Lucio Dalla: “Io diffido dei puri”

Nella voce di Wikipedia a lui dedicata, Lucio Dalla (1943-2012) è qualificato innanzitutto come “cantautore”. Nessuna meraviglia, certo: è questa l’etichetta più ovvia che gli si può applicare. In realtà, la sua carriera di “cantautore” in senso proprio (autore cioè dei testi, oltre che delle musiche) ha inizio piuttosto tardi, nel 1977, con l’LP Com’è profondo il mare. Dalla ha 34 anni, ed è già un musicista molto noto. Dopo gli esordi come clarinettista jazz, negli anni Sessanta – su pressione di Gino Paoli – è entrato nel mondo della musica pop come eccentrico vocalist, ha inciso alcuni pezzi “bizzarri” come Quand’ero soldato (1966) e si è fatto conoscere soprattutto attraverso le sue anomale partecipazioni al Festival di Sanremo: Pafff-bum! (1966, in coppia con gli Yardbirds), Bisogna saper perdere (1967, in coppia con i Rokes), 4 marzo ‘43 (1971, il pezzo che decreterà il suo successo, più conosciuto come Gesù bambino) e Piazza Grande (1972). In quegli anni, Dalla è principalmente un interprete e un compositore nell’ambito di quella che ancora si chiama “musica leggera”, e per i testi si avvale di parolieri professionisti come Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti (e della outsider Paola Pallottino, autrice del testo di 4 marzo ‘43).  

La svolta in direzione della canzone “d’autore” ha luogo verso la metà degli anni Settanta, grazie all’incontro con il poeta Roberto Roversi (1923-2012), di vent’anni più anziano di lui.

 

Dalla loro collaborazione nasceranno tre storici LP: Il giorno aveva cinque teste (1973), Anidride solforosa (1975) e Automobili (1976), che costituiscono una svolta nella sua carriera e nella sua immagine pubblica. 

Ricordo bene l’impressione che mi fece il concerto-spettacolo Il futuro dell’automobile (da cui è tratto il disco Automobili) quando lo vidi a Milano, al Teatro Tenda di Piazzale Cuoco (era il periodo del “decentramento” del Piccolo Teatro). In quegli anni si parlava molto di musica “alternativa” alla canzonetta: i pezzi del “nuovo” Dalla – con la loro originalità compositiva – mi sembravano realizzare quell’ideale molto più a fondo dei “cantautori” allora in ascesa. Ma la novità che più mi interessava era l’incontro fra un musicista pop e un poeta. I rapporti dei poeti e degli scrittori italiani con la canzone erano stati fino allora piuttosto sporadici, effimeri e abbastanza superficiali: quello a cui davano vita Roversi e Dalla aveva l’aria di un progetto organico, di largo respiro. I testi di Roversi avevano ben poco a che fare con quelli dei parolieri tradizionali: contenuti “impegnati” a parte, la loro struttura sembrava non fare nessuno sforzo per venire incontro ai cliché della canzone. Oltretutto, Roversi non lavorava – come di solito si fa – su una melodia già data: era Dalla a doversi destreggiare – a partire dalla pagina – con quei versi irregolari, sghembi, spigolosi, apparentemente incantabili. E ci riusciva benissimo, con inattesi vantaggi per la sua musica.

 

Nel libro di cui ci occupiamo qui, “E ricomincia il canto”, interviste (a cura di Jacopo Tomatis, Il Saggiatore, 2021), Dalla ritorna più volte sulla sua collaborazione con il poeta bolognese. Se da una parte lo riconosce a più riprese come suo “maestro” (“Da Roversi ho imparato soprattutto il grande amore per le parole”), dall’altra ricorda che con lui “c’era sempre conflittualità. È una persona assolutamente pura, e io diffido dei puri.” Altrove recrimina: “Riascoltando i dischi realizzati con Roversi ho, da un parte, un tremito di tenerezza, e dall’altra un attacco di rabbia, perché vedo in quei pezzi la possibilità, se fossi stato autonomo nella gestione della musica e dei testi, di farne dei successi micidiali”. Da qualche parte, qualifica Roversi come “uno dei poeti più importanti d’Italia”. Senza nulla togliergli, bisogna ricordare che Roversi era in realtà – per scelta – un poeta marginale nel panorama letterario di quegli anni: un personaggio appartato, scontroso, radicale, che a un certo punto aveva addirittura rifiutato di pubblicare con i grandi editori – ma anche con i piccoli – e diffondeva i suoi testi in forma di ciclostilato. Negli anni Ottanta andavo spesso a trovarlo a Bologna nella sua libreria antiquaria Palmaverde (in Via dei Poeti, figurarsi!): era un uomo affabile, apertissimo (fin troppo) ai conati creativi dei mille giovani che lo assediavano, ma estremamente intransigente politicamente, soprattutto riguardo all’industria culturale. Non fatico a immaginare (del resto, ne abbiamo parlato spesso) le sue difficoltà nel rapporto con la Rca, che infatti lo portarono a interrompere la collaborazione con Dalla, dopo la pubblicazione dell’LP Automobili

 

 

Dalle numerose interviste raccolte nel libro, che datano dal 1966 al 2011, il personaggio di Dalla emerge nella sua complessità, con tutte le sue contraddizioni e le sue ambiguità. La prima è proprio quella che riguarda il carattere “alternativo” della sua produzione: Dalla passa per un innovatore, per un anticonformista radicale (“Io ho sempre cercato di rendermi diverso, di dire cose nuove, di non essere mai prevedibile”); in realtà, la sua adesione alle logiche di mercato è totale: parla spesso di vendite, di marketing, di “successi”. L’esperimento con Roversi è un episodio centrale nella sua carriera, ma l’idea di giocare il ruolo dell’artista “controcorrente”, orgogliosamente isolato, tutto rivolto ai posteri, non lo sfiora nemmeno. “Valutare la canzone come un manoscritto da bottiglia è un grave errore di analisi, quindi politico; la canzone è un oggetto che dura lo spazio di pochi mesi o giorni, viene mangiato e subito cagato…” scrive nel 1977 in Una brusca replica, intervento fortemente polemico incluso in un volumetto della Savelli a lui dedicato. Più volte sottolinea anche la sua estraneità alla canzone impegnata, politica. “Non ho mai creduto in maniera totale alle canzoni di denuncia, di protesta – dichiara nel 1978 a Panorama –. Ne ho fatte anch’io, hanno avuto una funzione, ma adesso per fortuna è finita”.

 

L’idea di un Dalla “impegnato” se non addirittura “militante” viene programmaticamente smontata intervista dopo intervista. Quello che emerge è un marcato antiintellettualismo, e una polemica apologia dell’industria discografica. Nel già citato intervento intitolato Una brusca replica, Dalla si scaglia contro l’astrattezza delle posizioni di chi critica la logica aziendale, e si mette – un po’ demagogicamente – dalla parte di chi lavora nell’industria discografica: “Nel campo della canzone è un errore tentare semplicemente di esorcizzare il “mostro industriale”. Lo può tentare solo chi fa canzoni per hobby o chi, per qualunque altro motivo, può permettersi di non frequentare il posto di lavoro. La mia casa, la Rca, non contiene soltanto la ‘stanza dei bottoni’; è una fabbrica vera e propria dove chi lavora (dai fonici ai musicisti agli operai delle presse) ha il diritto di voler migliorare, oltre la propria condizione, anche la qualità del proprio lavoro. (…) Credo che se Roberto Roversi e quanti si interessano alla canzone dall’esterno, i critici musicali e gli intellettuali, assistessero alla nascita e alla realizzazione di un disco, si renderebbero conto di quali enormi problemi – anche di natura tecnica – comporta mettere in musica anche i testi più belli; e, dall’altra parte, quali conseguenze – a livello di politica industriale – provoca il tentativo di fare qualcosa di nuovo e di diverso. Questo, appunto, avrei voluto e vorrei tuttora da Roberto Roversi, dai critici musicali e dagli intellettuali: un impegno diretto e la volontà concreta di misurarsi con i problemi reali e quotidiani…” 

 

Alle durezze ideologiche e alle sterili astruserie degli “intellettuali”, Dalla contrappone un’idea sottilmente populista di comunicazione (il termine ricorre spesso nelle interviste): “Per fare canzoni amate dalla gente bisogna amare la gente, starci in mezzo (…) Quando ho avuto la sensazione di non essere stato capito ho sempre pensato di essere stato io a sbagliare. Non esiste concetto o discorso che, se portato con amore e con il desiderio di divulgarlo, non arrivi al pubblico e alle masse – che sono sempre più avanti degli intellettuali che dovrebbero esserne al servizio”. 

 

Dalla ama presentarsi da un lato – in contrapposizione agli elitisti, a chi storce il naso di fronte alle logiche “commerciali” del pop – come un autore vicino alla “gente” (altro termine ricorrente), dall’altro come uno del mestiere, come un professionista della musica, in contrasto con l’approssimazione musicale di molti cantautori (nelle interviste parla spesso di aspetti tecnici, di sale d’incisione, di arrangiamenti, di impianti di amplificazione, ecc.).

Le dichiarazioni sui suoi rapporti con la sinistra sono oscillanti: si dichiara a più riprese “comunista” e vicino al Pci, ma nel 1979 puntualizza: “Sono un uomo isolato, ecco perché mi rifiuto di collocarmi nell’‘area culturale’ del Pci, col quale non ho nessuna ‘area culturale’ in comune”. Le sue idee politiche – quando emergono – suonano piuttosto vaghe e generiche. “La mia rivoluzione io la faccio suonando –dichiara nel 1976 – e se tutti cercassero di cambiare la situazione lavorando invece di fare i politicanti a tempo perso, allora si approderebbe a qualcosa”.

 

A poco a poco, nelle interviste, si fa largo anche la sua fede cattolica (e addirittura un rapporto diretto con Padre Pio, tramite la madre). Dalla non è genericamente credente: è praticante, e anche durante le tournées – racconta – va a messa la domenica. Sulla sua presunta omosessualità è decisamente reticente; nel 1979, in un’intervista con Lambda, “Giornale di controcultura del movimento gay”, all’intervistatore che lo invita a fare coming-out, risponde: “No! A parte che non è proprio così. Non mi interessa parlartene perché dovremmo stare per giorni interi, ma poi mi sembra così poco informativo, poco divulgativo, e poi credo proprio che non ve ne sia bisogno nel caso fosse vero”. Insomma, “si farà l’amore/ ognuno come gli va” (L’anno che verrà), senza bisogno di rilasciare pubbliche dichiarazioni o proclami. 

 

La sessantina di interviste raccolte nel volume (ce n’è persino una con Giorgio Bocca) ci offrono un ritratto spesso sconcertante dell’ambiente musicale e culturale, soprattutto degli anni Settanta. Mi chiedo cosa possa pensare un lettore giovane di questo scenario fatto di moralismo ideologico, di “cantautori” costretti a giocare il ruolo di profeti, di bombe molotov lanciate sul palco (Dalla ne fu vittima durante un concerto al Castello Sforzesco di Milano). Io stesso, che quegli anni li ho vissuti, fatico a rientrare in quell’atmosfera stravolta. 

 

Con i suoi interlocutori, Dalla è esplicito e sfuggente, provocatorio e riservato, graffiante e inafferrabile. Nella prefazione al libro, Jacopo Tomatis mette bene a fuoco quella che mi sembra la caratteristica fondamentale del personaggio: “L’aspetto che più affascina di Dalla – di tutti i Dalla, dal più colto al più imbarazzante, dal più leggero al più disimpegnato – non è tanto la sua irriducibile unicità, ma il fatto che sta cercando, a suo modo, di piacere a tutti”. È questo sforzo, questo bisogno invincibile e profondo che si indovina tra le righe a commuovere il lettore. Piacere a tutti. Ma è possibile? Alla fine, Dalla ci è riuscito. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO