Miao, bau, cip cip

Pur essendo fortemente controintuitivo, il percorso che è stato intrapreso nell’analisi della relazione tra uomo e animale va in una direzione delineata con forza. Gli animali stanno progressivamente acquisendo una fisionomia autonoma, slegata dal ruolo di strumenti al servizio dell’uomo, a cui dovrebbero essere “secondo natura” subordinati per la loro presunta insufficienza cognitiva. La gerarchizzazione aristotelica delle specie, assolutamente antropocentrica e fondata sulla convinzione che gli animali non abbiano ragione, intelletto, opinioni – teoria resa ancora più rigida dall’antropologia cristiana attraverso la riflessione di Tommaso d’Aquino – sta cedendo il passo, anche a livello di senso comune. Due libri ci guidano a cogliere la portata del fenomeno. Il primo è la densa ricostruzione storica del rapporto tra noi e il resto dei viventi proposta da Giulia Guazzaloca in Umani e animali (Il Mulino). Il secondo è il prezioso contributo della filosofa Eva Meijer, Linguaggi animali (Nottetempo), che con chiarezza ci mostra come nello studio dell’universo animale sia intervenuto un salto qualitativo determinato dalle acquisizioni relative al livello espressivo. 

 

La nascita di un nuovo modo di relazionarsi con gli animali ha un’origine nel Settecento illuminista, quando si sviluppa per la prima volta una considerazione che supera il meccanicismo cartesiano dominante (Voltaire definisce “meschinità” la definizione degli animali come “macchine prive di conoscenza e di sentimento”), sfidando la visione gerarchica e antropocentrica. Nasce una corrente di pensiero che “si caratterizza per una vocazione interspecifica”, stabilendo che “gli animali, al pari degli umani, posseggono uno statuto morale autonomo e l’interesse fondamentale a non soffrire”. Prende avvio così la prima forma di empatia verso gli animali, di cui si comincia a riconoscere la capacità di soffrire come elemento decisivo per fermare qualsiasi forma di violenza nei loro confronti. “Se le bestie sentono, sentono come noi”, scrive Condillac. E il padre dell’utilitarismo, Bentham, individuando quello che sarebbe diventato “il principale paradigma interpretativo dell’antispecismo contemporaneo”, afferma: “la domanda non è ‘possono ragionare?’ né ‘possono parlare?’, ma ‘possono soffrire?’”.

 

A favorire la diffusione di queste idee, del resto, non si deve dimenticare “il clima di rinnovamento politico e sociale aperto dalle Rivoluzioni americana e francese a spingere nella direzione di rivedere lo status degli animali”. Nel corso dell’Ottocento l’attivismo zoofilo – indipendente dalle acquisizioni darwiniane – si origina nel quadro dell’umanitarismo dell’Inghilterra vittoriana. Del problema si interessano solo le élite urbane, che condannano l’abitudine a usare violenza verso gli animali che, secondo la loro prospettiva, è lo stigma delle classi popolari. La convinzione era che “incrudelire sugli animali predisponesse alla violenza verso gli umani e fosse un danno alla proprietà privata”. Verso la fine del secolo, se a Darwin si deve il merito di aver privato l’antropocentrismo “di qualsiasi base empirica”, è al filosofo e riformatore inglese Henry Salt, ispirato sia dall’evoluzionismo sia dai precursori del vegetarianismo come Pitagora e Porfirio, nonché dai bramini e dai buddisti suoi contemporanei, che si deve la formulazione di “un vero e proprio ius animalium”.

 

La rivendicazione dei diritti animali si configura come “un fatto di progresso morale e civile”, che frequentemente si incrocia con altre forme di contestazione dell’assetto sociale, quale il femminismo. Nel Novecento si moltiplicano le iniziative volte a proteggere gli animali e ad evitare loro sofferenze ingiustificate (si pensi alla diffusione dell’antivivisezionismo) e in tal senso un ruolo storicamente determinante lo hanno anche le due guerre mondiali, in cui uomini e animali combattono fianco a fianco. Dopo le ambiguità dell’animalismo totalitario, soprattutto nazista, indirizzato a tutelare le forme viventi superiori (umane e non) a danno di quelle ritenute inferiori, la svolta in ambito filosofico si colloca negli anni Settanta quando, “sull’onda del fermento intellettuale e politico prodotto dalla controcultura giovanile e dal rinnovato attivismo a favore dell’ambiente, degli animali e dell’emancipazione femminile”, vengono sviluppate le teorie di Peter Singer in Animal Liberation e di Tom Regan in The Case for Animal Rights.

 

Il loro approccio antiantropocentrico segna “una cesura netta con le precedenti forme di militanza zoofila, caratterizzate da un orientamento compassionevole, più che razionale, nei confronti degli altri viventi”. Singer fa dell’antispecismo il concetto portante, ritenendo che “sia la capacità di provare dolore e piacere il paradigma distintivo della classe delle persone moralmente rilevanti: tutti gli umani, ma anche gran parte degli animali”. Il vegetarianesimo, quindi, diventa “un obbligo morale”. Regan ritiene che l’attribuzione dei diritti morali dipenda dal valore intrinseco dei “soggetti-di-una-vita”, ovvero “gli esseri con desideri, interessi, speranze, memoria, senso del futuro, con una vita emotiva e un’identità psicofisica”. Di fatto comprende tutti gli esseri umani, “ma anche tutti gli altri mammiferi sopra l’anno di età”. Dopo Singer e Regan l’etica animale si è declinata in due orientamenti: l’etica della responsabilità umana, “che pone l’accento sui doveri dell’uomo nei confronti degli animali e della natura”, e “l’etica della liberazione animale”, fondata sull’idea della “concessione dei legal rights agli esseri animali”. Posizioni sottoposte comunque a forti critiche, perché se la prima corregge l’antropocentrismo senza negarlo, la seconda si infila nella strettoia di “utilizzare il concetto di diritto nei confronti degli animali”. Non a caso ultimamente sta facendosi spazio un’etica fondata sull’esaltazione dei sentimenti, dell’empatia e dell’immaginazione, decisamente più percorribile. 

 

Certamente gli sviluppi della relazione uomo-animali nel Novecento non mancano di contraddizioni. Mentre è cresciuta l’attenzione verso gli animali si è verificato infatti un progressivo aumento del loro sfruttamento come conseguenza dell’incremento del consumo di carne. E non a caso il macello, a partire da quello di Chicago, è diventato il modello dei campi di concentramento nazisti. “Amati e indossati, viziati e mangiati, usati per le guerre, la scienza e i divertimenti, (gli animali) sono oggetto di un vero e proprio cortocircuito emotivo fatto di dilemmi e paradossi”. Paradossi resi sempre più evidenti dallo spropositato aumento degli animali d’affezione che, soprattutto negli ultimi trent’anni, sono diventati parte delle famiglie che li adottano. 

Se fino ad ora la crescita della considerazione verso gli animali risponde a presupposti di carattere prevalentemente emotivo e/o filosofico, diventa destabilizzante la recente scoperta, di cui ci parla Eva Mejier, che gli animali sono – probabilmente tutti – dotati di autocoscienza, di un sistema cognitivo anche molto avanzato e di un linguaggio altrettanto attrezzato. 

 

Oggi la biologia definisce l’intelligenza come la capacità di far fronte a sfide di ogni specie. Poiché la maggior parte degli animali non si esprime nel linguaggio umano, siamo portati a credere di non poter risalire ai loro pensieri o addirittura a ipotizzare che non abbiano alcuna attività di pensiero. Ma, se gli “altri animali” si esprimono e percepiscono il mondo diversamente, presentano anche molte affinità con noi. Certamente per posizionarci correttamente nei loro confronti bisogna superare numerose barriere, a partire da quella implicita nel termine “animali”, che “crea l’impressione che esista un confine tra gli esseri umani e tutti gli altri animali”, percezione che accresce l’antropocentrismo. “Ma se arriviamo a guardarli, ad ascoltarli e a capire meglio ciò che dicono, possiamo farci un’idea più precisa dei loro mondi e della loro esperienza”, anche se, inevitabilmente, “una certa misura di antropomorfismo è inevitabile” perché “non abbiamo accesso a una realtà oggettiva”. 

 

 

Mejer esplora le varie possibilità linguistiche del mondo animale. A partire dalla capacità di alcuni di far ricorso a parole umane. La procedura si fonda sul mimetismo, che tra gli umani favorisce la comprensione e che è particolarmente evidente tra i pappagalli e le scimmie, in cui sono presenti i neuroni specchio, ma anche tra i cani che tendono col tempo ad assomigliare all’umano con cui convivono. Gli esiti del mimetismo sono talvolta sorprendenti. Scimpanzé e gorilla hanno dimostrato di saper imparare ampie porzioni del vocabolario umano basandosi sul linguaggio dei segni, mentre nella comunicazione con cani e cavalli sembra evidente che “gesti, postura, contatto visivo, tatto e altre forme di interazione contino più del lessico umano”. Il motivo per cui i primati non parlino non è chiaro. L’ipotesi di una diversa forma della loro laringe è prevalente seppur contestata, ma si è individuata anche una piccolissima area del cervello legata a questa abilità che sembra determinata geneticamente.

 

Del resto, pur essendo incapaci di parlare, i primati usano un gran numero di gesti e di vocalizzazioni

I delfini hanno un linguaggio molto complesso, ma i suoni che emettono sono così acuti da essere in gran parte non percepibili da orecchio umano. Si sono fatti tentativi di traduzione, ma per leggere adeguatamente i loro messaggi dobbiamo capire quando li usano e come si inseriscono nel più ampio contesto delle loro vite. Con certezza si può dire che gruppi di delfini abbiano il proprio dialetto. L’elefante indiano Batyr e quello indiano Kosik, cresciuti in cattività, hanno imparato a usare parole umane anche se non si sa se ne comprendano il senso. Gli elefanti parlano continuamente tra loro, ma noi non sentiamo se non una parte dei suoni che emettono, troppo gravi per il nostro udito. Hanno due voci, possono parlare con la bocca e con la proboscide. Col linguaggio si ritiene che comunichino informazioni, ma anche emozioni, intenzioni e caratteristiche fisiche. Designano i rapporti di parentela e probabilmente sono anche in grado di riferirsi a concetti astratti. Gli elefanti costruiscono comunità complesse anche grazie alla loro buona memoria e si ipotizza che abbiano una cognizione astratta della morte. Tra gli uccelli, i corvidi emettono versi specifici per dire “essere umano”, “gatto”, “cane” e sono anche capaci di distinguere tra due gatti. Non dimenticano mai un volto.

 

Nascondono il cibo, dando prova di buona memoria. Comunicano anche attraverso i gesti e sanno affrontare rompicapi complessi. Le cornacchie, i corvi, le gazze tengono cerimonie funebri per i membri del gruppo: si radunano intorno al parente o all’amico morto e cominciano a rumoreggiare. Rifacendosi a Wittgenstein, Mejier sottolinea come il linguaggio sia un fenomeno sociale: poiché si vive all’interno di comunità con animali umani e non, questi ultimi influiscono sul nostro vocabolario. Nel pensare al significato di un concetto per gli altri animali dobbiamo tener conto di tutto questo. Noi scopriamo il dolore osservando il dolore di altri animali, che è già incluso nel concetto di dolore. Di conseguenza gli animali non devono soddisfare un certo standard cognitivo per avere accesso a un concetto, perché attraverso i loro pensieri e le loro azioni ne fanno già parte. 

In definitiva l’apprendimento di parole umane è un processo artificiale concepito dall’essere umano, da cui comunque possiamo ricavare qualche informazione sugli altri animali, su come ragionano e imparano, sulle loro culture, sulla loro memoria.

 

Più complesso è cercare di capire cosa gli animali si dicano tra di loro, ma è indiscutibile che il mondo è costantemente percorso da centinaia di linguaggi diversi, di cui abbiamo avuto finora solo un sentore approssimativo (i limiti fisiologici ci rendono impossibile la percezione del canto dei topi o dei suoni dei pipistrelli). Di fatto, riprendendo l’idea di una grammatica universale formulata da Noam Chomsky, esistono strutture linguistiche interne degli individui sociali. 

Grande rilevanza hanno i richiami d’allarme. Pur essendoci un frequente richiamo al suono (le galline), alcuni sono segnali olfattivi: i gasteropodi attaccati emettono suoni e rilasciano feromoni. Così le api. 

La comunicazione tra animali assolve a funzioni che sono anche caratteristiche della nostra specie. Tutti gli animali che stanno sotto lo stesso tetto, per esempio, si salutano continuamente. I babbuini si salutano attraverso un rituale di estrema complessità. Col linguaggio poi si rivela la propria identità. I delfini e i pipistrelli si chiamano per nome. L’identità si comunica non solo attraverso la voce ma anche attraverso gli odori. Molti animali usano tracce olfattive presenti negli escrementi e nelle urine. I serpenti e i gatti hanno l’organo di Jacobson sul palato, chemioricettivo, che fa parte del sistema olfattivo.

 

Le loro lingue captano particelle di odori presenti nell’aria quindi le immagazzinano nell’organo di Jacobson, che ha due aperture e permette di annusare il mondo in stereo. I lupi ululano più forte e più a lungo quando si rivolgono a individui con cui hanno un legame particolare. Gli ululati dei coyote trasmettono informazioni sulla loro identità. Gruppi diversi della stessa specie sviluppano dialetti propri, così le balene e le cinciallegre. L’esperimento dello specchio (si attacca un cerchietto rosso sulla testa dell’animale e lo si mette davanti allo specchio, se cerca di toglierselo ha consapevolezza di sé) dimostra che elefanti, gazze, scimpanzè e maiali hanno autoconsapevolezza. I cani dimostrano di averla attraverso l’esperimento della neve gialla: posti di fronte a varie tracce di urina disperse nella neve, tendono ad avere poco interesse per la propria.

 

Il linguaggio è particolarmente necessario quando gli animali, per cercare cibo e crescere la prole insieme, vivono in comunità: le formiche operaie lasciano una scia olfattiva per indicare la presenza di cibo. Le api senza pungiglione, i melaponini, comunicano la presenza del cibo con un vasto repertorio gestuale. Le abitudini alimentari rivelano la memoria della specie, ma vantarsi di aver trovato cibo è un modo per fare colpo. L’accoppiamento è un momento in cui lo sforzo comunicativo dà esiti spettacolari: il calamaro della barriera usa i cromatofori presenti sulla sua pelle per cambiare colore contraendo i muscoli e attirare la partner. Moltissimi pesci si avvalgono del colore come mezzo di comunicazione e adottano il camouflage. Alcuni animali, come i granchi violinisti e i fenicotteri, “danzano per attirare l’attenzione dell’oggetto dei loro desideri e mostrare le proprie qualità”. Ma anche nei conflitti si fa uso di linguaggio e gesti, spesso proprio per evitare che lo scontro si verifichi. Su un altro piano, il gioco è uno dei modi prediletti per la comunicazione. In definitiva il linguaggio animale sembra dare ampio spazio alle emozioni: noi siamo come loro, la differenza, come già notava Darwin, non è qualitativa ma solo quantitativa. Gli animali domestici sono spesso bilingui.

 

I gatti adulti miagolano solo per rivolgersi agli umani. I cani abbaiano anche tra loro, come i cuccioli di lupo, ma avendo effettuato un lungo percorso insieme ai sapiens sanno leggere con precisione le nostre azioni e comunicano con noi con l’intero corpo, accentuando le componenti di cooperazione, empatia e collaborazione necessarie al mantenimento del “patto” con gli umani. Di fatto gli animali domestici che convivono con noi incrociano la loro cultura con la nostra. Tra le specie d’allevamento, i maiali hanno forti legami sociali, e hanno raffinate capacità linguistiche, come dimostra anche lo sviluppo notevole della corteccia prefrontale. Le galline usano la vista, il tatto e gli odori per trasmettere informazioni sul presente, passato e futuro. Una comunicazione molto sottile vige tra animali da pascolo. Tra le forme di comunicazione che gli animali addomesticati mettono in atto con noi c’è la resistenza a compiere un’azione, una forma di protesta contro cui c’è talvolta poco da fare e che potrebbe essere una delle molle che ha contribuito alla sostituzione degli animali da lavoro con macchinari, avviando la Rivoluzione industriale.

Lo studio del linguaggio evidenzia che siamo solo all’inizio di un percorso. Che per essere affrontato richiede però un passaggio essenziale: da oggetti di studio gli “altri animali” devono diventare soggetti. La “lezione” che, per primo, ha sviluppato Konrad Lorenz. 

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