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Cinema

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Come il vento

È  una similitudine il titolo del nuovo film di Marco Simon Puccioni, nelle sale dal 28 Novembre: Come il vento, il film sulla vita di Armida Miserere, tra le prime donne italiane a essere direttrice di carcere. Diversi, per la verità: Milano-Opera, Parma, Pianosa, Palermo e infine Sulmona, dove muore suicida nel 2003. È una storia struggente e forte, interpretata da una Valeria Golino che, dopo aver vestito i panni di una detenuta in semilibertà in Giulia non esce la sera, ora si trova a rivestire un ruolo opposto.     Sono anni “caldi” per la giustizia italiana quelli in cui trova ambientazione il film: si tratta del periodo compreso tra la fine degli anni '80 e l’affacciarsi del nuovo millennio. Anni consacrati alle indagini sull’antimafia, fuori e dentro le carceri stesse. Proprio in queste maglie aggrovigliate si nascondono infatti i colpevoli dell’omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera e compagno della Miserere.     Dopo questa morte, la vita della donna si trasforma in una rincorsa sfiancante verso la giustizia. La ricerca dei responsabili diviene...

Un quaderno di zombie

Quando Pedro Costa parte per Capo Verde, nel 1994, sono passati ormai cinque anni dal suo primo film, O sangue, una storia per certi versi faulkneriana, tra fratelli e padri morti, da seppellire, più una certa intenzione cinefila, che spesso fa capolino nei primi film, dove è facile rintracciare omaggi, citazioni sotterranee a registi e film amati. In questo primo film girato in un bianco e nero molto contrastato è facile ritrovare Charles Laughton (The Night of the Hunter), certa libertà molto nouvelle vague, l'influenza di Paulo Rocha. È insomma un esordio degno di nota, di cui, nondimeno, lo stesso Costa misura certe ingenuità, proprio legate a questi omaggi: è un film completamente immerso nel cinema. Cinque anni dopo, accompagnato produttivamente da Paulo Branco, Costa si appresta a girare il suo secondo film, Casa de Lava.   Il punto di partenza ruota ancora una volta intorno a un omaggio cinematografico. Chi abbia un minimo di confidenza con i suoi film sa benissimo quanto abbiano contato per lui i film di Jacques Tourneur (in particolar modo Stars in My Crown). Qui però il riferimento va al periodo in cui Tourneur collaborava con il produttore Val Lewton. Insomma, il...

Adrian Paci. Vite in transito

Un regista, che di mestiere voleva fare film, si trova invece costretto per sopravvivere e ovviare alle scarse possibilità di sbarcare il lunario, a procurarsi video cassette porno da mostrare segretamente e a pagamento, a uomini in cerca di qualche emozione sessuale. Ben presto però, accorgendosi del business poco redditizio e divorato dai sensi di colpa nei confronti della famiglia, decide di abbandonare l’impresa e di cancellare i nastri, registrandoli nuovamente con immagini televisive tratte dalla cronaca di guerra. La guerra è quella che ha coinvolto i Balcani negli anni ‘90, e il Paese in cui si ambienta questa storia è l’Albania.   La geografia non è un dettaglio, considerata in coppia con la dimensione umana. Electric Blue è un film che riflette, attraverso la vicenda personale di un uomo, la realtà politica e sociale di un Paese al collasso e al tempo stesso le contraddizioni generate dalle incertezze, dalle insofferenze del vivere quotidiano. Bastano quindici minuti ad assorbire per intero l’abilità con cui Adrian Paci ci raffigura un pezzo di mondo, fatto non solo di...

Stephen Frears. Philomena

Philomena nel 1952 è una giovane donna, che conosce il piacere e mette al mondo un bambino. Quarant’anni dopo è una donna anziana, che legge romanzetti rosa, mangia dolciumi, guarda programmi d’intrattenimento alla televisione e vuole scoprire che fine ha fatto suo figlio. Perché il piccolo Anthony le è stato sottratto molti anni prima, dato in adozione a una coppia straniera dalle suore di Roscrea, un convento dove le ragazze madri come Philomena venivano rinchiuse per nascondere la pancia colpevole.     Siamo in Irlanda e sul peccato non si scherza. A ironizzare sul peccato ci pensa lo scettico Martin, ex giornalista dell'establishment di Blair, che accetta dopo una certa titubanza iniziale, di aiutare Philomena nella ricerca. Insieme volano in America e la verità su Anthony – Michael viene a galla: è stato un avvocato di alto livello, vicino a Regan e a Bush. È stato, appunto. Ma il vero caso da risolvere non è negli Stati Uniti, è in Irlanda, a Roscrea, dove, sotto i folti arbusti del giardino, la nuova leva di suore del convento custodisce devotamente il segreto delle...

Roman Polanski. Venere in Pelliccia

Una sera piovosa Thomas assiste a un miracolo: dopo una serie interminabile di provini scadenti la volgare Vanda, arrivata in ritardo in teatro, fradicia e chiassosa, si rivela la perfetta interprete dell'omonima protagonista de La Venere in Pelliccia, romanzo del 1870 scritto da Leopold von Sacher-Masoch, il quale a causa della personale predilezione per i rapporti improntanti alla sottomissione vide definire col proprio nome in ambito clinico la rispettiva inclinazione sessuale. In realtà sembra perfino un sogno, tanto la donna rievoca perfettamente i toni del personaggio di cui conosce a memoria ogni battuta. Doppia incarnazione, poiché come all'autore compare l'attrice perfetta, al protagonista dell'opera, Severin, appare la personificazione della propria fantasia sessuale pronta, come ha sempre immaginato, a stipulare con lui un contratto di sottomissione che lo nomina suo schiavo a tempo indeterminato.     Ma nel passaggio fra sogno e realtà Vanda si ribella. Proprio perché incarna il tipo di donna forte da cui Severin/Thomas desidera essere punito, in virtù delle qualità che esso le ha attribuito...

Woody Allen. Blue Jasmine

È quasi la fine, Jasmine entra in casa, stanca, struccata, sfatta. Il futuro marito ha scoperto la verità sul suo passato, il figlioccio ritrovato le ha detto di non volerla più rivedere, la finzione è crollata. Con gli altri, con il proprio corpo, ma per Jasmine non con se stessa. Di fronte alla sorella e al fidanzato, ha ancora la forza di fingere, ignara dello sfacelo degli occhi segnati, dei capelli spettinati, della tragica ironia di una messa in scena smascherata.     È Norma Desmond, non c’è altra affinità che tenga, il viale del tramonto per lei è arrivato anche troppo presto. Jasmine segue gli stessi passi della diva dimenticata, è intrappolata nella medesima gabbia interiore, condannata all’oblio dei sensi e dello sguardo. Jasmine infatti non vede e non capisce, come non vedeva e non capiva la povera Norma ingannata dalla finzione delle riprese di un film impossibile; cammina per le strade di San Francisco inconsapevole di ciò che le sta attorno, smarrita nel passato, a tu per tu con i suoi fantasmi. Per Norma la scenografia del disastro era una scala, per Jasmine,...

Soderbergh. Dietro i candelabri

Nel 1977, in piena epoca disco music, il giovane Scott Thurson diventa l'amante e assistente di Liberace, pianista e showman, noto anche per i suoi costumi di scena vistosi e sfavillanti. Liberace, solo il cognome, per fare di sé un'antonomasia, era talmente popolare da essere citato in due canzoni molto famose, My baby just cares for me, che ne evocava il sorriso, e Mr. Sandman, dove le Chordettes cinguettavano: “Mr. Sandman, bring us a dream/Give him a pair of eyes with a come-hither gleam/Give him a lonely heart like Pagliacci/And lots of wavy hair like Liberace”. Il virtuoso del pianoforte era ben impresso nell'immaginario collettivo americano come oggetto del desiderio femminile, sufficientemente innocuo da piacere a tutti, e da diventare anche una star televisiva.   A dargli corpo e voce nel film di Steven Soderbergh è Michael Douglas, e l'aderenza tra il corpo dell'attore appena guarito da un cancro alla gola e quello dello showman non più giovane, terrorizzato dalla vecchiaia e dalla morte, dà ancora una volta la prova del metodo mimetico di Hollywood come legge della recitazione.  ...

D'Anolfi, Parenti. Materia Oscura

Oltre un anno fa, proprio su Doppiozero ci si rammaricava del fatto che uno dei migliori film italiani della stagione, Il castello, diretto da Martina Parenti e Massimo D'Anolfi, non avesse trovato la via per la sala, nonostante il sostegno produttivo di Rai Cinema e del successo raccolto nel circuito festivaliero (premio della Giuria al 29° Torino Film Festival, miglior fotografia agli International Documentary Awards di Los Angeles, per citarne solo un paio).   Dispiace oggi constatare come Materia oscura abbia seguito lo stesso sfortunato destino del suo predecessore: un ottimo riscontro nei festival internazionali (a cominciare dalla Berlinale 2013), nessuna distribuzione nel nostro Paese. Per i felici pochi che vorranno assistere a quello che è uno dei più bei film italiani dell'anno, FilmMaker ha deciso di programmarlo come “Evento Speciale” lungo tutta la durata del festival, fino all'otto dicembre 2013 presso il cinema Palestrina di Milano.     Ellittico e misterioso fin dal titolo, Materia oscura è prima di tutto l'esplorazione di un luogo, un territorio dai tratti apparentemente familiari...

Ross McElwee

In occasione della retrospettiva che FilmMaker dedica quest'anno a Ross McElwee, pubblichiamo un estratto da News from Home. Il cinema di Ross McElwee a cura di Luca Mosso, Daniela Persico e Alessandro Stellino (Agenzia X, 2013)   Segnaliamo l'incontro/brunch dalle 10.45, sabato 7 dicembre con Gianfranco Rosi e Ross McElwee a Milano in Via Sarpi     Quando Robert Kramer nel 1975 girò Milestones, uno dei più incredibili e sottovalutati film degli anni Settanta, fu in grado di mostrare, nella sua forma più efficace e appropriata, uno dei momenti più importanti della storia americana degli ultimi decenni. La generazione degli anni Sessanta, protagonista di un decennio di lotte che cambiò in profondità gli stili di vita culturali e le forme di rappresentazione ideologica di quel paese, si trovò per la prima volta in una situazione di impasse. I rapporti di forza sociali ed economici erano di fatto immutati, il movimento dei diritti civili non era riuscito nemmeno a scalfire le macroscopiche disuguaglianze che contraddistinguevano (e continuano a farlo ancora oggi) i ghetti afroamericani, così...

Gianikian e Ricci Lucchi. Pays Barbare

Dopo essere stato presentato in concorso al Festival di Locarno, dopo essere approdato nelle sale di numerose capitali europee (Berlino, Parigi, Vienna, Londra, Lisbona) Pays Barbare, l'ultimo magnifico film realizzato da Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi approda finalmente anche in Italia. Se non siete riusciti a vederlo a Torino nelle tre proiezioni del Torino Film Festival (sezione Doc – la migliore in assoluto), gremite di pubblico, avete ora la possibilità di intercettarlo a Milano, il 4 dicembre – sala Oberdan, sede del Filmmaker Festival: in attesa che altre città e altre sale decidano di proiettarlo.   Prodotto dalla francese Les Films d'ici (porte chiuse, per loro, qui in Italia), Pays Barbare continua e prolunga il discorso che fin dai tardi anni '70 i nostri due artisti/filmmaker portano avanti: è un lavoro di scandaglio, studio, e di analisi critica (via camera analitica) degli archivi e delle tracce violente lasciate dal '900. Pensato come ricognizione europea di totalitarismi, ideologie della razza, limpidezza del sangue, pulizia etnica, commercio, fanatismi ideologici, religione e capitalismo, “...

Michelangelo Frammartino. Alberi

Una sala cinematografica abbandonata è invasa dalla vegetazione: si potrebbe pensare a un’immagine di rovina, come le sale spettrali che aprono il recente The Canyons di Paul Schrader, un deterioramento fisico che evoca la disgregazione non tanto del cinema in sé, quanto della sala come dimensione della sua esperienza. Il luogo è il vecchio cinema Manzoni, sontuosa struttura in cui sessant’anni fa si celebravano gli ultimi fasti di quello che Siegfried Kracauer chiamava il “culto della distrazione”: gli affreschi classicheggianti dell’atrio, gli ottoni appannati, il carminio sbiadito delle passatoie e del linoleum – una pompa già disseccata quando il cinema chiuse definitivamente nel 2006. Nell’immensa platea, accomodati sulle poltroncine o sprofondati nelle morbide sedute disposte in una radura davanti allo schermo, nell’oscurità avvolta da fruscii e sussurri di bosco, emergono lentamente cime di alberi oscillanti, puntate verso un cielo che si apre in un’aurora.   ph. Elisa Testori   Il cinema come tempio in rovina, disertato dagli umani e riguadagnato dalla natura?...

Laura Chiossone. Tra cinque minuti in scena

La stagione appena conclusa sembra fortemente segnata dalle connessioni e dagli attraversamenti tra cinema e teatro. Accanto al discusso Sangue di Pippo Delbono, presentato lo scorso agosto a Locarno, e al debutto veneziano di Emma Dante con Via Castellana Bandiera, anche una piacevole opera prima si colloca nello stesso solco: si tratta di Tra cinque minuti in scena, firmato dall’esordiente Laura Chiossone (già autrice di cortometraggi, ma alla prima prova con un lungo).     Il film si colloca, per molti aspetti, sul versante opposto delle due pellicole sopra menzionate. Se i lavori di Dante e Del Bono utilizzano linguaggi e visioni propri del teatro fino a contaminare le specificità del mezzo, Chiossone mette il palcoscenico al centro della sua narrazione cinematografica, snodo metaforico ed esistenziale per la protagonista. Gianna (che per timbro vocale e pettinatura non può che ricordare Mariangela Melato) è un’attrice alle prese con le prove di un allestimento precario e scalcinato: l’improbabile regista – che pare affidarsi interamente agli attori per la propria messinscena, e che non interviene mai...

Habitat [Piavoli]

Franco Piavoli è un regista troppo poco conosciuto, a dispetto delle opere eccellenti da lui realizzate: film difficilmente classificabili, poemi bucolici come Il pianeta azzurro (1982) o Voci nel tempo (1996), che osservano il trascorrere delle stagioni della terra e dell’uomo, o racconti epici come Nostos – Il Ritorno (1989). Nell’ambito del cinema italiano l’opera di Piavoli è uno dei pochi esempi di un cinema “minore” nelle sue dimensioni produttive, ma di altissimo investimento in termini etici ed estetici.   Nella sezione Italiana DOC del Torino Film Festival di quest’anno è stato presentato un ritratto del regista e della sua casa nella campagna bresciana: Habitat [Piavoli] di Claudio Casazza e Luca Ferri. Con Gabriele Gimmelli abbiamo incontrato Luca Ferri per farci raccontare qualcosa del progetto e, prendendolo come spunto, per parlare anche del cinema dello stesso Ferri, regista autodidatta e autoprodotto: quando lo abbiamo conosciuto ci ha incuriosito il fatto che disconoscesse ogni suo film subito dopo averlo realizzato e dichiarasse sempre l'opera successiva come terminale. Questa teatralit...

Philibert. La Maison de la Radio

Finalmente qualcuno torna a fare film sulla radio, che di per sé è un ossimoro, perché per fare un film su un medium invisibile ci vuole, come minimo, tanta fede. Bisogna crederci, insomma. Il film alla fine lo ha fatto Nicholas Philibert, che in Italia ricordiamo soprattutto per Essere e Avere, la storia di un maestro elementare in una scuola di montagna e dei suoi alunni. Philibert in Francia, dove il documentario è ancora un genere popolare, è molto conosciuto e apprezzato e il suo nome ha contribuito molto alla diffusione di questo film, che apparentemente è un prodotto molto francese, difficile da esportare.     La maison de la radio (60 giorni di riprese distribuite nell'arco di 6 mesi) è un documentario di 103 minuti che racconta 24 ore nella vita delle persone che lavorano dentro l'edificio che ospita i canali radiofonici del servizio pubblico francese, la casa, appunto, della radio, un edificio circolare progettato da Henry Bernard e inaugurato da de Gaulle nel 1963.     Ieri sera l'ho visto in dvd, perché andarlo a vedere al cinema è un'impresa da...

Paul Schrader. The Canyons

In Holy Motors, la bellissima riflessione meta-cinematografica dell’anno scorso di Leos Carax, vi è una sequenza particolarmente significativa che ci può aiutare a pensare lo statuto contemporaneo del cinema. Il protagonista Monsieur Oscar, il vecchio uomo cinematografico tutto fare che viene dalla storia del cinema e dal Novecento, si ritrova faccia a faccia con un misterioso “boss delle telecamere digitali”. “Sei stanco! Molti non ti credono più quando ti vedono sullo schermo” dice quest’ultimo; a cui Monsieur Oscar risponde: “Mi mancano le macchine da presa; un tempo pesavano più di noi, poi sono diventate più piccole delle nostre teste, ora non le vedi nemmeno più”.   In effetti oggi, nel tempo della massificazione delle telecamere digitali e dell’esposizione di massa del proprio Io nei social network, l’occhio delle “pesanti” macchine da presa del cinema sta sempre più scomparendo. Non perché non vengano più fatti dei film, quanto perché non esiste più un luogo separato dal resto che è demandato unicamente all...

Television

Il Festival Asiatica di Roma dedicato al cinema asiatico più recente è stato chiuso dal bellissimo film Television di Mostofa Sarwar  Farooki, un giovane trentenne del Bangladesh. Il film, recensito entusiasticamente su Variety e su Hollywood Reporter è un modo intelligente e sottile per affrontare un argomento che i migliori antropologi fanno fatica a dipanare. Farooki ha fondato un movimento di registi d’avanguardia, Chabial, che trattano con realismo ed ironia le situazioni urbane e semiurbane del Bangladesh.   In questo caso siamo in una comunità prevalentemente islamica in una isoletta sul delta immenso del Gange. L’isolamento, il controllo da parte degli anziani fa sì che il mondo circostante filtri con lentezza. L’imam, un personaggio bonario e severo al tempo stesso, ha proibito i cellulari e la televisione, perché dice che i primi corrompono i giovani e la seconda è proprio “haram” perché contraddice il divieto del Corano di raffigurare esseri viventi e in più spinge verso l’immaginazione che è la prima causa di abbandono della realtà e di...

Nella colonia penale

La voce che si sente, immersi nel buio della sala, è suadente come se l’aspetta chi lo conosce, Ermanno Cavazzoni («la fata coi baffi», l’ha ribattezzato una volta Silvia Ballestra). Eppure stavolta c’è una punta di asciuttezza in più: un tono insieme di compatimento sottile e neutralità, come dire, nosografica: «L’umanità ha incominciato a andare al mare  verso la metà del Novecento. Fino ad allora a nessuno era venuto in mente di andarci. All’inizio sembrava una moda passeggera… per convalescenti…».     La quiete di Vacanze al mare, con questo titolo anodino da cinepanettone di seconda scelta e il suo tono pacato e sorvegliato, in realtà ci si rivolge come si insegna a fare ai matti. Ci asseconda. Illustrando un nostro comportamento che pare, alla voce fuori campo, fra i segni più inequivocabili dell’universale follia dell’homo sapiens. O homo litoralis – come viene ribattezzata quella sottospecie che ogni anno «dopo il solstizio d’estate […] migra in massa sui litorali marini, per un impulso...

Corinne Day, mai triste

La fotografia di moda è un racconto della società, e chi riesce ad interrompere questo racconto per ricominciare da zero, lascia un segno. Corinne Day è stata la fotografa che ha fatto uscire la moda dagli anni '80 per entrare nel decennio del grunge, dell'heroin chic, della nuova estetica, di Bill Clinton che parla di glamorification dell'anoressia, dei set poveri e veri che sostituiscono le luci dello studio.   Per tutti, Corinne Day è la fotografa che ha scoperto Kate Moss, portandola a 17 anni in copertina di “The Face” con un copricapo indiano e l'aspetto che nulla aveva a che fare con le modelle del decennio che si era appena chiuso.     Cresciuta a Londra, in un flat di Soho che è stato il suo studio ed è lo sfondo di gran parte dei suoi servizi, Corinne Day si è sempre considerata una fotografa documentarista con un'attenzione particolare alla società che trova un'espressione nella moda e nello stile. Anche per questo il rapporto con Kate Moss si è interrotto pochi anni dopo i primi servizi per “The Face” e per “Vogue Uk...

Kechiche. La vita di Adele

In Febbre (1998) di Sarah Kane un monologo delirante interrompe l'alternarsi dei quattro personaggi archetipici, A, B, C e M. È un flusso di coscienza ad opera di A, teso a esprimere i suoi sentimenti per C in una lunghissima enumerazione secondo una lista ben particolareggiata di gesti specifici che si desiderano attuare nei confronti della persona amata, “E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti (…) e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare le sigarette e non trovare mai un fiammifero...”.   Al posto di una descrizione generica delle proprie emozioni l'autrice entra nel personale noto solo ai due interlocutori, occupando due pagine nel tentativo di enunciare tutti i gesti minimi con cui si può essere vicini e uniti. Iperrealismo descrittivo, ossessione degli interstizi del reale, dal teatro al cinema nuovamente il dettaglio è al centro di un racconto d'amore.   Particolare come mezzo e non fine però: ne La Vita di Adele non c'è una vera storia, ogni elemento biografico serve solo a creare l'intelaiatura dove prenderà posizione la relazione...

Tavoli | Sonia Bergamasco

C’è una grande intensità di oggetti sul tavolo di Sonia Bergamasco. È un’intensità che non si ferma alla superficie bianca che si intravede al di sotto di tutte le cose che abitano il piano, ma si propaga come onde nell’immediato intorno. Sei sedie stanno a circondare il tavolo e tutto risulta incorniciato dalla greca del pavimento che rimanda ad antichi motivi decorativi.   I veri abitanti di questo tavolo sono le differenti pile di libri. Libri che sono indizi di lavori e spettacoli che hanno caratterizzato un passato recente e lontano oppure libri che proiettano Sonia Bergamasco nel futuro. Sono pagine che raccontano passioni e amori di letteratura. C’è la struggente Anna Karenina vicina dei Racconti di fantasmi di Henry James che a sua volta è vicino alle Opere di Dante e ai Nove saggi danteschi di Borges. Sono strane connessioni quelle che possono crearsi popolando lo stesso tavolo.   Altri libri ancora vivono dall’altra parte del tavolo, dove classico e moderno si incontrano. C’è un altro Dante, questa volta in versione iper-contemporanea e multimediale e c’...

Da Goldrake a Supercar Gattiger

Se non fosse per quel Mazinga Zeta in copertina, stentereste a credere che questo minuscolo volumetto contenga (quasi) il meglio dei super robot (Sūpā Robotto) giapponesi. Edito da Mimesis, Da Goldrake a Supercar Gattiger di Enrico Cantino è in prima istanza la mappa di tutti i topoi del genere mecha anime. C'è tutto.     Lo spirito scintoista; l'eredità dei samurai; uno scienziato a capo di un centro di ricerca (oppure morto dopo la creazione della super weapon); un adolescente con un tragico passato; un gruppo di giovani comprimari ad affiancarlo (per i robot componibili); la bella di turno e il suo ruolo marginale; il Giappone sotto assedio; il robot gigante e l'immancabile nemico venuto dallo spazio o dalle viscere del pianeta.   C'è poi il rituale del combattimento: l'uscita del robot; l'eventuale assemblaggio o trasformazione – seguita da posa "plastica" e frase a effetto; le mosse speciali e i colpi finali. Tutti preceduti da comando vocale. E – per molte delle serie qui citate – un manga come media form di origine per sfruttare una fama già consolidata....

Costanza Quatriglio. Con il fiato sospeso

È un film-esperimento Con il fiato sospeso, un distillato di sguardi in macchina, di piani evocativi, di voci fuori campo che inchiodano lo spettatore alle ansie del presente, alla deriva di un paese mancato. Costanza Quatriglio ribadisce la vocazione verso un cinema etico, necessario, libero dai condizionamenti del mercato, un cinema senza formato, capace di condensare in appena trentacinque minuti i veleni di un’Italia allo sbando, che cede all’incuria, dimenticando le regole del bene comune.     Sulla scorta dell’esempio registico di Kieslowski, della sua «drammaturgia della realtà», Quatriglio sceglie di confrontarsi con una serie di dolorosi fatti di cronaca (le morti per cancro di alcuni ricercatori dell’Università di Catania), che nel racconto per immagini vengono decantati attraverso le ‘maschere’ di personaggi di finzione (Alba Rohrwacher, Anna Balistreri, Gaetano Aronica). Il carattere sperimentale del film consiste proprio nella capacità di ‘piegare’ la grammatica della fiction, di adattarla alla tensione conoscitiva del documentario, innestando dentro le...

Sebastian Lelio. Gloria

“Gloria, manchi tu nell'aria”. Usciti dal cinema, dopo aver visto “Gloria” di Sebastian Lelio, non sarà facile togliervi dalla mente la hit di Umberto Tozzi. Non solo perché un'affascinante versione cilena del pezzo accompagna la luminosa scena finale e i titoli di coda, ma anche perché Gloria, la protagonista ultracinquantenne del film, vi mancherà veramente.     Vi spiacerà non sapere più niente di lei, anche se durante il film avrete maturato una fiducia tale nelle sue possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta che la separazione non sarà affatto angosciosa. Gloria non ci fa mai veramente preoccupare per lei perché è una donna matura, matura nel senso più gustoso del termine. Nell'accezione comune la “maturità” è associata alla pace dei sensi, se non alla rassegnazione. “Dorme lo spirto guerrier” della giovinezza, quando si approssima la sera, e solo chi nella vita non ha mai smarrito la via sembra potersi meritare sonni tranquilli.   Gloria è la dimostrazione che la sera è fatta anche...

Alfonso Cuarón. Gravity

Quando si parla di libertà bisogna sempre fare molta attenzione. Si tratta di una parola particolarmente scivolosa e sfuggente; uno di quelli che Lacan avrebbe definito “significanti fluttuanti”. Più che avere una vera e propria definizione condivisa, individua un campo semantico (e quindi ideologico) di contestazione. La definizione di “che cosa sia” la libertà, quanto meno nella modernità, è diventata una delle poste in palio più rilevanti della lotta e del dibattito politico. Non stupisce allora che da quando il capitalismo è diventato davvero “the only game in town”, come dicono gli americani, la libertà sia stata definita quasi esclusivamente nella sua accezione liberale, ovvero come libertà negativa.     Che cos’è la libertà negativa? Negli Stati Uniti, dove la parola “freedom” è davvero sulla bocca di tutti, è ormai senso comune: anche l’uomo della strada si definirebbe libero quando è sciolto dai vincoli, dalle determinazioni, dai limiti, dalle imposizioni. Non c’è bisogno di...