Simon Garfield, Il miglior amico del cane

Tra le numerose suggestioni che ci offre Il miglior amico del cane del divulgatore inglese Simon Garfield (Ponte alle Grazie, trad. di Alessandro Peroni), ce n’è una che lascia il segno: “Persone che difficilmente mi saluterebbero se camminassi da solo ora chiacchieravano rilassate con me; se sono con il cane, gli altri mi considerano più affidabile, meno minaccioso, più dolce. Avere un cane, mi resi conto una volta di più, non ci lega solo a un essere vivente ma a un mondo più ampio, un mondo responsabile e socievole, una comunità con uno scopo”. Che sia questo il segreto della relazione uomo-cane? L’uomo che diventa “can-uomo” ha qualcosa in più perché è parte di un gruppo più affidabile? Vede il mondo diversamente? Si comporta in un altro modo? Aveva allora ragione Nietzsche, quando affermava che “il mondo esiste grazie all’intelligenza dei cani”? O Temple Grandin, sostenendo che “gli animali ci rendono umani”? Il libro di Garfield – stratificato, colmo di traiettorie e spunti che sovrappongono le acquisizioni scientifiche più recenti a itinerari personali, col solo difetto di essere prevalentemente circoscritto al mondo anglosassone (peraltro patria della cinofilia contemporanea) – si propone di rispondere a queste e ad altre domande per andare alla radice della relazione uomo-cane, che mai come negli ultimi cinquant’anni si è fatta stretta, e, complici i progressi della genetica e della sociologia, si fonda sempre più su una migliore conoscenza del cane e del suo comportamento, autorizzandoci pure – per dare un’idea del tono medio a cui ricorre l’autore – “a parlare ai nostri cani in pubblico ad alta voce e senza vergogna” e, talvolta, a mettere in atto comportamenti non proprio esemplari. 

 

L’assunto di Garfield è chiaro: la relazione uomo-cane – la “nostra reciproca devozione” – percorre la storia dell’umanità. Se adesso ce ne rendiamo conto con evidenza, è perché ormai i cani sono entrati a pieno titolo nelle nostre vite. A loro diamo tutto, dai primi passi alle cure funerarie. Come figli, li nutriamo con accuratezza, li istruiamo, li portiamo in viaggio, li facciamo dormire con noi. Li abbiamo messi nei libri, nei quadri, nelle fotografie, nei film. Li usiamo per descrivere noi stessi. Li abbiamo coinvolti nelle nostre imprese più titaniche (la conquista dello spazio) e più folli (le guerre). E i cani non sono stati a guardarci, ma hanno imparato a capire rapidamente che cosa ci piace trovare in loro. Se questo è il presente, il patto tra le specie è però antichissimo. Lo dimostrano le incisioni rupestri che sono state scoperte nel 2017 nel Nord Ovest dell’Arabia Saudita, risalenti a un periodo tra l’8000 e il 6000 a.C., che rappresentano cani della razza Canaan Dog mentre azzannano uno stambecco al collo e al ventre. Alcuni di loro sono al guinzaglio, altri legati alla cintola del cacciatore, altri ancora sono liberi. Si tratta della prima testimonianza visiva dell’addomesticazione, che ormai viene unanimemente collocata tra i 40.000 e i 15.000 anni fa, in netto anticipo rispetto a quello che si supponeva alcuni decenni fa. Un contributo decisivo, in tal senso, è stato dato dalla genetica, anche se i quesiti irrisolti rimangono numerosi. Se, per esempio, non si può dubitare sulla derivazione dei cani dal lupo grigio, c’è chi, tra gli studiosi, propende per l’ipotesi che i cani siano stati addomesticati due volte da due distinte popolazioni di lupi a migliaia di anni di distanza e chi è invece dell’idea che sia avvenuta un’unica domesticazione di lupi. 

 

Certamente i cani si sono evoluti da lupi che cercavano cibo ai margini degli accampamenti umani quando eravamo cacciatori-raccoglitori. Come ha detto la psicologa canina Alexandra Horowitz, “i primi lupi-cani hanno sfruttato una nicchia ecologica: noi”. E, una volta che i cani e l’agricoltura si sono consolidati, ha sostenuto Mark Derr, “il lupo divenne concorrente, un nemico, addirittura, non perché cacciava noi ma perché si appropriava del nostro bestiame”. Col tempo poi gli uomini hanno selezionato i cani-spazzini facendoli diventare qualcosa d’altro. E i cani ci hanno messo del loro, cercando di imparare a fare qualcosa di più. In particolare, hanno accentuato il pedomorfismo, cioè il mantenimento di tratti infantili in età adulta. Nel giugno 2019 si è scoperto che “un muscolo responsabile dell’innalzamento del sopracciglio interno era presente in modo uniforme nei cani, ma non nei lupi”. Detto altrimenti: solo i cani possono assumere un’espressione somigliante a quella che “gli uomini producono quando sono tristi”, con il conseguente innesco di una reazione protettiva negli umani. I cani insomma hanno accentuato quegli elementi fisiognomici verso cui abbiamo particolare sensibilità e per questa via si sono progressivamente differenziati dai lupi. Orecchie a punta e muso allungato – l’impronta genetica più visibile dei lupi – sono oggi scomparsi dalla maggioranza dei cani, che hanno sviluppato invece nasi più schiacciati e orecchie più flosce. 

 

Un passaggio fondamentale nella relazione uomo-cane sta nell’attribuzione di un nome ai nostri animali di casa. Se all’inizio questo era una sorta di “etichetta pratica” – la lista di Senofonte (risalente al V secolo a.C.) indica nomi di cani che descrivono un’abilità o un temperamento particolare, come Thymus (Coraggio) e Phonax (Abbaiatore) –, col tempo il nome ha sempre più assunto connotati affettivi. Spinti dal desiderio di dare “un’identità profonda alle cose più preziose per noi” abbiamo compreso che “più il nome è umano, o più incarna qualità umane, maggiore è il rispetto che proviamo per il cane in questione, e più è evidente il desiderio che i nostri cani siano come noi”. È per questa via che sempre più i cani hanno i nomi che diamo ai nostri figli. Ma non solo. Spesso i cani contemporanei sono dotati di soprannomi che circolano però esclusivamente tra le mura domestiche (Ludo, il labrador di Garfield, è stato anche via via denominato Human Zoo, Hoofus, Norkus, Lucy, Humphrey, Skelmersdale, Chairman, Herman). La scelta del nome certo è dettata dalla moda, a meno che non si faccia come in Francia, dove, dal 1926, per legge, si dà al cane il nome che inizia con la lettera associata all’anno di nascita: il primo anno ci furono moltissimi Alphonse, nel secondo Beatrice, quest’anno tocca alla S. Nel 1972 le lettere K,Q,W,X,Y furono espunte perché i padroni non trovavano altri nomi oltre a Klaxon, Yves e Zut.

 

Scrive Garfield che “oggi tutto quello che fanno i cani è un segno e viene osservato come mai prima”. I cani sono studiati e osservati con scrupolosa attenzione. Il primo a usare questo tipo di sguardo nei loro confronti è stato Charles Darwin, che scriveva mentre la terrier Polly dormiva in una cesta ai suoi piedi. Nel suo L’espressione delle emozioni negli uomini e negli animali (1872), mette in luce uno straordinario sguardo empatico che lo conduce a descrivere il “sorriso” dei cani, a soffermarsi sul senso dell’abbaiare – da lui ritenuto comportamento non innato ma appreso –, sulla loro reazione di fronte a sconosciuti o al proprio padrone o di fronte ad altri cani, sulla loro capacità di sognare “una lunga successione di idee vivaci e coordinate”, di considerare vivi gli oggetti inanimati e di sottomettersi a un potere più grande, rendendosi così “candidati credibili a essere seguaci di una religione”. E oggi? Innanzitutto abbiamo valorizzato l’atteggiamento sentimentale mostrato da Darwin verso i cani, quello che si manifesta attraverso il cosiddetto PDS (Pet Directed Speech, linguaggio diretto agli animali domestici), che altro non è se non un adattamento evolutivo in grado di favorire “la regolazione e il mantenimento del rapporto tra padrone e cani”, ovvero di creare “un patto tacito con il cane: parlami in quel modo, e continuerò a fare quello che vuoi”. Del resto è noto che le coccole, anche per un breve periodo, determinano in cani e padroni un aumento di ossitocina.

 

 

Certamente Darwin aveva spesso visto giusto, ma su qualcosa si è sbagliato. L’etologo Stephen Budiansky è dell’idea che l’abbaiare non sia un comportamento appreso, “ma una caratteristica sviluppatasi da sé (…) dal rimescolamento genetico che si verificò quando i lupi divennero cani”. Abbaiare significa esprimere emozioni, dunque, e per l’uomo non dovrebbe essere difficile coglierne i significati (lo psicologo canino Stanley Coren ha redatto un vero e proprio “alfabeto degli abbai”). Ma anche il cane, d’altra parte, apprende velocemente che l’abbaiare produce risultati. Budiansky ha notato che i cani sono “magistralmente superstiziosi” e creano collegamenti tra azioni e risultati. Il cane abbaia perché è stato messo in una situazione in cui gli conviene di più abbaiare piuttosto che stare in silenzio. 

Sono tante le risposte che attualmente sappiamo dare a quelle domande sul comportamento dei cani che ci poniamo dal XVI secolo. Perché alcuni cani temono il contatto umano? Perché altri cercano gli uomini come se fossero le loro mamme? Perché alcuni sono socievoli con i propri simili ed altri perennemente angosciati? Gli esperimenti eseguiti a Bar Harbor sessant’anni fa sono stati decisivi. Cosa emerse? 

Innanzitutto che i primi cambiamenti importanti avvengono a tre settimane di vita, quando acquisiscono piena funzionalità gli organi di senso e il cucciolo comincia a mangiare cibo solido. Il periodo chiave della socializzazione è nelle prime cinque settimane. Cruciale è che i cani abbiano almeno qualche contatto con l’uomo nelle prime otto settimane. Per la separazione dalla mamma bisogna aspettare le dodici. settimane (altrimenti si ingenera un’insicurezza che ne condizionerà la vita). 

 

C’è un’altra osservazione di Darwin che non è più accettata dall’etologia: i cani producono vari movimenti facciali ma “diversi da quelli fatti dagli esseri umani in stati emotivi comparabili”. Se paura e felicità sono facili da individuare (dal movimento della coda e dal muso), “i padroni sono precipitosi nel credere di poter individuare facilmente la colpa o l’imbarazzo… è possibile che i cani non si sentano davvero in colpa e che la loro espressione colpevole sia solo un comportamento appreso”. La Horowitz rileva che le espressioni colpevoli sono “una reazione alle imbeccate del padrone piuttosto che il riconoscimento di un misfatto”. 

Altra scoperta. È certo che la musica rientri tra i piaceri canini. Nel 2017 un team di ricercatori dell’Università di Glasgow ha determinato che i cambiamenti benefici rilevabili con il cardiofrequenzimetro sono stati più intensi con il soft rock e il rag, seguiti dal pop e dalla musica classica. Si è ipotizzato anche che i cani possano avere “preferenze musicali individuali”.

 

Se gli uomini oggi capiscono i cani meglio che in passato, i cani sono diventati molto più bravi a capire gli uomini, di cui sono diventati, a tutti gli effetti, i veri guaritori, capaci di offrirci “un senso indefinibile di conforto”. Lo stesso che probabilmente loro provano quando sono insieme a noi. Non si tratta, peraltro, di un ruolo inedito. Nell’antichità i cani sono spesso raffigurati come guaritori. Asclepio, il dio greco della medicina, è spesso accompagnato da un cane. Tra i romani, il cane rappresenta un attributo curativo di Marte. Il dio celtico Nodens è frequentemente associato ai cani e alle capacità curative, perché i cani leccando le ferite favoriscono la guarigione. 

Nel nostro tempo le abilità del cane come animale di servizio sembrano illimitate. Qual è il motivo? Il segreto sta in primo luogo nel naso dove si trovano oltre 200 milioni di recettori olfattivi (l’uomo ne ha 5 milioni). Ma il naso dei cani è più raffinato del nostro perché i cani inalano dalle narici ed espirano da piccole fessure laterali, il che “permette una rotazione più veloce degli odori”. Un altro vantaggio è il secondo sistema sensoriale, posto sopra il palato, l’organo vomeronasale, volto a rilevare le molecole ormonali: è grazie a questo che i cani distinguono gli altri cani, che riescono a percepire lo stato d’animo di una persona e si muovono nel tempo: per mezzo dell’olfatto i cani riescono “a ricostruire una cronologia olfattiva ai piedi di un albero”. 

 

Anche se la celebrazione dei cani di servizio è iniziata in epoca vittoriana, le loro facoltà percettive sono state messe a frutto solo recentemente. Così ai nostri giorni ci sono cani addestrati a riconoscere gli attacchi epilettici e i tumori, cani che riescono a percepire il calo dei livelli di zucchero nei diabetici, ma anche cani capaci di migliorare il rendimento lavorativo (lo sanno alla sede di Amazon a Seattle dove ogni giorno entrano negli uffici settemila cani). 

Ma perché un cane sia in grado di farci semplicemente compagnia, perché un cane faccia il cane, è indispensabile che impari a convivere con gli uomini. Come ben sanno tutti gli addestratori, per educare un cane è necessario educare il padrone. Non ci sono cani difficili, solo padroni inesperti. E in aggiunta oggi l’egoismo dominante fa sì che molti si aspettino che i cuccioli arrivino a casa già educati. Temple Grandin, basandosi sull’opera pioneristica di David Mech, propone l’idea che i cani si siano evoluti per vivere con famiglie umane, cioè che la loro educazione debba avvenire dentro la famiglia. Non è rilevante che il maschio adulto (umano) debba imporsi come maschio alfa (idea desunta dall’osservazione dei lupi in cattività).

 

Gli studi recenti dimostrano che i cani hanno l’abilità cognitiva vicino a quella di un giovane umano. Gli esempi forniti da due border collie sono strabilianti: Rico, nel 2004, è riuscito a individuare duecento oggetti a comando, ma ha imparato anche a riconoscere i comandi specifici che gli indicavano dove metterli. Chaser, educata attarverso il gioco dal suo proprietario, un professore di psicologia in pensione (il gioco è più efficace del cibo come rinforzo per stimolare determinati comportamenti e i cani non si stancano mai di giocare), ha saputo distinguere ogni giocattolo presente in sedici casse di plastica. In tre anni ha imparato i nomi di 1022 oggetti e poi ha continuato ad impararne altri. 

Talvolta la nostra relazione col cane è condizionata dallo sfruttamento che ne facciamo. Lanciata nello spazio nel novembre 1957, a causa del sistema di raffreddamento inadeguato, Laika visse non più di cinque ore a bordo dello Sputnik 2, ma le vere circostanze della sua morte rimasero occultate per quarantacinque anni. Laika era stata preceduta da altri quarantaquattro cani, per lo più femmine, lanciati nello spazio in coppia, ad un’altezza di 100 km. Molti morirono. Dopo Laika furono lanciati altri trentaquattro cani, tra cui divennero famose Belka e Strelka, che orbitarono intorno alla terra per un giorno e tornarono vive. 

 

Altra forma di stortura è costituita dai cosiddetti “cani di design”, a partire dal labradoodle, incrocio tra il labrador e un particolare cane barbone nello stato di Victoria in Australia. Fino a poco tempo il cane di design era un “concetto vagamente vergognoso, macchiato dall’associazione con l’eugenetica” e il Kennel Club continua a rifiutarsi di ascriverli tra le razze riconosciute (l’ultimo ad averne ottenuto la possibilità è stato il jack russel terrier nel 2016). Ma oggi lo scopo del cane è essere grazioso e unico e in nome di questo fine vengono tollerati molti maltrattamenti. 

 

Il rapporto con le razze canine è un capitolo interessante. Perché si sceglie un determinato tipo di cane? Ci sono diverse possibili risposte. Prendiamo proprio quel cane e non un altro o per somiglianza di carattere o perché si pensa che ci completi o perché siamo alla ricerca un surrogato del bambino, o perché compensa un’attitudine di cui difettiamo o che vogliamo esibire. Nel complesso, comunque, le nostre decisioni sono bizzarre, casuali e talvolta sbagliate e ultimamente si è poco attenti a fattori come la longevità, la salute o il comportamento. Quanto è certo è che dall’Ottocento (l’epoca in cui nascono il Kennel Club e le esposizioni canine) il cane è diventato sempre più uno status symbol, che ci rappresenta e nel quale amiamo specchiarci. In tal senso si spiega la fascinazione che tra Otto e Novecento la popolazione europea ha avuto per i cani ammaestrati, o, soprattutto in Inghilterra, il grande successo delle corse dei cani. Ma anche la crescente presenza del cane in letteratura, nei fumetti e nei film, che prosegue anche con la proliferazione social dei cani colti in tutte le possibili forme che gli umani immaginano per loro, ma soprattutto nelle versioni del “cane buffo” che imperano su Instagram e discendono in qualche modo dai cani travestiti da umani fotografati da William Wegman. 

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