Zerocalcare: macerie e memorie

All’indomani dell’uscita della serie animata Strappare lungo i bordi, che consegna l’universo del fumettista Zerocalcare (al secolo Michele Rech) all’inevitabile sovraesposizione mediatica garantita da Netflix, si è scatenato il delirio di commenti che accompagna ogni operazione culturale che unisce elementi provenienti da contesti diversi. Elementi che, come ci dimostra il successo di questa serie - divenuta la più vista in Italia nel giro di una settimana - potrebbero coesistere pacificamente, e piacere anche a chi abita al di fuori del Grande Raccordo Anulare ed è afflitto da diversi generi di “impicci”. Uno degli indubitabili punti di forza della produzione di Rech è infatti l’imprinting inconfondibile che ha fidelizzato negli anni una platea di fan reclutati non soltanto fra gli appassionati di fumetti, e che ha avuto senz’altro il merito di aprire la strada anche a molti altri nomi, secondo quello che Roberto Recchioni su "Esquire" ha chiamato “effetto Twilight”. 

 

 

La questione che si pone con Strappare lungo i bordi, semmai, riguarda la polarità di un dibattito che sembra sempre più perdere di vista le sfumature, la complessità, i diversi livelli di lettura e ricezione. 

Ci sono quelli che amano da anni il lavoro di Rech e l’ironica onestà con cui riesce a raccontare, tramite se stesso, un po’ della sua generazione; e quelli che lo trovano “troppo”: troppo ombelicale, troppo superficiale, soprattutto troppo romano. E se c’è chi si è sentito in dovere di compilare un dizionario minimo per spiegare espressioni come “accollo” e “rosicare”, c’è stato anche chi, per difendere la serie, ha scomodato l’intero parco autori del plurilinguismo stilistico, Gadda e Pasolini in testa

Allo stesso modo, mentre qualcuno pensa che questo fortunato esperimento possa aprire una via tutta nuova all’animazione italiana, secondo qualcun altro Strappare lungo i bordi è l’ennesima dimostrazione di come il Capitale sappia appropriarsi anche di ciò che ne vorrebbe restare al margine, trovando sempre il modo di guadagnarci. 

 

Tendenza comune a tutti questi gruppi è comunque l’irrefrenabile tentazione di spiegare, alla propria filter bubble e forse anche a se stessi, che cosa ci sia esattamente dentro queste sei puntate da circa venti minuti ciascuna. A giudizio di chi scrive, il motivo principale per il quale vale la pena di guardarle risiede nel fatto che Rech/Zerocalcare non dia neanche per un istante l’impressione di voler diventare un professionista del giovanilismo, né di pretendere di spiegare come si stia al mondo. Una sola massima sembra presiedere da sempre il suo lavoro e stagliarsi anche in questa occasione, gigante come un graffito su un muro di Rebibbia: da soli non si va da nessuna parte

 

Da tempo Rech accarezzava l’idea di cimentarsi con l’animazione e dare (letteralmente) voce all’universo dei suoi fumetti, operazione non riuscita nell’adattamento per il grande schermo del romanzo grafico La profezia dell’armadillo, girato da Emanuele Scaringi e presentato al Festival di Venezia nel 2018. Durante il primo periodo di confinamento, nel 2020, i video di Rebibbia quarantine, che raccontavano in maniera ironica ma molto lucida il periodo che stavamo tutti attraversando, hanno riscosso un grande successo sia sui social che in TV, grazie a Propaganda Live. Un banco di prova di quello che poi, complice il lavoro con Movimenti Production, Doghead Animation e Bao Publishing, sua casa editrice storica, sarebbe diventato Strappare lungo i bordi: una summa tematica e stilistica che, per quanto non sia un’assoluta novità per chi lo segue da tempo, è di certo un ottimo biglietto da visita per chi lo scopre per la prima volta. 

 

 

I topoi ci sono tutti: il personaggio Zerocalcare e le sue paranoie, l’amore per Rebibbia e per il punk, i centri sociali e la militanza politica di chi nel 2001 si è preso “le pizze in faccia” a Genova, la coscienza dispettosa in forma di Armadillo, le gag sulla fatica di prendere decisioni e un sentimento onnipervasivo di nostalgia, stavolta alimentato non solo dalla consueta, infinita gamma di citazioni, ma anche dall’azzeccatissima colonna sonora, firmata da un altro artista romano, il cantautore Giancane. 

 

E ovviamente non possono mancare gli altri: appunto perché da soli non si va da nessuna parte, tantomeno a fare un viaggio la cui meta è una tristissima resa dei conti con il tempo che passa e una vita molto diversa da come ce l’eravamo immaginata da bambini. Su tutti, spiccano i due amici Secco, straordinario campione di strafottenza e poker online, la cui massima si riassume in “A me non me ne frega ‘ncazzo, annamo a pijia’ ‘r gelato?”; e Sara, quasi una coscienza alternativa rispetto all’Armadillo, più pratica e a momenti altrettanto cinica, che ha il potere di rimettere nella giusta prospettiva il “vittimismo piagnone maschilista” di Zero. 

Una prospettiva totalmente egoriferita, come suggerisce il fatto che sia lui a doppiare tutti i personaggi (tranne l’Armadillo, un perfetto Valerio Mastandrea), ma che nel finale, marcato dal ritorno alla pluralità delle voci, lascia spazio a quello che è il vero senso di questo racconto di formazione. Cioè che, per quanto ciancicati o ritagliati più o meno intorno ai bordi, “tutti i pezzi de carta so’ bboni pe scaldasse”. 

 

Un concetto che era già alla base di un precedente lavoro di Rech, Macerie prime (2017): un grande racconto a fumetti della precarietà esistenziale di una macro-generazione che va dai venti ai quarant’anni, e che – al di là delle difficoltà economiche, lavorative, relazionali – fatica sempre di più a vedersi rappresentata, stretta com’è fra due tendenze (auto)narrative. Da una parte quella mutuata dal mito della spinta a correre e a sgomitare per diventare “quello che ce l’ha fatta” e ora si gode la vetta, falsata da concetti roboanti quali “meritocrazia” e “competitività” – che spesso nascondono, e pure male, una noncuranza colpevole delle disparità di classe. Dall’altra quella della retorica del fallimento, della "resilienza" e delle cicatrici placcate oro, del “mollo tutto e...”: una sorta di feticismo della fragilità esibito spesso in chiave performativa. 

 

 

In Macerie prime il gruppo di amici storici di Zerocalcare si ritrovava a tirare le somme in occasione del matrimonio di uno di loro. Al deflagrare delle tensioni innescate dal dover fare i conti con la disparità tra desideri e illusioni naufragate, faceva da contraltare il regno post-apocalittico delle Macerie, dove gli abitanti si sono organizzati in comunità arrangiandosi a vivere fra le rovine lasciate dal crollo delle prospettive di un luminoso futuro promesso ma mai mantenuto. 

Un mondo in cui si trovavano a combattere un mostro costituito dall’insieme dei demoni più pericolosi che minacciano il nostro essere sociale: la paura dell’irreversibilità delle scelte; l’ingiustizia percepita che ci fa vivere nella frustrazione e nel risentimento; il sospetto continuo che chi ci sta intorno non veda l’ora di approfittare di noi; il demone dell’immobilità che si nutre della nostre pur miserrime comfort zone; l’attesa impotente di chi è in balia di un potenziale disastro ma non può fare nulla per impedirlo e, su tutto, l’ansia del tempo che passa e che sia sempre troppo tardi. 

 

A questa prospettiva apparentemente senza scampo i protagonisti riuscivano a sfuggire grazie ai comandamenti di Julian Ross, il personaggio di Holly e Benji che metteva al centro il gioco di squadra: non si scappa dalle cose feroci, le cose feroci vanno affrontate, abbi cura di chi ti sta vicino, “perché sapere che stai per prendere gli schiaffi non è una tragedia, ma sapere che stai per prenderli da solo al mondo è tutta un’altra cosa”.

 

Di nuovo: da soli non si va da nessuna parte. E se, per caso o per merito, sei tu quello che ce l’ha fatta – a trovare un lavoro, a farsi una famiglia o semplicemente a restare vivo – non puoi stare davvero bene se questo significa lasciare indietro gli altri. L’unica possibilità di farcela in qualche modo è quella di farcela insieme. In fondo è la stessa possibilità di cui parla, ad esempio, il collettivo Care Collective nel suo Manifesto della cura (Alegre, 2021): la necessità di ripensare un sistema in funzione della ripartizione collettiva dell’attività di cura delle fasce più deboli. 

Una prospettiva che spiega bene anche il particolare approccio militante di Rech/Zerocalcare: formatosi nell’ambiente politico e culturale dei centri sociali, ora prova a utilizzare il privilegio della sua risonanza mediatica per fare luce su temi dei quali si tende a parlare poco, o male. Una su tutte, la resistenza dei combattenti curdi al confine fra Turchia e Siria, raccontata, dopo un’esperienza in prima persona, in Kobane Calling, il reportage a fumetti apparso dapprima su “Internazionale” nel 2015 e l’anno successivo, in una versione in parte rivista e accresciuta, nell'omonimo volume edito da Bao Publishing.

 

 

“Avere della gente vicino non ti aiuta a fare il lavoro dei tuoi sogni, a svoltare un reddito o mettere al mondo un figlio, però forse ti dà un motivo in più per non arrenderti”, dice Zerocalcare in Macerie Prime. È la stessa morale che si può leggere in filigrana in Strappare lungo i bordi, magari in una versione più leggera (perché, come direbbe lui stesso, “è pure vero che volevo guarda’ na serie, no fa’ psicoterapia”) ma comunque emotivamente molto forte. 

E questo è uno dei tratti che lo avvicina – come ha notato fra l’altro la giornalista Marina Pierri – a un altro grande successo dell’animazione per adulti targato Netflix, la serie Bojack Horseman. Un po’ come Zerocalcare, anche Bojack racconta con atteggiamento ambivalente una serie di cose di cui non andare troppo fieri. Che si tratti di Rebibbia o della pseudo-Hollywood animata di Bojack, però, la convinzione di fondo è la stessa: in questo mondo terrificante, tutto quello che abbiamo sono i legami che siamo capaci di stringere con gli altri. 

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