Arendt, Weil, De Beauvoir e Rand: Le visionarie

A distanza di quattro anni da Il tempo degli stregoni, Wolfram Eilenberger torna in pista per Feltrinelli con Le visionarie, una biografia intrecciata di Hannah Arendt, Simone Weil, Simone De Beauvoir e Ayn Rand – quest’ultima, per noi europei, è certamente la meno canonica del gruppo (ma vedi su doppiozero l’articolo di Alberto Mittone). Quando aveva condotto la stessa operazione con Heidegger, Benjamin, Wittgenstein e Cassirer, in copertina c’era un mare in tempesta, ora svetta un vulcano in eruzione, in entrambi i casi il punto di forza del lavoro non è un particolare scrupolo di ricerca o lo scavo biografico, ma una sequenza di accostamenti suggestivi da cui emerge forte un ritratto del tempo e di loro: le ragazze degli anni Trenta, di natura impetuosa.

 

Il montaggio inizia con un quartetto di fotografie in bianco e nero, che le ritraggono giovani e variamente belle. Questo innesco non fa che confermare lo spirito del libro, perché le foto sono quelle che conosciamo, non si tratta di scatti sconosciuti, sono le stesse immagini che chiunque potrebbe trovare in Rete, la differenza è soltanto che qui stanno insieme, con la cura di una prima minuta didascalia letteraria: «Hannah Arendt durante il dottorato a Heidelberg, 1927», «Ayn Rand in una foto del 1930», «Simone Weil con l’uniforme delle Brigate Internazionali, 1936», «Simone De Beauvoir nella sua stanza d’albergo, Parigi 1945». Sono quattro minuscole scintille che iniziano ad accendere il fuoco del carattere, la premessa essenziale per trascorrere le restanti 319 pagine del libro ad alimentare e inseguire la fiamma, spostandosi da una faglia del vulcano all’altra, da una vicenda privata all’altra, senza soluzione di continuità. È un ripasso favoloso, piuttosto asistematico, ma sempre terso. 

 

Il volume si suddivide in una serie di capitoletti che portano un titolo, un intervallo temporale di riferimento e una descrizione fulminea della piega che la vita di ognuna prenderà in quel periodo (spesso è sufficiente un epiteto). Si inizia con il 1943 e si finisce con il 1943, l’anno della morte di Simone Weil. Per il resto, dopo il primo capitolo, il nastro si riavvolge senza scossoni, rispettando l’ordine cronologico. All’interno delle sezioni, il montaggio si compone di paragrafi dai titoli più o meno suggestivi ed Eilenberger fa passare il testimone da una donna all’altra senza indugiare sui raccordi, non ce n’è bisogno: il collante ovvio e necessario tra le esistenze è – come per gli stregoni – la storia, l’ascesa di Hitler, la guerra, la filosofia come specchio della vita. Solo, di tanto in tanto, l’autore avvicina per un attimo i cavi: «Una discussione su questi temi tra Beauvoir, Arendt e Weil avrebbe richiesto molti giorni, forse anni (o secoli) senza trovare peraltro una soluzione comune. D’altra parte solo gli sciocchi o gli ideologi vedono nel consenso lo scopo del pensiero». Questo, a pagina 290, è l’unico punto del libro in cui Eilenberger si mostra, per dire qualcosa che è davvero coerente con il suo modo di scrivere e di raccontare: dal momento che la storia della filosofia non ha un’evoluzione placida e continua, ma si compone delle correnti alternate dei cervelli che abitano il mondo, quale modo migliore per rappresentarla se non questo? Scegliere quattro grandi esponenti del genere e inseguire i loro pensieri nel tempo.

 

Il libro abbonda di aneddoti e di storie, di amori e di viaggi. Tra gli scorci più suggestivi si possono distinguere piccole schegge o scene intere: tra le prime, c’è sicuramente la madre di Weil che nasconde nelle tasche della figlia quei soldi per vivere che altrimenti non accetterebbe, e poi le righe che De Beauvoir scrive a Sartre incredula, per raccontargli come i piloti che piovono dal cielo sono semplici palloni aerostatici. Tra le scene, invece, c’è il testa a testa tra Simone Weil e Lev Trockij, ospite nell’appartamento dei genitori di lei, oppure l’incontro di Arendt con Benjamin a Lourdes, durante il periodo in cui si spostano a piedi per giorni e giorni. Sono entrambi in attesa di capire come salpare per l’America, prima che il filosofo decida di ingerire la morfina che porta con sé per ogni evenienza: già allora Hannah lo vede spento e indeciso, ma presto prosegue fino a Montauban, dove il sindaco protegge gli esuli e la giovane studiosa ritrova conoscenti e amici di vecchia data.

 

Oggi, mentre gli ultimi aerei militari si alzano in volo dall’aeroporto di Kabul per traghettare i fuggiaschi sui continenti in pace, non è troppo difficile immaginare che uno scenario del genere sia stato possibile, quello che è assai difficile è pensare che a vivere quegli eventi ci siano loro, persone che comunque sia hanno continuato sempre a pensare in termini generali ai loro problemi e, dunque, al mondo. Man mano che si procede nella lettura, dettagli, nozioni e singoli quadri svaniscono, per lasciare il posto a una sensazione più vasta e comune: la visionarietà delle quattro donne sta nella capacità di tradurre i temi individuali in temi universali, e di scriverne per passare parola. Per costruire la cultura. Nonostante Hannah, Simone & Simone e Ayn siano giovani e siano in balia dei capricci della storia hanno in dote un filtro teoretico che consente a tutte di tradurre immediatamente l’esperienza in una teoria. E in questo, certo, assomigliano al vulcano della copertina il cui sfogo letale forma il mondo, via via che la lava si rinchiude in pietra.  

 

 

Scrive Arendt: «vivere sarebbe un piacere, se la storia universale non fosse una storia di merda». Eppure quello che il XXI secolo sta dimostrando è che, per parafrasare Arendt, “nonostante la storia universale sia un piacere, nessuno ci può impedire di sentirci nella merda”. Il potere di trasformare la paglia in oro, l’ossessione in una soluzione, il dolore in una consapevolezza sulla condizione umana, o la dedizione in un progetto politico o artistico concreto, questi sono i presupposti che rendono in qualche modo unico e narrativamente rilevante l’intreccio delle quattro esistenze. Per chi è nato alla fine degli anni Ottanta o negli anni Novanta – i coetanei contemporanei delle quattro eroine di Eilenberger – non è esattamente così: si tende ad aderire esteticamente alla propria particolare sofferenza, specialmente a quella psicologica, cercando di debellarla con strumenti nuovi e terapeutici, che di rado includono la strumentazione filosofica. Non è un piccolo cambiamento di paradigma per le persone che si trovano adesso per la prima volta a debuttare in società, a fare il PIL del paese, a firmare contratti. È una rivoluzione, e come tutte le rivoluzioni ha in sé qualcosa di splendido e contemporaneamente qualcosa di triste, per esempio l’incapacità di esplodere e poi di concretizzarsi, che è propria del modello vulcano. Al suo posto, c’è il capitalismo di Rand: «abbiamo imparato a conoscerlo come l’unico sistema praticabile, realistico, ma non come un sistema etico».

 

Se si prova a leggere questo libro con un occhio rivolto al presente, soprattutto alle giovani donne e ai giovani uomini del presente, si nota che la tempesta del progresso ci ha portati proprio nel punto che le quattro in diverso modo auspicavano: si direbbe che l’individualismo abbia prevalso per sempre sull’universalismo, mettendoci al riparo dalla minaccia alla quale loro andavano incontro. In Europa la libertà è un valore di primaria importanza, e chiunque lo metta discussione finisce per trovarsi da solo, o per alimentare il sistema di controlli e di frenate che segue a ciascun dibattito pubblico, persino quando sorge online, persino se dura poche ore. Ma la conseguenza più evidente di fine Novecento è che i millienial raramente attribuiscono una natura politica ai loro problemi, e di conseguenza spesso non cercano per i loro problemi una soluzione di questo tipo, cioè una soluzione complessiva, che metta le vicende degli altri e le proprie sullo stesso piano. 

 

Per le ragazze degli anni Trenta, invece, è diverso: si può dire che non facciano altro che cercare soluzioni politiche e comunitarie a problemi personali. Lo riassume bene la short bio che Simone Weil consegna con un filo di voce alla dottoressa Brodrerick, il medico di turno che la assiste un giorno nel sanatorio del Kent in cui è stata allettata: «Sono filosofa e mi interesso all’umanità». È anche l’ultima frase del libro, che subito dopo si spegne insieme a lei.

 

Quattro anni fa è uscito in Italia un altro libro dal titolo Le visionarie: era un’antologia femminile di racconti di fantascienza edita Nero Edizioni. All’interno c’erano ventinove storie accomunate da una certa attenzione per i meccanismi di costruzione del potere, anche quello che passa per la definizione dell’identità sessuale. Nonostante il titolo tedesco del tomo di Eilenberger significhi letteralmente “Il fuoco della libertà: la salvezza della filosofia nei tempi bui”, per un lettore italiano la traduzione primaria di “visionarie” in pendant con il testo di Nero è interessante, perché sembra suggerire una chiave in più. È come se la palla di cristallo di Arendt, Weil, De Beauvoir e Rand avesse una funzione opposta a quella di Le Guin, Less, Russ, Carter, e le altre ottime narratrici dirette da Ann & Jeff Vandermeer. A cambiare è la natura della visione. Da una parte la fiction come modo per illuminare e riverberare le crepe della Storia, dall’altra la non fiction come unica soluzione seria al tormento della Storia.

 

Le quattro eroine di Eilenberger hanno anche scritto romanzi, ma per loro niente è più urgente della ragione: lo dice Weil con il suo «nulla al mondo può impedirci di essere chiari». E la chiarezza che le accomuna è la capacità di diagnosticare la malattia del mondo e la sua cura, senza tirarsene fuori. In un epos raro e tutto femminile. Mentre le narratrici fantastiche usano l’irrealtà come un viatico per uscire dal tempo che vivono e per denunciarlo, Simone Weil scrive che «non c’è oggi fenomeno più irreale della maggior parte dei conflitti». La guerra e il tempo della guerra sono già distopia, luoghi cattivi che si potrebbe fare smettere di esistere soltanto guardandoli da vicino, a furia di non vederci nulla.

 

E così il ritratto di Eilenberger del decennio 1933-1943 è stato in piedi anche stavolta, e ci siamo fermati per ammirarlo. Se ha successo, è merito soprattutto della brezza formidabile che ora soffia sul cratere del vulcano oramai inattivo: il rombo si sente solo in lontananza, la pietra lavica è sotto i nostri piedi.

 

Per inciso: in Germania, dove il libro è uscito durante il lockdown, nessun vulcano campeggia in copertina. C’è solo un’antica notte parigina illuminata dai fuochi d’artificio. Naturale o artificiale, è pur sempre un fuoco di libertà.

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