La malattia del maschio

Negli ultimi due mesi ha avuto inizio su Facebook una campagna di sensibilizzazione caratterizzata dalla medesima potentissima valenza eversiva del movimento #metoo nato nel 2017: con l’hashtag #tuttacolpamia la pagina femminista Abbatto i Muri ha pubblicato – e pubblica tuttora – quotidianamente le testimonianze anonime di molestie di ogni genere a sfondo sessuale. Lo scopo preciso è quello di far emergere quella collettiva voce inconscia che nella società spinge le donne a sentirsi colpevoli degli abusi subiti perché troppo arrendevoli, remissive, provocatorie.

 

I racconti postati definiscono situazioni ed esperienze di ogni tipo che, al di là del trauma esplicitamente riconosciuto dello stupro, individuano l’evento della molestia sessuale come un fatto intrinsecamente presente a vari livelli nella vita di ogni donna. La sopraffazione maschile sembra innervare come una fitta rete capillare la totale dimensione del vivere sociale, basando la propria dignità sul valore biologico assegnato a quello che di fatto è un concetto culturale di mascolinità. È ben noto il pregiudizio secondo cui per sua costituzione ormonale e fisica il maschio sia fatto in un certo modo innato e immutabile, e così anche la donna; anzi questa stessa viene interpretata come sopraffattrice proprio perché naturalmente provocante, o responsabile in quanto non adeguatamente assertiva. Il pensiero “è tutta colpa mia” nasce da un atto mancato di difesa femminile dal desiderio unilaterale maschile inteso come indiscutibile e congenito. Esso non può limitarsi né essere discusso: se si vuole evitarlo bisogna cercare di non accenderlo o di rendersi incapaci di opporvi resistenza. Anche ogni tentata reazione o denuncia è mal vista come un attacco all’ordine costituto. Insomma, è un problema esclusivo della donna, perché gli uomini sono fatti così e non possono farci niente ed è inutile provare a lamentarsi. A rafforzare questa visione sullo sfondo appare il fronte compatto della famiglia e degli amici, spesso descritti come colpevolizzanti, indifferenti, convinti della sostanziale verità inerente l’istintività maschile.

 

Gli uomini presenti nelle storie di #tuttacolpamia sembrano in effetti indistinti, impenetrabili, agiti da forze sconosciute mentre perpetrano violenza fisica e psicologica: la mancanza, apparente o reale, di consapevolezza diviene il tratto peculiare di una forza distruttiva accettata come naturale. La cosa paradossale è che quella che di fatto è una forma diffusa di mascolinità tossica avvelena la stessa vita degli uomini. In La Scuola Cattolica Edoardo Albinati parte dal terribile esempio di violenza maschile che fu il Delitto del Circeo – i cui responsabili furono compagni di scuola dello stesso scrittore – per rileggere la propria giovinezza secondo la chiave universale dell’educazione morale del maschio nella società. In questo senso la mascolinità è un morbo, un cancro irremovibile dell’anima che si deve mantenere vivo malgrado la paralisi esistenziale che ne deriva:

 

“Nascere maschi è una malattia incurabile. (…) Non si ha idea di quanto lontano un ragazzo possa spingersi pur di ottenere l’approvazione dei suoi compagni; la quantità di soprusi che può decidere di sopportare su di sé, o di infliggere ad altri, pur di guadagnarsi un riconoscimento. Il gioco era stancante e ripetitivo: bisognava provare di essere uomini, cioè, maschi, e appena avevamo finito di dare la prova che lo eravamo, subito bisognava provarlo di nuovo, ricominciando ogni volta da zero, come se la perdita della mascolinità appena misurata fosse sempre possibile, sempre in agguato, e aver dimostrato già cento volte che essere uomini non servisse a nulla, poiché un solo errore, un solo fallimento avrebbe cancellato i risultati acquisiti, facendo perdere la posta intera”.

 

Entro questa dimensione il sesso è imprescindibile dalla violenza. 

Un autore francese, Édouard Louis, ha basato tutta la sua opera finora pubblicata sulla descrizione di questa sotterranea struttura di sopraffazione mascolina presente nella società. Tutti i riferimenti narrativi hanno origine dalla sua giovinezza in un paese della provincia francese afflitto da una atavica arretratezza culturale ed economica.  Ciò che sorprende nei suoi libri è come l’aderenza collettiva a un ideale di mascolinità abbastanza bestiale sia stato uno fra i maggiori contributi al mantenimento delle condizioni precarie di tutti.

 

 

La necessità degli uomini di mostrarsi sempre come dei duri portava a rispondere male in classe e trascurare la scuola fino ad abbandonarla, per poi ritrovarsi dipendenti dal lavoro massacrante nella fabbrica che era l’unico sostentamento per la maggior parte degli abitanti; le ragazze finivano invischiate in rapporti con partner dagli atteggiamenti coercitivi e talvolta maneschi, il lavoro femminile era malvisto – perché la donna deve badare alla famiglia mentre il maschio ha il compito di mantenere la famiglia – e l’alcool, quale unica fonte di evasione rispetto a un costante stato di disagio, abbrutiva gli uomini dando luogo a continui atti di violenza. La concezione del maschio lo inquadrava dunque come agente di un potere inteso nel senso orwelliano della facoltà di infliggere dolore e umiliazione; pertanto lo condannava a un'esistenza di perenne aggressività, minando ogni possibile armonia e crescita personale nel mondo.

 

La madre di Édouard, nato Eddy Bellegueule, già nell’omonimo libro di esordio dello scrittore (Il caso Eddy Bellegueule, Bompiani 2014, traduzione di Alberto Cristofori) si colpevolizzava per questo stato delle cose:

 

“Non capiva che il suo percorso, quello che chiamava i suoi errori, rientrava al contrario in un insieme di meccanismi perfettamente logici, quasi regole prestabilite, implacabili. Non si rendeva conto che la sua famiglia, i suoi genitori, i suoi fratelli e sorelle, perfino i suoi figli e la quasi totalità degli abitanti del paese avevano conosciuto i medesimi problemi e quelli che chiamava errori erano dunque in realtà la più perfetta espressione del normale andamento delle cose.”

 

Questa donna torna come protagonista nell’ultimo libro di Louis pubblicato da La Nave di Teseo lo scorso ottobre, Lotte e Metamorfosi di una donna (traduzione di Annalisa Romani) in cui si racconta come la finale emancipazione dal marito violento abbia potuto trasformarla completamente come persona. Da donna avvilita, stanca, trascurata, diviene indipendente, orgogliosa, sorridente – uno splendido selfie col figlio sorprende all’improvviso il lettore durante la lettura – laddove il padre di Louis raccontato in Chi ha ucciso mio padre (Bompiani 2019, traduzione di Annalisa Romani) rimane una creatura bisognosa, fallimentare vittima del sistema. 

 

Come è stato possibile? L’unica risposta possibile sembra stare entro la natura di outsider di madre e figlio, personaggi che si pongono come estranei, anomalie in contrasto con l’ordine delle cose. Se il padre appare perfettamente inserito in quando aderente all’ideale di genere predominante, Édouard è già un diverso alla nascita per i modi delicati, la voce femminea, l’omosessualità latente, mentre la madre riconosce gli errori provocati da un’ideale femminile che includeva in sé la rinuncia allo studio e ad ogni emancipazione lavorativa. Leggendo Louis si ha la sensazione che l’unico modo per descrivere la mascolinità sia ponendosi come altro rispetto ad essa, in opposizione, e che ogni voce che voglia raccontarla debba innanzitutto spostarsi al suo esterno. Emerge palese la convergenza fra l’identità di genere e quella di classe come eventi di sopraffazione subita e agita, eppure gli stessi uomini soggiogati da un sistema economico oppressivo, non faticano a percepirsi comunque come attori dominanti grazie all’individuale quotidiana espressione di violenza verso gli altri. Solo chi riesce a riconoscere la propria totale vulnerabilità e impotenza, chi è stato privato di ogni facoltà di azione o non sa illudersi di possederne una minima parte, può vedere nell’insieme delle relazioni un fondamentale squilibrio di base. Gli unici individui che possono far emergere la vera sostanza alla base del sistema sono coloro che hanno rinunciato a ogni velleità di potere. Pur nell’ovvia difficoltà del loro stato di emarginazione, mantengono almeno una rilevante consapevolezza che manca a chi ignora la propria situazione, placidamente assuefatto al sollievo momentaneo di un potere esercitato in piccolo. 

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