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Fiat

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Storia d'Italia attraverso i sentimenti (19) / Il barachin

Ecco il “barachin”. Un mondo. Storia e vita. Il sentire di uomini e donne accumulato nel suo spazio angusto. Ora ricordi che vanno evaporando.  “Barachin” è parola piemontese, dall’andatura lieve, quasi infantile, contrariamente al corrispettivo italiano “gavetta”, dal suono più impettito, intriso di memoria militare. È il contenitore di latta per conservare il cibo cucinato. Roba d’altri tempi. Altri costumi. Nella sua forma più rudimentale, lo usavano le nostre truppe per i propri miseri pasti, la “sbobba”, sempre uguale a se stessa (farina, acqua, una traccia d’olio, e tre patate secondo regolamento, bucce comprese). Nelle trincee della prima guerra mondiale, la “sbobba” era insaporita dal fango e dalla paura, gli occhi rivolti al nemico imbucato a pochi passi.    Tre decenni dopo, il tempo di un’epoca, lungo la scia nera di un’altra guerra appena conclusa, il vecchio “barachin” torna sulla scena rielaborato e corretto. Nuova vita. Quasi un lusso rispetto alla versione bellica: articolato su due piani, sopra la pasta o la minestra, sotto la carne con un po' di verdura. Nel “barachin” tutto stava al suo posto. Era un piccolo auspicio per l’Italia del dopoguerra,...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (4) / Nella grande fabbrica

Mette paura la grande fabbrica. Disorienta. Soffoca. “Come sono entrata in fabbrica – ricorda Marisa B., negli anni cinquanta una giovane operaia – mi sembrava di soffocare… il chiuso dell’ambiente caldo e umido e il fatto di entrare la mattina e fare di filato otto ore, mi pareva come se andassi dentro per farmi cuocere”. “Non di una fabbrica si trattava, ma di una fabbrica-caserma”, è la prima impressione di Bonaventura Alfano. Viene dalla Lucania. Arriva a Mirafiori a metà degli anni sessanta. Diventerà poi un importante dirigente della FIOM.   E questa è l’immagine restituita dall’operaio Pietro Baldini: “Mi fece un effetto triste, sembrava più che altro una prigione”. Alla fine del 1952, Baldini entra nel reparto Fiat di corso Peschiera 299, un luogo appartato, se non nascosto, all’estrema periferia della mappa aziendale. “Officina Stella Rossa” è il nome più corrente di quel reparto, noto anche come “Fiat confino”, perché lì venivano raggruppati gli operai che avevano turbato l’ordine delle linee di montaggio, rivendicando diritti non ancora garantiti. Vengono messi tutti insieme, ma isolati dalla massa degli altri operai per impedire la diffusione dell’infezione...

Figure a colori / Autostrade Spa

Ricordo che avevo iniziato una raccolta di miniassegni, erano molto colorati e alcune banconote avevano grafiche audaci e spinte; erano soprattutto da 50 e 100 lire, poca roba. Sostituivano le monete che, per questioni mai chiarite fino in fondo, erano sempre meno. Prima gli spiccioli venivano rimpiazzati con gettoni e francobolli e questi anche usati al casello dell’autostrada come resto in una bustina trasparente. Ce n’era sempre qualcuna nel vano portaoggetti del cruscotto dell’auto di mio nonno. Quando la ereditai, appena presa la patente a 18 anni, volevo personalizzarla con qualche adesivo che allora andava forte, ma lasciai stare, la 1300 Fiat grigio fumo di Londra era bella così, pulita.