Autopsia della Rivoluzione

Grandi bandiere tricolori bianco-rosso-bleu stinte, cadenti, bordeggiano l’ampia scena vuota, al Fabbricone di Prato. Un grande freddo racconta Ottantanove, l’ultimo spettacolo di Elvira Frosini e Daniele Timpano, con il supporto immedesimato di un attore capace di notevole finezza interpretativa come Marco Cavalcoli: quello dell’idea e della pratica della rivoluzione, delle rivoluzioni che hanno attraversato l’Occidente, dalla presa della Bastiglia alla caduta del muro di Berlino e oltre. “Il mercato sopra di me, la legge del mercato dentro di me”, si sentirà a un certo punto, verso la fine, quando i giochi saranno ormai scoperti e ci si accorgerà che lo spettacolo, con gli attori in bianco e nero come fotografie di un altro tempo, come ricordi lontani di altre epoche, in realtà ci hanno portato in una seduta di autopsia, a dissezionare un cadavere conservato raggelato nel nitore inquietante di una morgue, di un obitorio.

 

L’uomo della strada protesta, non accetta i troppi cambiamenti: “Noi viviamo in una società che ha deciso di imporre che a un bambino di cinque anni vada insegnato che non ci sono i maschi e le femmine, che ci sono… praticamente un sesso indefinito”. E ancora: “Noi viviamo in una società che deve accettare di essere invasa da milioni e milioni e milioni e milioni di africani, di cui il 99%, anche più, è islamico...”. E così via. La società va alla deriva da almeno cinquecento anni, per il benpensante: la rivoluzione protestante ha messo in discussione la Chiesa, quella francese ha minato Chiesa e Stato, quella russa Chiesa, Stato, Proprietà; il colpo di grazia è arrivato dal Sessantotto, che ha messo in crisi pure Famiglia e Società…

Dove sono finiti oggi gli spiriti dell’Ottantanove, Liberté, Egalité, Fraternité? Cantava la vecchia canzone sanfedista: “Liberté, Egalité, Fraternité, tu arrobbe a me, io arrobbo a te!”. Shaker. Questo spettacolo è uno shaker di idee, pregiudizi, nostalgie, notizie, un’enciclopedia asintotica e ansiogena di un sogno esploso.

 

I francesi hanno gridato quello slogan, inciso nella nostra cultura, Egalité eccetera; hanno innalzato alberi della libertà nelle piazze, e qui in Ottantanove quell’albero, che secondo Rousseau bastava a scatenare la festa della comunità, è diventato una pianticella bonsai. Hanno rubato molto, lo sappiamo, i francesi. Napoleone ha riempito il Louvre di quadri italiani e di altre parti d’Europa. Hanno rubato perfino il motivo della Marsigliese, con le parole di Rouget de Lisle adattate alla musica di Tema e variazioni in do maggiore del violinista vercellese Giovanni Battista Viotti. Ci hanno rubato le illusioni, facendoci credere che il mondo potesse cambiare, per poi farci cuocere nella delusione di un regime che si trasforma in Regno e Impero della borghesia rampante.

 

 

Lo spettacolo di Frosini/Timpano, però, non è politico, come non sono mai solo politiche le loro creazioni: guarda alla storia come a una distesa di cadaveri, come a un museo di cere, e cerca di capire cosa ci portiamo dietro di quelle vite ormai trasformate in icone, raggelate. Così era in altri lavori, di Timpano da solo prima, con Frosini poi: Dux in scatola, sul cadavere variamente trafugato di Mussolini, Risorgimento Pop, sulla mummia di Mazzini per la ricorrenza celebrativa di un’ammuffita unità d’Italia. Così era, con un grado di immedesimazione maggiore, Aldo morto, sul rapimento e la morte di Moro, e così poi Zombitudine (diceva tutto già il titolo) e perfino Acqua di colonia, viaggio negli stereotipi del colonialismo straccione, ma non meno feroce, degli italiani, come pure Gli sposi, viaggio nella saga nera dei coniugi Ceausescu.

Ottantanove sembra in molti punti un oratorio, si fa cioè prendere dall’oratoria, diventa teatro di idee, di concetti, astratto, sottraendo corpo a favore dell’enumerazione, dell’elencazione di idee, spesso sparate come un catalogo, come quello, divertente, dei termini francesi entrati nel nostro linguaggio quotidiano, un catalogo spasmodico che porta Elvira Frosini verso uno stato fisico simile alla possessione. D’altra parte, dicono gli autori, sempre loro due, Frosini/Timpano, vincitori per questo testo anche della menzione speciale intitolata a Franco Quadri del premio Riccione per la drammaturgia, noi italiani siamo i cugini poveri dei francesi, siamo influenzati in molte cose da loro, anche negli spirti rivoluzionari, e c’è poco da scrivere Il misogallo, come fece Alfieri (opera citata in un’altra concione che porta a modificare lo stato fisico, a enfatizzare, per eccesso di parole, la presenza di un corpo ‘travisato’, a disagio).

 

 

Il corpo è un vettore di concetti: ma nei momenti migliori, già prima dell’incontro con Frosini, in Timpano è esplosione schizoide, slapstick paranoico, che commenta, allarga, incarna, soffre idee come incrinatura che accelera la respirazione, scoordina gli arti, porta a stati parossistici. 

Qui meno che in altri spettacoli assistiamo a questi scoppi, a spezzature della figura che possono richiamare Jerry Lewis, e meno che altrove dilaga l’umor nero: di più si sente un velo grigio stendersi sulla scena e pesare sullo spettatore.

Ottantanove è uno spettacolo raggelato e malinconico, una grande stagnazione che fa inabissare il corpo esploso delle rivoluzioni; è una dialettica ormai perduta, senza conflitto e senza soluzione, uno sprofondamento nelle paludi di un presente pervasivo, senza sogni, senza possibilità di riscatto, dove la Marsigliese – sempre lei – alla fine diventa una quasi irriconoscibile citazione pop tra sgargianti e un po’ rimediati abiti settecenteschi, che possono richiamare gli Incroyables e le Merveilleuses di un Direttorio che ha già seppellito la virtù tetra del Terrore, un po’ da commedia degli straccioni che cercano di strappare colore alla vita. Vediamo profilarsi all’orizzonte, dal bianco e nero iniziale a un intermezzo con maglie rosse a questo finale, l’aria mefitica del Realismo capitalista di Mark Fisher.

 

 

È sovrabbondante questo spettacolo – facile forse nella sua logica e accidentato nel suo sviluppo teatrale, che diventa in molti punti viluppo per eccesso che poco si scioglie. In certi momenti, come spesso nel teatro di Timpano, la recitazione appare giocare sulle soglie del professionismo, rifiutandosi a un’interpretazione ‘ben fatta’, all’esaurimento nella parte del personaggio, provando ad aprirsi a scoprire l’attore, le sue fragilità, in una sottrazione simile al disincanto che invita a spostarsi dalla visione consueta. Non riesce però ad aprire, se non per sprazzi, altri sentieri, più rivelatori. Qui l’assunto gioca anche con la geometria dello spazio – semivuoto – che rassomiglia a una formale pulizia, a un’ansia geometrica di costruzione e ricostruzione, in contrasto con gli alti e bassi che si succedono, con le astrazioni concettuali, con le notizie storiche, con le esplosioni fisiche.

Attraverso momenti di fatica (ma qui stiamo parlando della prima rappresentazione, e quindi è possibile che il necessario rodaggio fluidifichi l’insieme), tu, spettatore, senti sotto tutto un’urgenza di rivelare, smascherare e smascherarsi, con dolore, dalle superfetazioni di una società che consuma tutto, anche i sogni di cambiamento radicale, anche quella parola-mito, vuota, stinta, cadaverica forse, da riempire con sempre parziali narrazioni, che è ‘rivoluzione’. Che qui, alla fine, è una specie di Convitato di pietra, tra invenzioni linguistiche, montaggi più o meno vertiginosi, compunto officiare dei tre attori, con curve di abbandono e salti nella controscena e in trascinanti momenti di fisica accelerazione, con un Cavalcoli che precisa, punteggia, solidifica, una Frosini che svaria imperturbabile come un Buster Keaton vittima sacrificale in gonnella, con un Timpano perfettamente nei propri panni soprattutto nei momenti a briglia sciolta.

 

 

Un’ultima osservazione: ogni spettacolo ha bisogno di un suo habitat, di un luogo dove trovare il modo migliore per manifestarsi. E purtroppo il sistema teatrale italiano dà poche alternative agli spazi ufficiali, siano nella forma palcoscenico-platea, che in quella di capannone grande con gradinate. Dall’altra parte stanno le sale ‘alternative’, in genere piccole, spesso anguste. Se poi una compagnia vuole girare, deve adattare le proprie idee a una forma passepartout per palcoscenico. Uno spettacolo come questo, credo, meriterebbe una percezione più vicina di quella del Fabbricone, bello ma dispersivo, una vicinanza totale al fiato degli attori, per apprezzarne l’empito, la volontà di far entrare fortemente in qualcosa che ci brucia. Lo sforzo del Metastasio di ospitare in uno spazio come la tradizionale sala all’italiana o l’ormai ufficializzato Fabbricone artisti provenienti da pratiche di creazione indipendente è ammirevole per la volontà di valorizzarli, ma corre il rischio di metterli in contesti di disagio, rendendo meno efficace, nel senso di meno profondo e trasformante, l’incontro.

 

Tutte le fotografie sono di Ilaria Scarpa.

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