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urbanistica

(19 risultati)

Le tesi di dieci urbanisti / Le città dopo il Covid-19

I vari contributi presenti in questo veloce libretto sono stati scritti tra l’estate e l’autunno del 2020. Già solo questo fatto suscita una qualche curiosità: come vedevamo il mondo nel vortice dell’epidemia, ancora concentrati sul numero di contagiati, degli intubati e dei morti, impauriti dal virus e dalle strategie di contenimento? Sebbene ancora in presenza di una forte circolazione del virus, il contesto appare oggi completamente mutato: la conta giornaliera ha perso il suo appeal apocalittico, persino il numero di vaccinati, prima ossessivamente consultato e commentato, ha oggi lasciato il campo unicamente alle polemiche (sempre più residuali) sul green pass. Insomma, la quotidianità sembra essersi ripresa definitivamente la scena dopo qualche mese di stralunata e drammatica sospensione, e ciò che fino a sei mesi fa si presentava in forma catastrofica oggi è trattato con infastidita sufficienza.   Quanta distanza con la retorica millenaristica del 2020: “non torneremo al mondo di ieri” e “niente sarà più come prima”, ricordate? Come ogni crisi, questa si è “limitata” – per così dire – ad accelerare tendenze già pienamente presenti nel mondo pre-crisi. Nulla che già non...

I piccoli oggetti che raccontano le città / Frammenti di tessuto urbano

Chi ricorda l’albergo diurno? Luogo tanto utile quanto ambiguo, spesso sotterraneo o comunque defilato rispetto ai normali percorsi urbani, trionfava nelle stazioni ferroviarie, dove si recavano rappresentanti di commercio per bisogni igienici, viaggiatori a cui necessitavano servizi di barberia o coppiette clandestine in cerca di un paio d’ore di insperate carezze. Paolo Conte, che di quell’epoca è un cantore fenomenale, in una melodia intitolata al gelato ha additato i bagni diurni come abissi di tiepidità, offrendo alla donna che sta entrando nella sua vita una doccia proprio in posti così. Ne veniva fuori tutto un immaginario, forse una poetica, strettamente legati alla vita in città. Sempre Conte, nello stesso pezzo, ha parlato di oceani notturni in cui rimbombano le voci della città, della tua città.    Come dire che lo spazio urbano, quando è vissuto dal basso e non rappresentato in prospettiva zenitale, è fatto di strade e di edifici, piazze più o meno monumentali e mezzi di trasporto d’ogni tipo, assembramenti e gente che corre di qua e di là, ma anche e soprattutto di soggetti non umani, apparentemente neutri, coi quali significativamente ci incontriamo e ci...

Paesi e slogan / La casa a 1 euro

All’incirca trenta anni fa, quando lo spopolamento dei paesi interni italiani emergeva in tutta la sua gravità, qualcuno – magari mosso da buone intenzioni – lanciò lo slogan “un paese in vendita”: alienare, ad un costo simbolico, interi aggregati urbani disabitati a forestieri, artisti, turisti che volevano trasferirsi da città e metropoli in piccoli centri in abbandono, dove la vita sarebbe stata – secondo una visione neoromantica – più semplice, lenta, autentica, a dimensione umana.   “Un paese in vendita” ci sembrava una formula ingenerosa, inefficace, irrispettosa del paese che si sarebbe dovuto “salvare” o “ripopolare”. Un paese infatti non è un’accozzaglia casuale di abitazioni, una sommatoria informe, fredda, di manufatti senza un filo che li connette; al contrario, un paese è un artefatto complesso di architetture, di strade, vicoli, case; una trama di memorie, relazioni, vissuti e pratiche sociali interrelate; un luogo antropologico per eccellenza, con una sua dimensione orizzontale e verticale, dove gli abitanti convivono con defunti, santi, lapidi.     A distanza di decenni, a desertificazione demografica delle aree interne ormai avvenuta, con centinaia...

I diritti dell'ambiente / Abitare Venezia

Che cosa diremo... Che cosa diremo, noi che ancora ci abitiamo, ai bambini e ai ragazzi nati a Venezia o venuti ad abitarci, che oggi frequentano le sue scuole? Ci vorranno, ci potranno abitare e lavorare? O dovranno andare via, magari all’estero?   Calce, acqua e lingua Aspetto il mio turno per il vaccino antinfluenzale davanti all’ambulatorio, appoggiato al muretto che divide il rio terà Cazza dal rio de San Polo. Sento le parole di un uomo che, in coda dopo di me, indica alla moglie due muri che affondano nel canale. Dice: «Àra la malta de sto muro, che xè ancora bona dopo tanti ani» e la confronta con quella tutta sbriciolata sul muro accanto. Gli chiedo di spiegarmi. Lo chiedo in italiano e lui capisce che sono “foresto” (pur residente da tanto) così mi risponde gentilmente anche lui in italiano. Dice che adesso certi muratori usano delle malte non adatte al salso. Basta confrontarle con quelle che invece durano, anche centinaia di anni: per esempio sul Canal Grande, dove, mi ricorda, ci sono affreschi che resistono sulle facciate. Ha lavorato una vita nell’edilizia e commenta: «Non dovrebbero neanche metterci le mani. È un sacrilegio». La parola “sacrilegio” la dice con...

La casa-manifesto degli anni Settanta / Capanna primitiva sulla via Emilia

L’architetto Corrado Marocci sul finire degli anni Settanta decide di costruirsi da solo, con l'aiuto di un muratore, la propria casa nella campagna alle porte di Reggio Emilia. La casa, costruita con materiali poveri, è destinata secondo i calcoli del suo ideatore ad avere vita breve, si pensa al massimo 15 o 20 anni. In realtà resiste da più di 40 anni, ed è tuttora la sua casa. Il racconto parte da un'esperienza privata, il tentativo di un gesto utopico di auto-costruzione del proprio riparo lontano dalla città, forse memore della capanna di Laugier, ma si porta con sé anche le valenze e le implicazioni politiche e sociali che animavano all'epoca il suo inventore. Corrado Marocci, presidente allora di una delle maggiori cooperative di abitazione di Reggio Emilia, decide di costruirsi la propria casa in un “altrove”, tirandosi fuori dalle leggi di mercato e dalle tipologie consuete.   Che immaginario ha mosso una scelta di questo tipo? La logica che sta alla base di questa “fuga”, non potrebbe forse essere, con una carica immaginativa depotenziata, la stessa che ha portato tanti a colonizzare campagne con edifici avulsi dal contesto? La casa, come uno specchio, non mostra...

Due libri sulla periferia milanese / La città degli orti

Milano appare una città a più dimensioni tra loro incongruenti: decentemente integrata nel suo ristretto territorio comunale, lacerata nella cintura metropolitana denominata oggi Grande Milano. La diversità amministrativa che distingue Milano da altri grandi centri urbani, e in primo luogo da Roma, potrebbe mascherare, a uno sguardo disattento, la sostanziale analogia che invece la accomuna al resto delle cosiddette città globali: la progressiva dualizzazione del territorio urbano. Fenomeno ancor più controverso se relazionato a un contesto metropolitano soggetto ad un prolungato periodo di crescita economica, sostenuta oltretutto da una narrazione pubblica volta a magnificarne le sorti. Milano, insomma, non è solamente in controtendenza rispetto al resto del paese: è divenuta a sua volta un brand. Il lato oscuro di questo brand si è incaricato di mostrarlo la pandemia, travolgendo un servizio sanitario nel frattempo privatizzato nelle strutture e soprattutto nelle logiche aziendali. Per cogliere gli elementi di continuità e di distinzione che alimentano la morfologia urbana del capoluogo lombardo, occorre allora più che altrove un approccio transcalare, capace di muoversi e di...

Cooperazione a Zurigo / Kalkbreite: una nuova frontiera dell'abitare

Nell'estate del 2014 ci siamo trasferiti dall'Italia a Zurigo e, complice la notizia di un nuovo figlio in arrivo, abbiamo iniziato a cercare una casa più grande, un'esperienza che, specialmente in questa città, può essere molto lunga e a tratti deprimente, se non si è foraggiati da redditi copiosi. Un'offerta risicata di case, prezzi costantemente in aumento e operazioni di gentrification sulle aree centrali ancora abbordabili sono tutti fattori che spingono fuori città, verso le aree più periferiche o i piccoli comuni del cantone, gli abitanti in genere e le famiglie con bambini, che necessitano di più spazio, in particolare. Io non conoscevo nessuno e vivere in centro, come ero abituata in Italia, mi avrebbe fatto sentire meno sola. Questo rendeva però la ricerca ancora più difficile coi soldi che avevamo a disposizione. In Svizzera infatti bisogna dimostrare che il costo dell'affitto non superi un terzo dei guadagni e – con prezzi che nelle aree centrali vanno in media dai 2.500 ai 5.500 franchi per alloggi sui 100 mq – iniziavamo la nostra avventura elvetica con qualche pensiero.   Kalkbreite @Michael Egloff. Nell'estate del 2014 a Zurigo intanto con una grande festa...

Spazi post-sovietici / Tol’jatti, da città del futuro a passato prossimo

Nel 1930 lo scrittore M. Il’in (pseudonimo di Il’ja Maršak, fratello del più noto Samuil, poeta e autore di numerosi racconti per l’infanzia) scriveva nel suo Rasskaz o velikom plane ("Racconto sul grande piano"), libro per ragazzi sul primo piano quinquennale, che il centro della nuova città futura non sarà un castello o un mercato, ma una fabbrica. Soltanto un anno prima iniziava la costruzione della prima “nuova città”, Magnitogorsk, dove la vita del centro urbano ruotava attorno al nuovo stabilimento metallurgico, presto diventato uno dei principali punti di forza dell’industrializzazione sovietica. Apparvero altri luoghi sulla carta dell’Urss, nel corso dei decenni, sorti in virtù delle necessità economiche e produttive del paese: le naukogrady (città scientifiche), dedicate allo sviluppo della ricerca in vari settori dell’industria con possibili applicazioni militari – si veda il caso della prima, Obninsk, fondata nel 1946 e sede del primo reattore nucleare per scopi civili; le città chiuse, categoria dove rientravano parzialmente anche le naukogrady, ma comprendenti anche centri dedicati alla produzione d’armamenti, e, infine, le monogoroda, le monocittà, insediamenti dove...

Italia policentrica / Il futuro delle piccole città

Le città-mondo sono sempre esistite, ma in un passato pre-industriale erano piccole. Amalfi, Genova, Pisa o Venezia hanno esercitato un dominio economico, culturale e coloniale.  All’interno di tali contesti, il cittadino era considerato la misura di ciò che accadeva, il suo operare significava essere parte di un gruppo e i suoi scambi producevano relazioni di comunità.  Con l’industrializzazione le relazioni mutano: si determinano processi di agglomerazione e addensamento in nodi urbani che diventano sempre più grandi.  Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, questi nodi diventano metropoli che individualizzano e, al tempo stesso, massificano le relazioni. A partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, le relazioni subiscono ulteriori mutazioni: le città più importanti avviano un processo di allontanamento dai territori limitrofi e dagli stati-nazione: si assiste alla destrutturazione dei confini.  Le città globali diventano contenitori di grandi dimensioni che dispongono dell’intero catalogo dei servizi di cui le culture e le economie del mondo necessitano.  Luoghi di aggregazione finanziaria, legale, comunicativa e di ricerca, esse crescono...

Riccardo Musatti / Un meridionalista in Olivetti

Il 1955, l’anno in cui è dato alle stampe La via del Sud, è inaugurato lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli. È il primo caso di trasferimento tecnologico di una grande azienda del Nord nel Mezzogiorno. Per Adriano Olivetti l’industria è la chiave di volta per modernizzare il Sud che, con più alti redditi, ha la possibilità di diventare un mercato importante per il resto d’Italia. Scrive Olivetti che l’industrializzazione è da considerare un mezzo «ma senza dimenticare il fine; la promozione di una civiltà fondata sull’armonia dei valori, sul rispetto delle libertà democratiche, sull’autonomia della persona». Riccardo Musatti è stato, per passione civile, il meridionalista del mondo olivettiano. Oggi, a oltre sessant’anni dalla prima pubblicazione del libro, molti nodi restano irrisolti e gli squilibri permangono. È parso quindi utile riproporre quelle pagine che hanno nel tempo acquistato un significato più profondo e aumentato il rimpianto per un tempo più fervido di idee e di uomini che si battevano per affermarle.  La “questione meridionale”, negata per motivi diversi dal fascismo e dall’idealismo crociano in nome della sacralità dello Stato unitario, torna al centro del...

Paesaggisti, architetti, artisti, botanici / Le città? Prendiamole a picconate

La nuova generazione di paesaggisti ha una soluzione estrema ed efficace per risolvere alcuni dei problemi delle città contemporanee: prenderle a picconate. Sono quelli cresciuti nell’influenza del pensiero di Gilles Clément e della sua idea di Terzo Paesaggio, che ha spostato drasticamente l’attenzione dai giardini per signora bene alla potenza della natura vegetale che s’insinua fra gli interstizi delle città, cresce fra le fessure delle materie desolatamente inerti di cui sono costituiti edifici, strade e ogni cosa che l’uomo appoggia alla terra, soffocandola. Ed è proprio questo il problema, quello che i tecnici chiamano sigillazione del suolo. Perché è un problema? Giusto per citare quello che è più evidente, è per la sigillazione del suolo che quando piove giusto un po’ più del normale, le strade si allagano con relativi danni a cose e persone.    Wagon Landscaping. Flashcode garden, Kortrijk, Belgio. È solo un altro dei regali di un’idea di città nata nel Novecento, dove inizia a essere concepita come il contenitore della forza lavoro delle fabbriche. La sostanziale continuità mantenuta nel tempo sia dalla casa che dalla città si è dissolta di fronte alle...

I Greci sono ancora lì nel paesaggio

All’inizio di quest’anno cercavo di spiegare a Miranda Popkey, una delle redattrici della casa editrice Farrar, Giroux &Strauss a New York che volevo scrivere una guida “on the road” ai Greci di Sicilia. Le spiegavo che una cosa così non esiste né in italiano né in francese, tedesco , inglese o spagnolo. Una guida che li cerchi davvero, che li faccia venir fuori dal paesaggio e dai colori dell’isola e non solo dai cocci e dagli scavi. Come diceva Bruce Chtawin in polemica con l’archeologia del suo tempo, “bisogna immaginarseli vivi, per vederli vivi”. Miranda mi ha guardato e con un guizzo mi ha detto: “interessante, sarebbe come andare in giro per l’America a cercare le tracce dei Sioux o degli indiani Seminole”.   Ovviamente non è lo stesso, pensavo di spiegarle, ma poi ho capito che effettivamente nei Greci c’è qualcosa che noi non abbiamo capito e loro sì, qualcosa che somiglia all’impossibile comunicazione tra indiani d’America e visi pallidi. E allora mi sono messo “sulla strada” in Sicilia a cercarli. E se ci riesco questo...

Il futuro in un dialogo

Introduzione di Tiziano Bonini   Non so quanti di voi siano stati a Larderello. Forse, se non avete fatto le elementari in Toscana, Larderello evoca solo vaghi ricordi di pagine di sussidiari dedicate all’energia geotermica in Italia. Io sono fra quest’ultimi. Di Larderello ricordo solo la maestra Marcella che ce la raccontava come un’utopia tecnologica ed ecologica. Poi finalmente ci sono stato.   Larderello è in Toscana, ma sembra la Springfield dei Simpson: il paesaggio è segnato da enormi torri di raffreddamento simili a quelle atomiche ma per niente pericolose. Qui si produce ancora il 10% dell’energia geotermica mondiale. Negli anni sessanta Larderello era una comunità-laboratorio al centro di grandi trasformazioni ed innovazioni. Si costruivano villaggi moderni per gli operai, l’architetto Giovanni Michelucci ne progettava lo sviluppo urbanistico, il lavoro aumentava.   Oggi Larderello porta i segni di un’utopia invecchiata, lacerata. Il lavoro è scomparso, i villaggi degli operai abbandonati, il turismo mai del tutto decollato. Qui un sound artist inglese, Mikhail Karikis, è...

Torino, le rovine

L’Architettura non è un’Arte facile   L’Architettura non è un’Arte facile, sostiene Daniel Libeskind, architetto fra i più influenti al mondo, ebreo polacco, newyorkese di adozione, stimolato sulle recenti battute di arresto del suo controverso cantiere milanese Citylife. Certo è che il tormentato passaggio della nostra epoca nel giovane millennio ha segnato il manifestarsi conclamato di uno stato di crisi permanente e disatteso le speranze verso un futuro di nuovi paradigmi. A pagarne le spese più di altre discipline, è stata l’Architettura per la sua natura così compromessa alla capacità della società di esprimere i valori della giustizia e della bellezza.   Se il primato dell’Architettura è la complessità del suo linguaggio, saper ascoltare ed entrare in dialogo con i contesti, interpretare nel profondo la natura dei luoghi,  rendere espressivi e confortevoli gli spazi, nei suoi pieni e soprattutto nei vuoti, stiamo vivendo un’epoca infelice dove la pratica del costruire e disegnare gli spazi sembra aver smarrito il rapporto con l...

L’area Ex-Enel a Milano: un punto di partenza

L’altro giorno sulle Prealpi vicino Como, tempo straordinariamente limpido, mi son voltato per vedere Milano dall’alto, ma una cortina caliginosa la nascondeva completamente; alla fine l’ho localizzata perché spuntava il pirla da luna park del nuovo grattacielo: con tutto il rispetto che porto a Mitridate, l’idea di dovermi reimmergere in quel mare di polveri sottili mi faceva star male. Da giovane facevo l’urbanista e conoscevo il Bernardo (Secchi) che al PIM già si occupava di promuovere il centro direzionale: ci sono voluti quarant’anni per realizzarlo e il fatto che io abbia abbandonato la partita dopo i primi tre giustamente a voi non frega niente. Era l’epoca delle Città Nuove inglesi, all’università erano un mito; mi sono sentito obbligato a visitarle e l’idea che Milano spostasse il suo baricentro dal triangolo ottocentesco Montenapoleone, Vittorio Emanuele, Manzoni alle Varesine non mi dispiaceva: era un modo per decongestionare la città, purché si creassero nuovi centri anche in periferia. Accortomi che erano tutte chiacchiere, di più, che l’urbanistica era il...

La città in comune

In un’epoca neanche tanto lontana, tra anni quaranta e settanta del secolo passato, in Italia si è sviluppata una nuova visione della tutela, salvaguardia, recupero e riuso delle città, un approccio originale, poi studiato e recepito in molti altri paesi, cui contribuivano discipline e saperi diversi, uniti nella volontà di fare i conti con le novità del mondo moderno e di mettere le proprie conoscenze al servizio di un’idea di progresso culturale e sociale che oggi ci appare quasi inverosimile, tanto ampie e profonde erano le sue aspirazioni. Architetti, storici dell’arte, archeologi, restauratori, urbanisti, impegnati all’indomani della seconda guerra mondiale e negli anni del boom economico nell’immane compito di mettere in salvo la memoria storica delle città semidistrutte dai bombardamenti, di fronteggiare le massicce trasformazioni prodotte dall’industrializzazione e trasmettere alle generazioni future la straordinaria continuità della tradizione italiana, si erano ben presto resi conto che ciò che andava tutelato non poteva più essere solo il singolo “monumento”...

Parigi. Libération a République?

République è una delle ultime piazze popolari del centro di Parigi: incrocio di alcune tra le principali arterie viabilistiche della capitale francese, ha in pancia cinque linee della metropolitana. Fast-food, grandi magazzini popolari come Tati e negozi di scarpe a poco prezzo se ne contendono il contorno insieme a grandi alberghi e uffici pubblici. Ex zona operaia, République rischia per sempre di perdere la propria anima, già immortalata nel bellissimo documentario Place de la République di Louis Malle girato nel 1974. Un progetto di rimodernamento e di pedonalizzazione è infatti in corso con l’obiettivo di migliorare sia l’aria, spesso irrespirabile, sia l’estetica, con l’aggiunta di nuovi chioschi bar e la riprogettazione dei giardinetti. Di tutte queste cose la piazza ha certamente bisogno, in modo particolare di una viabilità più efficiente e di spazi pedonali più accoglienti, ma è anche vero che questo luogo, spesso sporco e apparentemente in stato di abbandono, è da sempre in grado di accogliere gli eccessi mettendo in relazione persone lontanissime le une dalle altre....

Borgomanero / Paesi e città

      Per quale ragione sostituire le bellissime e funzionali lastre pedonali in granito di Alzo, che corrono lungo gli assi viari di Borgomanero dal 1892? È un’idea storta del nuovo che va avanti per inerzia dal secondo dopoguerra.   Salvo la croce dell’impianto urbanistico ora mutilata dai lavori in corso, e alcuni edifici storici, per il resto Borgomanero è una città sofferente alla quale manca il bello.   Progettata in funzione di cubature e posti auto, Borgomanero si riflette sulle superfici curve dei cristalli delle automobili assiepate nei parcheggi. Il fascino ottico degli oggetti nella cultura di consumo ha contribuito a creare una nuova estetica urbana e domestica: i profili carenati degli edifici in acciaio, quelli delle automobili di lusso.   Secondo il designer Andrea Branzi saranno proprio la raccolta e la ricollocazione degli oggetti a dare senso alla città post-industriale (Andrea Branzi, Music and Design, Les Numéros Flottent). Sotto la città significata dagli oggetti di consumo, e sotto altri strati della complessa geologia urbana che include anche le...

Desolazione

I paesi lasciati dai loro abitanti non restano vuoti, vengono invasi dalla desolazione. La senti appena arrivi, la senti se fai la scelta di andare in un giorno qualsiasi, non quando c’è la festa del patrono, non ad agosto, quando il paese si abbiglia come un villaggio turistico. La desolazione è una cosa nuova per i paesi. Prima c’era la miseria. Arrivavi e vedevi case fatiscenti, strade di polvere o di fango a seconda della stagione, vedevi i bambini che giocavano tra la merda degli asini e dei maiali, i vecchi con le coppole e le mantelle, le donne con gli scialli, un mondo assai simile a quello mirabilmente descritto da Carlo Levi. E questa visione è durata per millenni, praticamente fino alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso.   Poi la modernizzazione, la rottamazione della civiltà contadina ha fatto posto a una modernità posticcia. In questo passaggio è andata via la miseria materiale ed è arrivata la miseria spirituale. Il paese non è più povero, ma è abitato da gente rancorosa, maldicente, abituata a fallire la propria vita e a far fallire la vita degli altri. È arrivata la stagione dei disertori, di quelli che non sapendo andarsene lontano hanno deciso di...