Trump, mito mediatico

3 Aprile 2025

Per Guy Debord, la cosiddetta società dello spettacolo mostra come unito ciò che in realtà è diviso e come diviso ciò che in realtà è unito. Mai come ora questa prospettiva ci pare essere messa alla prova dei fatti, visto il traumatico riposizionamento geopolitico degli Stati Uniti voluto dal presidente Donald Trump, ovviamente supportato dal tuttologo Elon Musk, “DOGE” in capo. Data l’esperienza mediatica tutt’altro che trascurabile, oggi si può sostenere che Trump provenga non solo dal mondo del business, ma incarni l’emanazione politica dell’ambiente dello spettacolo televisivo, in particolare del reality show. Anche attraverso questo filtro peculiare si può tentare di decrittare il suo operato alla Casa Bianca. Vista dall’Italia, una tale mescolanza può ancora sembrare incomprensibile se non incredibile; e questo malgrado i nostri precedenti berlusconiani, comunque imparagonabili per potenza di fuoco e conseguenze rispetto al ruolo di uomo più potente del mondo. A uno sguardo più attento, però, il ritratto pubblico di Trump emerge da un processo discontinuo, le cui radici affondano nel cinema, nella televisione e nel wrestling, una forma d’intrattenimento forse per noi più esotica rispetto alle prime due, ma altrettanto importante per il ritratto pubblico del presidente in carica.

Ronald (Mc)Donald

Per quanto l’attuale presidente si sforzi di sostenere il contrario, Ronald Reagan (1911-2004) e Donald Trump appaiono come due figure politiche profondamente diverse, sia per il contesto storico in cui hanno operato, sia per lo stile di leadership e per le relazioni internazionali rispettivamente intessute nell’arco della loro permanenza alla Casa Bianca. Tutto ciò dovrebbe essere perfino ovvio, ma lo storytelling trumpiano elude ogni approfondimento, costruendo un legame artificioso a partire dalla riappropriazione dello slogan reaganiano “Let’s Make America Great Again”, riformulato nel celebre MAGA. Ronald “The Gipper” Reagan, al netto di tutte le controversie che lo riguardano, è stato un leader con una chiara visione strategica e una forte capacità comunicativa, noto per il ruolo determinante nel crepuscolo della Guerra fredda. Tuttavia, per comprendere la figura pubblica di Reagan e l’impatto sulla politica americana, è fondamentale ricordarne il ruolo nell’immaginario collettivo, soprattutto attraverso la lente della cultura pop e del cinema.

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Prima di diventare presidente, Reagan è stato un attore piuttosto noto a Hollywood, specializzato in ruoli eroici e rassicuranti, spesso legati all’ideale del self-made man. Il passato attoriale contribuisce a costruirne l’immagine politica, trasformandolo in una figura familiare e carismatica per il grande pubblico. Uno dei film più emblematici della sua carriera è Knute Rockne, All American (1940), in cui interpreta George Gipp, un giocatore di football leggendario dell’Università di Notre Dame. Lo slogan lanciato dal personaggio, “Win just one for the Gipper”, diviene un simbolo motivazionale e, nel tempo, viene riutilizzato da Reagan stesso in numerosi discorsi politici. Il film ne rafforza l’immagine di eroe positivo, legato ai valori dello sport, del sacrificio e della leadership ispiratrice nonché risolutrice.

Un altro esempio significativo è, in tempo di guerra, Delitti senza castigo - Kings Row (1942) in cui interpreta Drake McHugh, un giovane che subisce un’amputazione a entrambe le gambe, ciononostante, riesce a superare la tragedia con determinazione e ottimismo. La battuta emblematica di Drake, “Where’s the rest of me?”, dà il titolo all’autobiografia dell’attore pubblicata nel 1965. Anche questa interpretazione ne consolida l’immagine di uomo capace di affrontare le avversità con forza d’animo, un altro importante tratto che avrebbe contribuito alla definizione del suo identikit politico e della sua ascesa carismatica.

Nel western L’assedio di Fort Point - The Last Outpost (1951), Reagan interpreta un ufficiale dell’esercito federale che cerca di mantenere la pace tra i coloni e i nativi americani, incarnando l’idea del giusto mediatore, al contempo il film lo ritrae quale difensore dei valori wasp. Anche in Il giustiziere - Law and Order (1953) veste i panni dello sceriffo Frame Johnson, uomo di legge che lotta per la giustizia in un Far West particolarmente dominato dal caos, confermando ancora una volta la sua inclinazione per ruoli di leader morale destinato al ripristino dell’ordine.

Il legame tra Reagan e la cultura cinematografica è immortalato in una celebre battuta di Ritorno al futuro (1985), in cui il protagonista Marty McFly (Michael J. Fox), viaggiando indietro nel tempo fino al 1955, menziona il nome del futuro presidente suscitando incredulità in Doc (Christopher Lloyd). L’idea che un attore hollywoodiano possa diventare l’inquilino della Casa Bianca appare così assurda che il Doc del passato gli risponde con sarcasmo: “E chi è il vicepresidente, Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady e John Wayne il ministro della Guerra!”. (Nella versione originale, i nomi sono quelli dell’attrice Jane Wyman – all’epoca moglie di Reagan – e del comico Jack Benny quale segretario del Tesoro). Una battuta che riflette lo stupore con cui, a posteriori, la generazione del Dopoguerra avrebbe potuto guardare alla bizzarra trasformazione di un attore hollywoodiano in uno dei leader più influenti della politica mondiale. Ma è proprio questa dimensione divistica a spiegare il successo di Reagan: la sua capacità di “interpretare” il ruolo del presidente al pari del personaggio rassicurante e forte che ha incarnato sul grande schermo, in grado di riassumere su di sé i valori tradizionali e non negoziabili degli Stati Uniti.

Un re a New York

Sebbene l’attuale presidente americano abbia costruito gran parte della sua immagine pubblica attraverso i media e lo showbiz, Donald Trump rappresenta una declinazione inedita della relazione tra celebrità e politica. La sua notorietà cinematografica si riduce a fugaci apparizioni, come il cameo in Mamma, ho riperso l'aereo: mi sono smarrito a New York (1992), dove, nei panni di se stesso, lo vediamo indicare la via al piccolo protagonista (non è proprio un dettaglio, se valutato col senno di poi). Negli anni Ottanta e Novanta Trump appare quale figura di potere riconoscibile più per il suo status di miliardario che per un’identità culturale o etica peculiare. Il successo personale del personaggio-Trump nell’immaginario collettivo è rappresentato da The Apprentice (NBC, 2004-2016), il reality-talent show in cui egli incarna il ruolo del magnate spietato e implacabile liquidatore, famoso per il tormentone “You’re fired!”. A differenza di Reagan, la cui immagine corrisponde a quella di leader ottimista, Trump ha costruito la sua celebrità basandola su un’identità aggressiva e autoritaria, che sottende al culto della personalità e allo stereotipo dell’uomo d’affari senza scrupoli. Questa percezione negativa del tycoon ha trovato spazio anche nella cultura pop, dove è stato parodiato come simbolo di arroganza e avidità.

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Donald Trump in Mamma, ho riperso l'aereo, 1992.

Un primo esempio emblematico viene ancora dalla saga di Ritorno al Futuro: nel secondo capitolo (1989) della trilogia di Robert Zemeckis, lo spietato bullo Biff Tannen, che troviamo in una linea temporale da egli stesso manipolata grazie alla macchina del tempo, è rappresentato come un uomo dal capello fulvo, ricco e potente, immerso negli agi pacchiani della sua doratissima dimora, in cui coltiva ambizioni dittatoriali (l’ispirazione a Trump, per quanto lapalissiana, è confermata dallo sceneggiatore Bob Gale). Un ulteriore riferimento è rappresentato dal personaggio di Daniel Clamp in Gremlins 2: La nuova stirpe (1990). Quello di Clamp è un chiaro ritratto satirico del miliardario, allora noto per la sua scalata nell’industria immobiliare e l’ossessione autocelebrativa. Clamp (nome parlante: significa “pinza”) è, non a caso, il proprietario di un grattacielo ipertecnologico che porta il suo nome, la Clamp Tower, un edificio che richiamando la torre di Babele simboleggia l’eccesso e il potere sfrenato del capitalismo. Il personaggio, interpretato da John Glover, corrisponde a un megalomane che riassume molti tratti distintivi della personalità di Trump: oltre al citato narcisismo, la superficialità con cui tratta i suoi affari e la totale disconnessione dalla realtà. La caricatura è evidente nei dettagli della scenografia, dove tutto è marchiato con il logo di Clamp, e nelle sue decisioni impulsive, come il desiderio di trasformare Chinatown in un grande centro commerciale senza alcun rispetto per la comunità locale, a sancire che le sue ossessioni politiche hanno radici antiche.

Come ha sottolineato Richard Dyer nel suo studio sulle celebrità (Star, 2009), le figure pubbliche non sono semplicemente individui, ma costrutti culturali che riflettono e influenzano il contesto sociale e politico del loro tempo. Se Reagan incarna il mito americano dell’eroe propositivo, capace di rassicurare e guidare la nazione con fermezza e speranza, Trump, al contrario, si è presentato come il “licenziatore in capo”, un ruolo che ben si allinea con la sua visione politica caratterizzata da forte contrapposizione e da una demagogia aggressiva che ha segnato il suo primo mandato. Una visione esasperata nel primo mese abbondante della sua riconferma alla Casa Bianca – per tacere dell’incredibile assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, che lo ha visto quale ambiguo mandante.

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Sebastian Stan in The Apprentice – Alle origini di Trump (2024).

La differenza fra i due presidenti si riflette anche nella loro gestione del potere. Questa divergenza simbolica è legata allo stereotipo costruito da entrambi tra grande e piccolo schermo: Reagan aspira a essere l’arbitro globale della fermezza e della diplomazia strategica, Trump è l’alfiere di un isolazionismo apparentemente impulsivo smentito da fragili o ambigue alleanze opportunistiche. La logica della messinscena, della menzogna e la mistificazione della realtà come pratica ordinaria (Trump negò di aver mai definito “dittatore” il presidente ucraino in un post pubblicato sui social divenuto, nel frattempo, virale) è al centro del film The Apprentice – Alle origini di Trump (2024) di Ali Abbasi, regista di origini iraniane naturalizzato danese. Un’opera passata sostanzialmente inosservata (almeno in Italia), che esplora con lucidità la costruzione del personaggio-Trump. Il film restituisce un ritratto degli anni Ottanta newyorkesi che pare guardare a Re per una notte (1982) di Martin Scorsese con qualche blanda allusione a Joker (2019) di Todd Phillips. Trump (Sebastian Stan) è ritratto come un personaggio shakespeariano suo malgrado, ispirato dalle parole e dall’esempio di un mentore senza scrupoli. Un maestro quest’ultimo che infine sarà immolato in un rituale sacrificale kitsch messo in piedi dalla sua creatura frankensteiniana, plasmata dalla liposuzione e ricucita dalla chirurgia estetica, una belva sempre più famelica priva di scrupoli e di limiti.

Lo Studio Ovale come ring

A proposito di politica-spettacolo, il 28 febbraio 2025 si consuma coram populo l’ormai celebre scontro con Volodymyr Zelensky, il quale è a propria volta ex attore e comico, divenuto presidente dell’Ucraina dopo aver interpretato il ruolo in televisione nella serie Servitore del popolo (2015-2019). L’incontro tra i due, ospitato presso lo Studio Ovale, ha assunto la dimensione di un reality show e i toni verbali minacciosi simili alle schermaglie che preludono un incontro di wrestling. Il tutto è avvenuto a favore di telecamera: il diverbio, senza precedenti dato il contesto solenne, è condotto da un provocatorio Trump che, come nel reality The Apprentice, ha rimesso in scena il proprio ruolo di “liquidatore” – qui spalleggiato dal vice James D. Vance – evocando simbolicamente le carte da gioco nel tentativo di umiliare l’interlocutore. Dal canto suo Zelensky, avvezzo ai meccanismi narrativi della finzione, sembra aver compreso perfettamente la dinamica tentando contrastare il canovaccio, opponendo al ricatto un fermo rifiuto.

Anche attraverso questo episodio, cupo e angosciante, che pare rimandare a omologhi atteggiamenti autoritari tenuti pubblicamente da Vladimir Putin e Xi Jinping, l’aspetto rivelatore della costruzione mediatica di Trump può risiedere nella sua vicinanza al già ricordato mondo del wrestling: una delle forme più disfunzionali di suspension of disbelief della cultura americana. A conferma dell’importanza di questa forma di intrattenimento popolare, Trump ha nominato a ministra dell’istruzione nientemeno che Linda McMahon, ex amministratrice delegata del World Wrestling Entertainment, con all’attivo più di qualche cameo sul ring, ritratta mentre si prende a schiaffi con i due figli, Stephanie e Shane, a loro volta parte dell’impresa di famiglia, dentro e fuori dal ring.

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 Trump e Vince McMahon nella Battle of Billionaires del 2007.

Il rapporto tra il clan McMahon e Trump è nato proprio in seno al WWE. Nel 2007, nell’ambito dell’evento WrestleMania 23, “The Donald” partecipa alla Battle of the Billionaires, uno show che ha attirato più di ottantamila spettatori, registrando un record di vendite in pay-per-view. In tale occasione Trump sfida il marito di Linda, Vince McMahon, lottatore-imprenditore considerato il creatore del wrestling moderno, avendo trasformato lo show in un business miliardario. Il match si connota come un Hair vs. Hair, in cui il perdente tra i due sarebbe stato rasato a zero. I due non combattono direttamente: per rappresentarlo sul ring, Trump sceglie il lottatore Bobby Lashley, mentre McMahon punta su Umaga; arbitra la star WWE “Stone Cold” Steve Austin. L’incontro è vinto da Lashley, costringendo McMahon a farsi rasare la testa da Trump in persona, in una scena divenuta emblematica. Ciò ha contribuito fare dell’incontro un evento “storico”, tanto che nel 2013 Trump è stato ammesso nella WWE Hall of Fame. Dai qui in poi inizia l’inattesa vicenda elettorale che dal reality conduce alla realtà. Solo tre anni più tardi, infatti, i McMahon hanno sostenuto la campagna presidenziale di Trump con ingenti donazioni.

Una volta eletto, Trump ha nominato Linda capo della Small Business Administration, agenzia governativa creata per sostenere le piccole imprese e gli imprenditori, ruolo che ha ricoperto fino al 2019. Dopo le dimissioni, l’imprenditrice ha presieduto del Super Political Action Committee, denominato America First Action, a supporto della rielezione presidenziale nella competizione del 2020. La presenza di McMahon accanto a Trump diviene strategica, giacché entrambi incarnano un ruolo imprenditoriale aggressivo e un uso spregiudicato dei media. Anche se di rado è preso in considerazione dalla nostra stampa di opinione, questo particolare settore dell’intrattenimento è stato un ulteriore efficace amplificatore per rendere credibile il “personaggio” pubblico di Trump nella sua accezione più machista. Nel dettaglio, il wrestling è uno spettacolo che inscena la violenza verbale e fisica, rendendola al contempo finta e credibile, un codice culturale che in Europa ha avuto qualche sprazzo di popolarità nel pubblico più giovane, che, viceversa, negli Stati Uniti conosce grande consenso producendo un proprio star system: Hulk Hogan (non a caso importante supporter trumpiano durante la campagna elettorale del 2024), The Rock, John Cena. Partecipando in più occasioni al circo del wrestling, Trump ha saputo appropriarsi dell’immagine del lottatore, mantenendo intatto il suo costume di scena (completo scuro, camicia bianca e lunga cravatta colorata, spesso rossa), che trasforma la sua stessa esistenza in uno spettacolo continuo, tra finzione e proiezione di onnipotenza.

Il “match” nello Studio Ovale del 28 febbraio può richiamare da vicino le dinamiche del wrestling: uno scontro predeterminato per alimentare una narrazione precisa e per prefigurare una possibile prossima sostituzione del leader ucraino, oltre a rendere al presidente il ruolo di negoziatore, di peacemaker (una intenzione ribadita alcune settimane più tardi tramite il colloquio telefonico con Vladimir Putin, debitamente pubblicizzato). Lo scontro prevedeva che l’avversario venisse progressivamente umiliato da più parti, a partire dagli abiti e da vezzeggiativi fuori luogo, e annichilito prima del colpo di scena finale (ma ciò è forse avvenuto in modo diverso da quanto prospettato dal presidente e dalla sua corte). Al contempo, la realtà si confonde sempre più con il canovaccio del reality show trumpiano, e torna in mente il titolo un brano degli Afterhours, Non si esce vivi dagli anni Ottanta, sperando non si riveli in qualche modo profetico.

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