Il tuo due per mille a doppiozero

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2011 - 2021 / Game of Thrones: Machiavelli sul piccolo schermo

Per celebrare il decennale della messa in onda di Game of Thrones (17 aprile 2011), HBO, la rete americana che ha saputo trasformare una serie di romanzi fantasy (il ciclo, ancora incompiuto, di George R.R. Martin A Song of Ice and Fire) nel più grande successo planetario del nostro tempo, ha pensato bene di diffondere un video. Una sorta di recap degli eventi che hanno portato alla stagione conclusiva, l’ottava, andata in onda ormai due anni fa. Apriti cielo. Quella stagione, odiata con ferocia rara da milioni di fan dello show in particolare nelle sue ultime puntate, rappresenta una ferita ancora aperta. In migliaia hanno riesumato i gridi di battaglia con cui, nel 2019, si era assistito a una vera rivolta online: con gente che chiedeva, nientemeno, di rigirare tutta la final season, possibilmente impiccando Benioff e Weiss, i due sceneggiatori e showrunner passati dallo status di semi divinità a quello di nemici del popolo.      Si potrebbe discutere per ore di quella stagione fatale. O, cosa ancora più interessante, dell’evoluzione del rapporto tra pubblico e autori. O della capacità del fandom di assumere tratti quasi settari, religiosi, profondamente chiusi....

Teatri bene comune / 400 giorni a fari spenti

Chiusure a oltranza, tra cassa integrazione (per chi ce l'ha, soprattutto quadri amministrativi) e niente contratti (soprattutto attori, tecnici, musicisti). Aperture intermittenti e contingentate, tra attori e maestranze assoldate a progetto. Sono quasi 400 giorni che il teatro vive nell'incertezza totale, senza vedere nessuna luce in fondo al tunnel. A febbraio il ministro della Cultura Franceschini aveva annunciato la riapertura dei luoghi dello spettacolo per il 27 marzo, giornata internazionale del teatro. Il proclama sui social è rimasto tale, e così in tutta Italia da Torino a Napoli le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo sono scesi in piazza per reclamare il proprio diritto al lavoro. A Roma l’occupazione è scattata il 14 aprile, in attesa della sentenza sull'occupazione del Nuovo Cinema Palazzo. Il Globe Theatre, quello che era il palcoscenico di Gigi Proietti, è stato invaso da diversi collettivi romani e nazionali, tra cui Autorganizzat_ Spettacolo Roma, Clap – Camere del lavoro autonomo e precario, il Campo innocente, in quanto “simbolico per la città, per la sua architettura elisabettiana e per il personaggio che rappresenta, che ci ha lasciato poco tempo fa...

Il ripensamento del soggetto / Sartre secondo Recalcati

Nel 2000 Slavoj Žižek pubblica una delle sue opere più rilevanti dal punto di vista teoretico: The Ticklish Subject, tradotta in italiano con il titolo Il soggetto scabroso. L’intento del libro è quello di riportare il soggetto al centro di una scena filosofica e culturale che su tutti i fronti, dal poststrutturalismo al postmarxismo, dai sostenitori heideggeriani del pensiero dell’Essere alle femministe, ha lavorato per esorcizzarlo. La posta in gioco di questa operazione è chiara: non si tratta di tornare semplicemente al soggetto cartesiano come soggetto pensante trasparente a se stesso, ma di metterne in evidenza il nucleo eccessivo disconosciuto: “Ovviamente non si intende ritornare al cogito nella forma in cui questo concetto ha dominato il pensiero moderno (il soggetto pensante trasparente a se stesso), bensì mettere in luce il suo opposto dimenticato, il nucleo eccessivo, disconosciuto del cogito, che è ben lontano dall’immagine conciliatoria dell’Io trasparente”.    Il ritorno al soggetto di Žižek è un ritorno a ciò che nella costituzione della soggettività la eccede e le resiste, ciò di cui il soggetto non si può mai riappropriare definitivamente in un...

Due libri per ricordare lo scrittore / Luis Sepúlveda: nostalgia e amicizia

A un anno dalla scomparsa di Luis Sepúlveda, due libri ce ne restituiscono il profilo, le passioni, la poesia: Luis Sepúlveda. Il ribelle, il sognatore di Bruno Arpaia, che segue il filo di un decennale rapporto di amicizia, e Storia di Luis Sepúlveda e del suo gatto Zorba, di Ilide Carmignani, la sua traduttrice italiana, che intreccia biografia e favola. Luis Sepúlveda, Lucho per gli amici, era molte cose insieme: scrittore, inquieto viaggiatore, ambientalista, ribelle per giusta causa, uomo in esilio sempre, sia quando in fuga sia nei ritorni in Cile, nel sud del mondo. La sua vita è talmente ricca di avventure, di piccole grandi imprese, di successi e di sconfitte, di amori e di storie, che merita di essere raccontata.      Da bambino era cresciuto tra i libri di avventura – Salgari, Verne, London, Coloane – e i consigli di anarchia e di libertà del nonno Gerardo e dello zio Pepe, che durante la guerra di Spagna aveva conosciuto Hemingway. Quelle pagine e quei consigli lo accompagneranno per tutta la vita. Da ragazzo, la sua adesione alle idee rivoluzionarie marxiste conviveva con un profondo amore per la libertà, portandolo inevitabilmente al conflitto e alla...

Scarabocchi / Marciapiedi e scarabocchi

In una bella fotografia scattata al Bornaccino nel 1952, Federico Patellani ritraeva due scolari di Federico Moroni intenti al disegno sul pavimento della scuoletta di campagna teatro della fantasiosa didattica del maestro di Santarcangelo.      La fotografia fa parte della serie “Italia magica”, un reportage che il grande fotografo di origini monzesi aveva proposto al settimanale “Tempo” e di cui aveva parlato con gli entusiasti Cesare Zavattini e Leonardo Sinisgalli. Nello scatto, una lama di luce taglia in due l’immagine, i bambini sono chini sui fogli, disegnano con accanimento, ignorano il fotografo e l’occhio dell’obiettivo che guarda in basso. I bambini amano disegnare per terra, anche se ci sono banchi e tavoli a disposizione. Preferiscono, sembra, l’anomalia del pavimento, un posto irregolare dove la mano può esercitare con tutta libertà. Ce lo racconta un secolo prima dello scatto di Patellani anche Gustave Courbet in La Bottega del pittore, allegoria reale che determina una fase di sette anni nella mia vita artistica e morale (1854-1855), oggi al Musée d'Orsay di Parigi.      A destra, seminascosto davanti al tavolo su cui siede Charles...

Un libro di Paolo Virno / Avere

Basta ripassare un momento la biografia di Paolo Virno per domandarsi dove sta l’inganno se ha voluto dedicare duecento pagine al verbo Avere, che poi è il titolo del suo libro uscito a ottobre scorso per Bollati Boringhieri. Ha trascorso la sua vita di studioso nell’opera meritoria di restituire una dignità sociale, intellettuale, anche linguistica al popolo, o forse sarebbe meglio dire alla moltitudine, analizzando con le categorie del pensiero e dell’azione com’è cambiato il mondo nel contesto postfordista, un posto caratterizzato da una acuta nostalgia per l’essere in maniera autentica, disalienata – possibilmente senza di mezzo nessun avere. Dunque, sembra curioso che improvvisamente, in un testo della sua età matura, Virno scelga di dedicare tempo e pagine a un’allegra disamina dell’altro versante. Tuttavia, il sottotitolo fornisce già una prima spiegazione: “Sulla natura dell’animale loquace”.   Allora intuiamo che l’autore si interessa della vicenda di avere usando gli strumenti e lo sguardo del professionista semiologo che è, tenendo a bada ciò che in lui è animale politico, mandando lo scienziato in avanscoperta. Come nel caso di Aristotele che si affaccia alla...

Privato e pubblico / Virginia Woolf e Lytton Strachey. Ti basta l’Atlantico?

Lui scrive in nero, sulla pregiata carta da lettere color crema della Joynson stationery, con una grafia precisa, elegante, regolare. Lei scrive in blu o nero o viola, su carta bianca o azzurra o gialla; a volte scrive a matita; a volte le sue lettere arrivano bruciacchiate dalla cenere della sua sigaretta; a volte arrivano a pezzi perché «questa lettera è rimasta in giro e Julian ci ha versato sopra la cioccolata». Lui ha studiato al Trinity College di Cambridge, avrebbe voluto diventare professore universitario ma non è mai riuscito a fare carriera in accademia; riflettendoci ad anni di distanza, dirà di aver finalmente capito che l’accademia “non è il posto che gli compete”, e che sente di non essere “un sujet académique”. Lei all’università non è andata, ma ha letto i libri della biblioteca del padre, ha imparato il francese e il latino, e anche a fare conversazione all’ora del tè.    Lui è timido, ha una voce che suona come un falsetto, ed è di salute cagionevole; si innamora di Duncan Grant, e si confida con Maynard Keynes, ma poi scopre che Grant e Keynes hanno una relazione l’uno con l’altro. Lei si definisce “apprensiva”, soffre di un disturbo che la...

Intervista con Agnès Geoffray / Da un'immagine all'altra

Agnès Geoffray (1973) è un’artista francese che lavora principalmente con la fotografia. La sua ricerca è in equilibrio tra realtà e finzione, e spesso origina da notizie angoscianti poco conosciute o trascurate. Le immagini di Geoffray spesso lasciano emergere un ‘doppio’ visivo, in cui il perturbante si insinua tra forze distruttive addomesticate e quasi addormentate sulla scena. In un certo senso sono le associazioni visive innumerevoli in chi guarda a completare questi lavori, presentendo una intensità drammatica nel materiale, modellato in scena come pedine. Questa intensità è una corrente caotica che attraversa il confine sottile tra immaginazione e finzione; genera una variabile sinistra che, inafferrabile, produce un coinvolgente impatto visivo.   Agnès Geoffray, Night III, 2005 photograph, 22x30 cm © Agnès Geoffray. Sara Benaglia e Mauro Zanchi: La serie fotografica Night (2007) è formata da immagini molto intense e ambigue, che suggeriscono associazioni oscure e orrorifiche. Fuori fuoco, immagini di occhi aperti nella notte, bambini soli e un’ambientazione gotica sono gli elementi attraverso cui hai costruito una tensione narrativa. Com’è nata questa serie? Quali...

La competenza dei mezzi e dei fini / Dietro il sapere, il potere

È una notte della settimana di Natale del 1885. Michael Faraday, il più famoso fisico dell’Inghilterra vittoriana (il più grande, mi dispiace per lui, era James Clerk Maxwell), tiene una lezione pubblica per dimostrare le nuove scoperte dell’elettricità. Passa un secolo. È una notte della settimana di Pasqua del 2021. Ilaria Capua, la più famosa virologa italiana, tiene uno dei suoi sermoni alla trasmissione televisiva DiMartedì di Giovanni Floris per spiegare agli italiani come comportarsi per contenere la pandemia.  Le due serate hanno qualcosa in comune: la figura dell’esperto che si rivolge ai non esperti per proporsi come un punto di riferimento. Tuttavia sono separati da un abisso, non solo temporale: Faraday non pensava di poter dire agli inglesi che cosa dovessero fare, la Capua invece ritiene che la scienza indichi alle persone la strada da seguire. Faraday non parla in senso deontico, la Capua sì. L’esperto televisivo, tracimando nell’assiologia, assomiglia di più a un Savonarola che ai grandi scienziati. Lontani sono i tempi in cui Galileo, matematico e filosofo, scrivendo alla Granduchessa di Toscana, contrapponeva “Come si vadia al cielo” a “come vadia il cielo...

Svolta ontologica / Per farla finita con la Natura

In piena foresta amazzonica, al confine fra Ecuador e Perù, scorre il Kawapi – uno dei tanti affluenti del grande Rio –, nella cui valle vivono gli Achuar, dell’etnia Jivaros, con i quali condividono la lingua e alcuni rituali religiosi. L’antropologo è a casa di Chumpi, uno dei suoi informatori, la cui dimora è una specie di capanno coperto di foglie di palma a pochi passi dalla boscaglia fittissima e dal fiume assordante. Fra la muraglia di alberi d’alto fusto e la modesta abitazione, un orto curatissimo per i fabbisogni della famiglia. Chumpi è preoccupato: quel pomeriggio la moglie Metekash è stata morsa da un ‘ferro di lancia’, ovvero da un serpente velenosissimo che gli Achuar conoscono bene e che non si avvicina quasi mai agli insediamenti umani. A cosa si deve quell’invasione di campo, quell’attacco letale all’amata Metekash? Chumpi non crede nella fatalità. Parla piuttosto di vendetta, perpetrata da Jurjri, spirito protettore della selvaggina, come arcigna reazione verso ciò che lui stesso, il giorno prima, aveva fatto. Venuto fortunosamente in possesso di un fucile, Chumpi s’era come esaltato: abbandonando ai rovi la consueta cerbottana, aveva commesso una vera e propria...

Digital Dishumanities / Tradurre l’errore

Giochi di parole e pratica pedagogica La traduzione di giochi di parole non è solo una pratica didattica utile e motivante, che può permettere agli studenti di migliorare, magari divertendosi, la propria competenza linguistica. Credo che questa attività abbia una valenza pedagogica e, indirettamente, politica più alta. Oggi, forse più che mai, è necessaria nella formazione, e non solo dei giovani, la presenza di esperienze che sollecitino il pensiero critico, in cui accanto al rigore e alla “cattiveria” dell’analisi sia richiesto allo studente di mettere in gioco la propria “creatività” (sull’anagramma creatività/cattiveria si veda Stefano Bartezzaghi, L’elmo di Don Chisciotte, Laterza, 2009, p. 15), nel tentativo di trovare soluzioni a problemi che sembrano impossibili da risolvere, o che non prevedono una e solo una risposta corretta.   La traduzione dei giochi di parole, come la traduzione degli errori intenzionali o non intenzionali, implica un confronto con testi ambigui e insoliti; obbliga a un lavoro di analisi complesso; costringe a comprendere i modi divergenti e non standard in cui la lingua straniera è utilizzata e i meccanismi che permettono a quel sistema...

Colum McCann / Apeirogon. Il dolore di due padri

Questa è la storia di due padri, uno israeliano e uno palestinese. Hanno visto le loro figlie uccise bambine dalla violenza che strazia quelle terre e invece dell’odio hanno scelto le parole. Insieme raccontano. “Sono Rami Elhanan, il padre di Smadar”. “Sono Bassam Aramim, il padre di Abir”. Da anni, nelle scuole, nei teatri, nelle librerie, per un attimo riconsegnano alla vita quelle ragazzine che mai diventeranno donne. Raccontano, con fatica, con dolore, perché la pace fiorirà solo nel dialogo, nella tolleranza, nella riconciliazione. “Non finirà finché non ci parliamo”. Questa è una storia vera ed è l’asse attorno a cui ruota, con superba lentezza, il brulicante universo che anima le pagine di Apeirogon, l’ultimo lavoro di Colum McCann, da poco in libreria in italiano (Feltrinelli, 528 pp.). Un libro-mondo che per dire uno dei territori più frequentati dall’immaginario contemporaneo scardina l’impianto tradizionale del romanzo, rimescola i generi e domanda tempo e fiato per compiere un tragitto vertiginoso fatto di schegge e stralci – 1001 secondo la lezione delle Mille e una notte.    L’apeirogon che dà il titolo al libro è un poligono dal numero infinito di lati. E...

Le pieghe della storia / Antonella Anedda, Geografie

«Perché scriviamo? Non per lasciare le nostre tracce ma perché le cose così disperatamente irreali e fugaci si attardino ancora un po’ nel mondo». Così scrive Antonella Anedda, voce lirica tra le maggiori della nostra lingua, in questo suo ultimo imprevedibile e fulmineo libro che sfida con riservata e composta discrezione i generi letterari. Trattato poetico-filosofico, midrash, antologia di racconti-saggio, raccolta di aforismi. Geografie (Garzanti, pp. 168, euro 16) accetta tutte queste definizioni e insieme le trasgredisce in una sfida ai generi, come già aveva fatto, seppure in altre forme, con i precedenti La vita dei dettagli (Donzelli 2009) e Nomi distanti, uscito per la prima volta nel 1998, recentemente ripubblicato nella bella edizione Aragno.    Dentro queste pagine di viaggi e microviaggi, reali e immaginari, ci si sposta attraverso paesaggi, ambienti e personaggi (una sintesi di quello che Fosco Maraini ha definito con il binomio “endocosmo” e “esocosmo”) che potrebbero sembrare insignificanti senza il concreto apporto dell’intelligenza e della sensibilità di una mente allenata a rilevare i particolari, i “dettagli”, appunto: milioni di causa...

Modi del sentire / L'intimità come mistero

Sembra a volte che la parola intimità porti con sé un alone di senso che la avvicina a una promessa di autenticità, di spazio protetto nel quale è possibile – con una sorta di sospiro di sollievo dopo tanto affaticarsi alla superficie delle mascherate di ruolo e degli stereotipi della civiltà di massa e della tecnica – finalmente “toccare” la verità nascosta delle persone, la loro psiche o anima, il loro corpo al di là delle vestizioni nelle “uni-formi” dell’apparire, obbligatorie anche nel loro dovere essere eccentriche. Confesso un certo fastidio per questa voga che volta in positivo ogni pretesa intimità. Mi sembra una sorta di antagonista prefabbricato, un rifugio illusorio, troppo semplicistico, al divorante imperativo delle maschere sociali. Insomma mi pongo questa domanda: ma è poi davvero possibile, e come, l’intimità come disvelamento di sé al di là delle maschere di ruolo?    In realtà un vecchio quesito: mi pare che la ricerca e la valorizzazione dell’intimità abbia preso il posto – drammaticamente scomodo e irrisolto – del cangiante e plurivoco soggetto moderno alle prese con gli effetti della sua decostruzione.  La difficoltà di ogni intimità...

Neolingua / Prof

Nell’italiano corrente prof è forma scorciata di professore, di professoressa e dei rispettivi plurali. L’accorciamento risuona frequentissimo nel parlato, in interazioni comunicative ormai quasi prive di limiti, quanto a registro, e ricorre anche con abbondanza nello scritto, come si vedrà. Le forme non scorciate ne subiscono un’estesa concorrenza. Il prof di cui si sta dicendo non è il prof giovanilistico e contestatario registrato dai dizionari come “gergale” nel corso della seconda metà del secolo scorso. Per dirla con un paragone up to date, se fosse un virus, si potrebbe dire che pur appartenendo forse allo stesso ceppo (ma c’è da dubitarne), non è lo stesso virus. È differenza di pedantesca sottigliezza: la si destina ad altra sede e ad altro momento, caso mai.  Qui interessa il prof presente, quello emerso con prepotenza nel parlato quando il Novecento cominciava a declinare. Lo ha fatto come forma di appello e sopra labbra ancora più fresche di gioventù di quelle del predecessore novecentesco cui si è alluso: “Prof, posso uscire?”; “Prof, ieri non ho potuto studiare”; “Che voto mi ha dato, prof?”. La funzione di appello gli ha fatto da incubatrice e, come in una...

Raven Leilani tra MeToo e Black Lives Matter / Chiaroscuro: un romanzo di rabbia

In questi giorni, cercando notizie su Raven Leilani, scrittrice afroamericana al suo debutto italiano con Chiaroscuro, uscito l’anno scorso negli Stati Uniti e pubblicato di recente da Feltrinelli con la traduzione di Stella Sacchini e Ilaria Piperno, ho scoperto molte cose interessanti. Per esempio che per Leilani l’ultimo anno, tra successo del libro e padre e fratello morti, è stato intenso ma molto difficile. Che a un certo punto ha abbandonato la fede religiosa. Che le piacciono i completi da yoga. Che la sua scrittrice di riferimento è Audre Lorde. Ripesco quindi un piccolo saggio intitolato Usi della rabbia: donne che rispondono al razzismo, in cui Audre Lorde scrive (traduco dalla raccolta Penguin intitolata The Master’s Tools Will Never Dismantle the Master’s house): “La mia risposta al razzismo è la rabbia.   Ho vissuto a lungo con questa rabbia, ignorandola, nutrendola, imparando ad usarla prima che portasse le mie visioni alla rovina, come ha fatto per la maggior parte della mia vita. Una volta lo facevo in silenzio, spaventata dal suo peso. La mia paura della rabbia non mi ha insegnato niente. La tua paura di quella rabbia non insegnerà niente neanche a te”....

L'ultimo futurista / Joe Colombo: una matita felice

Joe Colombo (1930-1971) sapeva disegnare. La sua ‘matita felice’ non aveva esitazioni mentre tracciava i contorni degli oggetti che progettava, dando così forma visibile a tutto quanto esisteva già nella sua fervida mente. Il tratto nitido, chiaro, privo di esitazioni dei suoi schizzi di progetto è rivelatore di un pensiero altrettanto nitido e chiaro. Non per nulla egli è stato uno dei designer più prolifici del secolo breve e, sicuramente, fra i molti, il più ingegnoso, tanto da essersi meritato il titolo, e con buona ragione, di 'leggendario' (Matteo Kries, 2005). Ha infatti all'attivo centinaia e centinaia di progetti, concepiti in meno di un decennio di attività, che oggi, a cinquant'anni dalla sua troppo prematura scomparsa, sono stati tutti censiti e schedati nel ponderoso volume curato da Ignazia Favata (con un contributo di Domitilla Dardi), Joe Colombo. Catalogo ragionato. 1962 - 2020, (Silvana Editoriale, pp. 300, € 85.00). Vi si annoverano gli oggetti ancora in produzione, i molti realizzati ma oggi non più prodotti, così come quelli che attendono di vedere la luce, insieme ad alcuni che la luce l'hanno vista soltanto di recente.   Sebbene Joe (Cesare all'anagrafe...

Scuola di drammaturgia / Lucia Calamaro: “Scritture” senza dogmi

“Il problema della formazione in Italia è molto serio”, appuntava Luca Ronconi a margine della sua nomina a direttore del Teatro Stabile di Torino (Prove di autobiografia, Feltrinelli 2019, p. 184). E aggiungeva: “non voglio un insegnamento unilaterale. Penso sia utile studiare psicologia: senza questa profondità, l’espressione artistica sarà necessariamente anchilosata”.  Guidata dallo stesso desiderio di ampliare gli orizzonti culturali, prima che tecnici, Lucia Calamaro comincia l’avventura di Scritture, una nuova scuola di drammaturgia progettata con Riccione Teatro, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro della Toscana, Teatro Bellini di Napoli e Sardegna Teatro (bando aperto fino al 15 aprile 2021). Una scuola itinerante, strutturata per settimane immersive, che prevede la concentrazione di giorni consecutivi di lavoro, e lunghe pause di rielaborazione personale. Il plurale scelto nel titolo parla chiaro: niente canoni, niente dogmi, ma il desiderio di unire la qualità di ricerca di un laboratorio intensivo con la continuità didattica garantita dai grandi centri di formazione.  Abbiamo colto l’occasione per parlare con Lucia Calamaro di formazione, di nuove generazioni,...

Duecento anni / Baudelaire, l’infinito nelle strade

Duecento anni fa, il 9 aprile, nasceva Baudelaire. Duecento anni: un tempo in cui la presenza del poeta è via via diventata più intima a quelle che oggi chiamiamo ragioni della modernità, ma anche più intima alla nostra lettura del mondo, dei suoi enigmi, delle sue ferite. La poesia di Baudelaire è il pentagramma su cui molta poesia venuta dopo di lui ha scritto la propria musica: dopo Baudelaire è un’espressione che può comprendere Rimbaud e Valéry, Trakl e Eliot, Whitman e Pasternak e moltissimi poeti.  Per questo riaprire I Fiori del male è ritornare a un principio in cui temi e figure, accenti e registri di tutta la poesia che diciamo moderna sono come raccolti, o annunciati.    I Fiori del male sono un libro poetico che si può collocare nel cuore della nostra epoca. Come per la Commedia di Dante, quella poesia non ha mai cessato di interpretare un tempo successivo a quello in cui il suo autore è vissuto. Anche Baudelaire ha compiuto una peregrinazione, ma nell’inferno della metropoli, che è ancora la nostra metropoli. Lungo questa peregrinazione, l’invisibile si è mostrato nelle vesti del visibile. L’estremo nel ritmo del quotidiano, l’infinito nelle...

Luca Ricolfi, La notte delle ninfee / Hume e la pandemia

Luca Ricolfi è sociologo esperto di analisi dei dati, e presiede la Fondazione David Hume a Torino. Pur mai citato, il grande filosofo scozzese mi pare sia protagonista occulto del bel libro che Ricolfi ha scritto in tempo reale per discutere il malgoverno di un’epidemia, La notte delle ninfee (La Nave di Teseo 2021). Il libro analizza con grande ricchezza empirica quello che è successo in Italia e nel mondo nell’anno della pandemia Covid-19, in termini di governo – nel bene o nel male – dell’emergenza pandemica. Un evento imprevisto ma prevedibile, che ha cambiato il mondo in profondità anche per l’imprevidenza dei governi.   L’epidemia ha una sua aritmetica, sostiene Ricolfi, abbastanza semplice da capire. Si riproduce come le ninfee in uno stagno: ogni notte raddoppia, passando da 1 a 2, da 2 a 4, e così via finché il raddoppio arriva bruscamente a 1.000 e fa morire la vita dei pesci (noi, i cittadini-consumatori) dello stagno. Il custode addetto alla pulizia (il governo) non è infatti intervenuto prontamente a ripulire lo stagno (sospendere le attività commerciali e gli spostamenti delle persone) finché i numeri erano piccoli. Ha tergiversato per le pressioni...

Artpod / The Farewell Painting | David Salle

La scena ospita un dramma minuto. Una voce sussurra e noi rimaniamo in ascolto, in attesa di una rivelazione che non arriverà. Lo spazio è ripartito in un trittico, forma che dall’altare attraversa i secoli e arriva qui nuda, dissanguata, senza più traccia del sacro: due danzatori colti in un gesto coreografico, la riproduzione di un dipinto di Thomas Jones, A Wall in Naples,  del 1782 – dettaglio prelevato dalla carne pittorica di un paesaggista gallese inebriato dalla luce del Grand Tour –, i corpi degli stessi ballerini quasi solarizzati; piccole, piccolissime, come note a piè di pagina, le donne di una tribù africana, un appunto fotografico repentino che dice del corpo e di altro.    Farewell, arrivederci. La pittura di David Salle è priva di malinconia, ma in questa tela, più che in altri capitoli della sua vicenda pittorica, s’insinua una corrente appena intiepidita da un afflato emotivo. La rêverie si dispiega: una porzione di superficie senape inquadra i due danzatori, infilzati da una lama di giallo che s’incunea nel fianco delle figure – l’uno tocca l’altra, le mani di lui le coprono le orecchie con un gesto che anticipa un’intera enciclopedia di...

Artpod / Nero con Punti Rossi | Alberto Burri

Da secoli, la parola “tela” è sinonimo di “quadro”, tanto è radicato nella storia dell’arte il suo uso come supporto di dipinti di formato vario, di diversa destinazione. Accade insomma che quello che non si vede – la base materiale – serva a dare un nome anche all’immagine che la ricopre.  In Nero con punti rossi di Alberto Burri (1956), invece, la tela è il davanti e il dietro, il sopra e il sotto. Verso la fine del Seicento, il pittore fiammingo Cornelis Gysbrechts riprodusse alla perfezione proprio la parte posteriore di un quadro, in un’illusoria inversione. Ma qui, in Nero con punti rossi, le due tele – quella che vediamo e quella che solo intuiamo – sono reali.  Da alcuni anni Burri aveva inserito nelle sue opere frammenti ricavati da sacchi di juta, senza nasconderne il logorìo, le macchie, le sfrangiature. Non era la prima volta che materiali della vita quotidiana venivano applicati direttamente a un quadro (lo aveva fatto Picasso, ad esempio, con un’impagliatura di sedia). Lo spazio della vita e lo spazio dell’arte sperimentavano così – attraverso quella che solo in apparenza era una trovata tecnica – uno scambio imprevisto: un crossing-over che innerva gran...

Artpod / Caspar David Friedrich | Claudio Parmiggiani

L’opera di Parmiggiani ci permette di distinguere due forme del sentimento religioso. La prima forma definisce il sentimento religioso come una fuga dal mondo, aspirazione a un mondo al di là del mondo, a un mondo trascendente il mondo, più vero del mondo in cui noi viviamo, a un “mondo dietro al mondo”, come direbbe Nietzsche. Esiste, cioè, una forma del sentimento religioso che ha come suo presupposto la miseria di questo mondo, la povertà di mondo di questo mondo e che manifesterebbe l’aspirazione a un mondo non corrotto dal tempo, eterno, beato, a un mondo, paradossalmente, libero dal mondo; un mondo che non conosce più la morte, il tempo, la vita, il divenire; un mondo, dunque, al di là di questo mondo. In questo senso la prima forma del sentimento religioso concepisce la spiritualità come un rifugio trascendente rispetto all’atrocità dell’immanenza del mondo. Da questa prima forma del sentimento religioso deriva un certo modo di intendere la spiritualità nell’arte. Si pensi, per esempio alla stagione storica dell’astrattismo come viene codificata teoricamente in Lo spirituale nell’arte di Kandinsky: l’opera d’arte si realizza come emancipazione dalle strettoie della materia...

Aspettando gli Oscar / Minari. Il linguaggio ritrovato

Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. (Paracelso)   Con ben sei candidature agli Oscar 2021 (miglior film, regia e sceneggiatura, miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista, migliore colonna sonora), Minari di Lee Isaac Chung si conferma uno dei film più interessanti e chiacchierati di questa travagliata stagione di cinema, e non solo per motivi inerenti all’opera in sé e per sé. Pochi mesi fa, quando la pellicola è stata presentata ai Golden Globe, la scelta di concorrere per il premio di miglior film in lingua straniera (che si sarebbe poi aggiudicato), invece che per quello di miglior film, ha generato una controversia sulle regole di partecipazione. Pur essendo una produzione americana diretta da un regista statunitense, nato a Denver nel 1978 da genitori di origini coreane, e che in Minari rivisita per l’appunto un periodo della propria infanzia trascorsa in una fattoria dell’Arkansas, la prevalenza di dialoghi sottotitolati ha impedito di fatto al film di candidarsi al premio più ambito, poiché il criterio linguistico che richiede più del 50% dei dialoghi in lingua inglese, per la...