Rete, vita e natura

In maniera garbata e convincente, quello che ci propongono Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi è una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere il mondo, un rovesciamento di prospettiva che coinvolge tutto e tutti e indica un’altra direzione per la cultura umana. Capra è un noto fisico e saggista, negli anni Settanta il suo Tao della fisica ha rappresentato un primo concreto tentativo di vedere connessioni fra le visioni della fisica occidentale e discipline spirituali orientali, in particolare Buddismo, Induismo e Taoismo. Pier Luigi Luisi è un chimico di fama internazionale che si occupa in particolare dell’origine della vita e dell’auto-organizzazione dei sistemi naturali e sintetici. 

 

Il loro The systems view of life, è un testo del 2014 uscito in italiano nel 2020 per le edizioni Aboca con il titolo Vita e Natura, Una visione sistemica. È un volume ponderoso, 760 pagine in cui i due autori, con un’andatura che ricorda quella di un tranquillo maratoneta, attraversano alcuni dei più importanti paesaggi della cultura umana, dalla fisica alla biologia alle scienze sociali, guardandoli quasi con nostalgia per passare oltre, guidati da una visione che passo dopo passo, pagina dopo pagina, diventa inesorabile, certa, inevitabile. È un lungo addio al modo di vedere il mondo che abbiamo adottato in occidente dopo il Seicento, quattrocento anni di visione meccanicista che oggi ha ormai esaurito il suo compito e si appresta a lasciare il campo ad altre visioni. Quella che analizzano i due autori è la visione sistemica. “Il concetto basilare della concezione sistemica è che siamo contornati da sistemi complessi, formati cioè da varie parti e componenti, che si giustappongono e interagiscono l’uno con l’altro, così che non ha senso, per studiare e capire il sistema stesso, isolare i singoli componenti e studiarli separatamente dal contesto globale.”

 

Da una parte l’idea del mondo come macchina, dall’altra l’idea che lo vede come rete. “La tensione essenziale è quella fra le parti e l’insieme. L’attenzione data alle parti è stata chiamata visione meccanicista, riduzionista o atomista; quella data all’insieme, invece, visione olistica, organicista o ecologica. Nella scienza del XX secolo la prospettiva olistica è diventata nota come sistemica e la visione che essa implica come pensiero sistemico.” Sono prospettive da sempre presenti nei ricercatori della verità, e partono da domande differenti. “Lo studio della materia inizia con la domanda: di cosa è fatta? Ciò conduce alla nozione degli elementi fondamentali, i mattoni della materia; alla misurazione e alla quantificazione. Lo studio della forma si chiede invece qual è il pattern? E ciò porta all’idea di ordine, organizzazione e relazione. Invece che alla quantità porta alla qualità; invece della misurazione richiede la mappatura.”

 

È stato questo passaggio in cui si evocano le mappe che mi ha fatto drizzare le antenne. In ogni presente esistono indizi, tracce, emergenze solitarie che a volte non indicano nulla, altre sono segnali di un mondo che sta emergendo dalle rovine del precedente che continua imperterrito a ignorarli, sino a quando qualcosa con un sorriso ne rivela la fine e continua il cammino al suo posto. Mappe, rete, sistema, complessità, tutte zone di un immaginario che inequivocabilmente è sempre più presente e attivo, zone che prese da sole sembrano isole in un mare d’altro, che oggi invece iniziano a formare un arcipelago troppo organizzato per essere insignificante. 

 

Secondo gli autori è agli inizi del XX secolo che un nuovo modo di pensare nasce dai biologi organicisti che elaborano il problema della forma rifacendosi tra gli altri a Goethe e Cuvier, elaborando un nuovo “pensiero sistemico” che si esprime in termini di connettività, relazione, configurazioni e contesto. “Secondo la visione sistemica un organismo o sistema vivente è una totalità integrata le cui proprietà essenziali non possono essere ridotte a quelle delle sue parti; esse invece emergono dalle interazioni e dalle relazioni fra le parti.” La stessa ecologia emerge da questo approccio e ne fa parte integrante. “…l’inizio del XXI secolo è modellato da un profondo cambiamento di paradigma, caratterizzato dal passaggio dalla metafora del mondo come macchina a quella del mondo come rete o network. (…) Può anche essere definito visione ecologica, se il termine ecologico è inteso in un senso più ampio e profondo. La consapevolezza ecologica profonda riconosce la fondamentale interdipendenza di tutti i fenomeni e il fatto che, come individui e come società, siamo tutti integrati nei (e in ultima analisi dipendiamo dai) processi ciclici della natura.” 

 

Il termine sistema deriva dal greco syn + histanai, mettere insieme, comprendere le cose sistematicamente significa metterle in un contesto stabilendo la natura delle loro relazioni. “In tutto il mondo vivente troviamo dei sistemi viventi inseriti all’interno di altri sistemi viventi. (…) L’emergere del pensiero sistemico ha provocato una profonda rivoluzione nella storia del pensiero occidentale. Credere che in ogni sistema complesso il comportamento del sistema nella sua interezza possa essere compreso completamente studiando le proprietà delle sue parti è il fulcro del paradigma cartesiano. (…) Per la scienza del XX secolo il fatto che i sistemi viventi non possano essere capiti attraverso l’analisi è stato un grande shock. (…) Analizzare significa separare qualcosa in parti per poterlo comprendere; pensare in modo sistemico significa contestualizzarlo all’interno di una totalità più grande. (…) In natura non esistono sopra o sotto, e non ci sono gerarchie. Ci sono solo reti annidate dentro altre reti.” L’intero è più della somma delle sue parti è una definizione del 1890 del filosofo austriaco Christian von Ehrenfels divenuta una formula chiave del pensiero sistemico. 

 

 

I sistemi viventi come rete, come ecosistemi complessi riportano alla mente da una parte l’idea di Panikkar (2003) dell’individuo concepito come nodo all’interno di una rete di relazioni, dall’altra il fatto che il nostro corpo è composto non solo delle “nostre” cellule, ma da un numero superiore di batteri e simili che in noi, per noi e con noi vivono in un rapporto di simbiosi totale che rende obsoleta la domanda: chi sono io? spostandola verso una riflessione sul rapporto indissolubile che ogni vivente ha con il proprio ambiente. Nel 2019 Kathleen Wallace, docente di filosofia alla Hofstra University di New York, ha pubblicato il saggio The network self: relation, process, and personal identity, in cui lavora sulla teoria del sé come rete, un’idea che ha preso corpo verso la fine del novecento in particolare da correnti di pensiero della comunità e del femminismo che sostengono visioni relazionali indicando l’importanza del radicamento sociale, della relazionalità e dell’intersezionalità del sé. La teoria del sé come rete sostiene che il sé è composto di diversi generi di relazioni, sociali, fisiche, genetiche, psicologiche emotive, biologiche che nell’insieme formano un sé-rete mutevole e continuo. 

 

Trovo l’idea del pensiero sistemico estremamente feconda in quanto permette a molti campi della cultura di fare un passo in avanti. L’inadeguatezza dell’approccio meccanicista durante il Novecento si era avvertita prima come un fastidio, poi come un senso di incompletezza che ha portato molte discipline verso uno stallo, un esaurimento. In antropologia può essere vista nella prospettiva sistemica l’attenzione crescente verso le culture non umane. In architettura la filosofia di base del Movimento Moderno, nato peraltro ironicamente negli stessi anni in cui Heisenberg formulava il principio di indeterminazione che ha minato alla base la fisica classica, è in tutta evidenza figlia diretta del pensiero meccanicista, l’idea di “casa come macchina per abitare” di Le Corbusier è un esempio chiaro di un modo di affrontare il problema dello spazio che oggi ha esaurito il suo compito e aspetta di essere integrata o meglio, superata da una concezione che può trovare nell’approccio sistemico e organico una soluzione. In questa disciplina peraltro l’idea di un’architettura organica non è affatto nuova, anzi, attraversa tutta la storia dell’abitare indigeno del mondo e in occidente è emersa nelle opere di Gaudì, Frank Lloyd Wright, nei seguaci di Rudolf Steiner, nelle ricerche degli anni Sessanta e Settanta fino alle ultime proposte delle costruzioni ecologiche in terra cruda e con materiali vegetali. 

 

È evidente che ogni direzione di pensiero si porta dietro uno strascico inevitabile, come se il vento cambiando direzione aprisse porte e scoperchiasse botole chiuse da anni o da secoli. Il pensiero meccanicista ha portato per esempio a un’insostenibile specializzazione, all’abitudine di studi a camera stagna, come a un rifiuto totale di ogni dimensione spirituale. La direzione sistemica ha molti rischi in questo senso, tutta l’ondata New Age degli anni Novanta è figlia di questo vento, l’abitudine che sta montando da parte di chiunque abbia la bocca di sentirsi in grado di parlare di fisica quantistica paragonandone immaginarie leggi ad antichi testi sapienziali, un certo annacquamento dell’approccio scientifico che sta facendo proliferare improbabili sciamani con il loro corteo di demoni che hanno già iniziato a far sentire i loro nauseabondi effluvi, sono solo alcuni dei rischi del nuovo vento. In realtà è un vento che necessita di uno sforzo maggiore, molto difficile da sostenere. Quello che questi autori ci stanno prospettando è un mondo molto più complesso da capire di quello di prima. 

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