Dove stiamo andando? Dove si nasconde il futuro che ci aspetta? Quali che siano i nostri tentativi di rispondere a una simile domanda, la risposta ultima rimane sempre avvolta nel silenzio, perché il futuro è per definizione insondabile, inafferrabile. Si preannuncia attraverso indizi, tendenze che delineano scenari possibili, ma quel che poi avverrà davvero noi non lo possiamo mai sapere in anticipo. Il futuro si avvicina sempre, incombe sempre, ma incombendo tace. Ciò significa che trovare le parole per dire il futuro e per orientarci verso il futuro, implica il confronto con una parola preliminare a sua volta indefinibile e sfuggente. E questa parola preliminare è: “silenzio”. Silenzio è la parola che sempre s’interpone tra il futuro e noi. Di conseguenza, andare incontro al futuro, ascoltare i suoi segni, osservare i suoi indizi, porta a un confronto profondo con il silenzio, richiede l’esperienza abissale del silenzio. Perché è dal silenzio che potranno poi sorgere nuove parole per dire il futuro che ci si fa incontro. 

 

Faccio queste riflessioni mentre osservo un fotogramma tratto da Sopravvissuto – The Martian: un film di Ridley Scott, del 2015, dove Matt Damon interpreta l’astronauta Mark Watney, abbandonato da solo su Marte, perché erroneamente creduto morto dai suoi compagni di spedizione. Il fotogramma (che ho banalmente reperito su internet) mostra un immenso paesaggio desertico e roccioso, avvolto in una foschia rossastra dove, iperprotetto da una tuta spaziale, avanza un uomo solitario. L’uomo è ritratto in primo piano, di spalle, sul ciglio di un costone pietroso che precipita verso un immenso pianoro di dune, a loro volta delimitate, sullo sfondo, da un susseguirsi di monti rocciosi e deserti che si perdono verso un orizzonte sterminato e nebuloso. Si tratta di una scena che non può non richiamare il celebre quadro di Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818), dove vediamo, appunto di spalle, un uomo in piedi, fermo su un picco roccioso e intento a contemplare l’immensità del paesaggio di fronte a lui e sotto di lui: creste rocciose, profili di alberi, colline che emergono dalla nebbia e nella nebbia si reimmergono, fino all’ultimo orizzonte. 

 

Senza voler fare ovviamente alcun paragone tra il valore artistico del quadro di Friedrich e quello del fotogramma di Ridley Scott, colpisce di primo acchito la somiglianza tra le due scene: un uomo solo di fronte al mistero di un paesaggio naturale immenso che ci viene incontro portandoci solo il suo sterminato silenzio. Ma c’è una differenza sostanziale. Perché il viandante di Friedrich si trova di fronte a una forma del silenzio che può essere tradotta in bellezza, in incanto, in seduzione: la meraviglia di un infinito che ci chiama e ci dice che lì, in quella immensità, sta il segreto della nostra vita. Un segreto certo sfuggente, ma che può essere cantato, esaltato, tradotto in immagini alla nostra portata, alla nostra misura. Il che è appunto quanto Friedrich fa nel suo quadro: ci mostra lo smisurato, ma mostrandolo gli dà una forma, un’immagine interpretabile, traducibile in parole chiare, in poetici colori. 

 

Ma l’astronauta di Ridley Scott, invece? Anche per lui, e per noi che lo guardiamo, la situazione è apparentemente simile: un singolo uomo, posto di fronte alla grandiosità del cosmo. Ma questa somiglianza è solo relativa, perché in realtà noi non siamo più sulla Terra, bensì su Marte. E la forma del silenzio, su Marte, non è simile alla forma del silenzio sulla Terra. Il futuro che oggi sta arrivando per noi, e che all’inizio del XXI secolo ci permette di progettare proprio su Marte un nuovo futuro per l’umanità, ci pone infatti di fronte a un altro tipo di silenzio, un silenzio extraterrestre, marziano appunto. E chiederci allora che cosa sia mai questo silenzio che arriva da Marte, permette di chiederci oggi, in termini nuovi, che cosa sia a sua volta il silenzio, e quale futuro questo nuovo silenzio ci permetta di immaginare per noi oggi, qui sulla Terra. 

 

Per fare esperienza di questo silenzio marziano, però, dobbiamo abbandonare ora il film The Martian, e confrontarci invece con le immagini reali, non artisticamente rielaborate, che ci giungono davvero dal Pianeta rosso. Che cosa vediamo? Immensi pianori, rossastri e accidentati, dove grandi lastroni di roccia, con sassi puntuti sparsi qua e là, si alternano a dune di sabbia fine, e così alternandosi vanno avanti e avanti, fino al limite di remote colline, brune e ombrose, come inerti sotto un cielo di un rosa opaco ed estenuato… E così via, e così via. Guardo le immagini che in queste ultimi mesi ci stanno giungendo dal pianeta Marte, e provo non l’incanto che mi viene dal quadro di Friedrich, bensì un senso di sconcerto, anzi un vero turbamento, quasi si trattasse di immagini che m’interrogano sì su un piano personale, ma ponendomi domande a cui tuttavia non so più cosa rispondere. 

 

Com’è noto, il 18 febbraio del 2021 è sbarcato su Marte il rover Perseverance, che con il suo drone Ingenuity sta esplorando e fotografando a distanza ravvicinata un’area del pianeta detta regione di Murray Buttes. Si tratta di immagini ad altissima risoluzione: fotografie spaziali che ci mostrano con estrema nitidezza le rocce argillose e le creste rocciose dell’immenso paesaggio marziano. Istantanee del suolo di Marte ne abbiamo già viste ormai da diversi anni, ma queste di Perseverance sono talmente chiare e talmente numerose, da poter essere contemplate e addirittura “sfogliate” come una sorta di reportage, neanche fossero state scattate da un giornalista inviato quassù con la sua Leica e i suoi teleobiettivi. Le guardo attentamente, con ammirata curiosità, e però anche con inquietudine perché avverto – cosa senza senso – che simili immagini mi “vogliono dire qualcosa”, come se fossero dotate di una loro intenzione. O meglio, come se il paesaggio di Marte – una volta reso a noi visibile, dopo miliardi di anni in cui se ne rimaneva muto e chiuso in se stesso – ora che è stato finalmente disvelato e manifestato, si avvicinasse a noi per porgerci un messaggio, per dire proprio a noi qualcosa. Ma cosa? 

 

Questa strana sensazione di attrazione e repulsione che mi procurano tali istantanee spaziali dipende innanzitutto dalla doppia, contraddittoria constatazione a cui ci spingono. Da un parte infatti ci troviamo di fronte a un paesaggio assolutamente invivibile e privo di vita, una landa di totale desolazione dove, se mai mettessimo piede senza adeguate protezioni, periremmo nel giro di pochi istanti. Dall’altra, però, questo stesso paesaggio ci pare stranamente famigliare e già conosciuto, grazie alle sue forme così riconoscibili e a misura d’uomo. Sembra infatti un territorio molto simile, anzi quasi uguale, alle distese del Sahara o di qualche altro deserto terrestre. Il che poi ci spinge inevitabilmente a un’insensata fantasia, a un bizzarro desiderio. Guardando le scarpate giallastre di Murray Buttes, ecco infatti che nasce in noi la voglia di metterci in cammino lungo queste lande silenti e vuote, per andare a vedere cosa ci sarà mai dietro quelle colline brune che chiudono l’orizzonte, o al di là di quell’ultimo picco nero che intravediamo innalzarsi laggiù, verso il vuoto cilestrino del cielo.

 

 

Un po’ come se fossimo appunto nel Sahara o nel deserto di Gobi o di Atacama. Solo che quaggiù, sulla Terra, noi sappiamo per certo che, dopo un cammino magari anche molto lungo, a un certo punto incontreremmo un’oasi splendente di acque e palme; incontreremmo dei pastori con le loro mandrie; in una parola incontreremmo la vita. Sulla Terra infatti il deserto implica la vita, è l’altra faccia della vita; il deserto quaggiù è sì il luogo della morte, ma di una morte temporanea in quanto alternata alla vita, preludio alla vita nascosta dietro l’orizzonte. Ma su Marte? Sul Pianeta Rosso, anche se ne facessimo tutto il periplo, non incontreremmo altro che queste stesse pietre brunastre che già vediamo, non incontreremmo null’altro che un susseguirsi senza fine di crateri e burroni, di dune e picchi. Non avrebbe neanche senso dire che qui tutto è morto, perché qui la vita non c’è. E dove la vita non c’è, non si può nemmeno dire che ci sia la morte. 

 

Ed ecco allora la domanda vertiginosa, il quesito a cui non c’è risposta chiara. Che senso ha tutto ciò? Si nasconde qui un significato per noi, per il nostro futuro? Proviamo per un momento a porci la domanda dal punto di vista di un credente nel Dio biblico, nel Signore di cui ci parla l’Antico e il Nuovo Testamento. E dunque: quassù su Marte, e quassù fra le distese immense del cosmo, Dio c’è e ci viene incontro? Il Dio dell’Evangelo e di Gesù Cristo ci chiama anche da quassù? Da un certo punto di vista verrebbe subito da dire di sì: infatti, nell’universo infinito (di cui Marte è solo un minuscolo frammento). Colui che ci viene incontro è pur sempre il Dio creatore, il Dio del primo giorno che disse: «Sia la luce!». Anzi, proprio quassù possiamo avere il sentore di chi mai sia quel «Padre degli astri luminosi» di cui ci parla la Lettera di Giacomo (1, 17); possiamo intuire la potenza di quel Signore che «conta il numero delle stelle e le chiama tutte per nome» (Salmo 148, 4). Ma un simile Signore dell’universo può ancora essere chiamato un «Dio dei viventi», come lo definiva Gesù (Matteo 22, 32) – visto che quassù di vivente non c’è nulla? Forse ci troviamo qui di fronte a un “Gesù prima dell’incarnazione”, a un Figlio non ancora disceso su questa Terra, ma pur sempre Figlio, dato che «in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra» (Colossesi 1, 16)? 

 

Ma se è così, allora dobbiamo concludere che Dio non è solo il Dio della vita ma, prima ancora della vita stessa, è il Dio delle cose venute a esistere, il Signore e creatore delle nude, innumerevoli cose chiamate alla semplice e pur complicatissima esistenza di cose senza vita. Perché di questo possiamo avere ferma certezza: anche se rimaste al di qua della vita, le pietre desolate di Marte tuttavia ci sono, esistono, tanto che su di esse possiamo poggiare i piedi o, al posto dei piedi, una navicella spaziale. Dunque Dio, prima che un Dio della vita, è un Dio delle cose che ci sono, cioè un Dio dell’Essere? È un Signore di tutte le forme venute a esistenza, anche se rimaste al di qua della vita? E di un simile Signore possiamo noi pur sempre dire che è un Dio d’amore, poiché ama di amore smisurato anche le cose che non hanno vita, tanto da averle chiamate all’essere, all’esistenza? Domande vertiginose, domande senza risposta certa, ma che le immagini di Marte ci chiedono di formulare. Nel caso noi fossimo appunto credenti nel Dio biblico.

 

E se fossimo invece buddhisti e cercassimo il senso ultimo del mondo nel vuoto del Nirvana? Non è che magari il silenzio senza fine di Marte diventa un’immagine visibile della Quiete ultima e perfetta che, secondo il Buddha, si stende al di là delle sofferenze di questo mondo? Da un certo punto di vista forse sì. Proprio perché posto in un al di là della vita e della morte, il silenzio marziano diventa rivelazione dell’Oltre, dimostrazione che, abbandonate alle nostre spalle tutte le parole imperfette e relative del linguaggio umano, quello che ci viene incontro è la pienezza di un Vuoto dove ogni tensione si spegne per fare posto a un’Immensità silente di cui non si può dire nulla (qui non c’è più la vita e non ci sono più le parole umane) ma che tuttavia si dà, si mostra, continua e esistere pur in un al di là dell’essere e del non essere. Il paesaggio marziano allora avvalora e addirittura invera il cammino che il Buddha aveva indicato? Da un certo punto di vista, forse sì – come dicevamo. Ma da un altro punto di vista invece, assolutamente no. Perché il Nirvana buddhista ci porta nell’Inconcepibile del senza forma e del senza tempo, in un Incondizionato sganciato da qualsiasi materialità e da qualsiasi costrizione. Mentre il mondo marziano – le immagini ce lo mostrano bene – una forma ce l’ha eccome, così come è dotato di una materialità carica di storia, condizionata da tutti gli eventi che nel corso del tempo (miliardi di anni) l’hanno plasmata. Qui non siamo affatto in un vuoto senza forma, ma in un troppo pieno dove ogni sasso, ogni soffio di vento è causa ed effetto di tutto quanto gli sta attorno: come se Marte fosse l’immagine non del nirvana, ma proprio all’opposto del karma, un “megakarma” cosmico, in cui vi sono solo concatenamenti di cause ed effetti senza alcuna possibilità di sfuggirvi, mentre sulla Terra almeno ci si apre il cammino liberatorio che dal condizionamento del karma ci porta fino all’Incondizionato del Nirvana… 

 

E se invece fossimo atei accaniti? In tal caso potremmo sostenere con convinzione che solo apparentemente il silenzio di Marte sembra volerci rivelare qualcosa, solo per una nostra proiezione ci immaginiamo che esso rimandi alla parola del Dio creatore oppure al silenzio del Nirvana. In realtà questo silenzio non può racchiudere nessun mistero, non può rimandare a nessuna sovrarealtà metafisica o spirituale, perché si tratta di un silenzio del tutto privo di un senso ulteriore: non ci spinge fino all’incontro con il Dio della parola o con l’Assoluto del Silenzio, ma ci svela semmai l’assenza di qualsiasi trascendenza. Il cosmo – sembra dire all’ateo il paesaggio silenzioso di Marte – è quello che è nella sua pura materialità, il suo significato si esaurisce nelle spiegazioni che la scienza può dare, la storia passata e futura di Marte può essere indagata solo analizzando le sue rocce e la sua atmosfera. Se mai dovesse proprio rivelarci qualcosa, il silenzio di Marte ci rimanderebbe unicamente alla non esistenza di Dio e di qualsiasi significato ultimo del cosmo… Al tempo stesso però non potremmo negare che forse la presenza di un inafferrabile e misterioso sovrasenso trascendente si manifesta proprio attraverso l’apparente mancanza di senso. Una mancanza apparente di qualsiasi sovrasenso, dove quest’ultimo però lascia ugualmente trapelare la sua presenza giusto attraverso l’impressione perturbante e inafferrabile che un sovrasenso nonostante tutto ci sia e ci stia chiamando. Così, quello strano silenzio di Marte – che sembra volerci dire qualcosa nello stesso momento in cui di fatto non ci dice niente o non si capisce cosa mai potrebbe dirci – non sarebbe più la dimostrazione che non esiste alcuna trascendenza ma tutto all’opposto l’indizio che invece una trascendenza esiste eccome e ci sta addirittura chiamando. E così eccoci ritornati al punto di partenza.  

 

Ma allora? Allora il silenzio di Marte ci attrae e ci inquieta proprio perché conferma e al tempo stesso smentisce qualsiasi affermazione noi possiamo sostenere su di esso. Se sembra volerci dire qualcosa, esso rimane al fondo ininterpretabile, sfugge a qualsiasi definizione. Sembra acconsentire a tutto quello che vorremmo proiettare su di esso, senza però avvalorare nulla di quanto stiamo dicendo. E dunque? Dunque proprio qui si nasconde forse il senso ultimo del silenzio che ci viene non solo da Marte, ma dal nostro futuro. Perché, come per il paesaggio di Marte, anche il nostro futuro sfugge a qualsiasi rappresentazione precisa, a qualsiasi risposta conclusiva; e però, al tempo stesso, ci spinge a una continua interrogazione. Il silenzio non può mai essere tradotto in parole definitive, perché – essendo appunto fatto di silenzio – giace da sempre e per sempre prima del linguaggio, nei silenti primordi del linguaggio, e si rifugia al tempo stesso nell’al di là del presente, in un futuro che è per definizione oltre la nostra portata, e oltre la portata del linguaggio. Ma proprio per questo, proprio perché rimane senza un significato definito, il silenzio si rivela riserva inesauribile di senso, fonte sorgiva e inesausta dalla quale scaturiscono ogni volta parole nuove per tentare di dirlo, quel silenzio, e abisso finale dove le parole sempre si spengono. 

 

In definitiva, “silenzio” è una delle prime parole che incontriamo, quando cerchiamo di creare un dizionario per orientarci in relazione al futuro. Perché il futuro, come dicevano, tace per definizione; e tuttavia, pure senza dir nulla, ci chiama, ci invita a dirlo, a trovare nuove parole per dirlo, quel silenzio, e per immaginarlo, quel futuro. In altri termini, il silenzio ci dischiude la via per il futuro. Fare esperienza profonda del silenzio ci permette di prepararci a immaginare il futuro, un futuro di senso per noi.  

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Opera di Christiane Spangsberg.