Un viaggiatore in cerca delle anime della città

A guardarlo da lontano, Jan Brokken potrebbe assomigliare a un moderno Kublai Kan. L’imperatore di Le città invisibili di Italo Calvino che, pur possedendo “un atlante dove tutte le città dell’impero e dei reami circonvicini sono disegnate palazzo per palazzo e strada per strada, con le mura, i fiumi, i ponti, i porti, le scogliere”, preferisce farsele raccontare da un visionario Marco Polo. Perché, in fondo, gli è indispensabile viaggiare con l’immaginazione, per ritrovare il segreto legame che unisce i luoghi ai loro abitanti.

    

Però, a leggere i suoi libri, ad ascoltarlo parlare, si coglie subito la differenza sostanziale tra lo scrittore olandese di Leida e l’imperatore immaginato da Calvino. A Jan Brokken, infatti, non basta trovare “la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”. Lui, da molto tempo, preferisce esplorare i territori con gli occhi. Trascina passi infiniti tra la polvere delle periferie e l’asfalto lucido delle città. E poi cerca la segreta alchimia dei luoghi nel racconto di chi li ha abitati. Seguendo percorsi di vita sospesi tra i prosaici problemi della quotidianità e la ricerca di una libertà interiore dettata dall’immaginazione.

    

L’anima dei luoghi parla a Jan Brokken. Ma non è l’astratto spirito di chi riempie la propria vita di fantasie sul trascendente che lui cerca. No, lo scrittore olandese, figlio di un pastore protestante (“Papà mi ha insegnato che esistono tante religioni, non una sola. Lo stesso diceva per la cultura. Lui amava leggere, nel mondo dei libri si sentiva a casa. Mia madre, invece, era una fantastica pianista”), preferisce sintonizzarsi con la vita e la cultura, con la letteratura e la musica, con le storie minime e la Storia dei posti che va a cercare sulla grande mappa del mondo.

     

In un passaggio del suo libro Bagliori su San Pietroburgo (tradotto nel 2017 da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo per Iperborea), Brokken ha sintetizzato in poche righe le coordinate del suo essere infaticabile viaggiatore e originale scrittore: “A ogni passo in questa città mi viene in mente un libro o mi risuona in testa una musica. È una scoperta continua”. E ancora: “Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia sul fiume, come uno stato d’animo che mi corrisponde per sempre”.

    

Non deve stupire, allora, se dopo il suo libro più conosciuto e amato, Anime baltiche (Iperborea 2014), la parola anima ritorna anche nel titolo del nuovo lavoro: L’anima delle città, appena tradotto da Claudia Cozzi per Iperborea (pagg. 338, euro 19). Ed è proprio lì, nel susseguirsi dei palazzi, nella ragnatela delle strade, al confine tra i centri urbani e la fuga di paesaggi che spinge l’occhio sempre un po’ più in là dell’orizzonte, che questo bibliofilo giramondo, esploratore, flâneur, fine osservatore e paziente ascoltatore, riesce a trovare il senso più segreto dei luoghi.

    

Nel nuovo libro, Brokken ha allargato di molto il suo punto d’osservazione. Per andare oltre le consuete suggestioni, si è inventato un viaggio che valica il tempo e azzera i confini. Ed è partito da un omaggio alla sua terra, iniziando il cammino di L’anima delle città con un racconto dettagliato della sintonia provata per Amsterdam dal compositore Gustav Mahler, nato a Kaliště in Cechia nel 1860 e morto a Vienna nel 1911. 

    

Ma poi, l’esplorazione prosegue liberissima trasferendosi dalla Bologna del pittore Giorgio Morandi alla Bergamo di Gaetano Donizetti; dalla Düsseldorf del controverso artista Joseph Beuys alla Parigi di quel genietto di Erik Satie. Senza dimenticare la San Pietroburgo di Dmitrij Šostakovič, la Vilnius dell’appartato musicista e pittore lituano Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, la Kyoto del filosofo Kitarō Nishida, la Cagliari di Eva Mameli Calvino, botanica, docente universitaria, celebrata in un francobollo come “eccellenza del sapere”. Per molti, soprattutto mamma dell’autore di Il barone rampante e di tanti altri splendidi libri.

    

C’è un passaggio, in questo viaggio che trasforma ogni pagina in un termitaio di storie, forse più caro degli altri a Brokken. Perché lo scrittore ritrova in un quadro del pittore olandese Meindert Hobbema, “Il viale di Middelharnis” dipinto nel 1689, un ricordo lontano. Una scheggia di memoria riportata alla luce dalla visione di quel dipinto che “emana una calma serena”. È l’immagine dell’innamoramento di Jan adolescente per la ragazza di suo fratello maggiore. Una liaison intensa e breve, culminata in un bacio che poteva spalancare desiderabili seguiti. Ma che è rimasto sfumato simbolo di un’impossibile educazione sentimentale.

    

L’anima delle città è come una seduta di analisi capace di scavare nell’inconscio dei territori. Li ascolta, li approfondisce, li racconta, fino ad arrivare al nocciolo del loro stesso essere. E di controcanto, i luoghi chiamano sul palcoscenico della memoria i suoi figli più famosi. Dando loro forma attraverso il ricordo di amici rimasti anonimi, di compagni di viaggio mai usciti dall’ombra dell’oblio.

    

“Ho imparato a capire il mondo attraverso gli occhi delle persone che incontro. Cerco di immaginarlo attraverso le parole di chi racconta”: Jan Brokken non fa mistero del fatto che anche lui, come scriveva Calvino in Le città invisibili, si ferma a osservare una cosa “quando l’ha riconosciuta per il segno di un’altra cosa”. 

Ospite al Salone del Libro di Torino, nei giorni scorsi, si è soffermato a chiacchierare su L’anima delle città e su tutto quello che le ruota attorno.

 

“La parola anima l’ho presa in prestito da Nikolaj Gogol’, dalle sue Anime morte – spiega Jan Brokken, felice di essersi rimesso in viaggio dopo lunghi mesi di permanenza forzata a casa per colpa della pandemia –. Nei miei libri cerco sempre di trasformare le anime morte in anime viventi. E poi, non smetto mai di lasciarmi affascinare da tutto quello che è lo spirito russo. Ho scritto tanto sulla letteratura, ma anche sulla musica, sull’atmosfera di San Pietroburgo e dintorni. E ancora non mi sono stancato.”

 

Questo nuovo libro è un ritorno al racconto delle anime dei luoghi e degli artisti, non solo baltiche?

Indubbiamente c’è un collegamento tra i due libri. L’approccio è lo stesso, questa volta ho allargato però i confini del mio narrare. C’è Parigi e la Francia, l’Italia, la Germania, l’Olanda, il Giappone. Tanti personaggi che non hanno proprio niente di baltico. Anche se, poi, finisco sempre per ritornare lì: a Vilnius in Lituania, a San Pietroburgo in Russia, a Aizpute in Lettonia.

    

 

Che cosa viene per primo: il personaggio che racconterà o la città abitata?

C’è una storia che riguarda Friedrich Chopin. Dice che il grande compositore, dopo aver osservato un gatto che cercava di mordersi la coda, scrisse uno dei suoi migliori pezzi musicali. Leggendo L’anima delle città penso sia normale chiedersi: che cosa viene prima, il luogo o il personaggio che l’ha abitato? Per me non c’è dubbio: le città si manifestano sempre per prime. Arrivo lì, annuso l’atmosfera, mi lascio invadere dalle sensazioni. All’inizio non so se quel posto mi detterà una storia. Magari non succederà niente. Non mi arriveranno le immagini giuste per spingermi a saperne di più, a pensare di scrivere qualcosa su ciò che vedo. A volte, per esempio, capita che mi innamori della vita di un artista talmente diverso da me, da spingermi, quasi da costringermi a occuparmi di lui”.

 

 È accaduto con Giorgio Morandi?

Non ho dubbi quando dico che Morandi era esattamente l’opposto di me. È nato a Bologna nel 1890 ed è morto lì nel 1964. Per 74 anni non si è mai spostato dalla città, nonostante gli inviti che gli arrivavano da molte parti del mondo: da New York, da Londra. Sognava di vedere Parigi, ma per lui la Ville Lumière è rimasta un miraggio. Non riusciva a vivere lontano dalla sua terra. Non si è mai sposato, ha vissuto con le tre sorelle in via Fondazza. Oppure in una casa fatta costruire a Grazzano, tra le colline, a trenta chilometri dal capoluogo emiliano. Da lì, poteva raggiungere Bologna in meno di un’ora.

 

Lei, al contrario, non sta mai fermo…

Il viaggio è la mia vita. La cosa che mi interessa di più è vedere sempre nuovi posti, parlare con persone che spendono il loro tempo in maniera diversa da me. Morandi, oltre a non viaggiare mai, dipingeva sempre gli stessi soggetti. Nature morte, vasi dai lunghi colli. Viveva come un eremita in un monastero. E allora mi sono chiesto: perché lui non ha mai lasciato Bologna e io, invece, sono uscito molto presto da Leida, la mia città olandese, per andare incontro al mondo?

 

Che risposta si è dato?

La mia infanzia, l’adolescenza non sono state felici. Ho dovuto lasciare Leida perché il rapporto con la famiglia non era buono. A differenza di Morandi: Andrea, il padre, era un commerciante che non approvava il suo desiderio di iscriversi all’Accademia di belle arti a Bologna. Aveva tutt’altri progetti per quell’unico figlio maschio. Ma la madre, Maria Maccaferri, riuscì a convincerlo che era giusto lasciarlo provare. Da allora, il pittore ha vissuto, tutto sommato, in armonia con i genitori e le sorelle. Ma anche con gli ambienti che frequentava. Non credo nutrisse nostalgia per non aver costruito una famiglia sua.

 

Bologna come una sorta di prigione volontaria?

Perché avrebbe dovuto lasciare Bologna? In fin dei conti, non è troppo grande né troppo piccola. Si mangia bene, è vicina alle montagne. C’è una luce fantastica, perfetta per un pittore. Morandi non aveva un rapporto controverso, complicato con la città. A differenza di Pier Paolo Pasolini: il padre dello scrittore e regista, Carlo Alberto, era un ufficiale di fanteria dalle idee fasciste. Non capiva niente del figlio, dei suoi interessi, dei sogni che aveva. Lo stesso potrei dire di Gioachino Rossini, anche lui penalizzato da un rapporto complicato con il padre.

 

Eppure la musica di Rossini è molto energetica. 

Se ascolti le sue composizioni non puoi non amare la vita. Ti illumina le giornate.

 

Tutti i libri che lei scrive sono pervasi da una grande passione per la musica. Questo amore ha radici profonde?

Mia madre era una pianista e organista. Tutti e tre noi figli abbiamo imparato a suonare il pianoforte. In famiglia la musica c’è sempre stata. La sera, quando stavo per addormentarmi nella mia stanza, la sentivo suonare Schubert al piano di sotto. Adoravo quegli attimi di sospensione tra la veglia e il sonno, abitati dalle note di un grandissimo compositore. Soltanto l’opera lirica mi è un po’ indigesta. La trovo pesante, soprattutto negli intermezzi recitati. Faccio un’eccezione per il Don Giovanni di Mozart, che mi comunica energia. Il mio miglior amico era Youri Aleksandrovič Egorov, il concertista che ho raccontato nel libro Nella casa del pianista. È morto troppo presto: aveva soltanto 34 anni.

 

Le note dettano il ritmo della sua scrittura?

Quando scrivo presto grande attenzione al ritmo del racconto. Lo leggo a voce alta, se l’ho finito, pur senza declamarlo. Cerco sempre di ascoltare la melodia delle parole, delle frasi, perché credo che scrivere sia qualcosa di molto simile al comporre musica. Altrimenti si finisce per indebolire la forza stessa delle storie.

 

Raccontando città e grandi personaggi a volte parla anche di sé?

Non mi piace parlare troppo di me. Trovo sbagliato mettere l’io dell’autore al centro dell’attenzione. Però, a volte, il caso ti porta a confrontarti con i ricordi. È capitato, come racconto in questo libro, che mi trovassi alla National Gallery di Londra a una mostra. Esponevano, tra l’altro, uno dei dipinti più importanti di Meindert Hobbema: “Il viale di Middelharnis”. Il pittore olandese era stato allievo di Jacob van Ruysdael nel XVII secolo. Pensando alla sua storia, al percorso umano e artistico, a quel quadro, mi sono ritrovato a riportare alla memoria un lontano episodio della mia adolescenza. Come fossi Marcel Proust con la madeleine che scatena la ricerca del tempo perduto.

 

Cos’è successo mentre guardava il dipinto?

È riaffiorato un ricordo. Mio fratello era più vecchio di dieci anni e quattro mesi. In un locale aveva conosciuto una ragazza, si era innamorato di lei. Fiene era bellissima, credo potesse avere 18 anni mentre io non superavo i 12. In quel quadro ho ritrovato la sua purezza e un bacio proibito che ci siamo scambiati. Per fortuna, quando mio fratello ha letto L’anima delle città non l’ha presa male. Forse perché sono passati tanti anni.

 

Nei suoi libri sono le microstorie a fare la Storia?

In tutti i miei libri cerco di trasformare la Storia in qualcosa di personale. Racconto vite dimenticate dentro grandi avvenimenti che hanno segnato il tempo. Mi interessano i personaggi marginali, accanto a quelli che hanno un posto fisso nella memoria. Raccontando Joseph Beuys ho cercato di capire perché la sua visione del mondo fosse così positiva, anche se lui era stato membro della gioventù hitleriana e pilota di un bombardiere dell’aviazione nazista durante la Seconda guerra mondiale. Rimasto ferito alla testa, portava sempre un cappello. Quando nessuno ammetteva ancora che la Terra sia vicina a una catastrofe ecologica, lui si è speso molto perché il partito dei verdi Die Grünen fosse ascoltato, votato.

 

 Come nasce il suo grande amore per la letteratura?

La famiglia di mia madre era russa. Ma questo, forse, non conta tanto. Credo, invece, che sia stata lei a spalancarmi il mondo fantastico della letteratura russa quand’ero un ragazzo. A 15 anni mi ha colpito una grave malattia, costringendomi a letto per un periodo lunghissimo. Vedevo solo luci e ombre, avevo gli occhi sbarrati. Dovevo stare disteso anche per dieci giorni di fila. Lei, temendo che impazzissi, ha cominciato a leggere per me. Soprattutto romanzi russi. È partita dai racconti di Puškin e Čechov, per passare poi a storie più lunghe come Anna Karenina di Tolstoj e Il dottor Živago di Pasternak. Il più bello in assoluto, diceva, era Guerra e pace. Al contrario, ha tentato di tenermi lontano da Dostoevskij in quel momento. Pensava che sarebbe stato pericoloso addentrarmi nel suo mondo mentre soffrivo così tanto. Infatti, l’ho scoperto molto tempo dopo. Avevo 22 anni.

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