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Cinema

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Steven Soderbergh. Effetti collaterali

Esiste l'anima, o siamo soltanto il prodotto di impulsi neuronali/elettrici? Si dice che il futuro della psicoanalisi sia deposto nelle mani della neurologia: felicità a grandi dosi di serotonina e la modifica meccanica dello stato d'animo umano. Se scoprire la natura materiale, quasi tecnica delle emozioni costituisca oggi un trauma culturale ben peggiore di quello provocato dalla nascita della psicoanalisi non è ancora ben chiaro, ma il dilemma basta a far da canovaccio al nuovo film di Steven Soderbergh.     In Effetti Collaterali il controllo esterno dell'anima si oppone alla piena padronanza di sé. Emily (Rooney Mara), una moglie in crisi dopo il ritorno a casa dal carcere del marito (Channing Tatum) ipoteca la consapevolezza mentale in cambio di una serenità chimica prodotta artificialmente. La cura farmacologica prescritta dal dottor Banks (Jude Law) dopo il tentato suicidio della donna si basa sull'uso di un nuovo farmaco e sembra funzionare malgrado il disturbo secondario di frequenti episodi di sonnambulismo. Finché proprio in uno di questi episodi Emily, addormentata, uccide il marito. L'unica...

Speciale Docucity | La fabbrica è piena

Torino, autunno 2010. Alcune figure umane si aggirano senza meta in un dedalo di edifici che attendono la demolizione. Il complesso edile è quello che resta della Fiat Grandi Motori, lo stabilimento che la casa automobilistica piemontese ha per quasi mezzo secolo (1923-1971) destinato alla produzione di motori diesel per locomotive e navi. Un altro simbolo decaduto dell'antica prosperità industriale torinese? Anche, ma non solo, dato che proprio in queste officine, durante la Seconda Guerra Mondiale, i lavoratori prepararono il terreno alla Resistenza cittadina.     Di questa lunga vicenda storica fatta di uomini e macchine, ormai, non rimangono che vecchi filmati in bianco e nero: i trionfi marittimi e ferroviari come la fervida attività operaia e sindacale sono ormai relegati in un passato dai contorni quasi mitici.     Agli albori del XXI secolo, a “riempire”, come vuole il titolo, la fabbrica sono rimasti unicamente tre personaggi, clochards- filosofi che attendono pazienti il compiersi del destino dello stabilimento. Mihai, Andrej e il taciturno Gika, meglio noto come l'”amministratore...

Speciale Docucity | Milano tra Giambellino e Martesana

Dopo Budapest e Parigi, è Milano l'oggetto dell'esplorazione dei filmmakers di Docucity, che dedicano alla città due documentari: il collettivo “Entroterra Giambellino” e il conciso “Martesana, le stagioni in città. Inverno”. Due zone fortemente caratterizzate nell'immaginario della metropoli lombarda, che ciascuno dei film sceglie di rappresentare con un taglio differente.     Quella dei quaranta ragazzi del collettivo Immaginariesplorazioni è una sorta di discesa nel cuore della “tana del Drago” (titolo del volume che il gruppo ha realizzato sul quartiere parallelamente al film), un viaggio anche temporale fra il quartiere della “mala” cantato da Gaber e quello odierno, sottoposto a un rinnovamento “estetico” che rischia di farne una mera succursale del “Polo della moda”. “Io non posso da barbone diventare miliardario”, chiosa un negoziante del quartiere, in un discorso, significativamente posto all'inizio del film, che suona come monito ai progetti innovatori sviluppati senza alcuna conoscenza del territorio. Certo, Giambellino non fa più rima con Cerutti Gino, né con ligera, né con un proletariato urbano di cui rimangono solo vecchie foto in bianco e nero e filmati...

Speciale Docucity | Décryptage banlieue

Una serie di condomini tutti uguali, macchie di colore biancastro che spiccano nella grigia uniformità delle immagini televisive del 1960. Uno speaker descrive questi grandi complessi (ma subito si corregge: "città-dormitorio"), progettati per accogliere famiglie con bambini in fuga dalla caotica vita cittadina. "Ce ne sono in tutto il mondo", continua la voce over, sottolineando come sociologi e urbanisti dedichino al fenomeno saggi e congressi. Infine conclude: “Questi complessi sono un male necessario o un nuovo aspetto del piacere di vivere? Spetterà a questi bambini rispondere, fra qualche anno”.     2007. Altro servizio televisivo, questa volta a colori: il blu dei lampeggianti e delle divise della polizia, il giallo dei neon e delle auto in fiamme rende ancora più forte il contrasto con l'ovattata compostezza delle riprese aeree di quarant'anni prima. In questo caso, è una voce femminile a spiegare le immagini con  enfasi a malapena trattenuta: un centinaio di giovani abitanti di Villiers-Le_Bel, una delle città-dormitorio alle porte di Parigi, si sono scontrati con...

Speciale Docucity | ZimmerFrei.Temporary 8th

Il "temporary 8th" cui fa riferimento il titolo - apparentemente criptico - del film è l'ottavo distretto di Budapest, un quartiere popolare che è stato oggetto di una ampia “ristrutturazione urbana”. Nel 2006, il progetto“Corvin Promenade”, dopo un'ondata di sfratti, ricollocamenti, demolizioni, ha lasciato spazio a nuovi condomini, uffici, aree commerciali. Tuttavia, dell'ambiziosa operazione rimane ben poco. A causa della crisi economica infatti, il progetto ha rallentato il suo percorso nel 2008 e si è definitivamente arrestato nel 2010. L'ottavo distretto rimane pertanto uno spazio urbano costellato di buchi, di aree prive di una precisa destinazione d'uso in cui cortili di vecchie case diroccate si mescolano a orripilanti costruzioni moderne.   Gli artisti del gruppo ZimmerFrei (Massimo Carozzi, Anna de Manincor, Anna Rispoli), che da oltre un decennio si dedicano alla ricognizione degli spazi urbani attraverso i più diversi strumenti audiovisivi (videoinstallazioni, performance, film documentari), si sono recati a Budapest nella tarda primavera del 2012. Seguendo le parole di un...

Speciale Docucity | Uno sguardo sulla città

Il sette maggio prende il via Docucity – documentare la città, festival di cinema documentario organizzato dall'Università degli Studi di Milano – Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale, in collaborazione con il CTU (Centro di servizio per le tecnologie e la didattica universitaria multimediale e a distanza). Il festival, giunto alla quarta edizione, si propone di utilizzare il cinema documentario per riflettere sulla metropoli contemporanea, unendo il cinema alla riflessione sulla comunità multiculturale e sulle diverse realtà urbane.     Per saperne di più, ne abbiamo parlato con Nicoletta Vallorani e Gianmarco Torri, che nel 2006, insieme a Marco Carraro, hanno dato vita al progetto.     Nella scheda di presentazione che compare sul vostro sito web, attribuite a Docucity un'identità “composita come quella di chi ne ha concepito l'idea”. Come è nato il festival, e da dove nasce questa natura “ibrida”?   Nicoletta Vallorani: Il contesto in cui il festival ha avuto origine, il Polo di Mediazione Interculturale e...

Alina Marazzi. Tutto parla di te

Certo che la maternità è anche questo. E’ anche l’identità di madre che traligna, che ostruisce il corso naturale delle cose e che infine defluisce nella tragedia di donne schiacciate da un altro destino. Donne travolte dal fatto di aver da poco partorito e che non vanno lasciate sole con tutti i problemi che sorgono, tra i quali il principale è l'essere espropriate del proprio tempo e delle proprie usuali attività, magari creative e gratificanti come quella di Emma, brava e riconosciuta danzatrice. Può insorgere infatti, con l'arrivo dell'esserino urlante e completamente dipendente da chi lo accudisce, la cosiddetta sindrome post-partum, coi suoi sintomi di tristezza, fatica, insonnia, inappetenza, ansia, depressione e irritabilità.   Tutto parla di te, il quarto lungometraggio di Alina Marazzi, coproduzione italo-svizzera, concentra l’attenzione sulla nascita: di un figlio e, sottolineato, delle difficoltà (il dramma è stato messo giusto un passo più in là) che possono arrivare. Non soltanto: il film trasmette un messaggio preciso: non lasciamo sole le madri, noi...

Salvate il soldato Derrick

E così alla fine il cerchio si è chiuso: adesso sappiamo che il viso un po’ triste dagli occhi bovini di quel signore serio e misterioso, senza vita privata, conteneva, come in una dissolvenza incrociata, anche la faccia di un giovane biondo arruolato nella divisione Waffen SS Totenkopf  il 22 marzo del 1943. “Triste finale di carriera” è stato il commento postato da qualcuno. Ma io non sono d’accordo, perché tutta la storia televisiva dell’amato Derrick, personaggio-alter ego che seppellì con la sua forza l’identità dell’attore Horst Tappert (1923-2008), era scritta e recitata al riscatto, a mio avviso riuscito, di questa pesante storia personale. Infatti chi è l’ispettore Derrick se non un uomo di mezza, misteriosa età, silente, chiuso nel suo mondo interiore, che arriva sulla scena di un delitto? È un uomo che almeno per ipotesi anagrafica può aver visto o vissuto direttamente la fine dell’umanità, la discesa agli inferi rappresentata dal nazismo, e che adesso, nel dopoguerra per la prima volta, di fronte al delitto, si chiede perch...

Il mio nome è Noma

Ormai manca poco. Domani, durante la finale di “The World's 50 Best Restaurants Award”, l’imponente competizione internazionale promossa dalla rivista britannica Restaurants, verrà proclamato il “miglior ristorante del mondo” per l’anno 2013. E sarà una sorpresa, nel senso che, archiviato il periodo (2006 - 2009) di incontrastato successo di Ferran Adrià con El Bulli, volgerà al termine, anche a causa di uno scandaletto ad hoc, la lunga era del Noma di Copenhagen, vincitore dal 2010 al 2012. Così, mentre aspettiamo il nome del nuovo ristorante chiamato a portare il vessillo di eccellenza della gastronomia internazionale, è il caso di rendere conto dell’esperienza del Noma, convinti che questa stessa esperienza e il suo successo siano esemplari, segno di più ampie e profonde metamorfosi a Nord del Vecchio Continente.   Una prima considerazione è che la cucina del Noma, pur essendo stata inserita e lanciata all’interno di un frame spettacolare come quello della manifestazione sopra citata, difficilmente potrà essere archiviata come fenomeno passeggero, “moda del momento”. Anzi, già dalla sua nascita si propone come progetto a lungo termine, collettivo e politico. Il Noma...

L'allegria contro Pinochet

Può la Milano da bere sconfiggere una feroce dittatura? Nel Cile del 1988, fu una frivola campagna pubblicitaria a propiziare la vittoria del No a Pinochet?   Bisogna prepararsi a bei paradossi davanti a “No - I giorni dell’Arcobaleno” di Pablo Larrain (nomination miglior film straniero Oscar 2013, vincitore a Cannes della Quinzaine), film che promette di incrinare più di un’idea corrente. Per cominciare, quella che vede nel linguaggio pubblicitario la negazione di ogni valore umanistico, una sorta di baco della democrazia. E se fosse invece una risorsa inutilizzata?     “No” è anche il primo film del cinema moderno a raccontare il pubblicitario come eroe democratico grazie al suo lavoro, non perché abiura o cambia vita. Nessuna parentela col tormentato Kirk Douglas scolpito da Kazan in The Arrangement o con gli alienati di Olmi in Un certo giorno. Il che fa di René Saavedra, il giovane creativo del film, una vera perturbante novità culturale.   Anche la pubblicità è raccontata da una prospettiva inedita ai più. Non sistematico inganno o gesto...

Leonardo Frosina. L’ultima foglia

Percorro Milano-Roma, Roma-Milano in meno di 24 ore. Ho atteso a lungo il momento in cui avrei visto per la prima volta sul grande schermo il film di Leonardo Frosina: la proiezione è al festival RIFF, al Pigneto. Finalmente in sala. Leonardo, in piedi al centro davanti allo schermo, ringrazia tutte le persone che direttamente e indirettamente hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del progetto de L’ultima foglia. Racconta di un progetto indipendente, reso possibile dalla collaborazione e dall’impegno di molti professionisti che hanno creduto nel film, della fatica di portarlo a termine perché in condizioni di basso budget è facile perdersi, smettere in corso d’opera. Invece, dopo due anni di lavoro e molti momenti in cui si è temuto che il film non vedesse la luce, L’ultima foglia è pronto.  Nella sala gremita del cinema Aquila cala il buio. Sono emozionata.     Iniziano a scorrere i fotogrammi, il film apre col protagonista che si prepara per lasciare il posto di lavoro in vista del trasferimento. L’inizio è lento, la storia sembra quasi incagliarsi, fa fatica....

Emmanuel Carrère vs Werner Herzog

Chissà se Emmanuel Carrère conosce Grizzly Man. Probabilmente sì, visto che all’inizio degli anni ’80, quando ancora non era scrittore ma critico cinematografico e a sentir lui non sapeva bene cosa fare della propria vita, a Herzog dedicò una monografia, e di quella monografia parla nel suo ultimo e a questo punto, almeno qui da noi, dopo l’intervista di Fazio e l’incoronazione del «Corriere della sera» quale miglior libro del 2012, più famoso libro, cioè Limonov, edito da Adelphi e tradotto da Francesco Bergamasco.   Carrère, si diceva, scrive di Herzog, e a dire il vero non ne dice grandi cose, perché racconta di uno spiacevole episodio ai tempi della presentazione a Cannes di Fitzcarraldo, quando il regista tedesco lo ricevette in albergo per un’intervista e lo trattò con maleducazione e fredda professionalità, definendo il suo libro una stronzata nonostante non l’avesse nemmeno letto. La grandezza di Limonov, però, visto che Carrère tratta il suo protagonista allo stesso modo di Herzog, cioè con sguardo severo e oggettivo, in...

Pedro Almodóvar. Gli amanti passeggeri

Che Gli amanti passeggeri sia un film girato con la mano sinistra, che sia un divertissement del tutto personale – perfino autoreferenziale – del suo autore e un momento di sollazzo e divagazione è fuori di ogni dubbio. Che sia, per questi motivi, un’opera trascurabile, anodina e superficiale come è stato scritto da più parti, è tutta un’altra questione. In fondo Almodóvar è uno di quei registi, estremamente prolifici, capaci – come Woody Allen o i fratelli Coen tanto per dire – di alternare opere di indiscutibile rilevanza e straordinarietà, ad altre che potremmo definire “di alleggerimento” senza tuttavia perdere nulla in efficacia, arguzia e qualità. E nel caso de Gli amanti passeggeri il regista iberico ci pone di fronte a un lavoro che pur mettendo a nudo alcune delle pecche del suo cinema e lasciandosi eccessivamente andare, in alcuni momenti, a indugi narcisistici, coglie il momento storico attuale con incredibile lucidità e pertinenza.     Il film racconta dell’Airbus-340 della compagnia Península in viaggio fra Madrid e Citt...

Giovanni Columbu. Su Re

Nel 2003 Giovanni Columbu partecipa all’estiva e ludica rassegna morettiana dedicata alle opere prime. Nell’arena all’aperto del cinema Nuovo Sacher il suo Arcipelaghi, film del 2001, viene decretato miglior film dei Bimbi Belli di quell’anno. Un’opera dura, rigorosamente in lingua sarda - il lavoro di Columbu è anche e soprattutto un lavoro antropologico - che racconta una parabola di giustizia in una terra arida e faticosa.     A quasi dieci anni di distanza da quell’opera prima tanto sconosciuta quanto notevole, Columbu decide di tornare dietro la macchina da presa per raccontare il calvario di Cristo, l’ascesa al monte e la crocefissione, ispirandosi ai vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni dai quali trae differenti episodi del martirio, messi in scena senza un ordine cronologico, come flash-back di Maria mentre veglia il corpo del figlio.   Columbu sceglie Supramonte, un complesso montuoso di altopiani carbonatici che occupano la parte centro-orientale della Sardegna, dove già fu il celeberrimo Hotel di De André, per ambientare la storia di tutte le storie. A parte Pietrina Mennas...

Simon Starling. Black Drop Ciné-roman

Quando ho avuto in mano per la prima volta Black Drop Ciné-roman, il libro in cui Humboldt Books ha ‘stampato’ un film dell’artista Simon Starling, il primo istinto è stato quello di scorrerne rapidamente le pagine, come fosse un flipbook. Forse un gesto indotto dal formato orizzontale del volume, fatto sta che non ha funzionato, non era la mossa giusta. Se nei flipbook è il movimento filmico a mangiarsi le singole pagine in un soffio, Black Drop si offre piuttosto come il residuo cristallizzato di un film, ma un film già concepito per filare a una velocità peculiare, più vicina a quella con cui si sfoglia un libro. Sembra abbastanza coerente, allora, che lo sia diventato. Le immagini del film, in gran parte stampe e fotografie, si muovono quindi ben poco: sono i salti continui nello spazio e nel tempo ad animarlo. Se sono il viaggio e le esplorazioni scientifiche ad ispirare il catalogo della casa editrice, possiamo dire che quello di Black Drop è un viaggio immobile: un falso movimento, che scarta tra date e coordinate geografiche, toccando alcune tappe significative dei rapporti tra astronomia, ottica e...

Le avventure di una metropoli

Abbiamo incontrato Maurizio Nichetti ai Frigoriferi Milanesi, in occasione della presentazione di Milano, si gira!, volume fotografico realizzato “a dieci mani” da Mauro D’Avino, Lorenzo Rumori, Simone Pasquali, Roberto Giani e Andrea Martinenghi: una sorta di viaggio nel tempo, alla scoperta delle location (o di quel che ne rimane) che per oltre mezzo secolo il capoluogo lombardo ha fornito al cinema italiano. Uomo di cinema riservato ma dallo sguardo acuto, Nichetti ha attraversato Milano in lungo e in largo; con i suoi film ne ha saputo cogliere in anticipo i mutamenti sociali e urbani; sulla scia di una gloriosa tradizione che va da Keaton a Laurel e Hardy fino a Tati, ha raccontato le battaglie quotidiane dell’individuo contro una società sempre più meccanicistica e massificata. Parlare con lui significa insomma guardare, attraverso il prisma deformante della comicità, le trasformazioni di una città durante l’ultimo trentennio.       All’epoca del tuo lungometraggio d’esordio, Ratataplan (1979), ti rendevi conto di descrivere una realtà metropolitana che stava cambiando?   Per tutti gli anni Settanta ho lavorato nella pubblicità: Milano stava per...

Intervista a Robert Guédiguian

Durante il recente Bergamo Film Meeting, il celebre regista francese Robert Guédiguian, autore di film come Le nevi del Kilimangiaro e Marius et Jeannette, noto per la militanza nelle sinistra francese e per un cinema popolare dai forti accenti sociali e dai toni sospesi tra il dramma e la commedia, ha tenuto una seguita masterclass. Doppiozero lo ha incontrato per una bella chiacchierata sul cinema italiano, il ruolo della memoria nel suo lavoro e la disgregazione sociale che ha caratterizzato gli strati più poveri della società  contemporanea.     Robert Guédiguian, lei da giovane ha seguito molto da vicino il cinema italiano…   Sì, a diciotto anni il cinema italiano era per me il migliore al mondo. Conosco a memoria i film di Pier Paolo Pasolini, ma anche quelli di Francesco Rosi, Marco Ferreri, perfino il cinema più popolare, Luigi Comencini, Dino Risi, Elio Petri per un cinema direttamente militante…     E Ermanno Olmi?   Ermanno Olmi, sì. D’altronde ha girato a Bergamo dove ci troviamo oggi…     A proposito di un cinema...

Christian Petzold. La scelta di Barbara

Tutto è relativo. Nei primi anni Novanta un film come La scelta di Barbara, Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012, sarebbe stato una rivelazione per il coraggio e l’onestà autocritica che avrebbero riaperto il ricordo ancora recente delle due Germanie divise. Un caso non dissimile da quello realmente accaduto per Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, a cui il film di Christian Petzold è stato non a caso paragonato.     Ma nel 2013 La scelta di Barbara altro non è che un racconto didattico, stilisticamente impeccabile nonché prevedibile, che soddisfa le aspettative dello spettatore lasciandolo però del tutto freddo: un problema prodotto sia dalla costruzione narrativa del film che dal sedimentarsi dell’immaginarsi collettivo. Infatti, di fronte al tempo che passa, il cinema storico deve affrontare la sfida della graduale banalizzazione a opera della memoria degli eventi passati. Ciò che prima era il nostro presente, o passato prossimo, muta con gli anni nella trasmissione del racconto epico di ciò che fu; ma l’epica per sua natura deve sempre tendere a...

Inequality for all

The Guardian ha pubblicato un articolo dove si parla in termini entusiastici di un documentario presentato al Sundance Film Festival. Si tratta di Inequality for All di Robert Kornbluth. È un film indipendente che ha come tema l’economia degli ultimi 60 anni e come star l’economista Robert Reich. La tesi di Reich è semplice e radicale (e, verrebbe da dire, largamente condivisibile): la finanza ha distrutto l’economia di produzione, concentrando la ricchezza in mano a pochissimi ed erodendo in maniera sempre più drammatica la condizione della classe media.   Non ho ancora visto il film, ma mi colpisce molto l’enfasi di Carole Cadwalladr, la giornalista, nell’argomentare che sembra impossibile che il cinema si occupi di un argomento del genere riuscendo a produrre un film non solo chiaro e comprensibile, ma anche carico di emozione. Naturalmente, io penso invece che se c’è una forma di comunicazione (di arte) che può parlare di ogni cosa in modo semplice ed emozionale è proprio il cinema. Sarà che io stesso sto lavorando con Giorgio Mastrorocco a un film di montaggio incentrato sull...

Harmony Korine. Spring Breakers

Spring Breakers di Harmony Korine, uscito ieri nei cinema italiani dopo la presentazione in concorso all’ultima Mostra di Venezia, è una commedia noir coloratissima e in acido, tirata a lucido e fichetta, su quattro ragazzine del college che passano in Florida le vacanze di primavera, lo spring break del titolo, una pausa nel calendario scolastico americano diventata nei decenni un punto fisso per la cultura adolescenziale americana, un momento di follia collettiva a base di sesso, alcol, stupefacenti e musica hip hop. Per arrivarci, alla vacanza dei sogni in quell’orribile paradiso di cemento, piscine, motel e perenne sole a rosso d’uovo che è la Florida, le protagoniste non guardano in faccia nessuno: derubano armi in pugno un fast food e una volta sul posto ci prendono gusto, diventando prima le pupe di un gangsta-rap bianco e poi delle eroine del crimine.     Roba da farti alzare dalla sedia per la volgarità e la noia, oppure da far gridare al miracolo per l’ostentazione pop di tutto l’esaltante marciume della cultura del divertimento: ma Spring Breakers è così, chiede di essere amato o...

Ghost out of the machine

Viviamo in una macchina, e l’interno è divenuto uguale all’esterno […] Ora tutto porta scritto un prezzo, tutto ciò che è isolato nel chiarore del padiglione, ciascuno rinchiuso nella sua perduta anima. Rilke   L’avvenire non può che appartenere ai fantasmi. Derrida, Spettri di Marx     Alla giovane e ricchissima moglie, che diletta la propria noia scrivendo pessime poesie, il ventottenne investitore globale Eric Packer – protagonista di Cosmopolis di Don DeLillo (2003) e David Cronenberg (2012) – spiega che se può passare tutte le sue giornate chiuso nella propria automobile è solo perché s’è curato di farla insonorizzare. Nel ristrutturare la sua limousine, trasformandola in ufficio semovente pesantemente blindato, tutto foderato di schermi cablati ai mercati (il che “formava una videoscultura, bella ed eterea”)[i] e col pavimento in marmo di Carrara (“estratto dalle cave in cui Michelangelo, mezzo millennio prima, aveva sfiorato con la punta del dito la bianca pietra stellata”)[ii], l’ha anche rivestita di sughero...

Berlinale

Si è da poco concluso il festival del cinema di Berlino, tra le critiche che la vedono come una manifestazione troppo poco commerciale (eppure è il festival cinematografico con la più alta partecipazione di pubblico al mondo) e alcuni dei premi assegnati a piccoli grandi film. Ecco cosa ha visto una nostra collaboratrice, tra i film della competizione ufficiale.     W imie… di Malgoska Szumowska   Il concorso della Berlinale è stato aperto da un film polacco che riconferma la tendenza del festival ad aprirsi al cinema dell’est europeo. Escluse alcune vedute della campagna estiva, tanto assolata e affollata di campi di grano da far impallidire la produzione nostrana post Io non ho paura, il lavoro della Szumowska lascia parecchio perplessi. Un prete cattolico molto energico viene trasferito in una piccola parrocchia di provincia che è anche sede di un riformatorio per giovani problematici. L’estate è calda e, si sa, scalda anche gli animi più pacati. I ragazzi giocano a pallone ma sono irrequieti. Irrequietissimi, perché omosessuali! La morale del film si dispiega tra il...

Kathryn Bigelow. Zero Dark Thirty

È possibile che una caccia ai fantasmi si trasformi in un’evocazione, che la pretesa razionalità di un dispositivo rivolto alla cattura di un nemico evanescente diventi una trappola che inghiotte chi l’ha progettato. L’oscurità che emana da Zero Dark Thirty è forse il risultato di un simile rovesciamento, e andrebbe considerata al contempo come una riuscita e un fallimento: evitando di fornire un quadro sufficientemente articolato dello scenario storico e politico affrontato (ovvero il “post-undici settembre”) e delle parti coinvolte così come di sintetizzarlo in un discorso assimilabile da una di esse (dunque senza essere né autenticamente critico né smaccatamente propagandistico), il film riesce tuttavia a dire qualcosa su tale scenario, o forse qualcosa, dal profondo, arriva a parlare attraverso di esso, facendo breccia nella sua impassibile superficie.     Nella nube di questioni sollevata da un’opera che tocca punti cruciali riservandosi un ampio margine di ambiguità, l’unico dato apparentemente solido e condiviso è che Zero Dark Thirty sia un prodotto...

Piazza Garibaldi

Esce in dvd  il documentario di Davide Ferrario, Piazza Garibaldi. Il film, nato da un’idea di Marco Belpoliti, è stato scritto da Ferrario e Giorgio Mastrorocco.     Un Garibaldi extra   Cosa c’è nel dvd di Piazza Garibaldi oltre al film nella versione che è stata distribuita nelle sale? Ci sono circa 45 minuti di materiale montato ma non finito nel film; una sorta di “terzo tempo” eliminato non perché non fosse interessante ma perché – essendo il sottoscritto un fedele seguace del principio di E.A. Poe secondo cui i prodotti culturali devono essere consumati in una sola seduta (“session”) – non mi sembrava saggio caricare ulteriormente un film complesso che durava già 105 minuti.   Qui vi segnalo alcuni brani a cui sono affezionato e che trovo particolarmente interessanti. A cominciare dalla visita a un negozio di abiti da sposa di Palmi in Calabria (“Temptation’s Gallery” campeggia sull’insegna), che ci si palesò come una cattedrale scendendo dall’Aspromonte. Credo che girare documentari sia soprattutto...