Mario Draghi nel regno delle fate

Siete pronti a entrare tra gli incantesimi? Un suono molto basso, un pizzicato, un accordo, un violino, poi un flauto sottile. Sospensione. Tre attori e due attrici prendono possesso con larghi gesti, misteriosi, di uno spazio bianco, lungo e stretto, circondato da oggetti che sembrano strani leggii. Questi si illuminano di cangianti luci nette, blu, verdi, gialle, rosse, come occhi quadrati. Gesti ieratici, sospesi; sospensione della gestualità quotidiana. Gli attori si schierano di fronte al pubblico. Si rimpallano le “regole per riuscire a vedere una fata”: “deve essere un pomeriggio caldissimo… troppo caldo per fare qualsiasi altra cosa… devi avere un po’ di sonno, ma non tanto da non riuscire a tenere gli occhi aperti… e ti devi sentire, come dire?... incantato… eerie dicono gli inglesi… ma soprattutto, l’ultima regola è: i grilli non devono cantare… (Si sente il suono di bosco. Uccellini, ruscelli, fronde… Ci sono anche dei grilli) Niente grilli, ho detto!” (Cessano i grilli.)

Benvenuti nel mondo di Sylvie & Bruno, l’ultimo romanzo del reverendo Lewis Caroll, libro vertiginoso pubblicato nel 1889, diversi anni dopo Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, ora ritradotto per Einaudi da Chiara Lagani, sacerdotessa ridente e alquanto patafisica del mondo fantastico (sua è la traduzione dei Libri di Oz di Baum, sempre per Einaudi). Lo ha trasportato sulla scena per Ravenna Festival con la sua compagnia teatrale, Fanny & Alexander, vascello di naviganti devoti al regno di Phantasia e Surrealtà.

 

 

Arrivano presto le voci registrate dei due protagonisti bambini, Sylvie e Bruno, lei ragazzina giudiziosa, lui piccolo sgrammaticato curioso Pinocchietto, che vede sempre nudo l’imperatore. Abitano in quella Terra di Fuori dove siamo stati trasportati dalla magia iniziale degli attori. Ma essi veri incantatori non sarebbero – non sarebbero veri sciamani – se si limitassero a trasferirci lontano e ci lasciassero in quel mondo perfetto ma alquanto ansiogeno, come tutti quelli dove il desiderio è così puro da non farci mai toccare gli oggetti desiderati, in preda a un sogno che ci sposta continuamente in un altro desiderio. E invece veri maghi sono, perché continuamente da quel reame incantato, un palazzo circondato dal bosco delle fate, ci fanno saltare altrove. Finiamo in un vagone ferroviario come in un poliziesco di Agatha Christie (che nasce un anno dopo, nel 1890); ci precipitano in una grottesca congiura di palazzo (di nuovo Terra di Fuori), con un principino dal nome simile a un borborigmo o a un rincanagliamento della voce, Uggug. Suo padre è un Sotto-Governatore che ambisce a indossare i panni di Père Ubu (la prima versione dei Polacchi di Alfred Jarry è per coincidenza del 1888-1889), con la moglie che come la merdrosa Mère Ubu aspira a trasformarsi in una Lady Macbeth da Grand-Guignol, mentre le voci del popolo salgono come brusio o frastuono con slogan come “più pane, meno tasse” o anche “più tasse, meno pane”… Poi torniamo in treno, in un corteggiamento molto vittoriano, quindi sulla banchina della stazione, poi in una tenuta di campagna, insomma nella Realtà, ogni tanto aperta, frammentata, fatta esplodere dalle apparizioni di Sylvie & Bruno guastatori. 

 

Irrompono, ora, anche orsi e vichinghi, che sembrano quelli spinti da Trump a invadere il Campidoglio di Washington, mescolati a sentori, profumi, colori di fate, poi ritorniamo nella tenuta, con un fidanzato militare impettito che arriva e fa naufragare i desideri di un altro dei protagonisti, innamorato di Lady Muriel, che diventa spesso Sylvia… Il sogno riparte, magari dalle parole di un professore, o di un narratore, o dall’apparizione di un mendicante, o da qualcuno che promette di rimettere indietro le lancette dell’orologio perché il tempo non esiste, o si può magicamente cambiare, o è relativo, psichico, interiore, e Proust è ancora adolescente e Einstein presenterà la teoria della relatività ristretta una quindicina di anni dopo la pubblicazione di questo romanzo.

 

 

Insomma, Sylvie & Bruno, che con le sue invenzioni linguistiche ha ispirato nientemeno che il Finnegan’s Wake di Joyce, continuamente fa slittare la realtà nel sogno e il sogno nella realtà (L’interpretazione dei sogni di Freud è del 1899), con la consapevolezza che la forza motrice delle metamorfosi è la narrazione, capace di creare attraverso le acrobazie della lingua mondi, spazi, tempi, di instaurare quel perfetto reame del desiderio che ci muove in continuazione con il dispositivo della mancanza, una mancanza che in realtà non desidereremmo mai colmare. 

Alla fine del romanzo Einaudi, Chiara Lagani individua 45 situazioni di transizione, propiziate da “ponti” netti, meccanismi di passaggio da un piano all’altro. Ma avverte che molti di più sono gli slittamenti, a volte contenuti in poche parole o gesti. E così disegna la mappa della drammaturgia, che poi i bravissimi, perfetti attori dello spettacolo fanno diventare territorio incantato, pieno di scosse elettriche che ci riportano continuamente al Mondo. 

 

Sono la stessa Chiara Lagani, leggera e densa; Marco Cavalcoli, tornato alla compagnia e capace, come sempre, di farsi attraversare da personaggi come voci, come campionario di gesti, come frammenti di altrove; Andrea Argentieri, che è stato un perfetto clone di Primo Levi in un precedente spettacolo della Compagnia; Elisa Pol, elettrica, in “prestito” da Nerval Teatro; un accattivante Roberto Magnani, anche lui in prestito, dal Teatro delle Albe. Sono sostenuti da un tappeto sonoro continuamente cangiante, magicamente favolistico, di Emanuele Wiltsch Barberio, con la regia del suono di Marco Oliverio. La regia, le scene e le sorprendenti luci, capaci di creare altri salti, altri ponti, psichedelici, con quei fari piatti che spenti sembrano leggii, e ci dicono chiamarsi “Lupo”, sono di Luigi De Angelis. Lui concerta le azioni come un movimento continuo, nello spazio inizialmente neutro, un balletto vertiginoso che trasporta da una parte all’altra, da un piano a quell’altro, evocando non solo un regno di favola e una storia d’amore irrigidita negli schemi ottocenteschi, ma riportandoci anche al nostro mondo quando sovrappone Mario Draghi al Sotto-Governatore intento a progettarsi (in modo un po’ imbranato) come grande capo assoluto di un Paese confuso.

La favola acquista sapori davvero vicini quando all’inizio, una delle voci che spiegano come vedere le fate, precisa: “Adesso, facciamo una prova. In tutti questi mesi a casa, vi sarà capitato ogni tanto di immaginarvi dei luoghi, no? Voglio dire dei luoghi diversi da quello in cui eravate… Ad esempio, un bosco”. Ma non si appiattisce mai nella descrizione: riparte subito il meccanismo della metamorfosi, della contaminazione dei piani, del lapsus psichico, nel testo sapientemente ricavato da Chiara Lagani dal romanzo.

 

 

Come in un videogioco si salta da un livello all’altro. Solo che il livello precedente non è mai esaurito: ci si viene riproiettati continuamente. Così gli attori non assumono mai una figura di personaggio totalmente su di sé: una è ora Sylvie, poi Muriel, per lo più con passaggi velocissimi. In questo modo si può praticamente, con cinque interpreti, dare vita a una folla cangiante di personaggi. Ma questo sarebbe solo un espediente pratico, sinceramente insoddisfacente per una compagnia che ha teorizzato e praticato la recitazione come “eterodirezione” dell’attore dall’esterno. Vuol dire che voce, corpo, atteggiamenti, azioni del personaggio vengono indossati dall’attore sulla base di ordini esterni, come in una specie di trance iperrealistica o fantastica indotta attraverso comandi e testi trasmessi per mezzo di auricolari dal regista, dalla drammaturga o da un programma del computer, rispecchiamento della situazione di spossessamento che viviamo continuamente, enfatizzazione tecnologica del processo di trasferimento nella finzione teatrale.

 

Qui gli auricolari non si vedono e sembrerebbe, tanto vertiginoso è il salto tra i mondi e il trascorrere dei personaggi, che non ci sia eterodirezione. Parrebbe essere il testo, con i suoi scivolamenti, a eterodirigere. E invece De Angelis ci chiarisce che tutti i movimenti e le parole sono ordinate da comandi inviati dal computer, facendoci apparire la sarabanda dello spettacolo ancora più ammirevole, un balletto meccanico, un’alienazione nella fantasia, uno sguardo divertito e spietato alle derive linguistiche e comportamentali odierne, con un fondamento lontano e anticipatore nell’ottocento. 

Fanny & Alexander con Sylvie & Bruno non fornisce soltanto uno spettacolo godibile, uno specchio in cui guardarci continuamente intinti di sogno, di desiderio, di mancanze e di tentativi per vivere nelle inospitalità del mondo reale. Ci dice anche che possiamo continuamente mutare, diventare fluidi come l’acqua; che possiamo danzare sospesi tra i flutti come recita, più o meno, un verso della poesia dedicatoria che leggiamo nella prima pagina del romanzo.

 

Ed è anche una rivelazione di quello che è, che può essere, il teatro, l’arte, quando rinuncia a essere intrattenimento o predica e prova a diventare attraversamento di stati, reagente psichico, sfruttando le possibilità di nomadismo, di invenzione, di resa al mondo e di critica alla resa. Diventa un viaggio irto di difficoltà ma affascinante in possibilità sopite, un’astronave verso l’infinito, il finito, il lontano, il vicino, e oltre. Una sonda spazio-temporale interiore con le pareti costituite da un bosco, con il suono di un ruscello, con apparizioni di fate e capotreni, di babau politici, professori e custodi, di orologi dalle lancette manovrabili, con un assordante frinire di grilli che non ci fanno vedere le fate, e momenti di delicato silenzio che le fanno apparire, per riadagiarle subito nel mondo parallelo, sottostante.

 

Le foto dello spettacolo sono di Zani-Casadio.

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