Il tuo due per mille a doppiozero

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Emozioni

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Una corrispondenza / Paul Celan e Ilana Shmueli: “Le mie poesie hanno già parlato”

Una chiave per com-prendere gli enigmi di Paul Celan, poeta “oscuro” per definizione, è forse racchiusa in un breve libro-testimonianza: Di’ che Gerusalemme è, di Ilana Shmueli (Quodlibet, 2002). L’autrice, ebrea, amica d’infanzia di Paul e come lui nata a Czernowitz, amò Celan durante il suo breve (e ultimo) viaggio a Gerusalemme. In questo piccolo libro nato vent’anni dopo trascrive le sue lettere e le sue poesie, le commenta e le interpreta; parla di Celan come se lui fosse ancora presente sulla terra, scrive il diario dei giorni del loro incontro, di cui però suggerisce di non volere svelare tutto il mistero. «Scrivere su Celan significa per me anche scrivere della nostra origine, luoghi, periodi, ambienti di vita che hanno condizionato il nostro essere e il nostro destino: Czernowitz tra le due guerre mondiali, Czernowitz negli anni della seconda guerra mondiale» (DCG, p. 16).   Celan e Ilana, dopo l’amicizia degli anni d’infanzia, si rivedono una prima volta a Parigi, nel 1965, dove discutono di linguaggio, destino, ebraismo. Tra il 1966 e il 1967 il poeta e la moglie Gisèle Lestrange, geniale illustratrice dei suoi libri, vivono separati, mentre Celan è ricoverato...

Conversazione con Cesare Ronconi / Pinocchio, o il fuoco dell’adolescenza

Il Pinocchio del Teatro Valdoca con la regia di Cesare Ronconi è Silvia Calderoni, attrice che in scena si muove, corre, si agita, brucia, traducendo in avventure fisiche le storie del burattino di Collodi. Il pezzo di legno c’è, in mezzo alla platea svuotata delle sedie del teatro Bonci di Cesena, dove ENIGMA. Requiem per Pinocchio, con i testi poetici di Mariangela Gualtieri, debutta in prima assoluta venerdì 14 e sabato 15 maggio. In realtà non è un pupazzo: Pinocchio, su una portantina-barella nel parterre, è un mucchio di tronchetti e rami di potatura di viti e olivi che culminano in una testa sbozzata. Accanto alla protagonista, la Fata è Chiara Bersani, con il danzatore Matteo Ramponi come Mangiafoco, con il canto di Silvia Curreli e Elena Griggio e gli interventi musicali dal vivo di Attila Faravelli, Ilaria Lemmo, Enrico Malatesta.     Perché avete scelto Pinocchio? L’origine dello spettacolo è molto semplice. Nasce un po’ per caso. Ero a Venezia a fare un seminario all’università inglese e dormivo alla Giudecca. Silvia lavorava in un’isoletta vicina. Passeggiando, ho visto la scultura di un artista: era una figura simile a Silvia e mi richiamava alla mente...

Conversazione con Marcel Cohen / Edmond Jabès: dal deserto al libro

La prima edizione italiana del volume di Edmond Jabès Dal deserto al libro. Conversazione con Marcel Cohen era apparsa nel 1983. Irreperibile da tempo, l’opera ricompare adesso in una nuova versione ampliata (Milano, Edizioni degli animali, 2021) che, rispetto alla precedente, offre un colloquio in più, una prefazione di Antonio Prete, tre testi di Gianni Scalia e alcune illustrazioni aggiuntive, tra cui cinque acquerelli di Teresa Iaria. Ad essere in causa non è una normale raccolta di interviste, ma il frutto di un lavoro di elaborazione svolto da Jabès e Cohen al fine di evitare sia la freddezza di risposte formulate direttamente per iscritto, sia le imprecisioni o approssimazioni tipiche della parola orale. È dunque un volume costruito con sapienza, che non manca di efficacia espositiva né di intensità riflessiva. Quando era apparso in Francia, nel 1981, l’autore aveva già alle spalle un’abbondante produzione, nella quale i titoli principali erano costituiti da opere articolate in più volumi, i sette del Libro delle interrogazioni (1963-73) e i tre del Libro delle somiglianze (1976-80). Si trattava di testi poetici in senso lato, ma capaci di sottrarsi a ogni genere letterario...

Terre e destini / Ron Rash, Un piede in paradiso

«Prima di salire in macchina ho dato un’occhiata al cielo. Come se la pioggia fosse davvero un problema per uno come me, con uno stipendio sicuro». Negli ultimi anni mi sono occupato spesso di letteratura nordamericana, di sicuro ho letto più autrici e autori statunitensi che europei. Non c’è un motivo particolare, ma più di uno. Innanzitutto, c’è l’interesse per un certo tipo di contesto che consente una narrazione che cambia molti scenari e linguaggi, a seconda che ci si sposti di contea, stato, si ambientino le vicende in una grande città oppure in un paesino sperduto del Montana, del Kansas, dell’Ohio o della Carolina, e questa varietà genera una passione, un’attenzione speciale. Naturalmente, tutto è reso più accessibile dal numero consistente di traduzioni di romanzieri degli Stati Uniti, ma il numero congruo non è garanzia di qualità, bisogna saper scegliere, in ogni caso, pur facendo accurata selezione, il panorama di letture interessanti è vasto.   Una delle mie convinzioni più radicate racconta della non esistenza del «grande romanzo americano», ovvero che l’etichetta che critici e lettori di tanto in tanto appongono su questo o quell’altro libro non possa...

Artpod / Mandria | Mario Merz

Nella primavera del 2020 e nell’inverno del 2021 alcuni paesi e città d’Italia sono stati attraversati da animali che di solito vivono altrove: cervi con maestosi palchi di corna, lupi in branco che fiutavano l’aria, codazzi di oche che si guardavano intorno come fossero in gita scolastica. L’arresto delle attività umane, dovuto alla pandemia da Covid19, ha invitato la fauna selvatica ad avvicinarsi alle zone urbane e così, con scatti fotografici silenziati per non impaurirli, questo ritorno del grande rimosso della nostra civiltà – la vita animale – è stato spiato e immortalato.    Quando Mario Merz riprese a produrre opere di arte figurativa, verso la fine degli anni ’70, spuntarono animali, più o meno esotici come coccodrilli, bisonti, o i più nostrani cervi. L’artista dichiarò che si trattava per lui di figure mitiche, in grado di regalargli una forma di leggerezza per la loro carica di indisponibilità e ignoto. “Sono esseri assolutamente solitari non partecipano alla vita della strada”.  Forse è per questo, perché li abbiamo allontanati dai luoghi in cui viviamo, perché sempre più specie sono a rischio di estinzione, perché nelle loro livree ci sono...

Orso d’Oro a Berlino / Le follie porno di un Paese in maschera

Nella concitazione della seconda riapertura delle sale cinematografiche, chissà quanti si sono accorti che un film ha cambiato titolo non appena avuta l'opportunità aggiuntiva di una distribuzione nei cinema. Lucky Red aveva scelto di destinare in esclusiva alla sua piattaforma MioCinema il recente vincitore dell’Orso d’Oro della 71ª Berlinale, Bad Luck Banging or Loony Porn del regista rumeno Radu Jude; quando poi ha deciso, convinta dalla bontà del prodotto ma anche per mancanza di alternative da proporre al pubblico, di renderlo disponibile qualche giorno dopo anche nelle sale che hanno affrontato la riapertura, ha rimpiazzato il titolo originale usato per il lancio online con un più comprensibile (e leggermente edulcorato) titolo italiano Sesso Sfortunato o Follie Porno.    Un titolo che include due parole sul cui significato, nel film, ci si interroga e scontra con veemenza: il sesso legittimo e domestico tra marito e moglie diventa pornografia quando viene filmato e successivamente caricato su un sito di condivisione video per adulti, senza però che venga mai chiarito come questo accidente sia accaduto. Finché la protagonista del filmato è considerata solo come...

Italiani in Etiopia / Maaza Mengiste, Il re ombra

La memoria collettiva, in senso stretto, non esiste. Come non esiste la colpa collettiva. La memoria, come la colpa, ci singolarizza, è qualcosa di strettamente personale: dire che tutta una nazione è colpevole è dannoso, perché quando tutti sono colpevoli, in fin dei conti nessuno lo è, come ci ricorda Hannah Arendt. Allo stesso modo, non esiste – per nessuno, per nessuna nazione – un innatismo della memoria, che ci permetterebbe di parlare di memoria collettiva: la memoria è individuale e per lo più locale. La memoria collettiva può esistere solo se la intendiamo come processo: un processo di costruzione e di istruzione, e un processo politico in quanto processo di negoziazione tra ciò che vogliamo ricordare e ciò che vogliamo dimenticare, tra ciò che vogliamo vedere – e far vedere – e ciò che vogliamo tenere nascosto, oltre che, naturalmente, tra i vari modi in cui scegliamo di ricordare. Di questo ci parla Maaza Mengiste in Il Re Ombra: di una parte di storia che l’Italia ha scelto di non ricordare – o meglio, di una parte di storia per la quale l’Italia ha scelto di fornire una narrazione autoassolutoria e autocelebrativa, mostrando alcune cose ma nascondendone altre. Per...

Filosofia del mondo nuovo / Maurizio Ferraris. Documanità

“Come faccio a spiegare a mia moglie che mentre guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”, si chiedeva Conrad, scrittore e navigatore. Questa difficoltà di comunicazione, di coordinamento intersoggettivo – in epoca di “smart working” lo sappiamo bene – può soffocare sul nascere i migliori pensieri: “Quando fai la lavatrice?”, “Il lavandino si è bloccato!”, “Cosa mangiamo per cena?” e l’idea vola via. Per ovviare a questo annoso problema, a inizio Novecento si pensò alla tecnologia. L’“Isolator” era uno scafandro, brevettato dal fisico Hugo Gernsback, che lo scrittore indossava per non essere disturbato. Tecnicamente era perfetto: nemmeno un filo di voce passava. Ma umanamente era insostenibile. La questione, pare, fu invece risolta da un poeta, Sanguineti: mentre lavorava indossava un cappello, e quando lo si vedeva con addosso il copricapo non doveva essere disturbato. Tolto il cappello, gli si poteva chiedere di sbloccare il lavandino. Insomma, la “smartness” non è mero tecnologismo, ma è una soluzione che, al tempo stesso, risponde a un bisogno e si adatta alla nostra condizione.   In un’epoca in cui abbiamo il martello tecnologico e vediamo solo chiodi (Scilla), o in...

Un libro di Paolo Ventura / Autobiografia di un impostore

In copertina si vede il volto di un uomo che fuma una sigaretta. Una spira di fumo si alza verso la sua fronte, la attraversa come un pensiero. Va oltre il suo capo, sembra perdersi nello spazio. Un altro alito di fumo, invece, si sovrappone al suo volto, ricorda una ruga attorno alla bocca. Carne e fumo sembrano composti della stessa materia. Le labbra sono chiuse, l’uomo non sta aspirando, la sigaretta è solo un piccolo tunnel dentro cui soffiare le parole. Fumare è lasciare che una parte di sé esca con il fumo, come una storia.  L’uomo è Paolo Ventura, l’immagine è un autoritratto, il libro si intitola Autobiografia di un impostore narrata da Laura Leonelli (Johan & Levi, 2021).    © Paolo Ventura. Inizia, come spesso accade, dal momento della nascita: “se devo dire il giorno in cui sono venuto al mondo, il giorno vero della mia nascita, quello in cui ho inventato la mia storia, dico che sono nato una domenica d’inverno, a Milano, alle undici di mattina,  in via Domenichino”. “Una domenica d’inverno” non è solo una spia temporale, è anche un modo di osservare tutto ciò che accadrà in seguito. Si sa, la domenica è un giorno strano. La “sera del dì di...

Il dolore umano, gli intellettuali, il potere / 1971: l’incontro tra Foucault e Sartre

Esattamente cinquant’anni fa è accaduto che, in un preciso momento del secolo scorso, i due “filosofi del secolo” stringessero un sodalizio inaspettato e durevole. È il 27 novembre 1971: una mattina cupa e fredda, tipica dell’autunno francese, ma anche tesa, alla Goutte-d’Or, banlieu situata al centro di Parigi, ai piedi della collina di Montmartre e connotata dalla presenza numerosa di famiglie e di lavoratori immigrati di origine maghrebina. Le tensioni razziali nel quartiere si sono acuite con l’affaire Djellali Ben Ali: un adolescente algerino che, dopo aver malmenato la portinaia del suo immobile, viene ucciso a colpi di fucile dal marito della stessa portinaia, col pretesto di un presunto tentativo di stupro perpetrato dal giovane nei confronti della moglie. La condanna lieve a sette mesi, in primo grado, all’omicida fa scattare una mobilitazione degli intellettuali di sinistra, che si affianca a quella dei comitati locali e dei militanti della Gauche prolétarienne (GP), con l’organizzazione di una manifestazione e di un “appello ai lavoratori del quartiere” , alla cui testa si pongono a sorpresa: Michel Foucault e Jean-Paul Sartre.   Così, quella mattina fredda è...

Verso Paradiso / Dante a teatro: un dialogo

FS: Un discorso su Dante insieme a Federico Tiezzi non può che partire da quei tre spettacoli su Dante che realizzasti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Fu un’operazione storica, ancora sono presenti nella memoria di chi li vide, fanno parte per molti attori e storici del teatro di un immaginario di riferimento. Come nacque il progetto?   FT: Sono già passati trent’anni. Era il 1989: a Prato, la direzione del Teatro Metastasio mi chiese di dare una ideale continuità al Laboratorio che Luca Ronconi aveva attivato nel 1978 in quella città. A quel Laboratorio, origine della vocazione al teatro per molti giovani dell’epoca, avevo compreso in maniera definitiva il significato della parola recitazione. Per me era stato un momento di apprendistato e riflessione sul teatro, sulla regia, sull’attore che collocavo accanto ai significativi incontri che avevo avuto con Julian Beck e Judith Malina del Living Theatre, con Eugenio Barba e Jerzy Grotowski, con Peter Brook, con Steve Paxton e Trisha Brown, con gli artisti Alighiero Boetti e Mario Schifano o con registi di cinema come Fassbinder. Proposi di lavorare su Dante, sulla Divina Commedia. Volevo estrarre,...

Marco Bechis e Héctor Abad Faciolince / La solitudine dei sovversivi

Lunedì 24 agosto 1987, alle sei e mezza di mattina, chiamano il dottor Héctor Abad Gómez da un’emittente radiofonica per riferirgli che il suo nome è comparso in una lista di persone minacciate di morte, apparsa a Medellín. Il comunicato reca il seguente messaggio: “Héctor Abad Gómez: presidente del Comitato per i Diritti Umani di Antioquia. Medico ausiliare dei guerriglieri. Falso democratico, pericoloso per le simpatie popolari verso le elezioni dei sindaci di Medellín. Idiota utile al Pcc-Up”. Il medico, che aveva dedicato la propria vita alla difesa dell’uguaglianza sociale, ai diritti, all’istruzione e alla salute degli esclusi, chiede chi sono gli altri minacciati e dopo aver letto l’elenco dichiara di sentirsi onorato di far parte di persone così importanti e utili alla causa del paese. “Era, dunque, preparato a morire, ma questo non significa che lo volesse,” racconta suo figlio, lo scrittore Héctor Abad Faciolince, vent’anni dopo, in un libro dal titolo L’oblio che saremo (Einaudi, 2009), che Javier Cercas non esita a definire “tremendo e necessario” (da questo singolare libro, l’anno scorso, il regista spagnolo David Trueba ha tratto il film omonimo, El olvido que...

La legge del porno

Come mai Beppe Grillo ha realizzato un video con il quale intendeva scagionare dalle accuse di violenza sessuale suo figlio e invece probabilmente ha inguaiato ancora di più quest’ultimo? Non sappiamo come questa vicenda finirà sul piano giudiziario, ma è interessante chiedersi come mai un comunicatore dalla lunga esperienza come lui è incappato in questo errore. Le ragioni possono essere diverse, ma una è meritevole di riflessione: Grillo probabilmente si è fatto influenzare da quello che pensano i giovani e ha scambiato le idee di questi per qualcosa che viene condiviso dall’intera società. Perciò ha fatto suoi i pensieri dei giovani, ritenendo che giocassero a favore di suo figlio. Nella società invece continua a essere predominante una legge morale che è differente, ma che è quella che trova una traduzione nella legge giudiziaria.  I giovani di oggi ritengono che sia normale adottare quella che possiamo chiamare “la legge del porno”. La possiamo chiamare così perché è frutto di quella massiccia diffusione di contenuti pornografici che è avvenuta negli ultimi anni grazie al sempre maggiore utilizzo del Web ed è stata analizzata da Marco Menicocci in Pornografia di massa (...

A 40 anni dalla morte / Bob Marley, una canzone è un segno

Quando fu coniata l’espressione world music, Bob Marley era morto da più di un lustro. Era il 1987, e un gruppo di discografici inglesi, preoccupati di come promuovere il crescente numero di dischi di musica africana e genericamente altra che s’andava accumulando sugli scaffali dei negozi, s’inventò l’etichetta musica dal (o del) mondo. Non era rock, non era classica, non era jazz, non era folk, e i negozianti che nel frattempo avevano già adibito un angolo di negozio all’esposizione di una collana reggae – forse discosta, ma coloratissima – pensarono che la musica genericamente altra dal rock e dal pop di stampo anglosassone la si potesse assegnare a una voce tanto vaga quanto suscettibile di rappresentare il resto del mondo.    L’anno prima, nel 1986, Paul Simon aveva pubblicato il disco Graceland, altra fondamentale tappa di avvicinamento della musica di consumo alle musiche genericamente altre. L’ex Genesis Peter Gabriel, da par suo, in collaborazione con il festival World of Music, Arts and Dance (WOMAD) nel 1989 avrebbe fondato la casa discografica Real World, con l’intento di promuovere artisti provenienti dai quattro angoli del globo. La prima edizione del WOMAD...

Abitare / Il bricoleur ecologico e il prossimo mondo

Ora che la sostenibilità è diventata argomento comune di conversazione e tutti non possono fare a meno di avere opinioni a riguardo, sta prendendo forma una figura che potremmo definire il bricoleur ecologico. Come il bricoleur lavora con quello che ha a disposizione al momento, così il bricoleur ecologico lavora con un’idea di ecologia ricavata da quello che ha a disposizione oggi, quindi ciò che trova online, su riviste o trasmissioni televisive e, nel caso di ecobricoleur più evoluti, su qualche libro di ultima generazione, poi mette insieme ciò che ha trovato e, convinto di aver penetrato l’argomento, elargisce le sue opinioni come verbo inoppugnabile, come sinceramente crede che siano.     Il problema è che ciò che oggi va sotto il nome di ecologia e sostenibilità è un territorio totalmente devastato dall’arrivo del sistema industriale che, come uno tsunami, ha distrutto e annientato ogni cosa che non fosse funzionale alla propria logica economica. Di quello che era il panorama della cultura ecologica, da vent’anni a questa parte non rimangono che macerie rimesse a nuovo e ristrutturate con parole scintillanti che formano due grandi agglomerati: la città dell’...

Vita e pandemia / Il tempo della cura

Mi è già capitato di scriverlo su La Repubblica: questo è il tempo della cura ma non tanto nel senso clinico del termine – bisognerebbe anzi soffermarsi un po’ sui rischi di un’eccessiva medicalizzazione della vita – ma nella sua accezione esistenziale, che è del resto consustanziale alla vita umana. L’immancabile riferimento filosofico per questo distinguo è Martin Heidegger che in Essere e tempo differenzia la cura in senso medico (Kur) da quella in senso esistenziale (Sorge) resa bene anche dalla distinzione inglese tra i verbi to cure, curare, e to care, prendersi cura, interessarsi, partecipare emotivamente alle sorti di qualcuno.      Mentre in questi mesi di malattia pandemica la cura medica, seppure tra mille difficoltà, disfunzioni e falle di sistema, ha tutto sommato funzionato bene – soprattutto grazie alla straordinaria dedizione del personale sanitario – la capacità politica di prendersi cura della qualità della vita si è invece rivelata gravemente lacunosa. È sicuramente difficile fare bene e non scontentare nessuno di fronte a una pandemia di simili proporzioni, ma non si può restare indifferenti di fronte ai dati preoccupanti del disagio psico-...

Restare o andarsene / Marco Balzano, Quando tornerò

Non esiste, ovviamente, alcuna automatica proporzione tra il rilievo sociale dei temi di cui un romanzo parla e il suo valore letterario. D’altro canto, non c’è dubbio che una delle funzioni della letteratura consista nel mettere davanti agli occhi del lettore aspetti del presente che fino a quel punto gli erano sfuggiti, o ai quali non s’era curato di prestare attenzione. Non perché siano nascosti: al contrario, perché sono troppo palesi. Ma per coglierli occorre sostare un attimo, porvi mente: considerarli. La nazionalità più rappresentata fra gli immigrati in Italia è la Romania, con oltre un milione di presenze (circa un quinto del totale). Poco meno del 60% sono donne; di queste, moltissime sono dedite ad assistere gli anziani. Fin qui, cose risapute – numeri, forse, a parte. Ma che ne è delle famiglie delle centinaia di migliaia di badanti romene? Ricevono un aiuto economico prezioso, in qualche caso provvidenziale, certo. E poi?   Gli effetti dell’emigrazione sul tessuto sociale dei paesi di partenza è oggetto di pagine memorabili nel più famoso libro di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli. Lì si parla di contadini lucani che andavano in America, e spesso finivano...

Contro il logorio della vita da covid / Osare il possibile

Nel libro di Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, si racconta una storia bellissima di scuola inclusiva in uno dei quartieri sottoproletari più difficili di Napoli. Un paragrafo spicca silenzioso e umile verso la fine del libro: si intitola Camminare, parlare. Vi si racconta di come, in quel contesto, camminare potesse essere sia programma sia indice di successo educativo, un modo per superare la paura di un ambiente ostile, addomesticandolo. Vi si parla di “didattica itinerante progressiva, fuori rione, fuori quartiere, fuori città, fuori regione, fuori nazione al termine dei quali i ragazzi hanno constatato di aver imparato a camminare”. Propongo a chi legge di tenere questa storia vera tra le mani, come metafora utile per il prosieguo della lettura. Il lavoro (per chi ce l’ha) contribuisce a costruire positivamente le nostre identità personali grazie a un ruolo che ci rende riconoscibili. Non mette completamente al riparo da ostracismi e violenze improvvise, ma aiuta. Lo raccontano quei “piccoli” imprenditori che si tolgono la vita quando sono in gravi difficoltà, non solo per cause economiche, ma anche per la vergogna e la delusione che minano la propria...

Di che poliziesco si tratta? / Juan Benet, L'aria di un crimine

Un’alta densità letteraria, una latente oscurità, uno stile cristallino, queste sono alcune caratteristiche riconosciute ad esempio da Javier Marias, a Juan Benet, nato il 1927 e morto 1993. Nella sostanza uno scrittore di minoranza con un suo pubblico affezionato e seguaci diffusi. Dopo aver prodotto svariate opere apprezzate ma non di ampia diffusione, nel 1980 Benet si dedica a L’aria di un crimine, scritto come racconta lui stesso per rispondere alla sfida di cimentarsi in un genere popolare e più accessibile. Così partecipa al premio Planeta e giunge finalista e nasce un romanzo per lui atipico, per i lettori più coerente con la tradizione. L’avvio dello scritto ha le stigmate del poliziesco in quanto compare nelle prime righe il cadavere di un uomo con un foro di proiettile sotto il mento nella piazza centrale di una cittadina. Questo indicatore generico solleva l’immediato e tradizionale interrogativo sull’autore del crimine e sulla necessità di un’indagine. Di questa indagine in realtà poco o nulla si parla e si parlerà, ogni capitolo tratta un argomento diverso, si succedono eventi anche traumatici, non correlati tra loro: l’apparizione del cadavere di cui si è detto...

Un libro di Adriano Prosperi / Memoria senza storia

Per rappresentarsi sempre al presente, la modernità deve costantemente dimenticarsi di se stessa. Soprattutto deve dimenticare di essere frutto di una gigantesca mole di lavoro e di conflitto a scapito di chi la modernità non l’ha raggiunta. Almeno dalla caduta del muro di Berlino, nell’occidente allargato alle altre parti del mondo, che stanno addirittura meglio interpretando il suo modo dominante di operare economico e politico, l’oblio del lavoro e della lotta al resto del pianeta è stato riempito sempre più dal revival delle identità, delle radici, del sangue e del suolo. In altre parole, l’oblio delle dimensioni estese che ci legano agli altri e ad altri territori, classi sociali, culture e religioni, è stato rimpiazzato da dimensioni più facilmente delimitabili e, per questo, apparentemente più rassicuranti. Si è generata quasi una concorrenza a rincorrere le proprie presunte appartenenze, con tutto quello che ciò comporta in quei soggetti che, non riuscendo a collocarsi in modo vincente nel grande supermercato delle identità redivive, finiscono per rappresentarsi esclusivamente come vittime, pur di avere un identificante eclatante. Identitarismo e vittimismo sono fenomeni...

Parte il Giro / I novant'anni in maglia rosa

Il rosa è il colore del Giro d’Italia. Ma non da sempre. Passarono ventidue anni e diciannove edizioni prima che un fiocco, per l’appunto, rosa tenesse a battesimo la maglia rosa.  È il 10 maggio 1931 quando al termine della prima tappa, la Milano-Mantova, il primo a tagliare il traguardo indossava sul palco la maglia rosa, che da quel giorno avrebbe contraddistinto il primo in classifica generale. A vestire quell’inedito simbolo del primato fu guarda caso un campione mantovano, un campione emergente sulla scena ciclistica nazionale e, di lì a poco, anche internazionale: Learco Guerra.   Erano gli anni in cui il ciclismo italiano aveva un solo dominatore, anzi, una specie di tiranno. Da cinque anni vinceva sempre, o quasi sempre, Alfredo Binda, un ex stuccatore varesino che aveva trovato la strada del successo dopo essere emigrato in Francia e aver esordito, per passatempo, nelle corse per dilettanti in Costa Azzurra. Ci volle poco per capire che il Binda la sua fortuna l’avrebbe fatta stringendo un manubrio e spingendo sui pedali e non con pennelli e trabattelli a pitturare i soffitti di qualche villa di Antibes o Nizza. Tornato a correre in Italia, rapidamente...

Madri e figlie / Parole cucite, parole scucite

Era magica la Parigi innevata del suo mondo bambino di ieri, è incantata la Parigi di oggi, impacchettata dalla neve che “come un cellophane delle creazioni di Christo” invita a scoprire che cosa c’è sotto.  “Bagliori tra le ciglia. Guizzi di sole dorati, fronde d’alberi tintinnanti, nuvole impigliate fra i rami, particelle di polvere sfavillanti nell’aria. Erano queste le immagini che ad Alina sfilavano nella mente quando cercava di mettere a fuoco i primi ricordi della sua infanzia. Arabeschi”. E che le tornano in mente adesso, accorsa qui da un’altra dimensione, quella di New York, dove scorre la sua vita adulta. Il ricovero della madre, in catalessi in un letto d’ospedale, stravolge il tempo e lo spazio, rimescola i vissuti, la costringe a interrogarsi sulle sue origini. La figlia non aveva mai chiesto, la madre sorvolava. La voce di Ajla è la storia di un processo di riconoscimento che procede in parallelo.   La condizione della madre mette in moto la ricerca di Alina, un graduale svelamento di luoghi e persone che arriva al lettore attraverso il suo discorso interiore, un incessante rimuginare e almanaccare che riesce a comunicare, anche attraverso il sogno,...

Fernanda Alfieri, un esorcismo a Roma / Veronica e il diavolo

Fernanda Alfieri, storica della sessualità, nel corso di una delle sue ricerche nell’Archivio della Compagnia del Gesù, si imbatte, per errore, in un faldone di documenti non cercati e fa uno strano incontro: «È da questo limbo degli incollocabili che la storia di Veronica è arrivata qui, capitando fra le mie mani mentre cercavo altro, avvolta in una coperta di carta dai margini sbriciolati e con sopra un nome che non era il suo: Esorcisazione di Maria Antonina Hamerani, ritenuta ossessa (1834-35). Chi le ha dato un titolo aveva forse letto una piccola parte del plico contenuto nella cartella, o comunque l’aveva ritenuta, quella piccola parte, più rilevante del resto. Che fosse per trascuratezza, che fosse per distrazione, o per una volontà precisa perduta nel tempo che ci separa, il custode della memoria, intanto, mi ha consegnato la storia di Veronica come la storia di un’altra. Qualcun altro, più tardi, ha cancellato Maria Antonina, scrivendoci sopra Veronica».    Inizia così la storia di Veronica e il diavolo (Einaudi, 2021): un “errore” documentale genera, nella storica, il desiderio di “errare” nella vita sommersa di una posseduta diciannovenne, Veronica Hamerani,...

L'ultimo numero della rivista / Aut aut: specismo e pandemia

Da quando “Riflessioni sulla pandemia”, il numero di “aut aut” curato da Alessandro Dal Lago e Massimo Filippi, è stato completato (novembre 2020) alla sua recente pubblicazione (marzo 2021), la pandemia da Sars-CoV-2 ha registrato un’ulteriore impennata di contagi e circa 500.000 vittime in più, per un totale di 2 milioni e 800mila morti nel mondo.  Mentre ci si affanna sul modo di uscirne, gli autori di questo corposo volume si interrogano sui perché ci siamo finiti dentro e su alcuni meccanismi e pratiche sociali e politiche non prive di conseguenze, che la pandemia ha evidenziato. E non solo per esercizio critico radicale, che pure non sarebbe da poco, ma perché “in una popolazione in rapida crescita, con molti individui che vivono addensati e sono esposti a nuovi patogeni, l’arrivo di una nuova pandemia è solo questione di tempo (D. Quammen, Spillover, pp. 299-300)”. Abbiamo imparato che quella da Sars-CoV-2 è una zoonosi, ossia una malattia in grado di effettuare il famoso salto di specie dal vivente animale a quello umano.   Quello in corso è solo l’ultimo di una serie di incidenti dovuti all’appropriazione, da parte degli umani, dei corpi di animali, sia “...