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Cees Nooteboom: Addio

Leggere Cees Nooteboom, in prosa, in poesia, gli articoli o i saggi, porta con una certa costanza a un viaggio circolare tra luoghi, tempi, spazi della vita; induce, pure, una costante eco tra tutti i suoi libri, richiami, rinvii, una istigazione a pensare, a una lettura attiva.

Accade in particolar modo leggendo l’appena uscito Addio, con sottotitolo Poesia al tempo del virus, tradotto da Fulvio Ferrari per Iperborea, in cui sono pubblicate 33 poesie divise in tre parti composte da 11 testi ciascuna. Un ordine simmetrico che riflette la composizione delle liriche stesse: ognuna composta da tre quartine con un verso finale solitario, una chiusa epigrammatica, una sorta di epigrafe da cui risorge la poesia stessa nella pagina successiva. In questo contesto non guasta ricordare quanto Cees Nooteboom sia scrittore legato non tanto al viaggio quanto allo spostamento: un osservatore del luogo, che sia vicino a lui, il giardino oltre la finestra, o lontano da lui, in un altro paese come il suo amato oriente.

 

Il luogo e il tempo, il dove e il quando, sono elementi preponderanti nei suoi romanzi: ogni storia è fortemente collocata spazio-temporalmente e senza quella particolare caratterizzazione non esisterebbe così com’è. Con il recente 533 Il libro dei giorni ha spaccato le barriere dello spazio e del tempo mostrando come un giardino contenga e narri infiniti tesori. Il contraltare è il dentro, di qua del giardino, dove in assenza di movimento i libri di cui Nooteboom parla ci raccontano di persone e luoghi e tempi nell’intreccio della vita. 

 

Pensavamo la narrazione più ardita del viaggiare di questo autore fosse racchiusa nel libro Tumbas in cui il vagabondare ci fa incontrare le tombe di poeti e pensatori in un percorso fatto di parole e immagini: un viaggio dinamicissimo nell’eterno riposo, in cui spiccano voci e luoghi e tempi e libri di chi quel percorso lo ha lasciato alla carta. Invece ci ha sorpreso ancora con Addio, un viaggio poetico nel commiato.

Con le precedenti raccolte di poesie, pubblicate da Einaudi, L’occhio del monaco uscito nel 2019 e Luce ovunque uscito nel 2012, l’attraversamento di Nooteboom ci ha portato in un’isola nel cui stemma vi è un monaco grigio al cui occhio non si può sfuggire, tutto vede e tutto rassicura, ma più di ogni altra cosa invita a vedere; e ci ha condotti tra i classici in un continuo excursus nei i secoli, tra voci lontanissime e al contempo simultanee, facendo così combaciare, in modo mirabolante, il passato in un luogo presente. Un testo di Luce ovunque dice così: “Luce ovunque, fino ai denti / della belva, fino alle unghie / dell’assassino e al pugnale lucente / che scrive l’ultima parola, / fuoco, poi con i tuoi occhi di nessuno / vedere senza mai una fine / vedere chi eri”.

 

 

Addio potrebbe sembrare a una prima lettura un libro per vedere una fine, la fine, un libro di commiato, una successione di ultimi saluti, ma non è questo, o almeno non è solo questo. Come scrive lo stesso Nooteboom in coda al libro, “la poesia agisce in modo arbitrario”, così una silloge che si apre con “l’uomo del giardino” a poco a poco, nella prima parte, si affolla di soldati, teste chine, schiene umiliate, fino alla comparsa di una nuvola – “[…] il mondo una nuvola / senza regole […]” – che riporta altrove il filo o i deliri: “Soprattutto gli piace ascoltare i deliri dei pensatori / ora di nuovo solo nella sua stanza, l’altro sparito, / la nuvola tornata notte, le oche in silenzio, non c’è / pericolo adesso. O sì?”. Da qui il luogo è l’ascolto e il tempo sono le voci che giungono dal passato, le parole “che vengono a farsi rinchiudere / in qualcosa che è una forma. […]”. Il mondo animale non manca in questa raccolta, ma a differenza delle precedenti qui sono solo alcuni gli animali che fanno capolino tra i versi: tra loro l’airone gioca una sorta di nascondino, apparendo e sparendo. Alla fine della prima parte è l’alter ego del poeta “[…] L’airone solitario / ero io […]”, la seconda parte inizia “La luce tra le immagini, l’uomo nel / giardino d’inverno, l’airone, il viaggiatore, l’uomo / in cerca dell’artefice nella sconcertante illusione, si ferma un momento, […]”.

 

La seconda parte si apre come la prima con l’uomo del giardino, l’uomo airone, e rimanendo sulla strada di ricordi, di guerra e di morte, sopiti e all’improvviso divenuti urgenti di trovare una forma con le parole, va alla ricerca dell’artefice, del creatore, di chi ha imbastito tutto questo. Ma tale ricerca rimane una domanda senza risposta e senza imputazione di colpe, quasi solo un quesito che passa dai tempi dei tempi di bocca in bocca e la cui soluzione ormai non ha più importanza. La terza parte scioglie un respiro con immagini, suoni, visioni per poter tornare all’artefice: “[…] Tutto ideato da un chi / o da un cosa con una schiera di aiutanti, / da qualche parte una dolce lingua per macinare/ il dolore, un futuro promesso / e negato mentre il tempo veniva / contato […]”.

 

Nelle righe che seguono le tre parti Cees Nooteboom parla del presente, del cambiamento che impongono in ogni vita le vicende di questi mesi “Intanto anche tu sei arrivato in un altro paese, ma il virus misterioso che all’improvviso domina il mondo ha cambiato la vita anche qui, sarebbe strano se la poesia non se ne curasse, nella grande città in cui ti sei fermato per un breve tempo le larghe strade sono d’un tratto deserte, su un cartellone leggi «È qui che comincia l’aldilà?» […]”. Da qui il sottotitolo del libro Poesia al tempo del virus, perché l’autore ci dice come la poesia lo abbia trascinato in un dove e in un quando infiniti, quello dell’addio: che va dai ricordi alla mitologia passando per il quotidiano. Con questa raccolta Nooteboom ha intrapreso l’ennesimo viaggio, a occhi bene aperti, sgranati, sullo sterminato territorio dei commiati, dove vi sono desolazione, dolore, parola e affetti.

Il dolore ha una sola dimensione

in cui tutto è nascosto, uno sguardo

mai scordato, pena ed estasi, istanti

di amore e di amicizia, una biglia

 

variopinta che rotola lenta

fino al bordo dello spazio giochi

dove niente si conserva, tutto

quello che è stato una vita. Cosa volevi

 

conservare? Il suono di una voce,

il ricordo di una spalla, di una

mano, il colore dei suoi occhi, l’odore

di un corpo, per sempre,

 

svanito?

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