Alfabeto Pasolini

Il trentesimo anno

lunedì

Due fanciulli, in groppa a due leoni. Parlano animatamente, gli occhi brillanti, i visi arrossati. «Lo facciamo?», le chiede lui. «Non ci avevo mai pensato. Ma… sì, facciamolo», risponde lei. Naturalmente nessuno dei due sa troppo bene come si fa, ma sanno che lo faranno. Presto. Subito. E sono felici.

 

martedì

Mi hanno chiesto, per i trent’anni di Fanny & Alexander, di rispondere a qualche domanda. Sono domande difficili, mi lamento. «Ma no che non sono difficili, e poi chi dovrebbe rispondere?», ha detto la persona che me le ha spedite.

Leggo la domanda numero uno: «Fanny & Alexander: la prima immagine.» Mi cadono gli occhi sul libro accanto al computer, quello che sto leggendo in questi giorni e che, curiosamente, si intitola L’ultima immagine: è il dialogo tra James Hillman e Silvia Ronchey sul segreto delle immagini e la loro essenza invisibile, ma anche su come si può essere vivi mentre si muore e infine, soprattutto, su Ravenna, la mia città. 

E se la prima immagine dovesse ancora venire? «Tu prendi sempre tutto troppo sul serio», mi dice Rodolfo, «rispondi semplicemente, come ti viene».

 

Hevel.


Il nostro primo spettacolo si chiama Hevel, è il 1992 e noi abbiamo circa diciassette anni. Ho consegnato il testo a Luigi all’inizio della scuola e, al suono dell’ultima campanella, sento la sua voce dietro di me: «l’ho letto, ci sediamo sui leoni a parlare?» I leoni sono quelli del monumento ai caduti davanti al liceo: al centro c’è una donna, la città di Ravenna. Porge una corona al soldato caduto e, in basso, agli angoli, stanno accucciati quattro leoni, ognuno legato a una data del Risorgimento. All’uscita i leoni sono sempre affollati di ragazzi e ragazze in piedi, o seduti, tutt’attorno. È sopra quei leoni risorgimentali che decidiamo di mettere in scena Hevel, impulsivamente, senza pensare. Il teatro delle Albe ci ospita in una piccola chiesetta sconsacrata e, tutti i pomeriggi, usciti da scuola, è là che andiamo, e ci restiamo fino a notte fonda. Inseguiamo la nostra immagine invisibile. Non abbiamo quasi nulla, tranne noi stessi, una luce al quarzo a terra, al centro, che proietta grandi ombre tutto intorno, e un trabattello di quelli che usano gli imbianchini per tinteggiare: lo troviamo là e diventa subito il nostro elemento centrale, una specie di grande totem d’argento su cui, a un certo punto dello spettacolo, io salgo di schiena senza protezione, con due lingue di stoffa rossa che mi scendono dal capo. 

La sera in cui Hevel debutta, all’improvviso scoppio a piangere. Luigi mi chiede cos’ho. «Piango perché ormai tutto è finito». 

Dopo trent’anni siamo ancora qua.

 

Luigi e Chiara.


mercoledì

Che cos’è una città? Piazze, strade, quartieri… un abitato. Un orizzonte. Una periferia. Punto di intersezione di due assi: il primo congiunge il cielo alla terra. Il secondo è quello dei traffici del mondo. A Ravenna, città di paludi, i due assi a volte si inclinano, fino a coincidere: e così, a volte, il suolo finisce nel cielo e il cielo sottoterra. James Hillman se ne accorge. E si accorge anche di un’altra cosa, che dice in modo perfetto. Appena entrato nel Mausoleo di Galla Placidia, avverte un’atmosfera di assoluta tenerezza. «Una tenerezza che dà l’idea di un’essenza femminile», dice proprio così, e che alla fine lui attribuisce a tutta la città. Credo che chiunque abbia fatto esperienza, a Ravenna, del cielo stellato di Galla Placidia, del fuoco e dell’acqua, ma anche della luce, possa intendere ciò di cui parla. Nella tomba dell’Imperatrice ci sono due «sacerdoti, con le mani protese e gli abiti fluttuanti». Sono Pietro e Paolo, dice la Ronchey. «Chiamiamoli i sacerdoti, anzi le coppie. Vedere le cose in coppia, accoppiate diciamo, è un modo per capirle. Altrimenti perché avrebbero messo anche due colombe? Per farci capire che tutto è coppia, tutto è doppio: due colombe, due cervi.»

Peccato che nel breve elenco di queste domande non ci sia quella, immancabile, sul nome: Fanny e Alexander. Questa volta avrei parlato solo di cervi e di colombe. 

 

 

giovedì

«Qual è il romanzo della vostra vita?»

Un tempo, attorno all’anno 2000, abbiamo appoggiato la geografia di un romanzo, Ada di Vladimir Nabokov, a quella della nostra vita. In Ada si consuma la storia d’amore tra due fratelli, tra gli ardori e gli alberi di un aristocratico maniero, Ardis Hall. Così si chiama, da allora, anche il nostro teatro, nella zona industriale di Ravenna. 

Quando si cerca di richiamare alla mente il proprio io di un tempo, a volte si incontra una figura indecisa, ferma come un ospite timido o ritardatario nella cornice illuminata di una porta. Le ricostruzioni sono sempre congetture: quel che conta è l’eccitazione nella riscrittura, non quel che accadde davvero. È questo che vuol dire “il romanzo di una vita”?  

 

Van e Ada vecchi.


Alla fine della storia Ada e Van sono vecchissimi. Sta per finire la loro vita.

Abbiamo sovrapposto ai nostri volti quelli dei miei due nonni, ultraottantenni. Uno strano prezioso transfer operato da una specie di orefice del tempo. Mi ricordo il giorno in cui ho portato a mia nonna il ritratto. «Guarda nonna, un giorno, forse, sarò così.» Lei si è aggrappata allo schermo del mio portatile, con entrambe le mani, e per un po’ non ha detto nulla. Poi ha sussurrato soltanto: «quante rughe!», come se anche lei riuscisse a vedersi solo in quel momento, per la prima volta.

Sarà così l’ultima immagine? Niente è cambiato in un senso, tutto è perduto per l’altro?

 

venerdì

Questa mattina ho avuto una call con il produttore di uno spettacolo che faremo per i ragazzi. «Mi piace, ha un’ispirazione… come dire… ecologista», commenta dopo avermi ascoltata. In fondo so che ha ragione: ma perché, allora, mi sento a disagio? 

Il capitolo forse più bello del libro di Hillman/Ronchey è quello su Sant’Apollinare in Classe, con la descrizione di quell’immagine del «globo azzurro che sovrasta il gregge immerso nel verde». L’uomo, dice Hillman, alza gli occhi per guardare il cielo e vede l’azzurro. L’astronauta, che dallo spazio guarda verso la Terra, vede anche lui un globo azzurrissimo: in pratica vede la Terra come se fosse il Cielo. Ab extra ad intra. Quel che è fuori, torna dentro.

In fondo, dice Hillman, cosa c’è di più bello, amorevole e dolce del verde, del mondo fiorito, coi campi e gli animali, tale e quale lo disegnerebbe un bambino o, appunto, un artista bizantino? «La dolcezza e la bellezza del mondo in cui tutti coabitiamo, pecore e santi, genti e natura»… Tutto il resto ha a che fare con l’economia, con la tecnologia… perfino col senso di colpa. Forse è per questo che mi sento a disagio? 

Se riusciremo a vedere la bellezza del mondo, dice Hillman, ce ne innamoreremo e allora vorremo salvarla, vorremo salvarci. Non è per questo, in fondo, che abbiamo iniziato, trent’anni fa? Che continuiamo oggi? 

 

sabato
Vicino ad Ardis Hall c’è un campo di papaveri. In alcune stagioni il campo si tinge di rosso. Passando con l’auto per andare a teatro, a volte ho l’impressione che una marea sovrasti, dalla terra, l’orizzonte. Oltre il campo ci sono le grandi cattedrali d’acciaio delle industrie ravennati, con le loro torri, i loro silos. Le ciminiere. Poco lontano, nel cuore della città, sorgono le altre cattedrali, quelle di mattoni e mosaici.

L’immagine del campo mi ricorda un fotogramma del Mago di Oz. Dorothy, in viaggio coi suoi compagni, vede all’orizzonte la Città di Smeraldo: le guglie verdi dell’agognata meta si stagliano all’improvviso, al di là di un mare di papaveri. Per raggiungere la città, i quattro sgangherati eroi attraversano il campo festosi, saltando e cantando. Ma quello è il campo dell’oblio. Quel che c’è di umano in loro soccombe ed eccoli cadere in un sonno profondo, che presto li porterà alla morte. La strega buona, però, spezza il sortilegio facendo nevicare. 

Un giorno un amico, mentre in un gelido mattino d’inverno la città si imbiancava, mi rivelò il segreto nascosto nel nome di «RAVENNA», se solo lo si legge al’incontrario. Certe parole sono proprio come le immagini di Hillman. Cosa sanno di noi? Perché sono venute a cercarci?

 

 

domenica

«Il trentesimo anno: come lo festeggerete?», chiede l’intervistatore alla fine.

Il trentesimo anno, penso. Ma non era un racconto della Bachmann? 

Il protagonista compie gli anni e poi avverte all’improvviso uno strano scollamento dalle cose, dai nomi, dalla realtà. «La mattina di un giorno che poi scorderà si sveglia e, tutt’a un tratto, rimane lì steso senza riuscire ad alzarsi, colpito dai raggi di una luce crudele e sprovvisto di ogni arma e di ogni coraggio per affrontare il nuovo giorno». 

Sarà un riferimento voluto? Mi chiedo. No, credo di no. Ma adesso io, che ci ho pensato, come farò a rispondere a questa domanda?

 

Oggi sono stata con Rodolfo nelle valli. Si attraversa la pineta, per sentieri verdi e ombrosi e radure improvvise e luminose. A volte incontriamo i cavalli, che là passeggiano liberi. È un luogo molto narrativo, ci si orienta come nelle fiabe: l’angolo del pino caduto, il punto dell’alveare abbandonato, la strada delle bacche rosse, il ponte piccolo, quello più grande… A un certo punto si arriva all’acqua: si segue una piccola lingua di terra ed ecco, ci affacciamo sulla pialassa. Ai due lati i capanni da pesca.

 

A volte si incontrano certi signori, immersi in una loro speciale attesa metafisica, oppure dei semplici passanti, come noi: sembrano fantasmi, appaiono, salutano ed ecco, sono già spariti. Anche se conosciamo molto bene questa zona, ogni volta, non si sa come, si ripete lo stesso identico copione: parliamo, ci immergiamo nei discorsi e nei pensieri, ed eccoci perduti. «Secondo te era quello il ponte?» «Forse al bivio del ramo rotto dovevamo andare a sinistra?» «Il sole sta scendendo, tra poco è il crepuscolo.» «Ascolta: laggiù c’è la strada…»

Ne sono certa, ormai: noi andiamo in quel luogo per smarrirci. È Ravenna. È fatta così.

Nella Torre Civica di Ravenna, infatti, una torre sghemba e pendente, ci sono due sculture in rilievo: un uomo a cavallo e la testa di una donna. La testa è due volte più grande di una testa reale. La Mariola, la chiamano qui. La piccola Maria, con tutta probabilità, era in realtà un Imperatore col capo ritualmente velato, ma siccome il cavaliere pare cercare qualcuno alle sue spalle, le figure-stemma hanno trovato un loro motto, l’anima della loro impresa. «Cercar Mariola per Ravenna», si dice così da queste parti. Vuol dire cercare qualcosa che si ha sotto gli occhi e, alla fine, non trovarlo. Non trovarlo mai. 

 

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Ph Enrico Fedrigoli.