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Covid-19 / Leggere in carcere

Ho sempre pensato che il carcere fosse un luogo molto compatibile con la lettura, visto il molto tempo a disposizione e le poche distrazioni. Ho capito che non è esattamente così quando ho cominciato a lavorarci. Di tempo ce n’è effettivamente tanto, tantissimo, addirittura troppo, ma mentre nella vita quotidiana è spesso la mancanza di tempo a impedire o rallentare le nostre letture, in carcere sono altre le cose che mancano. Innanzitutto il silenzio, sia dentro le celle, dove i detenuti vivono perlopiù insieme, in spazi angusti, spesso con il televisore sempre acceso e con ritmi imposti da una convivenza forzata che livella le esigenze di ciascuno; sia fuori, nei bracci delle sezioni, dove sbattono porte e blindi, rimbombano i carrelli metallici che trasportano il cibo o la biancheria sporca, risuonano le voci di agenti e detenuti che ne chiamano altri. Insomma, il silenzio prolungato necessario a un’adeguata concentrazione per la lettura è una condizione rara, così come era raro trovare un libro da leggere nel pieno della pandemia. Un altro ostacolo alla lettura è infatti legato alla difficoltà di reperire i libri, o alcuni libri in particolare, soprattutto per i detenuti che...

Uno sguardo vigile sul presente / Camilla Cederna. Curiosa come sempre

“Curiosa come sempre”: così Camilla Cederna si descrive a pagina otto in Pinelli. Una finestra sulla strage (Il Saggiatore, 2009), il libro sul ferroviere anarchico morto dopo essere stato fermato come sospettato per la strage di Piazza Fontana. La notte in cui Pinelli precipitò da una finestra della questura di Milano, dopo un fermo di quarantott’ore, Cederna ricevette una telefonata da Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Era passata la mezzanotte e lei non riusciva a dormire, scrive nelle prime pagine del libro, perché aveva assistito ai funerali delle vittime della Banca dell’Agricoltura e ne attraversava ancora l’angoscia: “entrata nelle ossa” insieme alla scighera. In poco tempo raggiunse Via Preneste 2, casa Pinelli, “con quel senso di vergogna che prende un giornalista quando entra nella casa del dolore, a tendere il collo sopra il taccuino, a far domande alle volte anche crudeli a chi piange.” Sapeva che era una notte importante, scrive, e per questo si sforzava “di guardare tutto”.  In Camilla, la Cederna e le altre (Bompiani, 365 pp., Amletica Leggera) Irene Soave ricostruisce proprio questo sguardo raccogliendo circa centocinquanta articoli scritti da Cederna per...

Il nodo di tutte le cose / I sette talismani dell'impero

Per un uomo del passato, greco o romano che fosse, il mondo era, nei suoi disparati aspetti, più significativo che per noi. Molto più significativo. Anzi, a rigore, tutto era dotato di un senso allora. Lo stormire di una fronda di quercia o di alloro, la direzione del volo di un uccello, il moto di una fiamma, il precipitare di una pietra, una voce captata a caso nell'aria, il bagliore di un fulmine. Tutto parlava. Anche un riflesso di luce in uno specchio, lo sgusciare di una serpe, un ragno e la sua tela iridescente, uno starnuto, persino un semplice starnuto poteva rivestire importanti significati. E questo perché tutto era pieno di dei. “Omnia Iovis plena” scriveva Virgilio, mentre Petronio faceva dire a un suo personaggio: qui tutto pullula talmente di divinità che è più facile imbattersi in un dio che in un essere umano (“nostra regio tam praesentibus plena est numinibus, ut facilius possis deum quam hominem invenire”). Non stupisce quindi che, in un cosmo a tal segno sacralizzato in ogni sua parte, venisse attribuita un'importanza decisiva, per il mantenimento della stabilità e prosperità dello Stato, non solo a virtù umane, politiche e militari, ma anche a certi oggetti di...

Che il coito "fan vivace" / Capperi!

Se ne intende di capperi, la mia amica Toni. Lavora all’ortomercato e mi porta in dono quelli “super occhiellino”, i più piccoli e pregiati. Con leggiadra metafora sono chiamati anche “lacrimedde”, e i francesi li catalogano come nonpareilles, senza eguali, insomma. Perché anche i capperi, come le noci o le mele, hanno varie pezzature che ne determinano valore e prezzo. Vanno dal calibro minimo di sei-sette millimetri di diametro – i “super occhiellino”, appunto – ai mezzanelli o mezzani di 13 millimetri. Poi ci sono i cucunci, più grandi (fino a 20 millimetri), conservati con il picciolo e dal sapore meno intenso, che accompagnano i nostri aperitivi, ma questi non sono i boccioli del fiore bensì i frutti. I picciriddi che mi regala Toni vengono da Lipari, isola delle Eolie che, con Pantelleria e Salina, è vocata alla coltivazione della Capparis spinosa, pianta tanto buona quanto bella.     Si mostra con ciò accessoria la moda, lanciata da gourmets e chef stellati, di portare nel piatto fiori di piante più o meno note. Moda, come spesso accade, divenuta nel costume culinario dei comuni mortali così popolare, imitata e abusata, da risultare stucchevole. Inutile con...

Il caso Potenzoni / Un uomo vago

Nell’anamnesi di persone mentalmente disturbate esiste sempre la possibilità di una fuga concreta, di una sparizione dalla vita quotidiana. A volte succede per periodi brevi, a causa di un’amnesia dissociativa; a volte per intervalli più lunghi, se subentrano disturbi degenerativi. In certi casi la persona viene ritrovata, smarrita e confusa, in luoghi pubblici come stazioni, metrò, supermercati, e internata in qualche struttura psichiatrica; non sono infrequenti fughe psicogene dove il fuggitivo segue ossessivamente le figure del suo delirio e si ritrova in posti che ha solo immaginato e che simboleggiano un sogno utopico di libertà; oppure, in alcuni disturbi dell’identità, perde i suoi documenti, cercando in modo paradossale un io alternativo. Sparire non è un atto volontario, ma un momento di disorganizzazione dell’io, di affondamento nei propri fantasmi, di sconnessione dal mondo ragionevole. Le domande con cui ci si interroga su quell’atto di fuga – perché è accaduto, come è accaduto, quale sia il suo senso – non hanno e forse non avranno mai una risposta risolutiva.    Il caso Potenzoni (Einaudi, 2021), scritto insieme a Francesco Potenzoni da Federica Sciarelli,...

Demonologia Entomologica / Gli insetti del Principe

Nello sfogliare le pagine del libro Gli insetti del Principe. La collezione entomologica di Raniero Alliata di Pietratagliata, a cura di Fabio Lo Valvo (edito nel 2020 dalla Regione Siciliana) ho pensato all’inventario di un corredo funebre. Pagina dopo pagina sono stato sfiorato da uno stupore simile a quello che fu di Howard Carter all’entrata della tomba di Tutankamon: laddove aleggia l’ombra del lutto baluginano i corruschi riflessi del tesoro, oggetti preziosi che un tempo furono maneggiati.  Si tratta di un catalogo di grande formato, con copertina cartonata. Vi si descrive dettagliatamente la raccolta d’insetti del Principe Raniero Alliata di Pietratagliata (nato a Palermo il 9 giugno 1897 e qui deceduto il 9 ottobre del 1979), con illustrazioni dei numerosi strumenti e oggetti a lui appartenuti per svolgere le ricerche in studio e sul campo. Saltano all’occhio, compulsando il volume, le molte fotografie degli insetti e delle teche per anni custodite nella sua nobile villa in stile neogotico, con vasto parco, in via Serradifalco alle porte di Palermo.   La stessa magnifica collezione che, dopo anni d’abbandono, è stata acquistata dal Demanio Regionale...

Degrado e gentrificazione / La città vecchia di Taranto

Quando sulla statale da Brindisi arrivo nei pressi di Taranto, lunghe colonne di fumo si ergono sui campi di grano. Bruciano le stoppie, una pratica arcaica vietata per legge ma che secondo i contadini sterilizza i terreni da infestanti e parassiti, elimina i residui colturali dei cereali e fertilizza ogni cosa con uno strato di cenere. È così che nell’aria in Puglia s’avverte un po’ dappertutto, generalmente al tramonto, quest’odore di terra bruciata, per cui il giorno dopo quei quadrati gialli abbacinanti divengono fazzoletti neri, come se fosse avvenuta una guerra o un saccheggio. Volgendo a Taranto queste immagini evocano molteplici significati, soprattutto allungando lo sguardo verso altre colonne di fumo, quelle imperturbabili e lente delle ciminiere. Durante la seconda guerra punica, quando Taranto si ribellò ai romani aprendo le proprie porte ad Annibale e ai cartaginesi, il tradimento le costò nel 209 a.C. l’assedio e il saccheggio da parte di Roma, mentre i tarantini furono venduti come schiavi. Allo stesso modo molte cose oggi lasciano pensare a Taranto come una città tacitamente sotto assedio, vittima di un ennesimo saccheggio.    Tutto infatti, nella città...

Biennale Musica / Saariaho, la drammaturgia interiore

Intorno all’opera i nervi sono a fior di pelle. A Parma basta un manifesto pop di Verdi e il festival a lui dedicato diventa un calderone ribollente che neanche le streghe nel Macbeth. Battaglie di retroguardia, certo, tanto più se la politica più retriva si mette di mezzo, ma non inedite. E alimentate dal tamtam dei social network spesso oltre il diritto di sciocchezza. Non è un bel viatico, nel momento in cui pare che dopo la lunga eclisse pandemica stia finalmente sorgendo l’alba del ritorno alla normalità per lo spettacolo dal vivo e il traguardo della capienza piena sia a portata di mano. Ma d’altra parte bisogna annotare che certi massimalismi contro la drammaturgia – ché di questo, specialmente, si tratta: una crociata contro i registi – non sono nuovi nel mondo dell’opera “storica” e non si possono davvero addebitare agli effetti delle restrizioni sanitarie.    Intorno all’opera contemporanea, però (e se non altro...), i nervi sono distesi: il genere gode della giusta considerazione ed è coltivato con l’attenzione che si riserva ai linguaggi vivi e capaci di dire ancora molto. Una dimostrazione di grande sostanza, in questo senso, è arrivata dalla Biennale Musica...

Critica e curatela / Muri e idee a Short Theatre

La critica delle arti performative intesa come atto censorio, come pettine tra i cui denti bloccare nodi interni alle opere, aggrovigliati da ipotetici, generici ‘dover essere’, appare a molti ormai un esercizio intellettuale ed estetico superato, fatta forse eccezione per il teatro di repertorio più conservativo. Le ragioni di questa inefficacia sono diverse. La prima e più evidente è nello stato dell’arte: la gamma amplissima delle nuove forme è tanto ardua da racchiudere fosse anche solo in labili confini tassonomici, che quel ‘dover essere’ si smarrisce in una polverizzazione delle categorie di giudizio, così frastagliate da rischiare di coincidere in numerosità con le opere stesse – occasione di crisi, ma crisi feconda. Occorre anche aggiungere che nel teatro e nella danza contemporanea, accanto alla problematizzazione dello statuto autoriale, si è prodotto da tempo uno stallo dello statuto di opera, che non ha più i caratteri del monumentum, dell'oggetto definitivo, storicizzabile nel momento stesso in cui esce al mondo, e si è ridotta (in senso letterale, spaziale, non di valore) a tentativo, a proposta, a sfida anche radicale e persino violenta, ma in bilico, protesa. Il...

Leggerezza di Laura Campanello / Le carte della vita e gli esercizi filosofici

“Tanto l’ereditarietà quanto l’ambiente che ci formano, così come lo status culturale, tutto ciò assomiglia alle carte che si danno alla cieca, prima che il gioco cominci. Senza la benché minima libertà: il mondo dà e tu semplicemente ricevi quello che ti viene dato, senza possibilità alcuna di scegliere. Ma così (…) la questione è: che cosa fa ciascuno di noi delle carte che ha ricevuto? C’è chi gioca in modo eccezionale con delle carte che non sono nulla di speciale, c’è chi fa il contrario e spreca e butta via delle carte meravigliose! Qui sta tutta la nostra libertà: la libertà del modo in cui giocare le carte che abbiamo. Ma anche questa libertà (…) è ironicamente subordinata al destino individuale, alla pazienza, all’intelligenza, all’intuito, al coraggio. Tutto questo patrimonio, in fondo, non è soltanto un altro mazzo di carte distribuite prima della partita senza interpellarci? E se le cose stanno così, che cosa ci resta alla fine, per esercitare la libertà di scelta?”   Così scriveva Amos Oz in Una storia di amore e tenebra. Ma se le cose stanno così allora “il coraggio”, come dice Don Abbondio, “se non ce l’hai non te lo puoi dare”? o come insegna Aristotele le...

La versione di Villeneuve / La metafisica di Dune

Dune è Dune. Qualsiasi altra caratterizzazione sarebbe riduttiva. Dune sta all’immaginario collettivo come Cézanne sta all’arte contemporanea: colui che aveva reso possibile tutto quello che venne dopo (© Picasso). In modo analogo, dal 1965, quando è nato dalla penna di Frank Herbert, Dune non ha mai smesso di generare (o influenzare) una progenie sconfinata di opere. Se non ci fosse stato, non ci sarebbero stati Star Wars, Mad Max, Blade Runner, Alien, Terminator e Matrix. Eppure Dune, finora, è stato una promessa mancata.   Finalmente, dopo una gestazione lunghissima, il mondo cinematografico si è cimentato, sotto la direzione di Denis Villeneuve (Arrival, BladeRunner 2049), nell’impresa quasi impossibile di tradurre su pellicola le visioni di Herbert. La gestazione non è stata facile, sia per la complessità della trama sia a causa di due precedenti cinematografici non del tutto positivi (eufemismo): il tentativo di Alejandro Jodorowsky (1974) e la versione cinematografica di David Lynch (1984).   L’impresa di Jodorowsky, mai portata a termine, ha preso negli anni il colore della leggenda e, se fosse andata in porto, avrebbe unito Pink Floyd, Salvador Dalì, Mike Jagger...

Cambiamenti e stravolgimenti / Il nuovo lessico della libertà

Significati   In questi mesi, c’è stata un’accelerazione di nefandezze e imbrogli. Un gran mescolamento significante dei principali aggettivi del nome Libertà ha sconvolto anche l’imponente statua che naviga il cielo davanti a New York. Si sta chiedendo che senso ha continuare a navigare dove ai padri pellegrini si sono sostituiti i figli raminghi, esuli dai massacri cui siamo indifferenti, dove il fondamentalismo islamico mette piede, con la sua religione di guerra.    Proviamo a prendere il significato “ufficiale” in ognuno quattro derivati di Libertà.   Libertario. Prima definizione ufficiale Treccani:  libertàrio agg. e s. m. (f. -a) [dal fr. libertaire]. – 1. Che, o chi, considera e proclama la libertà totale di pensiero e di azione come massimo valore nella vita individuale, sociale e politica, da salvaguardare e difendere contro tutto ciò che tende a limitarla (sinon. spesso di anarchico): un rivoluzionario l.; un radicale con idee libertarie; come sost., un l., un gruppo di libertarî.    Liberale. Prima definizione ufficiale Treccani: liberale agg. [dal lat. liberalis «proprio di...

Un autore di culto finalmente tradotto / Reza Negarestani, Cyclonopedia

Immaginate di scrivere un libro nel 2030 e, con un trucco temporale alla Christopher Nolan, di mandarlo indietro nel 2008 e pubblicarlo in sordina. Cyclonopedia di Reza Negarestani è quel libro. Oggi, che arriva in Italia con un ritardo superiore ai nove anni che ci separano dal 2030, siamo nel ground zero schizofrenico da cui rileggere smarriti quelle pagine, pencolanti tra visionarietà prometeica e cascame da fine Impero. Ragionando su La morte di Virgilio e sulla posizione di Hermann Broch, Ladislao Mittner diceva qualcosa di molto più generale sulle dinamiche intellettuali del tardo Occidente: «pur condannando con tanta durezza ogni forma di moderno sfacelo dei valori, egli non sembra aver compreso che di una specie di sfacelo di valori è indice anche la sua mistica che, pur restando profondamente ancorata alle sue origini chassidiche, si sforza di attuare una grande conciliazione di tutte le cifre simboliche dell’anima di tutti i tempi». Negarestani, come Broch, ma in una fase più avanzata del Grande Crollo, registra e contemporaneamente satura di gas infiammabili la bolla mentale del collasso cognitivo in atto, evocando demoni inorganici, materiali anonimi senzienti,...

Un libro di Gilles Châtelet / Vivere e pensare come porci

Scrivo davanti a una finestra che dà su un antico quartiere industriale di Londra, Hackney Wick, un luogo che, nonostante la grande rivalutazione immobiliare generata dalla costruzione degli impianti sportivi per le Olimpiadi del 2012, porta ancora i segni dei quartieri operai dei primi dell’Ottocento, c’è come un “aroma” (sia detto senza ombra di ironia) di quel mondo che qua e là l’Inghilterra conserva ancora. Quando, come diceva mio fratello, “mangiavo pane e Grundrisse”, queste tracce me le ero andate a cercare (con Dickens nel tascapane) anche su a Edimburgo e poi a Glasgow e a Manchester. Lo sguardo un po’ scientifico e un po’ sentimentale mi avvicinava a quell’umanità, provavo uno slancio autentico di rispetto per le sofferenze pregresse delle grandi masse sfruttate.    Il fatto è che l’anima feroce di quel capitalismo storico oggi si è in qualche modo sublimata e ha prodotto, con l’odierno Neoliberismo, uno sfruttamento sociale ancora più feroce e diabolico. La stessa parola “rivoluzione” sembra quasi che si sia spostata dalla semantica dell’emancipazione, che le apparteneva da più di due secoli, a quella dell’astronomia: come i pianeti compiono una rivoluzione...

Maelstrom / Alessandro Carrera, Lo studente di medicina

Un tema caro alla letteratura di ogni tempo è quello della scomparsa misteriosa. A un certo punto della narrazione, o anche – spesso – al suo avvio, un personaggio d’improvviso sparisce: non perché acquisti la capacità di rendersi invisibile (evento temporaneo, che di norma implica l’uso di un oggetto magico), ma perché senza preavviso d’un tratto dilegua, facendo perdere le proprie tracce. Una variante importante, che qui possiamo solo citare en passant, è quella dell’apparizione attesa che non si verifica: esempi preclari, il Godot di Samuel Beckett e i Tartari di Dino Buzzati. E lo stesso valga per i casi in cui un personaggio «scompare» nel senso che perde la vita, sì che la trama si identifica con la graduale scoperta di aspetti reconditi della sua personalità, come nella novella di Maupassant Les bijoux (1883), o nelle Fate ignoranti, il film del 2011 di Ferzan Özpetek.    Come tutti ricordano, una sparizione improvvisa è la mossa d’apertura dell’Amica geniale di Elena Ferrante (2011); ma potremmo ricordare anche un bel romanzo di Giuseppe Pontiggia, La grande sera (1989), o La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia (1975); o ancora, risalendo più indietro nel...

Metafotografia. Imagomorfosi e altre ricerche

Il progetto triennale denominato “Metafotografia” è una ricognizione dentro la scena contemporanea italiana – diventata anche una pubblicazione in tre volumi, una trilogia per dare voce a una estensione corale –, che racconta come stia cambiando oggi il modo di fare e pensare le immagini, dentro e oltre i mezzi che le producono. La definizione è un punto di partenza, qualcosa che verrà modificato o sostituito nel corso degli anni a venire, dentro un processo aperto, entro una ricerca iniziata nell’ambito della fotografia italiana a cavallo tra il primo e il secondo decennio del Duemila. Gli approcci metafotografici presi in esame sono articolati e declinati attraverso legami, contingenze o allontanamenti rispetto al medium fotografico. Già vent’anni fa, Rosalind Krauss aveva preso in esame la “condizione post-mediatica” e la necessità di “reinventare la fotografia” ogni volta che si materializza la sua obsolescenza. In ogni epoca si è sempre cercato di reinventare il medium, di spostare ulteriormente nuove questioni, di dare spazio ad altre potenzialità espressive e concettuali, soprattutto dal Novecento in avanti con una velocità sempre più incalzante. In ogni momento...

Lettere 1941-1956 / Beckett dalla clandestinità a Godot

È bello anche solo come oggetto da guardare, questo secondo volume di lettere di Samuel Beckett. Con quella elegante tonalità di blu indaco utilizzata nel fondo di copertina e ripresa a variazioni più chiare nel riquadro contenente la foto dell’autore, pure lui particolarmente elegante e dallo sguardo arcigno dietro gli occhialini rotondi.  Ma naturalmente è il contenuto a suscitare interesse: la corrispondenza tenuta da Beckett nel periodo più intenso e creativamente più importante della sua vita. Quello che ha inizio con la stesura di Watt, avvenuta in gran parte durante il periodo di clandestinità trascorso da Beckett, allora ricercato dalla Gestapo, a Roussillon, nella Francia non occupata, assieme alla propria compagna Suzanne Deschevaux-Dumesnil; e termina con le prime prove di Finale di partita e con un Beckett già famosissimo a livello internazionale, rappresentato in più parti del mondo ma con qualche fastidio ancora da sanare nei confronti della madre patria, l’Irlanda, dove i suoi libri continuano ad essere messi all’indice, e della città che per un irlandese è la sola a sancire effettivamente il successo, ossia Londra, dove la sua opera teatrale, Aspettando Godot...

Un nuovo volume della collana Riga / Max Ernst: collage, testi e visioni

Come allargare “la parte attiva delle capacità allucinatorie dello spirito”? Lo spiega l’artista dadaista e surrealista Max Ernst in Au-delà de la peinture, una raccolta dei suoi scritti pubblicata a Parigi nel 1937 e ora tradotta per il pubblico italiano insieme ad altri testi critici e letterari ormai introvabili (Max Ernst, Riga 42, a cura di Elio Grazioli e Andrea Zucchinali, Quodlibet, Macerata, 2021; Rigabooks). Le tecniche adottate da Ernst sono due. La prima è il frottage, un’antica tecnica grafica che l’artista riscopre e sviluppa pittoricamente con la “raschiatura di colori su un fondo precedentemente colorato e situato su una superficie inuguale” (pp. 57-58).    Max Ernst, Forest and Sun, 1931. Frottage su carta. Museum of Modern Art, New York / Max Ernst, La Forêt, 1927-28. Raschiatura di colori (grattage). Collezione Peggy Guggenheim, Venezia. La seconda è il collage, che consiste nell’accostare elementi figurativi tra loro incongrui allo scopo di scatenare le facoltà visionarie. È evidente che la “successione allucinante d’immagini contradditorie” (p. 63), che contraddistingue il collage surrealista, non ha un rapporto con il papier collé...

Un approccio sistemico / Rete, vita e natura

In maniera garbata e convincente, quello che ci propongono Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi è una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere il mondo, un rovesciamento di prospettiva che coinvolge tutto e tutti e indica un’altra direzione per la cultura umana. Capra è un noto fisico e saggista, negli anni Settanta il suo Tao della fisica ha rappresentato un primo concreto tentativo di vedere connessioni fra le visioni della fisica occidentale e discipline spirituali orientali, in particolare Buddismo, Induismo e Taoismo. Pier Luigi Luisi è un chimico di fama internazionale che si occupa in particolare dell’origine della vita e dell’auto-organizzazione dei sistemi naturali e sintetici.    Il loro The systems view of life, è un testo del 2014 uscito in italiano nel 2020 per le edizioni Aboca con il titolo Vita e Natura, Una visione sistemica. È un volume ponderoso, 760 pagine in cui i due autori, con un’andatura che ricorda quella di un tranquillo maratoneta, attraversano alcuni dei più importanti paesaggi della cultura umana, dalla fisica alla biologia alle scienze sociali, guardandoli quasi con nostalgia per passare oltre, guidati da una visione che passo dopo passo,...

Un libro di Maria Pace Ottieri / Addio gloria

Gloria, vanagloria, onore, vergogna, splendore, prestigio, lode: sembra di aver come sbagliato secolo, a leggere alcune delle parole/concetti di cui si occupa Maria Pace Ottieri, intervenendo con dotta sagacia e condendo il tutto con un pizzico di gender (la gloria non ama le donne, un po’ come il jazz, mi vien da dire. Ha un debole invece, ricambiato, per gli uomini). Gloria è una parola obsoleta, «bandita dall’immiserita vita contemporanea», che trova un succedaneo, un surrogato immiserito, in concetti quali visibilità, celebrità, protagonismo e reputazione o, per dirla con linguaggio arcaico, nella vanagloria. E come non è più tempo di gloria, non è nemmeno più tempo di eroi, della gloria vessilliferi. O per meglio dire gli eroi hanno cambiato casacca e sono diventati le vittime passive.   La gloria degli eroi e la passione delle vittime   Cominciamo dunque da qui, da uno dei molteplici spunti di riflessione, tutt’altro che banali, presenti nelle pagine di Ottieri; cominciamo dallo spunto che nota che nei nostri giorni bizzarri l’attenzione, e contemporaneamente il conferimento di qualcosa di simile alla gloria, si è spostato dall’eroe attivo alla vittima passiva....

Musei dell'Est (1) / Comunismo per turisti

Nella capitale della Repubblica ceca un Museo del comunismo esiste già dal 2001 per volontà di un giovane imprenditore americano, Glenn Spicker, laureato in relazioni internazionali, frequentatore dell’Europa fin dagli anni Ottanta, precedentemente cimentatosi con un jazz club e poi una catena di ristoranti detti Bohemia bagel. La prima sede del museo era passata alla storia, prima di ogni altra ragione, per la sua sensazionale collocazione: tra un casinò e un Mac Donald’s su una delle vie più frequentate della città, na Příkopě.   L’ingresso al primo Museo del comunismo (giugno 2008). Pareva voler sottolineare, fin dalla sua posizione topografica, l’assurdità del proprio contenuto in netto contrasto con la realtà post-socialista che la città stava affrontando. Eclatante era pure l’insegna che lo caratterizzava: una matrëška russa dotata di una dentatura che stava tra il pescecane e Dracula, al contempo vampiro succhia sangue e bestia predatrice.   La primigenia insegna del Museo del comunismo di Praga (giugno 2008). Tanto per non lasciare dubbi sull’interpretazione da dare alla storia, fin dall’ingresso e dai primissimi passi. L’oleografico souvenir russo, già...

Il nuovo romanzo / Sally Rooney, Beautiful World

Sono le diciannove e zeroquattro, una giovane donna siede al tavolino di un bar, vicino alla finestra. Fuori, il sole sta tramontando sull’Atlantico. Alle diciannove e zerosei, la donna abbassa lo sguardo e si osserva le unghie. Il bar è tranquillo, ogni tanto lei lancia un’occhiata verso la porta. Alle diciannove e zerosette, entra un uomo che si guarda intorno e poi si avvicina al tavolino, e chiede alla donna se è Alice. Lui è un po’ in ritardo, ed è Felix.  Il nuovo romanzo di Sally Rooney, Beautiful World, Where Are You, che Maurizia Balmelli sta traducendo per Einaudi, presso cui uscirà all’inizio del prossimo anno, si apre come un film. La macchina da presa si muove lenta, e indugia sui dettagli e sui gesti: la camicetta bianca di lei, lui che sblocca e riblocca nervosamente il telefono, una scia di birra che scende dal bicchiere. Quando i due iniziano a parlare, muovendosi in punta di piedi sul terreno minato di quello che subito appare come un primo appuntamento, ce ne vengono descritte le reazioni – lei diventa un po’ nervosa mentre gli spiega perché si trova in quel paesino sulla costa, lui la guarda impassibile e poggia il bicchiere sul tavolo; la voce narrante...

Scarabocchi / Come è difficile disegnare un albero

Si disegna sul foglio come gli alberi spogli tracciano il cielo lanoso di alcune mattine d’inverno. Ogni volta che dalla finestra osservo le linee dei rami, quelle linee si fanno memoria. Ogni volta che lascio la penna nera scorrere sul foglio, scarabocchiando senza senso, non mi accorgo di ripetere le linee dei rami guardati da molte finestre durante la mia vita.   Nell'inverno del 1961, al MIT di Boston, Edward Lorenz, matematico e studioso di meteorologia, si accorse che una perturbazione impercettibile poteva far evolvere in modo imprevedibile un sistema complesso, creando degli effetti a catena, capaci di cambiare il sistema stesso. Non c’era sistema deterministico che potesse sfuggire a questa legge, creando un alone di indeterminatezza che rendeva ogni previsione incerta.  Quel fenomeno, che confermava la Teoria della Complessità, già ben intuita da Henrì Poincaré, fu battezzato “Butterfly Effect” (effetto farfalla), coniando una delle metafore più potenti e utilizzate degli ultimi cinquant’anni. La forma della farfalla compariva in un diagramma dello studioso statunitense, che mostrava come le traiettorie di due orbite ellittiche vicine potessero deviare a causa...

Come bisogna vivere / Charlotte Perriand e il fotomontaggio

Il supermercato Monoprix si trova appena fuori dal centro di Arles, in una periferia uguale a molte altre. Passando fra scaffali di detersivi e di quaderni (saremo nel posto giusto?), si sale al primo piano. Qui, in un enorme spazio vuoto illuminato da neon industriali, è allestita la mostra dedicata ai fotomontaggi monumentali progettati dall’architetta e designer francese Charlotte Perriand (1903-99).  Fra i visitatori dei Rencontres de la Photographie di Arles non siamo in molti a spingerci fin qui: confortati dalla prossimità delle mostre nelle vie del centro storico, o ipnotizzati dal neonato edificio della Fondation Luma progettato da Frank Gehry, i più si arrendono alla fatica e al caldo. Ma è un peccato: la mostra mette in luce una pagina breve ma folgorante della produzione di Perriand e, in filigrana della riflessione sull’uso politico della fotografia alla vigilia della seconda guerra mondiale. È una mostra bellissima, sia per i materiali esposti che per l’allestimento, sia per la domanda da cui muove che per lo stile con cui cerca le risposte; splendido è anche il catalogo, con contributi brevi e accessibili, ma sempre profondi. I tre fotomontaggi monumentali che...