Alfabeto Pasolini

Bassani poeta

A colpire il lettore quando legge, anche a distanza di anni, i libri di Giorgio Bassani, è l’apparente trasparenza della narrazione e delle intenzioni; tutto è racchiuso lì, nell’angusta cornice delle mura di Ferrara, negli anni compresi tra le leggi razziali e la fine della seconda guerra mondiale, e tutto è apparentemente in chiaro, esplicito, eppure niente lo è. Tutto è espresso, eppure resta misterioso, ambiguo, come il mezzo sorriso sornione di Bassani nelle foto. Cosa sappiamo veramente dei Finzi Contini? E cosa sappiamo veramente del narratore senza nome che attraversa in bicicletta una città che improvvisamente non lo vuole più, in cerca di solidarietà nei reietti come il medico omosessuale Fadigati?

 

Non è un caso che una nebbia improvvisa venga spesso a coprire la città, come non è un caso che spesso una finestra, un vetro o uno schermo si frapponga tra il personaggio rinchiuso all’interno e un esterno che non è mai davvero raggiungibile, a significare una pienezza esistenziale mai davvero toccata. Bassani si ferma sempre al di qua delle cose che non conosce, in primo luogo per un fortissimo pudore nei confronti dei morti nei campi di sterminio, e poi perché il racconto è sempre concentrato sul vulnus di cui è vittima il narratore; vulnus circoscritto in effetti a un luogo e un periodo storico ben preciso. Lo scrittore racconta quel che sa: la complicità della borghesia ebraica con il fascismo, l’atteggiamento di mancata “resistenza” dei suoi “correligionari”, nei confronti dei quali il giudizio storico è durissimo, tanto che a un certo punto il narratore-scrittore manifesta il desiderio di non essere più associato a loro, e lo esplicita associandosi appunto alla Resistenza.

 

A fronte della coerenza e della compattezza del Romanzo di Ferrara, che raggiunge la sua forma definitiva nell’80, dopo decenni di ritocchi e di varianti, corrisponde una tensione parallela verso la coerenza e la compattezza della poesia; Bassani si considerava soprattutto un poeta, avendo iniziato – nel ’42 – con la poesia. L’opera poetica, adesso raccolta in un volume Feltrinelli a cura di Anna Dolfi e con una premessa di Paola Bassani e dotata di un notevole apparato critico, raggiunge la forma definitiva nell’82 e si divide in due parti, In rima e senza; la prima parte, che comprende le raccolte Storie dei poveri amanti e altri versi, Te lucis ante e Un’altra libertà, è ancora tradizionale, legata all’ermetismo, al magistero di Croce e di Longhi, con atmosfere tipicamente emiliane, mentre decisamente più innovativa è la seconda parte, che comprende le raccolte Epitaffio e In gran segreto. In queste raccolte, dice Bassani stesso, entra la parte di sé che non era stata espressa nei romanzi; l’io che parla è finalmente diretto, privo di filtri, esplicito fino all’ostilità diretta.

 

Quest’io appare spesso in dialogo con un tu apparentemente molto amato, ma che tuttavia sembra lontano anche quando è vicino; la relazione con questo corpo desiderato è sempre minacciata dall’ombra della morte, anche quando in apparenza la minaccia non sussiste; è l’ossessione funebre di cui parlava Cesare Garboli quando scriveva, a proposito dell’Airone: “Basta gettare uno sguardo anche soltanto sui titoli della produzione narrativa di Giorgio Bassani, perché salti agli occhi un gusto funerario di tale naturalezza da non lasciare nemmeno sorpresi.

 

 

Lo si direbbe un’ossessione, la spia di un fatto tecnico, un gusto che, cresciuto, arriverebbe presto alla natura morta olandese con tanto di bicchieri, clessidre e selvaggina se lo scrittore ne apparisse voglioso e consapevole”. Sono i fantasmi del passato a dominare l’opera di Bassani, fa notare anche Anna Dolfi nell’introduzione al volume, i “morti-vivi”, tra cui l’ombra dei genitori, e “a guidare il poeta sopravvissuto ai suoi morti per le strade spettrali e ormai estranee di Ferrara, a dettare invettive a nemici reali o immaginari, ad accompagnarlo in vagabondaggi in cui sembra principalmente voler sfuggire l’orrore della morte e del tempo che passa, il senso di perdita che incombe su tutte le cose, come nella poesia Tennis Club:

 

So bene che è poco importante

per gli altri per chiunque altro al mondo che il club

chiuso in vista dell’annuale disinfestazione mi appaia

oggi attraverso il cancello sprangato così distante

nel suo torrido silenzio assolato così stranamente 

immortale

 

Penso a noi due accanto per sempre penso ad un prato

echeggiato come questo dal feriale zip-zip soltanto

di invisibili irrigatori a pioggia automatici

e penso a un grande occhio celeste il quale da fuori

di tra le sbarre attonito per sempre lo guardi

 

Qui come spesso altrove ritorna il motivo della separazione tra un dentro e un fuori solo vagheggiato, com’era anche nell’Airone, dove il protagonista alla fine decideva di porre fine a questa separazione malinconica attraverso il suicidio; solo la morte infatti permette di infrangere la barriera tra mondo dei morti e mondo dei vivi e di raggiungere finalmente quell’altra dimensione tanto temuta quanto segretamente desiderata. I modelli di quest’ultima poesia sono apparentemente poco riconoscibili, tanto è personale e sembra volontariamente rompere i ponti con ogni tradizione precedente; tuttavia vi si legge chiaramente il Raboni di Cadenza d’inganno, come pure Pasolini, Giudici e la poesia americana, Edgar Lee Masters in testa. Alcune poesie hanno una forma a clessidra, e Bassani diceva di essersi ispirato appunto al genere dell’epitaffio per scriverle; al centro della clessidra, come una ferita che non smette mai di pulsare, Ferrara, il cortile di casa, la magnolia piantata nel ’39 subito dopo le leggi razziali, lasciata sola da chi se n’è andato, da chi sta anche lui per andarsene: 

 

Dritta dalla base al vertice come una spada

ormai fuoriesce oltre i tetti circostanti ormai può guardare

la città da ogni parte e l’infinito

spazio verde che la circonda

ma adesso incerta lo so lo

vedo

d’un tratto espansa lassù sulla vetta d’un tratto debole

nel sole

come chi all’improvviso non sa raggiunto

che abbia il termine d’un viaggio lunghissimo

la strada da prendere che cosa

fare

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