Il tuo due per mille a doppiozero

Il paesaggio mancante

[1] il paesaggio corpo

 

 

Quali effetti inattesi può generare la mancanza!

Uno si ritrova in contatti sociali deprivati per la pandemia ed ecco che fa scoperte inaudite.

Prima di tutto ha tempo per riflettere.

All’inizio ha un effetto di vertigine, si sente spaesato.

Poi è forse proprio quello spaesamento che diventa produttivo.

Del resto, se non ci si spaesa è difficile riconoscere il paesaggio.

Non lo sappiamo, ma è probabile che è quando lo tiri per un momento fuori che il pesce si accorge dell’acqua.

Allora un’intera stratificazione di paesaggi, come matrioske, si propone, con la pandemia.

A cominciare dal paesaggio corpo.

 

Ci accorgiamo delle mani: non possiamo usarle liberamente; dalla loro centralità nelle nostre vite e nella nostra evoluzione, una centralità tacita e addirittura scontata, diventano fonte di rischio e pericolo: per toccare gli altri e le cose e per toccare persino se stessi. Le guardiamo e le sentiamo con una certa diffidenza. Averle rimane indispensabile ma è anche preoccupante. Ce ne dobbiamo prendere cura più del solito e persino il vecchio monito del galateo diventa una disposizione sanitaria e normativa: lavarsi e disinfettarsi le mani continuamente. Scoprendo che non basterà mai: dopo averle lavate bisogna chiudere il rubinetto! Poi bisogna aprire la porta del bagno con la maniglia, e poi…e poi… Quella che era un’indicazione di buona educazione, salutare stringendo la mano all’altro, è divenuta un’offesa da untori, da superficiali irresponsabili che non si curano del rischio di contagiare un altro. Per non parlare del respiro, altro atto costante e necessario per vivere, e dato altrettanto per scontato. Ci accorgiamo della sua importanza per vivere perché sentiamo di rischiare ad ogni inspirazione e di mettere a rischio gli altri ad ogni espirazione. E vogliamo parlare delle labbra e di un bacio?! Il paesaggio corpo si presenta a noi come se fosse la prima volta che lo viviamo.

 

[2] Il paesaggio stanza

 

 

Le quattro pareti. Si fa presto a dire una stanza tutta per sé, come aveva auspicato la raffinata e inquieta Virginia Woolf. 

Se è una scelta e fino a che lo è la stanza-paesaggio è, per chi ne dispone di una, forse il luogo che più di ogni altro richiama ed evoca l’utero che ci ha contenuto. Ma non appena la mancanza di possibilità di scelta impone la distanza e la stanzialità diventa costanza, arriva puntuale il sentimento che quel luogo tanto familiare non sia abbastanza.

Gli oggetti amati si fanno ripetitivi; i cimeli appesi alle pareti o deposti sui mobili ricordano le sconfitte più che le vittorie; quel quadro scelto con tanta cura appare eccessivo o fuori luogo; la sedia accogliente di tanti giorni e di tante ore diviene inospitale; e l’ordine, quell’ordine così studiato, si fa oppressivo.

A volte basta spostare qualcosa per riattivare la gradevolezza del paesaggio stanza; o è sufficiente guardare fuori dalla finestra per voltarsi poi compiaciuti verso quell’accogliente consuetudine che contiene la nostra vita.

 

In fondo è soprattutto lì che, per dirla con Chesterton, si sperimentano le avventure di un uomo vivo.

Eppure, la tentazione di fuggire, prendendo il volo dalla finestra, e rimanendo sospesi sopra il paesaggio esterno divenuto pericoloso e inospitale, si fa subito di nuovo strada.

Quel luogo che è stato capace a volte di contenere tutto il cielo, di non avere più pareti, ma alberi, addirittura infiniti, si fa prigione e ci segnala che ogni paesaggio, anche il più intimo, è una scelta.

Ci contiene e rimane accogliente a condizione di sceglierlo e di potere continuare a sceglierlo.

 

[3] Il paesaggio casa

 

 

La casa è possibile perché l’uomo è un essere abitante.

Lo è come gli altri animali. In modo stabile e sedentario, da poco tempo; in modo mobile e nomade per quasi tutta la durata della specie, ci siamo creati un oikos.

Com’è avvolgente il suono della parola. Onomatopeico: il nostro paesaggio prossimale.

Ci contiene e lo costruiamo mentre ci costruisce intorno una collocazione.

Dove esce il fumo è casa mia, dicevano i contadini d’Irpinia, per indicare la propria casa. Il nido per dimorare dove il massimo della familiarità si combina di oggetti che parlano di noi e delle stratificazioni della nostra vita. Le viviamo come definitive eppure sono anch’esse provvisorie, ma sono nostre e stanno dentro il nostro spazio. Uno spazio delimitato, privato: nel duplice senso di intimo e vietato agli altri. La casa: il paesaggio primario, luogo della distinzione più netta tra hospis e hostis. Si bussa per entrare e all’ospite è richiesta la cortesia del domandare.

 

La casa è, per così dire, il paesaggio a priori. “Essere a casa” non vuol dire abitare in un certo edificio. Sentirsi a proprio agio, cioè non fuori posto, dove ci sono amici e non nemici e si può abbassare la guardia. Noi costruiamo i paesaggi che abitiamo e la casa ne è la prova più evidente. Anche se l’uomo non costruisce più la propria casa: costruire e abitare sono oggi separati, e questa scissione ha con ogni probabilità a che fare con l’architettura. L’affinità frequentativa tra habeo, avere, e habitare, è evidente. E habitus rinforza, col suo richiamo a un certo modo di essere e a un certo stile, il senso di appartenenza, la consuetudine, l’abitudine al luogo della vita. Abitare significa, perciò, creare, intensificare abiti e abitudini. La casa, in fondo, è un modo di essere. Il paesaggio casa è un modo di essere di chi lo abita.

Siamo esseri “abitanti”, nel senso dell’abilità, dell’abito, dell’abitudine. Dal luogo in cui sé e si vive prende forma anche l’etica, inteso prima di tutto come “abitare con sé”. All’uomo, specie simbolica, non basta una tana, ma un paesaggio interiore dove abitare, dove creare ed esprimere le proprie abitudini.

 

[4] Il paesaggio intorno

 

Michele De Lucchi, Arte Sella, Dentro e fuori, 2019.


Fermati e guarda, non limitarti alla visione. Ascolta con gli occhi. Senti come l’intorno si fa interno e tu diventi aria, acqua, suolo. Cammina piano. Passa sulla terra leggero. Ascolta quello che accade dentro e fuori di te. Nel momento stesso in cui questi due avverbi di luogo assumono una rilevanza che fa tremare nella nostra vita quotidiana. Il nome di un gioco da bambini, “Chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori”, sta diventando il titolo di questo nostro drammatico presente, in cui l’esclusione e la chiusura autoreferenziale sembrano essere la base per un pauroso rinculo nel localismo nazionalistico, fino agli estremi dell’individualismo indifferente. L’intorno ci fa paura. La perdita principale che stiamo sperimentando riguarda la libertà di movimento fisico e mentale e, soprattutto, il fatto che proprio andando dentro e fuori, particolarmente da quel movimento, derivano le condizioni più adatte alla nostra individuazione psichica e collettiva. Il paesaggio interno nasce dal movimento “dentro e fuori” col paesaggio intorno.

 

Ne deriva che al posto di "individuo", bisognerebbe parlare di una progressiva "individuazione". L’intorno è il "preindividuale" che sempre ci precede. Paradossale è che mentre giungiamo ad una verifica sempre più evidente dell’intersoggettività umana e del fatto che è nel “noi” che si crea l’“io”, la regressione individuale e collettiva in corso nel nostro tempo ci pone di fronte a un diffuso degrado di civiltà. Non solo i vertici politici di alcuni paesi, ma la sensibilità di componenti ampie della popolazione tendono a legittimare comportamenti escludenti e azioni di negazione nei confronti di chi, secondo quelle posizioni, è fuori e lì deve restare. Il paesaggio intorno si fa confine e muro.

 

Certo, il muro è anche simbolo di protezione: all’interno dei muri delle nostre case ci sentiamo accolti e al sicuro, questi muri proteggono i nostri affetti e la nostra intimità: si può dire che senza i muri non esisterebbero i nostri ambienti di vita. Quando il muro si apre diventa cornice: porta che conduce in un altro ambiente, finestra su un paesaggio naturale o antropologico. Ci apriamo al nostro paesaggio intorno. Respiriamo, allora! Lasciamo che la natura di cui siamo parte si confonda con noi. Ognuno ha la possibilità di accorgersi che siamo sempre contemporaneamente dentro e fuori da un luogo e da una situazione, e proprio in quel continuo movimento che si gioca fra differenza e inclusione si può creare una civiltà dell’intorno capace di contenere ogni interno.

 

[5] Il paesaggio oltre

 

Il primo solco non è solco, secondo la saggezza agricola. Possiamo imparare meglio, quindi. Grazie alla neuroplasticità che ci consente la terza educazione, dopo l’educazione spontanea delle origini e quella scolastica, per accedere a una seconda nascita, a una melodia cinetica fondata sulla responsabilità di essere umani.

Ché non è vero forse che sappiamo creare? Che quello che prima non c’era diventa possibile per noi?

A patto di imparare ad imparare. Mostriamo di non aver imparato da Covid_19. Quando si cerca nella stessa cornice dello stesso stagno, si trovano solo le cose di sempre e si insiste a restaurare l’ordine precedente. Quell’ordine si propone rassicurante, ma a guardarlo meglio è una trappola della mente. Perseverare nelle sue false rassicurazioni porterà la paura a trasformarsi in angoscia. Scopriamo così che siamo fragili e dipendenti, ma anche che il Prometeo che è in noi dovrebbe ascoltare l’Epimeteo e accogliere finalmente il limite come condizione di ogni possibilità.

 

L’unico paesaggio possibile per noi, da qui in poi, è il paesaggio oltre umano. Oltre ogni neo-umanesimo, dobbiamo divenire terrestri e guardarci da fuori, dismettendo uno sguardo autocentrato.

Per questo non basta imparare, perché cercheremmo ancora soluzioni lasciando immutate le premesse.

La nostra autonomia sta nella dipendenza dal sistema vivente di cui siamo parte.

È necessario prima di tutto imparare a conoscere perché non impariamo: imparare cioè ad imparare su noi stessi.

Solo così facendo saremo forse in grado di mettere in discussione le premesse, per fare meglio con meno, nel possibile del limite.

In base all’evoluzione che ci ha portato fin qui, noi siamo capaci di concepire e creare un altro mondo possibile.

Un paesaggio oltre è la nostra principale responsabilità, verso noi stessi e il sistema vivente a cui apparteniamo.

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Michelangelo Pistoletto, Terzo paradiso – Trincea della pace, Arte sella.