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Saul Steinberg

(14 risultati)

Galleria Anna Maria Consadori, Milano / Gli occhi di Steinberg

I ritratti di Steinberg non mi vengono molto bene. Gliene ho fatto più di uno, frugando tra le sue foto, ma nessuno mi ha mai soddisfatto pienamente. Il punto è che in un suo ritratto, perché sia proprio vero, non si può non cogliere, insieme ai lineamenti del volto, il carattere della sua mano, delle sue dita, della punta dei suoi polpastrelli. Perfino delle unghie. Del suo corpo intero, insomma. Quindi non è sufficiente guardare le foto e scavare nei segni della sua faccia.  Steinberg inoltre, davanti al fotografo, normalmente recita. Finge. Come fingono e recitano i suoi disegni. Steinberg ha disegnato e impresso in modo indelebile nella nostra mente il ritratto dell’America. In particolare di Manhattan, del suo aspetto e della storia. Come nessuno aveva fatto prima li ha tradotti in linee, ce li ha fatti vedere e scoprire. I suoi disegni si sono sovrapposti alle immagini reali, di persone e di cose, facendole diventare in questo modo un prodotto della sua mano. Per fare questo ha catturato un segno e, da grande domatore, la penna in mano come una frusta, l’ha messo ai suoi ordini.    Saul Steinberg, 2018, matita, carboncino e olio su carta, cm 33x23,8. Le...

Biografie epistolari / Kurt Vonnegut. Lettere da un bislacco autore di fantascienza

«Questo libro è stato scritto nelle lunghe ore che ho passato aspettando che mia moglie si vestisse per uscire. Se non si fosse vestita affatto, questo libro non sarebbe mai stato scritto». L’epigrafe che Groucho Marx mette in testa alle sue Memorie di un irresistibile libertino (Rizzoli, 1975) avrebbe potuto benissimo essere sottoscritta, adattata alla bisogna, da quel “bislacco autore di fantascienza” di Kurt Vonnegut, come avvertenza alla raccolta di lettere (1945-2007), selezionate dal curatore Dan Wakefield tra più di un migliaio, dal titolo Tieniti stretto il cappello. Potremmo arrivare molto lontano (traduzione di Andrea Asioli, Bompiani 2021).    Lettere, queste, scritte nelle lunghe ore passate aspettando, inutilmente, che qualche editore dalla visione lungimirante si decidesse a pubblicare «un barbaro, che scriveva senza avere alle spalle uno studio sistematico della grande letteratura, che non era un gentiluomo, che come un pennivendolo qualsiasi si era allegramente piegato a scrivere per delle riviste dozzinali – insomma che non aveva fatto la gavetta accademica»; lettere buttate giù in attesa che il dipartimento di antropologia dell’Università di Chicago...

In mostra alla Triennale di Milano / Saul Steinberg: sono una mano che disegna

In una lettera del 26 giugno 1963 (edita in Lettere a Aldo Buzzi 1945-1999, Adelphi 2002), Saul Steinberg scrive: «Io ammiro sempre di più le qualità letterarie della gente, cioè la possibilità di raccontare un fatto o fare un’osservazione giusta e vera. La maggior parte della gente trasforma cose successe a loro in cose lette sul giornale. Chi non sa raccontare fa paura.» È una riflessione interessante: la qualità letteraria è identificata con la capacità di raccontare fatti e fare osservazioni giuste e vere. Una capacità che permette di non farsi parlare dalle parole che si leggono sui giornali, di non trasformare la realtà nella sua proiezione mediatica. La paura di cui si parla, il non saper raccontare, coincide con quella del non saper vedere e interpretare ciò che accade, non riconoscere il giusto e il vero. La capacità di raccontare è conseguenza del saper osservare, cruciale per un disegnatore. Quando Picasso dichiarava di aver impiegato tutta la vita per disimparare quel che sapeva per riuscire a disegnare come fanno i bambini, penso che alludesse prima ancora che a un risultato concreto, operativo, a una possibilità e a una modalità di vedere e di percepire le cose senza...

Un nuovo volume della collana Riga / Tutti i numeri di Saul Steinberg

Saul Steinberg è cresciuto. Insieme a Riga. 112 pagine in 16 anni. Dalle 422 del 2005 alle 534 di oggi. E sarebbe cresciuto ancora di più se 37 [pagine] non avessero dovuto emigrare sul sito online perché, insomma, in questa nuova fiammante edizione monografica, la numero 43, dedicata all’artista americano “fra i più conosciuti e insieme sconosciuti del Novecento”, credeteci non c’era proprio più posto. “Tutta colpa del pròto”, si sarebbe detto ai bei tempi della composizione a piombo. Riga (nel senso della “riga” che rievoca i quaderni di scuola di una volta) è una collana editoriale sbocciata nel 1991, fondata e diretta da Marco Belpoliti e Elio Grazioli. Un progetto “quasi enciclopedico della cultura del nostro secolo”, nato, spiegano, senza nessun particolare programma, con il solo obiettivo di fare qualcosa che “ci sarebbe piaciuto leggere”. Per fortuna l’hanno fatto in un tempo in cui i libri erano oggetti di carta, perché, per dirla con Ermanno Cavazzoni (che scrive di Gianni Celati, suo sodale e “vagabondo della letteratura”, in Riga 28), “un libro è un libro quando è di carta e perciò qualcosa di stabile”. Un piccolo monumento che si erge contro il tempo, piccola...

Da oggi in mostra alla Triennale di Milano / Direttamente dalla mano e dalla bocca di Steinberg

Viene inaugurata oggi alla Triennale di Milano la mostra Saul Steinberg Milano New York a cura di Italo Lupi e Marco Belpoliti con Francesca Pellicciari e realizzata insieme alla casa editrice Electa. È uscito da qualche giorno il volume 43 della collana "Riga" da cui questa intervista è tratta: Saul Steinberg a cura di Marco Belpoliti, Gabriele Gimmelli e Gianluigi Ricuperati, Quodlibet edizioni.    Saul Steinberg è un artista, un filosofo, un commentatore della società e un vignettista il cui lavoro si spinge ben oltre i confini del fumetto, in un mondo popolato di lettere aggressive, gatti a cui piacciono i numeri, linee che conversano e hanno dubbi. I disegni di queste pagine sono tratti dalla sua ultima raccolta, The New World (Harper & Row). Ad accompagnarle, qui, sono le spiegazioni dello stesso Steinberg, riprese da un’intervista di Jean vanden Heuvel.   Il libro si intitola The New World. Un titolo formidabile che non dice niente. Il libro è una raccolta di disegni metafisici che raffigurano situazioni e problemi. Il suo motto è “Cogito ergo Cartesius est” (penso, dunque Descartes esiste): significa che la ragione stessa può risolvere...

Luoghi, amici e storie / Marco Belpoliti. Pianura, eccetera

Una domanda che ci si può porre a proposito di Pianura, l’ultimo libro di Marco Belpoliti (Einaudi, pp. 280, € 19,50), riguarda il genere a cui appartiene. Che cos’è? Un libro di viaggi, di memorie, di descrizioni? Una raccolta di saggi, una galleria di ritratti, un’autobiografia? Un quaderno di appunti, un diario? D’altro canto, il titolo non contiene misteri. Tema dell’opera è la Val Padana, la pianura evocata dalla fotografia di Luigi Ghirri che illustra la sovracoperta: un albero che appena s’intravede nella nebbia, accanto a un’edicola sacra, di quelle che s’incontrano a tutti i crocicchi delle nostre campagne. La valle del Po, dunque, a partire dall’area emiliana dove si è svolta gran parte della vita dell’autore, nativo di Reggio Emilia, con importanti indugi sulla Romagna e sul delta del Po, e sporadiche incursioni verso l’Appennino, nonché nella Lombardia pedemontana (la Brianza), dove Belpoliti ha vissuto (molto meno presente la città di Milano, dove da tempo abita). Ad apertura di libro, una mappa disegnata dall’autore riproduce questo scenario geografico, e riporta i principali luoghi di cui si parlerà, a volte corredati da sommari appunti. Al centro Reggio, e poi...

Lionni tutto intero

Nonni che raccontano storie ai nipoti ce ne sono milioni. Nonni che in questo modo hanno rivoluzionato la narrativa per l'infanzia, solo uno: Leo Lionni. Perché fu così, sul treno per Greenwich e a beneficio di due piccole pesti, che nacque il suo capolavoro. Oggi si chiama Piccolo blu e piccolo giallo ed è un classico amato in tutto il mondo, ma quel giorno era stato soprattutto la soluzione per riportare la calma nel vagone. In cerca di un'idea che ipnotizzasse gli scatenati nipoti, Lionni aveva strappato da una rivista una pagina colorata per sminuzzarla in tanti piccoli pezzetti. Guardate, disse muovendoli con le dita, questo piccolo pezzetto blu ha fatto amicizia con quest’altro che è giallo ma ecco, quando si abbracciano, i due diventano un'unica macchia verde, e nessuno li riconosce più.     L'incanto era nato, la battaglia della calma era vinta. Quella del libro però era solo cominciata. Siamo pur sempre nel 1959, quando un linguaggio visivo così essenziale – e soprattutto, orrore: non figurativo – era impensabile per dei libri illustrati. Non a caso gli adulti osteggiarono a lungo Piccolo blu e piccolo giallo, bollandolo come astratto, incomprensibile. I...

Tra scrittura e immagine / Massin, uomo di Lettera

Quando siamo bambini, sono esseri con pance e gambe. Poi diventano la A di amaca, la E di elefante, la C di casa. L’iniziale del nostro nome, prima incerta, poi disegnata grande e spessa. Poi smettiamo di vederle, le lettere. Le usiamo e loro si fanno usare da noi, come nella nostra firma che è sempre in continua evoluzione, ma non le vediamo più veramente. Diventano trasparenti ai nostri occhi: leggendo un libro non vediamo più una selva di aste danzanti, ma ci guardiamo attraverso per andarci a prendere quello che c’è scritto, dietro quel nero d’inchiostro. Eppure la Lettera (sì, Lettera con la maiuscola) è anche immagine: si ramifica in alfabeti figurati, si snoda lungo calligrammi e poemi visivi, si gonfia e si restringe, esibisce la grana di cui è fatta, e parla forte come nei manifesti pubblicitari, nelle tag e nella grafica da strada. È la Lettera dei miniatori medievali, di Geoffroy Tory, di Stéphane Mallarmé, di Guillaume Apollinaire, dei futuristi, dei pubblicitari, degli scolari, certo, e dei pittori – e, non da ultimo, anche dei grafici.     Massin, La Lettre et l’image. La figuration dans l’alphabet latin du VIIIᵉ siècle à nos. «La lettera non ha, sulla...

Anniversari. Tentativo di esaurimento di un luogo parigino / Georges Perec, 18 ottobre 1974

È il 18 ottobre 1974, venerdì. Il cielo sopra Parigi è grigio.   Per tre giorni Georges Perec siede a un caffè di Place Saint-Sulpice. Elenca ogni dettaglio, annota quello che vi accade in maniera meticolosa. “Ci sono molte cose a Place Saint-Sulpice”. Tentativo di esaurire un luogo parigino è una lunghissima lista: due taxi vuoti alla stazione dei taxi; una betoniera arancione; orme indistinte; un 87 vuoto, un 70 pieno, un altro 87 vuoto; il vento che fa cadere la pioggia accumulata sulla tenda del caffé; un’ambulanza che fa ‘pim pom’; i piccioni che si lavano nella fontana ed anche una bambina che piange tra i suoi genitori (o i suoi rapitori); un carro funebre davanti alla chiesa e una porzione non troppo grande di cielo. Osservare la strada, annotare il luogo, l’ora, la data, le condizioni meteorologiche. Osservare il resto di place Saint-Sulpice, quello che non ha importanza, l’infraordinario che fa da sfondo al passare del tempo.   Lo sguardo non vede che quello che incontra. Ma cosa succede quando non accade niente? Bisogna, scrive Perec, registrare cose prive di interesse: i grattacieli che non crollano e la terra che non trema, i mattoni, il cemento, gli orari....

Buzzi e Steinberg. Mirabilia tascabili

Sondrio, Museo Valtellinese di Storia e d'Arte. Uno striscione: Aldo Buzzi e Saul Steinberg. Un'amicizia tra letteratura, arte e cibo. «Il percorso della mostra inizia da quella parte?», domando all'impiegata del museo indicando l'ingresso. Mi risponde a metà fra lo stupito e il perplesso: «Veramente... Di solito noi iniziamo di là, dall'altra parte, al Credito Valtellinese...». Vorrei replicare qualcosa in merito a quel “di solito” e alla mancanza di indicazioni. Lascio perdere. Meglio farsi spiegare la strada. Provo a ripeterla, ma mi confondo subito. S., che fino a quel momento è rimasta al mio fianco, attrezzatura in spalla, senza dire una parola, mi interrompe: «Non preoccuparti, ho capito dov'è. Vieni». La seguo. Mentre percorriamo i cento metri che separano le due sezioni della mostra, penso che la situazione non stonerebbe in un libro di Aldo Buzzi.   La Galleria del Credito Valtellinese è piccola, deserta e silenziosa. Niente personale, niente visitatori. Il ronzio dei faretti al neon è il solo rumore. Mentre S., con la sua solita prontezza, inizia quasi subito a scattare le foto, io mi aggiro un po' distratto fra gli espositori. L'allestimento assomiglia a un...

Il grosso cane

Tratta Udine -Venezia,  ore 15.07 (andata) Il grosso cane   Salgo a Udine. Il treno sudato arriva da Trieste. Ha i vagoni modello “finestrini che non si aprono” e naturalmente l’aria condizionata non funziona. Perfetto. Secondo i canoni di un pomeriggio d’agosto su un convoglio locale, il tutto è quasi rassicurante penso. Trovo posto in una prima declassata da un biglietto sbiadito che ne confonde il numero,  un biglietto declassato anch’esso, poverino.   Se respiro regolarmente e mi muovo poco, ho qualche possibilità di sopravvivenza. Discreto scambio di occhiate con i vicini di posto. Un sorriso, un’alzata di sopracciglia. Confortanti segni d’intesa. Mi metto a leggere cullata dal rumore del treno. Alla seconda pagina sento una forte sbuffata. Riconosco il genere: cane di grossa taglia. Cerco di capire dove si trova e subito lo vedo, nascosto sotto un sedile. Dista da me due posti oltre il corridoio. Ne spunta solo il muso, in mezzo alle zampe anteriori. Il resto del corpo è in ombra, nascosto dalle gambe della sua padrona. Gli sorrido. Lui sembra rispondere, perché solleva...

Saul Steinberg a Colonia

Il grande manifesto campeggia fuori dal museo Ludwig di Colonia e invita a entrare alla bella mostra recentemente inaugurata su Saul Steinberg. È posizionato, consapevolmente o meno, all'interno di un paesaggio urbano che avrebbe potuto essere realizzato dallo stesso disegnatore.     Lo circondano infatti un affastellamento di grandiose quanto diverse architetture: la cattedrale gotica, la stazione dei treni ottocentesca, il museo modernista, le piazze articolate su più livelli da una delle quali si intravede, all'orizzonte, una pimpante statua equestre. Forse sono un po' troppo condizionata da quello che sto per vedere, tuttavia mi sembra di entrare nel museo con lo spirito giusto.     La mostra è intitolata "The Americans" e collocata al piano interrato del museo. Sono esposti assieme, per la prima volta dalla loro realizzazione, gli otto enormi pannelli (per uno sviluppo complessivo pari a settanta metri per tre di altezza) realizzati da Saul Steinberg per il Padiglione Americano all'Esposizione Universale di Bruxelles del 1958.      Si tratta di una, la più...

Intervista a Saul Steinberg

Pubblichiamo di seguito un’intervista a Saul Steinberg, tratta dal libro di Pierre Schneider, Louvre mon amour. Undici grandi artisti in visita al museo più famoso del mondo (Johan & Levi, dicembre 2012, p. 192, € 22), dedicato al dialogo intramontabile con i grandi artisti del passato.      Mi apprestavo già a rispondere, non senza qualche senso di colpa, alle solite obiezioni: “Sono un pittore, sa, parlare non è il mio forte. Del resto, si può parlare d’arte? L’esperienza estetica è come l’esperienza mistica, non si spiega…”. Lui però mi rassicura subito:“Io diffido di quelli che restano ammutoliti, estasiati o tramortiti davanti a un dipinto. Credono ai miracoli, loro. Ma il paradiso siamo noi a doverlo costruire. I veri mistici sono sempre stati dei chiacchieroni. Per rendere onore a un quadro, devi raccontartelo in tutti i dettagli possibili. Se ti blocchi, vuol dire che sei davanti a un padrone, a un capoccia”.    Il silenzio è frutto della paura, e Steinberg odia le dittature. “L’arte è una sfinge: il...

Le mani di Boetti

Premessa sulla sintassi dell’indeterminazione.   Una delle frasi che Alighiero Boetti ha scritto nei suoi famosi quadrati dice: “Mettere i verbi all’infinito”. Come possiamo interpretarla?   Mi rendo conto che si tratta di un paradosso, ma qui l’interpretazione che viene in mente per prima è la meno immediata e la meno letterale: è l’interpretazione di tipo simbolico. “Verbi” sono tutte le parole, tutte le cose che diciamo. L’“infinito” è il limite di quello che si può pensare e immaginare, segna il punto oltre il quale la mente non può andare. Mettere i verbi all’infinito significherebbe, così, portare il linguaggio alla sua massima potenzialità e oltre ogni limite, fargli dire tutto e il contrario di tutto. A parlarci, qui, è quello stesso Boetti che gioca con il tempo, con la morte, con i sensi che gli uomini scopriranno in futuro, oltre ai cinque classici e oltre al senso del “pensare”. Ma questa non è che l’interpretazione simbolica, del tutto opinabile, della frase.   Un’altra...