mi perseguita.  La seconda è la ricostruzione di un'istantanea trovata. L'ho usato come una sorta di motto per il mio Bilderbuch, che si...

Il sublime del mondo / Olivo Barbieri: Early Works

  Olivo Barbieri, ovvero narrare il sublime del mondo   Dovrebbe essere proprio di ogni linguaggio esprimere quel che è indicibile in altra forma se non con quel linguaggio. La ricerca di Olivo Barbieri mira da sempre all’essenziale specifico della fotografia. Quel che altrimenti non si può rendere risuonante con l’osservatore, se non mediante l’immagine fotografica; quel che non coincide del tutto con l’oggetto rappresentato ma evoca e invoca allo stesso tempo l’immaginazione dell’osservatore: per queste vie Barbieri mette chi si ferma a guardare i suoi lavori in posizione di ricerca. Una ricerca di significati mai esauribile e saturante, anche quando sono saturi i paesaggi che riprende. Una ricerca che rende l’osservatore parte dell’immagine, in un processo ecologico di percezione visiva. Nelle sue immagini ci si muove, riflettendo e immaginando, senza sosta. Si attiva in chi guarda una partecipazione sensomotoria che risuona sia con i luoghi e i paesaggi, che col gesto del fotografo e la sua percezione. Una percezione di solito inaudita, imprevista, destabilizzante, inattesa, eppure carica di senso di scoperta.   Con sodale stupore, ci si trova a dirsi,...

Insidie della cortesia / Saluti e baci

Niente più baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle? Pare di no, almeno per adesso che, come ci hanno anche troppo ripetuto, di contatti fisici non se ne parla proprio. Fra le conseguenze di questa minuziosa riorganizzazione delle distanze sociali fra corpi che stiamo subendo, c’è una trasformazione delle cosiddette forme di cortesia. E in primo luogo dei saluti. Ce ne siamo accorti già da tempo, impacciati come siamo nel non sapere come comportarci quando incontriamo un amico, un parente o un collega, cosa fare e cosa no, che tipo di confidenza assumere, se e come manifestarla nei gesti prima ancora che con le parole, con il corpo più che con la mente. Accumuliamo figuracce, dietro la mascherina che cancella ogni sorriso e ogni smorfia. E  altrettante ne subiamo, quando allunghiamo la mano verso il nostro interlocutore e costui, altrettanto imbarazzato, ci rifiuta la sua. Per non parlare dei baci – uno al Nord, due al Sud, tre Oltralpe, quattro in Russia… –, vietatissimi e insieme agognatissimi. O degli abbracci: segno di un’intimità più o meno forte, di un’amicizia più o meno ipocrita che vorremo coltivare senza però possedere i codici per farlo: quelli cui...

Dissoluzione e arricchimenti / Nomi della rosa: gli schizzi di Eco

Il nome della rosa: che dirne ancora? A quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, del romanzo storico-poliziesco-filosofico di Umberto Eco s’è scritto di tutto e il suo contrario. Interpretazioni e sovrainterpretazioni da parte di critici e intellettuali d’ogni sorta e paese, tutti tentativi, alla fin fine, di spiegarne le ragioni (letterarie? narrative? sociologiche? finanziarie?) del planetario successo. Un racconto di monaci medievali che si sgozzano per mettere le mani (letteralmente) sul secondo libro della Poetica di Aristotele, pieno di dottissimi dialoghi e citazioni in latino, riferimenti d’antan e strizzate d’occhio all’attualità, presto diventato un best seller. Nessuno lo poteva immaginare, meno che mai il suo autore, convinto d’aver redatto niente più che un divertissement per pochi amici, eppure presto travolto da folle osannanti di milioni di lettori. Come è stato possibile? Intorno a questo interrogativo, appunto, si sono moltiplicate le risposte: tutte vane, tutte sensate; tutte imperfette. Forse, potremmo affermare col senno di poi, era scorretta la domanda: più che la presunta pietra filosofale per il romanzo di successo andava indagato l’ambiente socio-...

Riposo e lavoro / Una stanchezza senza fine?

L’ha detto bene Silvia Ballestra nel suo diario milanese del Lockdown: “all’improvviso questa immane stanchezza”. Lei l’attribuisce alla primavera incipiente che, uscendo di casa dopo due mesi di segregazione, scopre all’improvviso. Stare segregati rende stanchi? Una delle cose che più colpisce alla fine di questo lungo periodo di confino è proprio la stanchezza. Forse per via delle tante cose da fare: pulire la casa, fare la spesa, cercare le mascherine, telefonare a parenti e amici, guardare i social, e poi stare sempre insieme con moglie, marito, figli, compagna, compagno, eccetera. Così che all’improvviso si capisce che, nonostante il tanto tempo a disposizione, abbiamo combinato ben poco. I volumi allineati sulla libreria, che attendevano da anni, le opere in molteplici tomi, sono ancora lì, al massimo qualche pagina o capitolo, poi più nulla. Naturalmente c’è anche chi ha letto tanto, come un amico cui telefono a cadenza settimanale per sapere come sta, dato che se ne sta tutto solo in appartamento di città abitato di recente.   Le telefonate sono anche un elenco dei libri letti da lui da cima a fondo. Ma, anche se non me lo dice, pure lui si deve essere stancato;...

Un ricordo / Pierre Guyotat, scrittore dall’universo tormentato dalla carne

«En ce temps-là, la guerre couvrait Ecbatane» (A quei tempi la guerra copriva Ecbatane). Così inizia Tombeau pour cinq cent mille soldats (Gallimard) che nel 1967 ha segnato e cambiato profondamente la scena poetica francese, suscitando insieme scandalo e ammirazione. Con una spinta tanto potente quanto era sovversiva la sua ambizione, questa epopea radicata nella memoria traumatica della guerra d’Algeria, che però non viene mai nominata, era l’opera di un ragazzo di 27 anni, autore molto precoce di due primi romanzi apparsi presso l’editore Seuil Sur un cheval (1961) e Ashby (1964): Pierre Guyotat, morto nella notte tra il 6 e 7 febbraio di quest’anno, all’ospedale Saint-Antoine, aveva 80 anni. Rientrato straziato dall’Algeria nel 1962, dopo gli Accordi di Evian, là si era spogliato di quello che avrebbe potuto essere. Se nel suo libro successivo Eden, Eden, Eden (Gallimard, 1970) raggiunge la bellezza del serpente, la lingua usata in Tombeau… si rivela già allucinatoria fino all’insostenibile, ma estremamente materiale, mai astratta. Un canto marmoreo si innalza al presente perpetuo, mostrando la verità di corpi sessuati intrappolati nella guerra, nel terrore, nella...

Tra scrittura e immagine / Massin, uomo di Lettera

Quando siamo bambini, sono esseri con pance e gambe. Poi diventano la A di amaca, la E di elefante, la C di casa. L’iniziale del nostro nome, prima incerta, poi disegnata grande e spessa. Poi smettiamo di vederle, le lettere. Le usiamo e loro si fanno usare da noi, come nella nostra firma che è sempre in continua evoluzione, ma non le vediamo più veramente. Diventano trasparenti ai nostri occhi: leggendo un libro non vediamo più una selva di aste danzanti, ma ci guardiamo attraverso per andarci a prendere quello che c’è scritto, dietro quel nero d’inchiostro. Eppure la Lettera (sì, Lettera con la maiuscola) è anche immagine: si ramifica in alfabeti figurati, si snoda lungo calligrammi e poemi visivi, si gonfia e si restringe, esibisce la grana di cui è fatta, e parla forte come nei manifesti pubblicitari, nelle tag e nella grafica da strada. È la Lettera dei miniatori medievali, di Geoffroy Tory, di Stéphane Mallarmé, di Guillaume Apollinaire, dei futuristi, dei pubblicitari, degli scolari, certo, e dei pittori – e, non da ultimo, anche dei grafici.     Massin, La Lettre et l’image. La figuration dans l’alphabet latin du VIIIᵉ siècle à nos. «La lettera non ha, sulla...

La biblioteca di Atlantide / La sposa meccanica di Marshall McLuhan

Marshall McLuhan viene solitamente considerato il più importante studioso dei media. Nato nel 1911 a Edmonton, in Canada, ha studiato lingua e letteratura inglese a Cambridge e ha insegnato in diverse università, tra cui principalmente quella di Toronto, dove ha operato tra il 1946 e il 1979. Le sue vastissime conoscenze, relative soprattutto alla letteratura e alla cultura classica, gli hanno consentito di interpretare in maniera innovativa e originale il ruolo sociale svolto dagli strumenti di comunicazione. La sposa meccanica. Il folclore dell’uomo industriale è stata la sua prima opera ed è uscita negli Stati Uniti nel 1951. Si tratta di un lavoro che solitamente non viene molto considerato, ma che è invece estremamente importante, in quanto in esso McLuhan ha tentato per la prima volta di smontare i miti presenti nella cultura della società di massa.   Non è stato infatti Roland Barthes, come spesso si ritiene, a mettere per primo sotto accusa i miti della cultura di massa, in quanto il celebre volume Miti d’oggi è stato pubblicato dal semiologo francese sei anni dopo il testo di McLuhan. Questo testo, però, non ha goduto di una grande fortuna, perlomeno in Italia. Si...

Heimat / I fantasmi di Nora Krug

“Possiamo esserne consapevoli o no, ma facciamo la volontà dei nostri antenati: i nostri comandamenti ci arrivano dal loro regno; i precedenti da loro stabiliti sono la nostra legge; ci sottomettiamo ai loro dettati, anche quando ci ribelliamo ad essi. […] Ereditiamo le loro ossessioni, ci facciamo carico dei loro fardelli, portiamo avanti le loro cause, promuoviamo le loro mentalità, le loro ideologie e molto spesso anche le loro superstizioni; e spesso moriamo cercando di vendicare le umiliazioni che loro hanno subito. Perché questa schiavitù? Perché non abbiamo scelta. Solo i morti possono garantirci legittimità. Lasciati a noi stessi siamo tutti bastardi. In cambio della legittimità, di cui gli umani avvertono la necessità e che agognano più di qualsiasi altra cosa, noi ci arrendiamo al loro dominio. Possiamo, con i nostri atteggiamenti moderni, ignorare o ricusare la loro antica autorità; e tuttavia, per conquistarci un margine di vera libertà – per divenire ‘assolutamente moderni’, come diceva Rimbaud – dobbiamo cominciare proprio con il riconoscere la presa che tradizionalmente ha su di noi questa autorità.”     La lunga citazione tratta dalle primissime pagine...

26 gennaio 1940 - 11 ottobre 2019 / Ettore Spalletti: dare voce al silenzio

Con Ettore Spalletti se ne va un caro amico, uno degli ultimi grandi artisti della nostra generazione che ha visto da Piero Manzoni a Giulio Paolini, da Pascali a Lo Savio, da Merz a Fabro, da Castellani a Cattelan, un numero impressionante di giganti: sicuramente il XX Secolo è stato per l’Italia uno dei più fertili e importanti. L’Italia non finisce mai di stupire. Sempre sul punto di affondare ma all’ultima curva, alla parabolica, spunta Lei, anzi lui, il nostro stivale, cui la forma attribuisce un carattere molto particolare. Sembra che un gigante si sia divertito a plasmarne le coste per farne un pezzo di terra con la forma di uno Stivale.   Una volta Luciano Fabro ha scritto (cito a memoria): “Amo chi ama la forma dell’Italia”. Mi chiedo: e se fosse stato Dio che, nei giorni della Creazione, stufo di tanto lavoro, si è divertito a fare l’Italia cosi? In fondo se ciò che si dice è vero, per lui era un gioco da ragazzi. Un po’ come Zeus, prendi un fulmine e zot! Fatto il Gargano. Altro fulmine e zac! Le Alpi spuntano a proteggerci dai venti gelidi. E così via. Poi certamente, osservando la Terra, Dio o forse Jahvè decide di prender casa e dove va? Ma a Roma, che diamine!...

A cinquant’anni da una conferenza / Michel Foucault: “Cosa importa chi parla?”

Dopo un periodo di distaccamento all’Università di Tunisi durato due anni, dal 1° ottobre 1966 alla fine di settembre 1968, Michel Foucault rientra a Parigi, con l’incarico di insediare il dipartimento di filosofia al Centro universitario sperimentale di Vincennes. Agli inizi dell’anno successivo, si ripropone di fronte al parterre intellettuale francese, presso la Société française di philosophie, con una breve e singolare conferenza, intitolata: “Che cos’è un autore?” (oggi in: M. Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli 2004, pp. 1-21). Sulle prime, l’esposizione di Foucault appare una professione di ortodossia strutturalista che intona il mantra dell’irrilevanza dell’autore, già inaugurato dalla “nouvelle critique” di Roland Barthes, che prescindeva dalle referenze biografiche e psicologiche dell’autore a favore dell’analisi delle strutture interne del testo e del gioco della loro articolazione interna, e su cui confessa di avere ancora meno remore di quante ne mostrasse in Le parole e le cose di due anni prima, dove l’archeologo del sapere s’immergeva nello scavo del sottosuolo epistemico per rintracciare le “regole” di formazione di concetti e teorie, dentro grandi unità...

1989 - 2019 / The Wall: il diorama del muro a Berlino

Le considerazioni che seguono, come quelle già uscite e altre che si aggiungeranno nei prossimi mesi, al di là del fornire alcune documentazioni e notizie relative alla passata realtà quotidiana nella Germania e nella Berlino divise, hanno l’auspicio di poter essere fonte di riflessione, prese le debite distanze dai coinvolgimenti emotivi e politici, per meglio affrontare e valutare la contemporaneità (nostalgie, demonizzazioni, celebrazioni, anniversari) con un poco di lucidità e qualche strumento in più.   Se ci si spinge poco oltre il caos dell’isolato che ospita quel che resta del Check Point Charlie, fondamentale e fatidico punto di passaggio tra l’est e l’ovest nella Berlino divisa, se si supera la striscia di cubetti di porfido che segna sull’asfalto il vecchio tracciato del muro, se si costeggiano innumerevoli pullman turistici parcheggiati in attesa dei turisti in visita, si raggiunge un padiglione inelegante, a suo modo monumentale, ma non fine a sé stesso e che raccoglie un piccolo grande gioiello: il panorama di Yadegar Asisi che proprio al muro è stato dedicato. Asisi è un artista di origine iraniana, nato a Vienna nel 1955, che ha realizzato svariati Panorami...

Sciascia Trenta / C’era una volta Regalpetra, c’era una volta Leonardo Sciascia

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent'anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l'eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l'aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.   “Regalpetra, si capisce, non esiste: «ogni riferimento a fatti accaduti e a persone esistenti è puramente casuale». Esistono in Sicilia tanti paesi che a Regalpetra somigliano; ma Regalpetra non esiste”. L’antifrasi è smaccata. Tanto scoperta da non potere essere scambiata per ironia. C’è...

20 giugno 2015 / Paolo Poli: pezzi, contraddizioni, scarti

È il 20 giugno 2015, la scena si apre sullo studio dieci della rai in via Teulada a Roma. Uno studio piccolo, un po’ a scatola, con tanto soffitto, pareti azzurre retroilluminate, un grande schermo, delle seggiole e un pianoforte bianchi. L’inquadratura porta su una tenda rossa di velluto, di lato: da lì esce Paolo Poli. Evocato dal composto e grazioso Pino Strabioli viene avanti un vecchio alto, con il papillon, canuto, scarpe lucide, le gambe molto secche. Bello, bellissimo – come da più parti definito nei decenni –; difficile, complicatissimo, come ne parlarono in epoche diverse Rodolfo di Giammarco e Mariapia Frigerio. Conduce il suo ultimo programma, ci avrebbe lasciati nemmeno un anno dopo. È anche il primo programma tutto suo dal tempo di Babau ‘70, registrato nel 1970 e mandato in onda solo sei anni più tardi.    Il lupo non ha perso il vizio, anzi ha deciso di scriverci sopra otto puntate di una trasmissione che si chiama, in onore di Aldo Palazzeschi, “E lasciatemi divertire”. Ogni puntata è dedicata a un vizio capitale, e l’ultima è un elogio del peccare. Strabioli fa il conduttore, il domatore, l’amico, l’allievo. Due cose che fissano l’organizzazione di...

L’Aquila è cambiata per sempre / 6 aprile 1922: Einstein, Bergson e il tempo

Le date sono tutto fuorché convenzioni e la storia, “la storia reale – scrivono Deleuze e Guattari in Millepiani – non si sbarazzerà mai delle date”. Quando prendono rilievo nella vita individuale e collettiva, esse funzionano come i marcatori degli eventi ed è per questo che hanno un’affinità sostanziale con la performatività di una parola d’ordine. Prima di comunicare qualcosa, una data, ad esempio il 6 aprile 2009, risuona come una presenza efficace: qualcosa è accaduto, un sisma; qualcosa è passato di qua, e L’Aquila è cambiata per sempre.   Il noema di una data è un evento e ogni data è una figura di sostituzione in cui il tempo extratemporale dell’atto si salda come tale nel fatto preposto a ricordarlo. Simili alle fotografie cui Roland Barthes e André Bazin hanno ascritto una funzione deittica decisiva, le date attestano una potenza performativa non indifferente: il passato che evocano non è empirico o storico ma trascendentale, assoluto. E perciò, spiegano ancora Deleuze e Guattari, i reazionari le odiano. Davanti all’evento il “com’era dov’era” di un certo, ottuso, conservatorismo getta a terra la sua maschera utopica e stantia: le date attestano una metamorfosi e il...