Alfabeto Pasolini

Cani in mostra

Altan 

Tutto è fanciullesco nella Pimpa. La sua vita scorre nella calda regolarità di un’esistenza quieta e senza confini, in un ossimorico mondo breve e smisurato che non conosce barriere tra animato e inanimato, dove ogni situazione è nello stesso tempo sorprendente e scontata. La Pimpa è teneramente doppia: bambina di ingenua saggezza quando è bipede, immemore cagnolino quando è quadrupede. Dell’infanzia, e del cane che dell’eterna infanzia è il simbolo più riuscito, possiede soprattutto un tratto: la sua vocazione alla corsa, matta, gratuita, improvvisa, felicemente immemore. La Pimpa ama gareggiare, un frammento di lingua in vista, l’occhio mai cattivo. Ogni circostanza può diventare una sfida. Dove ovviamente non conta vincere ma provare piacere. Cosa c’è di più canino della Pimpa? 

 

 

Pierre Bourrigault

Furiu è invisibile. O meglio, sottrae materia agli oggetti. Così anziché essere seduto sul divano – troppo facile constatarlo – potremmo accettare l’idea che ritagli la sua superficie. Quindi dove c’è lui non c’è il divano. Ma, in effetti, Furiu ha il dono di non esserci. O dona il non essere alle cose. Comunemente si sente dire che il cane dà pienezza e senso alle nostre vite. Ma se capovolgessimo la questione? Se il cane conferisse vuotezza e nonsenso alle nostre esistenze? In fondo un cane, col suo star lì a guardarci mentre noi corriamo nella vita, col suo sistematico non fare, è un atto d’accusa verso qualunque fine e qualunque impegno. Il cane, seduto sul divano, è il maestro dei distacchi. 

 

 

Gabriella Giandelli

Mordicchiarsi la schiena con una torsione quasi completa per risolvere un fastidio, togliendo il prurito improvviso o un ospite pernicioso, è un’operazione che il cane compie pubblicamente e, soprattutto, improvvisamente. Ma deve esserci qualcosa che gli dà la consapevolezza di eseguire un gesto intimo. Proiezione di affezioni umane? Probabilmente. Se non fosse che i cani, come Isolano, in occasioni simili sono soliti rivolgere gli occhi davanti a loro, ma non per guardare, piuttosto è come se chiedessero a chi li osserva di staccare lo sguardo, di evitarli. Di che si tratta? Dell’ancestrale necessità di tutelarsi nel momento dell’esposizione? E se fosse invece davvero il segno del pudore canino? E se quel pudore fosse stato appreso dalla lunga convivenza con noi?  

 

 

Milton Glaser 

Al centro sta lui, Claude Monet. È con tutta evidenza dentro un suo quadro, con alberi autunnali e cielo sparso di nuvole leggere. Dei tre levrieri, il pittore è dio. Gli stanno attorno rivelando amore. Lo adorano, con devozione e gioia. Ma qualcosa sembra trattenerli, anche il meno timido di loro gli butta appena le zampe addosso. Sicuramente fanno tutto in silenzio, senza abbai o infastidenti guaiti. Forse sanno che è un dio burbero, con cui è preferibile non esagerare. Del resto, i cani ci conoscono e sanno sempre come comportarsi in determinate circostanze. E questa, a ben vedere, non deve essere una situazione inedita. Monet è appena tornato (siamo ad Argenteuil?) e i suoi levrieri ne celebrano la riapparizione, con i composti rituali dei cani fedeli, quelli che sanno che il loro dio non li abbandonerà mai. 

 

 

Giorgio Maria Griffa

Calvino dello sguardo del cane sottolineava l’insistenza, quella che crea in noi densi imbarazzi. Perché il cane, come questo Whippet morbidamente adagiato al cuscino, fondamentalmente trascorre la sua vita a guardarci. Ci osserva con attenzione, con desiderio, ma il più delle volte con un sottile e mai accusatorio compatimento, con un “ma perché?” continuo che fa di lui il saggio e di noi i riottosi allievi. Il cane ci guarda e non possiamo che chiederci il senso di quello sguardo, immaginandoci che abbia chissà che inestricabili filamenti allungati verso mondi distanti. Non vogliamo (o non riusciamo) a pensare che il cane viva solo qui, nel suo eterno presente. Pensiamo che sappia qualcosa, e non di irrilevante. 

 

 

Riccardo Guasco 

Bisogna avere stile, sempre. Anche se ci vogliamo solo liberare da qualche goccia d’acqua. E questo elegante esemplare canino di stile ne ha a bizzeffe. Certamente ci tiene a dimostrarlo, è vanesio. L’ordinaria scrollatina, per lui, diventa un’esibizione di grazia. Il movimento del muso deve possedere una metrica ordinata, rettamente connessa al semicerchio con cui la coda oscilla pendolarmente da destra e sinistra. E poi l’occhio non deve cedere. Deve rimanere chiuso, a dimostrazione della sicurezza con cui si compie il gesto, frutto di esercizio diuturno e di innata vocazione. Un dandy canino, ma anche un funambolo, uno che fa colorati magheggi con il proprio corpo. Un tipo tosto, insomma. Uno che sa il fatto suo.  

 

Franco Matticchio 

Banjo cammina col passo del melanconico, esattamente quello descritto da Petrarca quando scrive “solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti”. Lo sguardo a terra, le zampe esili che si muovono meccaniche. Su di sé porta il peso dell’esclusione, di una solitudine irredimibile, dell’appartenenza ad una categoria reietta. Patisce per l’incoerente natura che gli è stata attribuita: feroce nell’aspetto, gentile nell’animo. Banjo soffre silenzioso, dimesso, amico dell’ombra, stanco di vedersi rifiutato, incapace di spezzare l’invisibile catena che lo lega a se stesso. Sente che essere solo per un cane è la vera condanna. Non sapere dove andare, non avere un porto sicuro, non avere un umano con cui condividere ogni minuto della propria vita, lo confonde. Ma non può stare fermo, perché se si è soli si è anche condannati al movimento. E allora va, senza fermarsi, alla ricerca di un appiglio per non scivolare via, oltre quella linea che forse talvolta intravede. 

 

 

Lorenzo Mattotti 

Pulce ormai ama stare al chiuso, protetto, perché sente il mondo – quella cosa che sta intorno a lui – accorciarsi. Talvolta vorrebbe fare come un tempo e andare senza aiuti tra le cose. Ma si stanca presto e così ha imparato un trucco. Il vantaggio di avere ridotte dimensioni compensa lo svantaggio della vecchiaia. Una borsa allora diventa il mezzo per continuare a stare fuori, in mezzo agli umani, circondato da odori, da suoni, da volti e da colori. Non è come prima certo. Ma non mancano i lati piacevoli. A quell’altezza, appeso ad una spalla, il mondo – quella cosa che sta ora anche sotto di lui – non lo aveva mai visto. E poi dentro alla borsa non ti nota nessuno, e godi la tua tiepida solitudine, o, se ti scoprono, ti sommergono di complimenti mielosi. Forse eccessivi, ma mai sgraditi. Anche un vecchio cane, in fondo, piace stare al centro dell’attenzione. 

 

 

Sally Muir 

Isis, cane alto ed elegante, esegue due gesti: una volta sta seduta, l’altra fa l’inchino. Il primo le conferisce il fare provvisorio che hanno i cani appoggiati alle zampe posteriori. È la postura dell’attesa, quella che il cane si concede quando vede che i suoi tempi non coincidono con i nostri e sarebbe inutile continuare a gironzolarci attorno. Il secondo è il gesto dell’invito al gioco, l’espressione della socievolezza canina, della propensione a condividere la propria felicità. Col ragionamento si può arrivare anche a vedere un tratto in comune: entrambi i gesti esprimono la reazione di specie di fronte a quello che i cani non capiscono, ovvero l’umana ossessione per il tempo. Il cane seduto aspetta che il tempo passi, ovvero che ad uno spazio ne subentri un altro. Il cane dell’inchino si augura che quella strana cosa che dicono gli umani (“Non adesso, non ho tempo!”) non abbia valore e che anche alle dieci di sera ci si possa concedere una breve follia, così, solo per la gioia di ritrovarsi.

 

 

 

Francesca Rizzato

Ecco la cagnolina peluche, il morbido batuffolo, il “persempre” cucciolo. Messa così, con quel rosso che lo colora, ha il tratto sgranato del ricordo, ovviamente d’infanzia. Rosy è un giocattolo, ma dolce e vivo. Rappresenta il lato zuccheroso del cane, quello destinato ad attivare in noi il desiderio di prendercene cura. Come dal lupo si sia arrivati al barboncino è scivolosa storia dalle mille svolte, anche se una è la domanda: siamo stati noi a creare il cane giocattolo, o è stato il cane ad adeguarsi al ruolo che più ci colpisce? Vedendo Rosy, come sfumata tra le nebbie del sogno, verrebbe da pensare che solo la seconda delle ipotesi ci possa fornire un indizio.  

 


Fabrizio Sannicandro 

Il pensionato, rilassato, arrotondato, tiene il cane tra le gambe mentre se ne sta sul lettino davanti al mare. Con la mano destra cosa fa? Si tocca le labbra, si mangia le unghie o annusa qualcosa? Difficile dirlo. Sembra inequivocabile però che il cagnolino vorrebbe andarsene. È il pensionato a tenerlo bloccato, stretto in mezzo alle grasse cosce. La punta del naso della bestiola esprime tutto il movimento che non può avere. Quindi, se ragioniamo, il pensionato è uno che non vuole avere problemi e si tiene stretto il cane. O è uno a cui hanno detto che il cane in spiaggia va bene, ma lo si deve tenere vicino. All’opposto sta la badante. Lei del suo cane si fida e lo lascia giocherellare con la sua mano e se anche si allontana non è un problema. Che sia più libera dentro lo si intuisce dalla gamba abbandonata su un pallone e dallo sguardo che sta altrove, verso la risacca. Una sola osservazione: ma di chi è la badante?  

 

 

 

 

Scheda 45 

Guido Scarabottolo

Ecco un cane in attesa, forse di cibo o di passeggiata. Sta facendo qualcosa di abituale, lo si riconosce dalla attenta rilassatezza che ci mette. Ma quello che conta è che “Cane” non è un cane ma è un’ombra di cane, macchia pennellata su parete bianca. Non è però una nera ombra di cane, che sarebbe stigma del maligno o incubo; ma una benevola e familiare traccia di cane di colore blu, sua impronta, memoria addirittura. Viene alla mente Buzzati, che scrive del suo cane ormai morto riferendosi alla “breve macchia” sul muro di casa che di lui è ultima e unica traccia, indizio di passati strofinamenti in un luogo familiare. È questo il destino del cane? Diventare ombra sull’intonaco bianco che “di giorno in giorno misteriosamente impallidisce”? 

 

Pietro Scarnera 

Dieci musi di cani orientati verso sinistra. Si distinguono varie razze, tra cui un segugio e levriero, un boxer, un chihuaha. Ma è sulle orecchie che ci dobbiamo concentrare. Le orecchie che vanno verso il basso sono uno dei motivi per cui ci (a noi sapiens) piace il cane. Gli danno quell’aria da puer aeternus, lo fanno così poco lupo, che è soprattutto alle orecchie che dobbiamo risalire se vogliamo cogliere i misteri delle origini, rimontando alle ere millenarie del patto tra specie. Teniamo le orecchie giù – si devono essere detti tra loro i protocani – che ci danno da mangiare, ci coccolano e ci fanno pure dormire sul loro letto. E poi se si vuole – se i cani d’oggi lo vogliono – le orecchie si possono ancora alzare, con movimento repentino, a segnalare allerte sondabili e insondabili, a ribadire di essere ancora un po’ lupi, adatti a menare avversari e forestieri o a cogliere fantasmi, se è proprio necessario.  

 

 

 

Pia Valentinis 

Che il cane – un bell’esempio di bastardino – non veda ce lo dice il nome, Sguercio. Quindi l’occhio che fa la sua funzione dovrebbe essere quello attento e intento (stati suggeriti dalle orecchie alzate) che noi vediamo, l’unico di cui c’è traccia nel disegno. Il profilo, che tecnicamente è metà del volto, in questo caso è dunque il tutto. A meno che l’occhio attivo non sia quello che non si vede e che nel disegno sia rimasto l’occhio spalancato e senza luce. E Federico da Montefeltro, dipinto da Piero con occhio socchiuso da una palpebra ormai cadente? Per metonimia, per contiguità, diventa doppio del cagnolino, suo antropocentrico riflesso. Come se si dicesse: non è necessario essere il duca per farsi ritrarre in quella posa. O anche: c’è stata un’epoca in cui gli umani erano misura di tutte le cose. Ora la stessa cosa è delegabile a un cane nero, e non di razza, sia chiaro. 

 

Cani, a cura di Giovanna Durì, Spazio Temporary Permanent T/P, Vicolo della banca, 10, 33100 Udine, dal 10 dicembre a febbraio. 

Orario di apertura: Giovedì, Venerdì e Sabato 10:00 – 12:30 / 15:00 – 19:00 

Contatti: M +39 371 344 6378 T +39 0432 157 1398

www.temporarypermanent.com

La mostra, che raccoglie immagini di importanti artisti, designer e illustratori, sarà anche l’occasione di una serie di attività e incontri con grandi autori e educatori cinofili, per narrare e analizzare i vari aspetti del rapporto che unisce cane e uomo.

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