Il gatto, la civetta e Chris Marker

Immaginiamoci a Tokyo, nel quartiere di Shinjuku, appoggiati al bancone del bar “La Jetée”. A pochi passi da noi, un signore dai tratti orientali e uno dai tratti europei. Il primo è Toru Takemitsu, compositore, il secondo Chris Marker, cineasta e viaggiatore. I due discorrono in inglese. We Japanese have a very special relationship with catsdichiara il primo, mentre il regista vede passare davanti agli occhi immagini di gatti e di whisky. Più tardi Marker annoterà le immagini e i ricordi evocati dalla frase dell’amico musicista: appunti che saranno raccolti nel libro fotografico Le Dépays (1982) di cui proponiamo qualche passaggio.

Marker parla del suo “spaese” (invenzione linguistica da dépaysement, spaesamento), del suo Giappone immaginato, guardandosi allo specchio e rivolgendosi a un «tu romanzesco» per calcare la distanza tra il sé stesso che ha scattato le fotografie tra il 1979 e il gennaio ‘81 e il sé stesso che scrive nel febbraio dell’anno successivo.  

 

“È Toru Takemitsu che te lo ha detto ieri sera, nel piccolo bar di Shinjuku. Venendo da uno dei più grandi musicisti viventi, la confidenza è preziosa. Dietro di lui, disposte l’una dopo l’altra, le bottiglie di whisky degli habitué sono rotonde e lisce come tartarughe. L’associazione di queste due parole, gatto e whisky, ti ha fatto passare nella testa, come una nevralgia, lo sguardo di un gatto che si chiamava precisamente Whisky – nome assai improbabile per un gatto del dodicesimo arrondissement, ma così era. Bastava che dal primo piano tu lo chiamassi, senza neanche forzare la voce: “Whisky!” perché drizzasse lo sguardo su di te – ebbene sì, indimenticabile… Qualche microsecondo più tardi era lì, sul balcone, da una di queste compressioni dello spazio-tempo che solamente i gatti conoscono, insieme a qualche asceta tibetano.” 

 

“Le Dépays”, 1982.


Gatti, asceti e – aggiungiamo noi – l’autore del film cui il piccolo bar di Shinjuku deve il nome. Proprio come Whisky, anche Marker è un abile conoscitore delle compressioni spazio-temporali. Non è un caso se quando la Cinémathèque française ha voluto celebrare la sua opera nel 2018, per il titolo della mostra fu deciso «Marker, les 7 vies d’un cinéaste»: sette vite come i gatti, come l’amico Whisky del pianterreno. La mostra è stata l’occasione di riscoprire il percorso di Marker nella sua complessità e multiformità: dai film alle guide di viaggio, dai collage alle escursioni digitali su Second Life. In Italia, l’universo markeriano si è trasmesso attraverso i festival, le retrospettive di Fuori Orario e qualche studio universitario (si pensi in particolare al libro di Ivelise Perniola Chris Marker o Del film-saggio). A questo puzzle dai mille pezzi mancano ancora tante tessere: molti film non sono mai stati distribuiti, né tradotti in italiano. Per festeggiare i cent’anni dalla nascita del cineasta dalle sette vite, invitiamo qui a scoprire una piccola selezione di questi pezzi mancanti, con lo sguardo rivolto alla costellazione del gatto e alla nebulosa della civetta. 

 

“Il gatto Whisky è morto schiacciato da un camion e brindi alla sua memoria, alla memoria del tuo altro amico-gatto Blu di Russia, blu Tolzai, alla memoria della civetta che è morta un giorno sulla tua mano soffocata dalla pallina che inghiottiva con velocità di cacciatrice. A volte ti chiedi come questi animali vedevano gli uomini.” 

 

“Le Dépais”, 1982.


A forza di frequentarli, si finisce con l’imparare a guardare come loro. I gatti attraversano l’opera di Marker come compagni di viaggio in grado di suggerirgli verso dove volgere lo sguardo. Nel campo contro-campo tra felino e umano, lo sguardo dell’uno aumenta quello dell’altro, così come già ammesso da Baudelaire ne I fiori del male: «Quando i miei occhi, attratti / come da calamita, dolci si volgono / a quel gatto che amo / e guardo poi in me stesso». 

 

Prendiamo Chat écoutant la musique (1990): cortometraggio di tre minuti in cui Marker osserva Guillaume-en-Égypte coricato su una tastiera Yamaha mentre ascolta il Pajaro Triste di Federico Mompou. Il gatto melomane ha chiuso gli occhi, poi li riapre spalancati, guarda il suo umano spaventato, e la musica infine lo riaccompagna tra i sogni. Dopo quello sguardo, colui che filma guarda in sé stesso e, insieme al pianoforte, la videocamera non può fare altro che vegliare sull’amato assopito.  

 

 

“Chats Perchés”.

 

In Chats Perchés (2004) si direbbe che i gatti abbiano invaso Parigi. Marker li incontra ovunque: in metropolitana, arroccati sui tetti dei palazzi, nel mezzo dei cortei sindacali. Da qualche tempo M. Chat è arrivato in città: l’artista franco-svizzero Thomas Vuille lo disegna in ogni dove, con quel sorriso largo che già fu dello Stregatto di Lewis Carroll e del Gattobus di Miyazaki. Andando a spasso per la città nei giorni della guerra in Iraq e del secondo turno Chirac-Le Pen, il regista non si limita a filmarli, i gatti: diventa un loro simile. La sua metamorfosi ci è confermata nella sequenza del gatto Bolero, cui la scala mobile del metrò Strasbourg-Saint-Denis ha rosicchiato una zampa il giorno 21 aprile. Mentre lo accarezza, il suo umano indica l’obiettivo della videocamera come a volergli rivelare: «Vedi, lui è come te, come noi». 

 

“Per quanto riguarda i gatti, non era poi così sicuro che il loro umano rappresentasse una persona unica: piuttosto una specie di gregge, di cui venivano a verificare con curiosità se si presentavano sempre nello stesso ordine, verticale o orizzontale, qui la testa, qui i piedi.”

 

Come a voler verificare quanto appuntato vent’anni prima in Le Dépays, Marker osserva gli umani immersi nel trantran metropolitano con quel distacco proprio di Whisky, di Blu di Russia o di Guillaume. Poggiati sul naso un paio d’occhiali con microcamera incorporata, il regista guarda il mondo come lo vedrebbe un gatto, perplesso di fronte alle stranezze umane, senza capire, in effetti, dov’è la loro testa e dove invece sono i piedi. 

 

“Chats Perchés”.


Nel libro illustrato L’Attrapeur d’images (Éditions Tanibis, 2009) che Alexandre Kha dedica al Marker giramondo, il protagonista Nemo Lowkat è in compagnia di Guillaume-en-Égypte nel suo (del gatto) appartamento di Parigi. Insieme a loro la civetta Anabase che Marker aveva conosciuto durante le riprese del film Gli astronauti, realizzato insieme a Walerian Borowczyk nel 1959. Cos’hanno in comune i gatti e le civette? Alexandre Kha ce lo svela nel capitolo intitolato Parigi, il gatto e la civetta: «Entrambi erano vittime di superstizioni oscurantiste. Il primo era murato vivo. Il secondo inchiodato alle porte. Per scongiurare, non la malasorte, ma la loro capacità imbarazzante a vedere nella notte.»

 

 

Ancora l’osservare, dunque, il saper vedere ciò che gli umani non vedono, non sanno o non vogliono vedere. È il soggetto del film É-cli-pse (1999), in cui Marker, bambino tra i bambini al Jardin des Plantes, filma gli umani trasformarsi in civette con gli occhiali a maschera blu mentre guardano il sole nascondersi per qualche secondo dietro la luna. La videocamera di Marker, dotata del dispositivo “0 lux” può adottare anche lei lo sguardo della civetta e osservare gli altri improvvisati uccelli notturni con la testa all’insù.  

 

“Per la civetta, noi eravamo forse delle grandi ombre indistinte, non ostili, ma indecifrabili. Mentre lottava per riprendere fiato, mentre per la prima volta la vertigine della morte entrava nella testa della civetta, i suoi occhi dicevano “ombra, mi uccidi, ombra, mi abbandoni” e la sua ultima convulsione ha rinchiuso sul tuo dito un nodo di artigli appuntiti, fatali ai roditori. Il tuo dito è rimasto blu per settimane, come la Tozai Line, e per molto tempo, hai portato su di te questo segno, che non voleva andarsene, come un rimorso.”  

 

“E-cli-pse”.


Fortunatamente, anche Anabase ha tante vite come i gatti. La sua è un’eredità che si tramanda nei millenni. L’Héritage de la chouette (1989): L’eredità della civetta sono le tracce della sapienza greca nel nostro vivere contemporaneo. È il 1989 e il mondo sta per trasformarsi, il ventesimo secolo si conclude. Nei tredici episodi che compongono la serie, Marker interroga intellettuali, uomini politici, artisti ed ellenisti sul modo in cui i Greci vedevano il mondo: dalla Democrazia (episodio 3) all’Amnesia (episodio 5), dalla Musica (episodio 8) alla Misoginia (episodio 10). Di fronte al buio misterioso che la fine del secolo sembra annunciare, solo la civetta può aiutarci a vedere nella notte. 

Al rimorso per la civetta morta tra le sue dita, segue l’invito ad alzare i calici in piena tradizione simposiaca:

 

“Altri stasera bevono forse alla morte dei re, alla morte degli imperi. Noi, a Shinjuku, beviamo alla morte dei gatti e delle civette.” 

 

Chris Marker è nato nell’estate del 1921: il 29 luglio di cent’anni fa. Altri stasera bevono forse alla morte dei re, alla morte degli imperi. Loro, a Shinjuku, o forse nelle loro costellazioni e nebulose, i gatti e le civette brindano alla nascita di Guillaume e di Anabase. 

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