Alfabeto Pasolini

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Società

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Venezia / Kiefer: la guerra invisibile dell'arte

Una leggenda hassidica racconta che su ogni bambino nel ventre della madre veglia un angelo che gli trasmette la Torah, ovvero l'intero scibile. Al momento della nascita, però, l'angelo tocca col dito la bocca del neonato, che così dimentica tutto. La fossetta sopra le labbra è il segno del sapere dimenticato. Camminando per Venezia verso il Palazzo Ducale per vedere la mostra di Anselm Kiefer, vorrei anch'io il tocco dell'angelo, per dimenticare le tantissime parole di cui è composta l'atmosfera di filosofia, poesia, letteratura, scienza, storia dell'arte e della cultura, che aleggia dentro e attorno alla sua opera. Per rendersi conto di quanto sia densa tale atmosfera, basta dare un'occhiata agli affascinanti testi delle lezioni tenute al Collège de France nel 2010-11 (L'arte sopravviverà alle sue rovine, Feltrinelli, 2018). La stessa leggenda ne fa parte, perché è proprio Kiefer a citarla: «Talvolta ho l’impressione di essere come quel bimbo della leggenda hassidica. Di aver saputo tutto in precedenza, essere stato costretto a dimenticare ed essere costretto a riapprendere tutto di nuovo».     Questa fame di conoscenza, di verità poetiche e saperi esoterici, di...

Scritti sull’arte / Umberto Eco e le barricate della storia

A poco a poco, surrettiziamente, mentre il mondo fa la sua strada verso direzioni – nonostante pianificazioni e mondializzazioni – per lo più imprevedibili, simulando a sua insaputa il passo del gambero, il pensiero e l’opera di Umberto Eco stanno entrando nella storia. Da un lato guerre, epidemie, disastri ambientali, carestie, migrazioni. Tutta roba che, cancellando ogni sentimento di futuro, mette ben poca allegria. Dall’altro, per controcanto ironico, dunque per nulla inconsapevole, la riflessione critica, le scommesse teoriche, lo sforzo intellettuale per capirne di più e, magari, dare una mano a che le troppo umane violenze e sopraffazioni si smorzino alquanto. Corsi e ricorsi? Oggi così, domani colà? Forse, ma non basta metterla in questi termini. Troppo facile, e paurosamente riduttivo: una specie di rassegnazione che invoca un destino ciclico e, perciò, inesorabilmente segnato. C’è fortunosamente dell’altro, e sta apparentemente molto lontano, dal lato opposto della barricata, oltre la quale – ha detto e ridetto Umberto Eco nel corso della sua esistenza – è sempre bello, perciò assai utile, spingersi.  E che cosa c’è al di là della barricata, sia essa l’orrida...

Anja Kampmann, Il cane ha sempre fame

Anja Kampman è narratrice e poeta. Nata nel 1983, ha studiato letteratura tedesca all’Università di Amburgo e Lipsia e si è dedicata alla scrittura ricevendo prestigiosi premi letterari. Attualmente, per i lettori italiani, è possibile immergersi nel mondo della Kampman attraverso le pagine del suo romanzo d’esordio, Dove arrivano le acque, in uscita proprio in questi giorni per Keller, che ha ricevuto il Lessing-Förderpreis e il premio Mara-Cassens. Sabato 21 alle ore 16, avrò il piacere di presentare al Salone del Libro di Torino le poesie di Anja Kampman. Parleremo dei testi contenuti in Il cane ha sempre fame, raccolta ancora inedita, in Italia, pubblicata in Germania da Hanser (2021) e selezionata per una sovvenzione da parte di Litrix, che coprirà i costi di traduzione e darà un incentivo alla pubblicazione italiana.   Le tre poesie che seguono sono un piccolo assaggio di quanto Anja Kampman racchiude in questo libro. Fra i versi della raccolta incontriamo, infatti, molteplici storie: le poesie di Il cane ha sempre fame colgono e compongono frammenti dell’esistenza di singoli e scandagli di un presente collettivo, ma anche della Storia, nella quale...

Catastrofi, paura, menzogne / John Berger: Accostarsi

Buio   Che cosa avresti detto, John, di fronte alle catastrofi annunciate e avvenute da quando te ne sei andato, il 2 gennaio del 2017? Da allora ho cercato di rispondere da me alle tante domande che avrei voluto rivolgere a te e alle quali tu avresti ribattuto con la tua capacità di non smettere mai di amare questo mondo mutilato. Non mi avresti rassicurata. Mi avresti fatta sentire meno sola.  Qualche giorno fa, parlando con un’amica, mi sono ritrovata ad affermare d’impulso, con una sicurezza misteriosa, che le risposte le avevi già date tutte, che bastava riprendere in mano i tuoi scritti, a partire dai più antichi, quelli redatti nei primi anni cinquanta del secolo scorso, quando il mondo era attanagliato dall’incubo nucleare. La tua, ho insistito, non era una dote profetica. Non sei mai stato un vaticinatore. È che sapevi guardare e cogliere i segni che annunciano con precisione l’a venire. Ecco perché quella tua sapienza anticipatrice non se ne è andata con te. Non solo perché ci restano le tue opere, ma perché continui a ricordarci che, se si guarda bene e si fanno le giuste connessioni, il presente smette di essere un puzzle impazzito, una disorientante mappa...

Festival di Cannes I / Il cinema… tra la maman e la putain

È senz’altro uno dei più indecifrabili ed enigmatici film della carriera di Philippe Garrel: Les Ministères de l’art, realizzato per la televisione francese nel 1988 è un documentario di poco meno di un’ora che si propone di fare uno dei più classici atti di periodizzazione. È infatti un film che prova a mostrare, o a delimitare, una generazione di registi francesi (o per meglio dire, gravitanti attorno al cinema francese dato che vi sono anche un tedesco e una belga) che pur richiamandosi all’evento della Nouvelle Vague ne sono in qualche modo conseguenti. Ci sono interviste a Benoît Jacquot, Werner Schroeter e André Téchiné; ci sono le due sequenze di Elle a passé tant d’heures sous les sunlights dello stesso Garrel con Chantel Akerman e Jacques Doillon; c’è Brigitte Sy al Louvre; ci sono un giovanissimo Leos Carax e Juliet Berto; e poi una strana scena dove, prima Philippe Garrel e poi Jean-Pierre Léaud recitano un enigmatico testo sul cinema, parola per parola, ripetendolo prima uno e poi l’altro. Si tratta in realtà di un intervento di Jean Eustache, pronunciato nel 1977 in un programma radiofonico di France Culture chiamato “Le Cinéma des Cinéastes” con Claude-Jean Philippe...

1947 - 2022 / Roberto Masotti, Vedere come ascoltare

Unire e miscelare assieme l’amore per la musica con quello per la fotografia: è quanto ha fatto Roberto Masotti con tenacia e passione dalla fine degli anni Sessanta fino al 25 aprile di quest’anno quando è scomparso, a 75 anni, con ancora alcuni progetti in corso, che presto vedranno la luce. Stava infatti realizzando con l’amata moglie Silvia – sua compagna di vita e di lavoro, di idee e confronti – un libro sui ritratti; mentre è, per fortuna, già in fase di stampa il suo ultimo libro Franco Battiato, Nucleus. È quest’ultimo il terzo libro dedicato a musicisti-compositori che Roberto aveva seguito e frequentato nel corso degli anni, dopo quelli dedicati a Keith Jarrett e John Cage, tutti pubblicati dall’editore Seipersei. Fotografo di musica, per la musica, con la musica, Roberto Masotti ha passato la sua vita a frequentare concerti, a vivere accanto ai musicisti e ai compositori più innovativi e alternativi. Il tutto sempre chiedendosi come riuscire con la fotografia – per sua natura un mezzo silenzioso e basato solo sul visibile – a suggerire, evocare, dare voce e immagine alla musica e ai musicisti, ai loro vari modi di viverla intimamente, di crearla e “sentirla” dirigendo...

Un libro di Alessandro Zaccuri / Poco a me stesso: un'autobiografia alternativa

Tra le declinazioni della forma romanzesca si annovera da tempo la narrativa controfattuale, fondata sull’ipotesi che un cruciale evento storico – tipicamente, una guerra – abbia avuto esiti diversi da quelli realmente verificatisi. Esempio preclaro, La svastica sul sole di Philip K. Dick (The Man in the High Castle, 1963), ambientato alcuni anni dopo il presunto trionfo della Germania nazista e del Giappone sulle democrazie occidentali; ma non andranno dimenticati alcuni  casi italiani, come Contropassato prossimo di Guido Morselli (1969-70, uscito postumo nel 1975), che ribalta l’esito della Grande Guerra immaginando vincenti gli Imperi centrali, o Asse pigliatutto di Lucio Ceva (1973), imperniato sull’eventualità di un irriducibile isolazionismo da parte degli Stati Uniti. L’attrattiva che suscita il filone delle ucronie, del romanzo fantastorico o «allostorico», del «What if», dipende evidentemente dalla sensibilità o dalla curiosità anti-deterministica del lettore: alla base è la percezione del divenire come risultanza mai inevitabile e mai ovvia di un insieme impregiudicato di variabili.    Ma cosa accade se la dimensione controfattuale si sposta dal campo...

Da Sanremo a Torino, e ritorno / Identità eurovisionarie, figli reietti, padri snaturati

Chiedersi cosa sia Eurovision significa ripercorrere la storia dei media, della cultura popolare, dei cambiamenti socioeconomici e dei rapporti geopolitici che hanno accompagnato, in forma leggerissima, il progetto di integrazione europea dalla metà del Novecento. Ossia, il mutare dei suoi confini e del senso di appartenenza, l’investimento materiale e simbolico nell’idea stessa di Europa. La guerra fredda, l’esplosione dei consumi, il crollo dell’Unione Sovietica, le pressioni della decolonizzazione e il ritorno dei nazionalismi. Nientemeno: proprio Eurovision, l’evento extra-sportivo più seguito al mondo, quello spettacolo chiassoso ed esteticamente discutibile, rappresenta un osservatorio culturale privilegiato, un laboratorio di sperimentazione di linguaggi scenici e sonori, il contraltare popolare alle dinamiche economiche che fondano l’europeismo contemporaneo, il superamento del localismo e la definizione di un’identità transnazionale, composita ed eterogenea, attraverso la competizione fra brani vincitori delle competizioni nazionali.    È questa storia che racconta con ricchezza di dettaglio storiografico un volume di Dean Vuletic – Eurovision Song Contest. Una...

Dalle Wunderkammern all’arte contemporanea / La danza controtempo delle immagini

Sul finire degli anni Sessanta, il curatore della Rhode Island School of Design’s Museum of Art, Daniel Robbins, e due importanti collezionisti, Jean e Dominique de Menil, frustrati dalla gran quantità di opere d’arte che giacevano inerti nei magazzini del museo, ebbero un’idea: invitare a Providence un artista contemporaneo per chiedergli di operare una sua personale selezione di pezzi dalle riserve nascoste per una mostra inusuale, coinvolgendo poi altre istituzioni perché facessero lo stesso con le loro collezioni. Nacque così Raid the Icebox I with Andy Warhol (1969-1970), che però fu, a onor del vero, il primo e l’ultimo tentativo di “saccheggiare il frigorifero” di un museo. Senza curarsi dei suggerimenti di Robbins, che cercava di guidarlo tra le porcellane più squisite, gli abiti più sfarzosi, i tessuti più elaborati, epoca per epoca, l’anarchico curatore Warhol si mise infatti a seguire, compulsivamente, un criterio solo suo, facendo di fatto deragliare da subito la disciplinata idea di partenza e trasformandola in qualcosa di radicalmente nuovo che non teneva più conto né dei protocolli museali né della narrazione cronologica tra le opere in mostra. A leggere i resoconti...

Alfabeto Pasolini / La Grecia secondo Pasolini

Dal mondo antico in poi, “barbaro” e “greco” hanno avuto il senso di termini antitetici. Agli occhi dei Greci, “barbari” erano quelli che parlavano male e storpiavano la lingua greca, “gli altri”, gli incivili, quelli privi di cultura. Una “Grecia barbarica” sembra dunque una contraddizione irrisolvibile, eppure è così che Massimo Fusillo introduce il suo saggio La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema (Carocci, 261 pp.). Il libro, apparso nel 2007, viene ora riproposto con una nuova prefazione, in cui l’autore spiega la scelta di non aggiornare il saggio (un’impresa difficile, vista l’enorme bibliografia accumulatasi su Pier Paolo Pasolini in questi quindici anni, compresa l’opera completa uscita sui Meridiani Mondadori); in compenso, nella prefazione alla nuova edizione, Fusillo ne approfitta per segnalare come il poeta e regista friulano stia diventando ormai una sorta di icona, tanto forte è il fascino che la sua figura esercita sulla cultura contemporanea, nell’arte e nel teatro in particolare.   Al centro del saggio di Fusillo ci sono tre opere di Pasolini che hanno come sfondo la Grecia antica, Edipo re (1967), Medea (1969) e Appunti per un’Orestiade africana (1968-...

Pino Donghi, Tre centimetri dietro gli occhi / Una voce dal coma profondo

Un uomo in coma profondo da anni può ancora, a dispetto di tutto, pensare? Può percepire qualcosa del mondo esterno anche se non è in grado di restituire nulla di quanto avviene in lui, nonostante sia stato sollecitato e monitorato e curato con tutti i presidi tecnologici e farmacologici più avanzati? L’assenza di risposta a qualsivoglia stimolo basta a decretare quella di ogni capacità mentale, tutta interiore, che nemmeno il più sensibile metodo di rilevamento riesce a individuare? Ma se supponiamo che una capacità possa comunque sussistere, di che tipo sarà? E se pensa, cosa penserà l’uomo in coma? Sono queste le domande da cui muove Tre centimetri dietro gli occhi (Scienza Express, 2022, p. 149), prima prova narrativa di Pino Donghi, saggista, curatore di collane editoriali e autore di libri di divulgazione scientifica. Lo spunto e il titolo sono debitori di Giulio Tononi, che durante una conferenza invitava il pubblico a riflettere sulla possibilità (lui dice evidenza) che “tre cm dietro gli occhi” di un paziente total locked-in potrebbe esserci una coscienza perfettamente vigile quanto incapace di comunicarlo all’esterno.   L’assunto di partenza non è poi così...

Un libro di Luciano Floridi / Può l’intelligenza artificiale essere etica?

Recentemente sono usciti alcuni libri molto importanti per la comprensione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società. Il primo, di cui avevo scritto qui, è quello di Kate Crawford, Né artificiale né intelligente. Il lato oscuro dell’IA (Il Mulino, 2021, 312 pp., versione italiana dell’originale inglese Atlas of AI. Power, Politics and the Planetary Costs of Artificial Intelligence, Yale University Press, 2021). Il secondo è quello di Luciano Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale (Raffaello Cortina Editore, 2022, 384 pp.). Il primo rappresenta la pars destruens del discorso pubblico sull’IA, il secondo, invece, la pars costruens. Il libro di Floridi è altrettanto ambizioso, e altrettanto informato da anni di ricerca del suo gruppo di lavoro e dall’analisi di una mole notevole di letteratura sull’IA.    Crawford considera l’IA come un “apparato socio-tecnico”, cioè un insieme di attori, sia umani che non umani, istituzioni, governi, tecnologie in relazione tra loro. Questo tipo di approccio, molto noto tra gli studiosi di STS (Science and Technology Studies), è anche molto vicino a quello di Bruno Latour, sociologo francese tra i...

Per le vie delle città / Leggere con i Piedi

Le città sono libri da leggere con i piedi, in cui ciascuno si crea la propria mappa delle stelle formata dagli indirizzi dei suoi beniamini, come a comporre delle costellazioni personali che guidano i nostri passi. Ma per fare poesia con gli indirizzi ci vuole talento e spirito di sacrificio, ci si arriva per via di levare, togliendo “il soverchio”, come diceva Michelangelo.  Uno dei primi a praticare la poesia degli indirizzi fu lo scrittore austriaco Peter Altenberg, morto di stenti nel primo dopoguerra e oggi usato come attrazione per turisti dal Cafè Central di Vienna, dove un fantoccio con le sue sembianze accoglie i clienti all’ingresso del locale. Seguendo i dettami dell’amico Adolf Loos, quello di Ornamento e delitto, Altenberg scartò così tanto che giunse a scrivere versi composti unicamente col nome e l’indirizzo delle donne amate.  James Joyce invece preferì ispirarsi alle sue residenze per la sua opera più sperimentale. Nel terzo libro del Finnegans Wake, come puntualmente segnalato dai traduttori Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni, Joyce gioca con i molti indirizzi che cambiò nella Dublino della sua giovinezza, oltre a uno di Zurigo, intrecciando...

Invito alla metapolitica / Oltre la guerra

Parlando con alcuni miei interlocutori negli incontri di analisi e cercando con loro di tracciare qualche coordinata per affrontare ansie montanti che nascono in queste settimane dal sentirsi colpiti dalla guerra, siamo ripartiti dalla posizione nella quale ci si trova come ricettori di immagini-notizie.  Non si può neppure accennare alle innumerevoli teorie sullo spettatore, né in seduta né qui – dovremmo metterci a studiare il tema, almeno da Diderot a Debord. Però credo sia importante, magari semplificando, porre come punto di partenza la domanda: “quale è la postura di chi osserva come spettatore che guarda da lontano, (tele-visivo)?”.    La posizione dello spettatore e il sequestro dell’empatia Dalla critica biblica alle scienze umane – perfino in fisica – è rilevante tenere conto di come avviene l’osservazione. Il “posto nella vita” che occupano gli autori e i lettori è decisivo per poter comprendere un testo o un qualsiasi altro segno. Per chi è quasi travolto dalle immagini della guerra – ed è evidente il coinvolgimento emotivo molto più intenso dell’immagine rispetto alla lettura per via dell’attivazione più diretta e completa dell’apparato percettivo –, e...

Kamel Daoud: uno scrittore algerino / Il Pittore che divora le Donne

Essere, avere un corpo sembra a volte tutto ciò che sappiamo di noi e della vita; forse addirittura l'unica cosa che possiamo esibire come prova inoppugnabile della nostra esistenza. Questo dato incontrovertibile ce lo trasciniamo dalla nascita alla morte nei ruoli interscambiabili di protagonista, personaggio secondario o comparsa trascurabile; ma per quanto risulti l’unico oggetto certo del nostro mondo, ci pare talvolta comunque di non capirlo, o di immaginarlo soltanto. Abitarlo non evita l’urgenza di decifrarlo, interrogarlo, tradurne idee e parole che diano significato al fatto stesso della carne. Nella medesima forma gli altri ci oppongono la sicurezza tangibile della loro presenza, che pur nell’evidenza ci sfugge come il senso stesso del nostro corpo.  Conoscere un corpo, il proprio e quello altrui, diviene un atto di costante ricerca chirurgica dal successo altalenante.     Un uomo cammina, di notte, dentro le sale di un museo parigino. È uno scrittore algerino, Kamel Daoud, ed osserva le opere di Pablo Picasso, in particolare i ritratti di una sua amante francese, Marie Therese Walter, 17 anni lei e 45 lui all’epoca del loro primo incontro. Marie Therese...

18 luglio 1945 - 11 maggio 2022 / Paul Ginsborg: sguardo, passione, impegno

Un grande insegnante. È questa la prima definizione che viene in mente pensando a Paul Ginsborg. Nei suoi anni di accademia e anche oltre in molti hanno potuto apprezzare lo stile fresco, coinvolgente, interattivo con cui conduceva lezioni e conferenze. Toni piani, chiari, domande e risposte calibrate, attenzione al ritmo di racconto e alla trasmissione dei concetti fondamentali. Consapevole che l’apprendimento passa dalla costruzione di una comunità imparante, in cui chi parla e chi ascolta sono parte di un unico processo formativo, preparava le sue lezioni con cura rimanendo aperto al confronto e alle digressioni utili. Una vera e propria ventata di novità nel panorama delle università italiane degli anni Ottanta e Novanta, così ingessate. Uno stile che a volte veniva definito erroneamente “all’inglese” e che invece era totalmente suo, forgiato in anni di attenzione ai propri studenti e al proprio ruolo di trasmissore di sapere. Naturalmente Paul Ginsborg fu moltissimo altro.   Nato a Londra nel 1945, studi e inizio carriera a Cambridge, arriva in Italia negli anni Ottanta seguendo i propri studi sul Risorgimento – del 1979 il suo Daniele Manin and the Venetian Revolution...

Otto / Diario russo. Trasformazioni della Giornata della Vittoria

L’anniversario della fine della guerra in Europa, il 9 maggio, è stato sempre un momento assai forte di memorie familiari. Il ricordo della Grande guerra patriottica ancora oggi, a distanza ormai di decenni, ha una forte presa proprio per la vastità della tragedia causata dall’Operazione Barbarossa: più di 27 milioni di cittadini sovietici morti, migliaia di villaggi e centinaia di città letteralmente cancellati, la distruzione di intere comunità ebraiche, violenze inenarrabili sui civili.   Eppure questa componente dolorosa, lacerante ancora oggi per numerose famiglie, è sparita dalla retorica ufficiale del 9 maggio, diventata festività della rilettura putiniana della storia patria, sfoggio di potenza militare, occasione per ribadire la propria alterità etica e morale verso un’Europa considerata decadente e corrotta. Non vi è più spazio per le note e i versi pieni di dolore di chi, come Aleksandr Tvardovskij, scriveva della battaglia di Ržev dal punto di vista di un giovane soldato caduto durante i combattimenti. La Giornata della Vittoria è diventata altro, all’insegna del sinistro možem povtorit’ (possiamo ripeterlo) diffuso prima come meme e come adesivo da attaccare al...

La letteratura d’Appennino / Silvio D’Arzo: andare o restare

Ezio Comparoni, in arte Silvio D’Arzo nasce a Reggio Emilia nel 1920 e vi muore nel 1952, a soli 32 anni. Di padre ignoto ebbe per tutta la vita un rapporto fortissimo con la madre Rosalinda Comparoni originaria di Cerreto Alpi, piccolo paese sull’alto Appennino reggiano.  Fu insegnante di lettere dedicando molto della sua breve vita alla letteratura. Si firmò con diversi pseudonimi, Silvio D’Arzo (di Reggio, in dialetto “reggiano” è arzan) il più noto. La sua opera più completa, un lungo racconto, Casa d’altri, uscì postumo mentre ebbe un solo romanzo pubblicato in vita, All'insegna del buon corsiero (Vallecchi 1942); poi altri racconti e piccole produzioni, in gran parte letteratura per ragazzi. Sono i secchi cenni biografici di una fragile presenza che si direbbe marginale nella letteratura italiana ma che tuttavia come poche sembrerebbe aver lasciato un suo segno.   Per gli antichi greci, la consolazione di una perdita precoce si apriva nel mito (“Muore giovane colui che gli Dei amano” recita un frammento di Menandro). In tempi moderni quel mito si traveste di fascino ambiguo quando quella fragile vita è abitata da un qualche talento: come se lo spreco fosse doppio,...

Dizionario Meneghello / Luigi Meneghello. Bambini

Sto in piedi sulla pietra del fogolaro (naturalmente spento e nettato dalla cenere), mi hanno sollevato da terra e posato lassù: sopra di me la napa del camino, odorato reame della fuliggine, chiuso da tole scorrevoli. Mi trovo come in una nicchia, spazi a misura di bocia, accanto al mio viso il viso affettuoso della Ernestina che sorride.  In questo preciso momento per la primissima volta mi rendo conto che ci sono.   (C III, 3 agosto 1986]   Luigi Meneghello è stato un bambino felice. L’infanzia vissuta a Malo, un piccolo paese dell’Alto Vicentino, è stata un’esperienza protetta dall’affetto dei genitori e resa memorabile dalla libertà di quell’inframondo meraviglioso e semi invisibile agli adulti che era l’esistenza dei bambini negli anni venti (e primi anni trenta) del secolo scorso: alla geografia artigiana e contadina, operosa e ordinata, si intreccia la topografia dei giochi, delle res gestae, delle infinite prime volte, e soprattutto della miracolosa abitudinarietà di vivere una vita vitalis di bambini nella quotidiana esperienza delle cose, degli animali, di sé stessi e degli altri, dell’io e del noi. Se la sensibilità al femminile è stata ben rilevata...

Il coraggio della parola / Tiago Rodrigues: la bellezza di ammazzare fascisti

“Le persone passano la vita a spegnere fuochi. Corrono, si affannano a spegnere fuochi. Ma è raro che pensino: do inizio a un fuoco, appicco un incendio, brucio. Si deve bruciare. Bruciare è non sapere che cosa accadrà. Chi spegne un fuoco, sa come le cose finiscono. Un incendio, invece, è imprevedibile”, chi accende un fuoco “fa una domanda al futuro. Rischio e incertezza e speranza. Le fiamme hanno una propria volontà. Il cambiamento non ha padrone. Chi inizia un incendio può finire bruciato”.  Con questo prologo, poetico e politico, si apre Catarina e a beleza de matar fascistas (Catarina e la bellezza di ammazzare fascisti: leggi qui la locandina) del drammaturgo, attore e regista portoghese Tiago Rodrigues, arrivato lo scorso 28 e 29 aprile al Teatro Storchi di Modena per Ert Fondazione che ha co-prodotto lo spettacolo insieme ad altri prestigiosi teatri internazionali (per l’Italia, insieme a Ert, il Teatro di Roma), dopo il debutto al Teatro Argentina.        Siamo nel 2028 e in una casa di campagna vicino a Baleizão, un villaggio nel sud del Portogallo, si è riunita un’intera famiglia, una madre con due figlie, due uomini suoi fratelli, un altro...

Parole e immagini (6) / Qui Odessa. Le parate

12 maggio 2022   Mi trovo dentro un negozio per ricaricare la carta al terminale. Accanto a me c’è un uomo che sta facendo lo stesso. Gli suona il telefono. Dall’altra parte si sente una voce di donna che grida in modo isterico. – Dove sei? Torna subito a casa!!! Dicono che nel giro di un’ora ci sarà un bombardamento a tappeto!!! Vieni subito!!! Lo osservo. In pochi istanti l’uomo forte e giovane si scolla. Il portafoglio gli cade a terra. Cambia di posto alle chiavi, ma subito dopo comincia a tastarsi il corpo per ritrovarle. Diventa grigio. Gli manca il respiro. Sta male. Decido di intervenire. Gli dico di non dare retta, è solo un fake, e di non credere a nessuno se non ai nostri. E i nostri ci avvisano quando vedono arrivare i missili. Apro una bottiglia d’acqua. Poi vado su telegram e gli faccio vedere la pagina, non c’è nessun allarme. Beve, sembra calmarsi. Capisco che le persone sono diverse. Qualcuno tende a credere ai fake. Ma è ciò che vogliono – spezzare lo spirito, obbligarci ad avere paura. Per favore, non prestatevi al gioco.   La guerra invade lo spazio mentale, non riesci a pensare ad altro. È un’occupazione sorda, inesorabile. Succede a noi, figurarsi a...

2002-2022 / X-Files e la popolarizzazione della paranoia

20 anni fa, il 19 maggio 2002, si concludeva la serie per eccellenza degli anni ‘90: X-Files. O almeno si concludeva prima del maldestro revival tentato con scarso successo tra 2016 e 2018: quando era probabilmente fuori tempo massimo, perché la realtà si era incaricata di incarnare e poi superare quella sua particolare forma, messa in scena dal popolarissimo show. Come tutte le serie di successo, capaci di dar forma a un pezzo dell’immaginario collettivo, ebbe molti eredi. Ma soprattutto un’eredità: canonizzare e normalizzare il complottismo, facendolo in qualche modo diventare mainstream.    A un livello superficiale possiamo dire che X-Files ebbe successo in primis per la forza della propria formula, semplice ma assai efficace; e che in sé e per sé altro non è che una riedizione del classicissimo format investigativo, qui però applicato al campo del paranormale e della fantascienza.  Ma uno status iconico si conquista solo se si sanno incarnare, intuendole anzitempo, pulsioni sotterranee. Temi che anni dopo diventeranno dominanti nella cultura di massa. X-Files lo fece su diversi fronti, dando voce a tensioni e aspirazioni popolari: la sfiducia nel governo e...

Poesie 1947-1995 / Che cosa resta di Allen Ginsberg

C’è una generazione che è cresciuta con “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia” e un’altra con “Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare”. Io non so a quale appartengo, perché all’epoca del primo “ho visto” avevo due anni e all’epoca del secondo ne avevo ventotto, ma ricordo benissimo che a quindici anni la lettura di Urlo e delle altre poesie dell’antologia Jukebox all’idrogeno, nella traduzione di Fernanda Pivano, era stata una delle esperienze più formative, nel vecchio senso pedagogico, che avessi mai attraversato. Ero in vacanza in Liguria, con i genitori e i parenti, tanti parenti, e di colpo non ero più sprofondato nella vecchia, scassata poltrona dell’appartamento affittato con vista sul Golfo di Ponente. No, ero stato strappato via, ero in una città che si chiamava New York dove non avevo mai pensato di poter andare e mi aggiravo per le strade di un quartiere malfamato chiamato Bowery, pedinando i disperati in cerca di droga rabbiosa (così Pivano aveva tradotto “angry fix”; Luca Fontana traduce “una pera di furia”).   Poi, come in un montaggio alla Buster Keaton (se avete in mente Il cameraman) ero in un supermercato...

La malattia della civiltà (3) / Guerre contro il futuro: Wilfred Bion

“Sono morto l’8 agosto 1918” dirà e continuerà a scrivere Wilfred Ruprecht Bion, dopo il congedo e il ritorno in Inghilterra il Natale del 1918. Può esibire una medaglia al Merito e la coccarda rossa della Legione d’onore. Non riesce ad avere però la sensazione di essere tornato alla vita civile, perché “in realtà uno continua a puzzare. Hanno trovato il sistema di farci sentire vivi, ma in realtà siamo morti. Anch’io? Ma certo, anch’io ero morto…, l’8 agosto 1918”. Ricorda di essersi sentito intrappolato “come un topo nell’angolo”, mentre qualcuno era interessato a far fuori proprio lui, e immaginava che ai genitori arrivassero lettere che annunciavano la sua scomparsa. L’esperienza della guerra, nel corpo dei carristi, lo accompagna per l’esistenza intera: riemerge nei sogni e negli incubi, nei ricordi di amici, di volti noti e sconosciuti rimasti sommersi nel fango. Da quel senso di paura, di angoscia, dall’insicurezza su quanto da un momento all’altro poteva accadere nascono le parole chiave della sua teoria: terrore senza nome, rêverie, contenitore-contenuto, gruppo di lavoro, gruppo in assunto di base. Al fronte un Bion giovanissimo percepisce e impara a conoscere gli stati...