Le amiche geniali

lunedì

Guardo le prossime date che abbiamo in calendario: OZ, gennaio-febbraio, alcune matinée coi bambini. Riusciremo a farle? Amica, 8 marzo e poi, di nuovo, a metà mese. Quindi le recite di Sylvie e Bruno. A marzo, dicono, sarà tutto più tranquillo, avremo ormai scavallato il picco. Chissà.

Penso che l’Amica si è fermata già al primo lockdown. Dopo due anni, ora, ricomincia a viaggiare: Milano, al Carcano, poi Bologna, all’Arena del Sole. 

C’è qualcosa di violento e contro natura nella separazione così lunga da un corpo amato. La vedo proprio così: replicare uno spettacolo è tornare, con trepidazione, all’incontro col corpo di un amante, un luogo conosciuto e al contempo sconosciuto. Ho nostalgia della parte conosciuta, ma ancor più di quella sconosciuta.

 

martedì

Sul tavolo, accanto a me, c’è la mia copia dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Ormai è tutta piena di segni, di orecchie, gonfia di letture e immagini. All’inizio, invece, l’immagine era una sola. Si formava con insistenza ai margini delle parole, delle pagine. La ricacciavo, ma lei tornava indietro. Era l’immagine di Fiorenza. Vedevo solo lei e poi vedevo anche me stessa, ma in realtà non sopportavo di vedere nessuna delle due. Ho letto i quattro libri con una specie di furia febbrile, come se non mi bastasse mai, placata solo dal fatto che alla fine avrei letto il successivo, ma temendo in cuor mio il momento in cui li avrei finiti tutti: cosa avrei fatto allora? Ho pensato: aspetterò un poco, passerà.

 

Disegno di Mara Cerri.


Dopo un anno non mi ero ancora acquietata. Ne ho parlato con Luigi. «C’è una sola soluzione», ha detto. «Quando qualcosa ti si attacca addosso con questa forza, c’è una sola cosa che noi possiamo fare.» Un giorno ho trovato il coraggio di chiedere a Fiorenza, più disinvoltamente che potevo: «senti, ma tu per caso conosci l’Amica geniale?» La conosceva, ma non l’aveva letta. «Leggila, se puoi», l’ho pregata. Mi ha guardato, interrogativa. Poi ha cominciato. Attendevo trepidante il tempo della sua lettura. A volte mi chiamava e mi chiedeva: «perché?», oppure: «chi sono io delle due?» Mi ha sempre “rimproverata” di aver dovuto leggere l’Amica con la mia proiezione ficcata in testa. Le avevo attribuito una parte e lei, col suo rimprovero, ora me ne attribuiva un’altra. È stato un cammino bello e difficile, Luigi l’ha sempre custodito: a volte ci sembrava di procedere su un filo, se ci fossimo distratte rischiavamo di precipitare. 

«10 gennaio 2017» ho trovato scritto su un quadernetto, «Fiorenza è una bravissima attrice ma, soprattutto, è la mia amica geniale.» 

 

mercoledì

Carico sul drive che condivido con Mara alcune delle foto che abbiamo scattato quest’estate al Rione. 

La-chiesa-parrocchiale.jpg, Palazzoni.jpg, Piazza.jpg, Scuola.jpg, Tunnel.jpg…

Ma che razza di mistero fitto s’impiglia ostinato in certi luoghi? È la letteratura, il filtro della memoria, l’infanzia… o è solo la vita?

La mia prima volta al Rione è stata con Fiorenza. 

Sembra ieri. È una giornata luminosa, trasparente, perfetta. E noi, assieme, non siamo così spensierate da anni, forse dai tempi in cui, lei alla guida del Ducato bianco con la croce rossa e io seduta accanto, attraversavamo una Romagna fatta di piccoli festival. Oggi, però, ci siamo solo noi due al mondo. Entriamo nel Rione dal grande tunnel a tre bocche che passa sotto i binari. Percorriamo una delle due gallerie pedonali, ai lati, mentre al centro corrono i camion e le auto. Camminiamo col fiato sospeso. C’è perfino la goccia del romanzo che, cadendo dal soffitto, ci bagna. Ridiamo. Poi sbuchiamo di là: dove siamo finite? Cosa siamo venute a cercare di preciso?

 

La cosa che ci attrae di più sono forse le persone, i bambini e i ragazzi che giocano nei Cancelli, così si chiamano i verdi giardini condominiali al centro dei palazzi. Un gruppetto di ragazzine piuttosto eleganti, con la minigonna e le scarpe da ginnastica, ci fermano per la strada: «Siete di qua?» Fiorenza risponde: «No, io sono di Bologna e lei è di Ravenna.» «Ah.», ci salutano e se ne vanno. Passeggiamo per ore senza una meta, senza altro obiettivo se non sostare in quella bolla di luce. Quando alla fine usciamo, ripassando dal tunnel, vedo come un bagliore dall’altra parte, al centro della bocca dalla quale usciremo. Da qui a lì ci divide un’eternità, fatta di pochi passi. Da lì, lo sappiamo bene, si va dritto al mare. Ci avviamo sicure in quella direzione. Dobbiamo fare presto, questa sera abbiamo lo spettacolo.

 

Storia di un'amicizia, ph Enrico Fedrigoli.


giovedì

«Sorbole ricevute?» È un whatsapp di Mara. Vado di corsa a controllare la mail. Eccola. La scena delle sorbe è arrivata. Quando arrivano le tavole di Mara sento sempre il cuore in gola. È così fin dal principio, da quando lavoravamo ai Libri di Oz. So che lei vede quello che io non sono capace di vedere o, almeno, lo vede meglio e prima di me. Apro il pdf. Ed ecco che Enzo porge a Lila un rametto di sorbe. Lila lo guarda stupita e gli dice qualcosa. I balloon sono ancora vuoti, bianchi. Attendono. E lasciali attendere, mi dico. Interrogo le espressioni, in bozza ancora non si leggevano. Questo è il modo di scrivere più strano che abbia mai sperimentato: poroso, stratificato, più ancora che a teatro. Gli strati qui si compongono, ma ben presto si sfalderanno, si sgretoleranno, sono fatti di materia molto friabile. Non c’è battuta, non c’è didascalia progettata che resti indifferente al sisma delle immagini, delle espressioni, delle pennellate di colore.

 

Nell’ultima vignetta c’è Lila, nella sua stanza, seduta sul letto. Ha appeso a un chiodo le sorbe e le guarda. Potrei sostare un giorno intero, penso, su quest’immagine.

È come se le figure mi lanciassero degli ami a cui si aggrappano le parole dette e le parole non dette. Penso a un disegno di Mara nella Spiaggia di notte, sempre di Ferrante, sempre per E/O: c’è la bambola della bambina Mati, finita sott’acqua in una notte infernale. Nella bocca aperta le cala un piccolo amo: attaccate a un filo di saliva luminosa salgono le parole che stavano nascoste, acquattate nel petto, nella pancia. Le parole, terrorizzate, si attaccano una all’altra e formano una catena.

Devo soltanto affidarmi alle figure, penso, trovare un equilibrio tra i pieni e i vuoti, i suoni e il silenzio. Un po’ come in scena, quando affido tutto ai corpi degli attori: al di là dei corpi ogni cosa è spaventosa. I corpi sono le mie Colonne d’Ercole. I pilastri che sostengono il Mondo.

 

Disegno di Mara Cerri.


venerdì

Mi appunto queste poche righe luminose:

«Signore e signori, darò inizio a questo nostro ultimo incontro proponendovi un breve componimento di Emily Dickinson che parla di storia e di streghe. Lo farò per riprendere il discorso della volta scorsa, quando accennavo all’Amica geniale e alla scrittura che stimola e avvia altra scrittura. Sono pochi versi:

La stregoneria fu impiccata, nella Storia,

ma la Storia e io

troviamo tutta la stregoneria che serve

intorno a noi, ogni giorno.»

(Elena Ferrante I margini e il dettato, E/O, pag. 83.)

 

Still, Sara Fgaier.


Poi riguardo la cartella con gli still di Sara Fgaier, presi dai filmini familiari che lei ha scovato negli archivi e poi montato per Storia di un’amicizia:

– Ischia. Due bambine: una mora, l’altra bionda. 

– Le stesse, prima ragazze, poi donne. 

– L’inaugurazione di una calzoleria: un prete che benedice, le gambe nude di un manichino, scarpe, sorrisi.

– Una ragazza fugge lungo un vicolo, scompare tra le file dei panni stesi. 

– Una donna al telefono. 

– Fuochi d’artificio nella notte. 

– Un’altra donna: sembra una bambola dal volto scrostato. 

– Una manifestazione femminista.

 

Still, Sara Fgaier.


Di colpo mi prende un senso di infinita gratitudine. Cosa avrei visto senza Sara, le sue immagini, la sua Storia? Avrei mai potuto trovare tutta la stregoneria che serve, intorno a noi, ogni giorno?

sabato

Dopo una settimana di vero grigiore, oggi la giornata è celeste e luminosa. Decidiamo, con Rodolfo, di camminare fino a Santa Margherita a Montici, una delle nostre passeggiate preferite. Da via San Leonardo si arriva a Pian dei Giullari e, via via, costeggiando la vallata, alla chiesa di Santa Margherita, lungo l’antica via che portava all’Impruneta. 

«Perché, dopo tutti questi anni, non riesco ancora a staccarmi dall’Amica?» gli chiedo all’improvviso. «Ma, guarda, sei in buona compagnia», Rodolfo mi prende sempre in giro. «Pensa ai due romanzi italiani di questo secolo che hanno influenzato di più l’immaginario globale: sono entrambi di due autori napoletani» aggiunge un po’ più serio, «e si trovano, però, in due condizioni opposte.» «Cioè?» «Uno totalmente sovraesposto, l’altra non sappiamo nemmeno chi sia». Passiamo accanto alla villa dalle losanghe ocra, bianche e azzurre. Sempre qui, qualche mese fa, facevamo il gioco delle congetture. «Il prossimo libro sarà quello scritto da Lila su Napoli?» Nel gioco ne eravamo praticamente sicuri: «non ci sono alternative, perché Lila, prima di scomparire per sempre, si era messa a vagare per Napoli e chissà cosa aveva scoperto, chissà, come dice Lenù, quanto aveva già scritto...»

 

La vita bugiarda degli adulti è un libro durissimo e a suo modo sotterraneo, ma non lo nomina nemmeno il «fosso carbonario» di Lila, quello a cui lei «aveva dedicato tante parole» e dentro il quale, forse, era perfino scomparsa. Vittoria, la zia oscura della nuova trama, è una sorta di Lila più adulta, sopravvissuta, nera e scomposta, animata da una furia nutrita di dolore. Ma no, non è Lila. 

«Dobbiamo accettarlo», concludo per scherzo ma, in fondo, nemmeno troppo.

 

domenica

Notifica mail. Nuova serie di tavole. «Il libro». Così si chiama il pdf in allegato. «Il libro» è Piccole donne. Le amiche l’hanno comprato coi soldi di Don Achille, l’orco della loro infanzia. Lo leggono assieme e assieme progettano di scriverne uno tutto loro, per realizzare un sogno di libertà. Le tavole di Mara sono bellissime. Mentre mi incanto a guardare i dettagli, «il libro» del titolo si trasforma: adesso è «la fata blu», il capolavoro (illustrato!) di Lila bambina. L’ha scritto, alla fine, da sola. Io, però, non sono sola, siamo due, e siamo tante, da oltre cinque anni. Questa è un’altra cosa potente che sa fare Ferrante, penso, mettere insieme le donne. 

 

In uno degli ultimi disegni della sequenza ci sono Lila e Lenù sedute in un angolo, le gambe intrecciate. Leggono il romanzo della Alcott. Più sotto, ancora Lila, ha un’espressione stupefatta e al contempo ironica, come di chi stia superando un limite e in fondo lo sappia, ma se ne sorprenda. Chissà cosa starà dicendo. Il balloon è ancora vuoto: tutto, per un attimo, è possibile. Anzi, non è vero. Elena ha già capito tutto e, infatti, sorride, gli occhi ancora fissi sul libro. Devo far presto a inserire questi testi, domani spedirò questa parte, penso, ma poi trattengo ancora un attimo quelle figure mute. Mi torna in mente la frase che Mara mi ha detto, soltanto qualche settimana fa: «le tavole più belle, Chiari, sono quelle in cui ti sento vicina». 

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