Il tuo due per mille a doppiozero

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La FIAT in URSS / Operai, noi siamo il gran partito

C’era una volta una città di nome Stavropol’-na-Volga. Era stata fondata all’inizio del Settecento sulle rive di un grande fiume russo. Negli anni Cinquanta del Novecento fu costruita una diga e la città venne spostata altrove. Poi il 28 agosto del 1964 morì il Segretario generale del Partito Comunista Italiano, partito fratello di quello sovietico, Palmiro Togliatti, e dopo una settimana la città prese un nuovo nome: Togliatti. In quegli anni in URSS c’erano poche automobili. Il leader di quel grande e immenso paese, Nikita Sergeevic Krusciov, non era dell’avviso di dotare il suo popolo di vetture private, preferiva invece incentivare il trasporto pubblico. Tuttavia nel Partito c’era chi intravedeva la necessità di installare in Russia una grande fabbrica per la motorizzazione del paese. I dirigenti si misero perciò a cercare un’azienda affidabile in Occidente che potesse diventare il partner di questa impresa che s’annunciava necessaria e di grande impegno tecnologico.     Dopo aver escluso varie nazioni e fabbriche produttrici, la scelta cadde su una impresa italiana. L’idea di far partecipare la FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino) a questa iniziativa nacque...

Conversazione con Linda Dalisi / Latella: chi ha paura di Edward Albee?

Una coppia di mezza età (George e Martha) riceve in casa propria un’altra coppia più giovane (Nick e Honey). Nello spazio di una notte, tra i fumi dell’alcool che si addensano in un claustrofobico salotto, si consuma un gioco al massacro in cui i coniugi padroni di casa danno sfogo ai reciproci rancori, mentre i due ospiti vengono travolti da uno spettacolo che sembra prefigurare il loro stesso destino. È la trama, arcinota, di Chi ha paura di Virginia Woolf?, un classico della drammaturgia americana scritto da Edward Albee nel 1962, il testo più conosciuto del drammaturgo statunitense. Autore di oltre trenta testi e vincitore di tre premi Pulitzer e di due Tony per il teatro, Albee ha diviso fino alla fine la critica, mancando l’obiettivo (che forse neppure si era mai posto) di sedere comodamente sugli scranni del canone novecentesco. Nel caso specifico dell’Italia di questa sbiadita tradizione è testimone, peraltro, una certa disattenzione del mondo editoriale. Risale ormai a qualche decennio fa l’ultima edizione Einaudi del suo Teatro (oggi fuori catalogo) e l’unica traduzione di Who’s Afraid of Virginia Woolf? – che invece è stato regolarmente ripubblicato ed allestito – è di...

Uno studio di Robin Blackburn / Black lives: il crogiolo americano

“Tutti i poteri terreni sembrano rapidamente allearsi contro di lui. L’avidità del profitto gli è sempre alle calcagna. Lo tengono in una prigione; lo hanno perquisito, non gli hanno lasciato addosso niente di appuntito. Una dopo l’altra, tutte le pesanti porte di ferro si sono chiuse alle sue spalle, e adesso lo hanno rinchiuso, per così dire, con una serratura a cento chiavi che non può mai essere aperta, se non usando tutte quelle chiavi – chiavi che sono nelle mani di cento uomini diversi, sparpagliati in centinaia di posti diversi e distanti; e costoro se ne stanno a meditare su quale invenzione, mentale o materiale, possa essere ancora escogitata per rendere l’impossibilità della sua fuga più completa di quanto già non sia.” (Abraham Lincoln,1856)   “Non sono a favore, né lo sono mai stato, del fatto che i negri possano essere elettori o giurati, né li ritengo idonei a qualsivoglia carica pubblica e nemmeno permetterei loro di contrarre matrimonio con i bianchi.” (Abraham Lincoln,1858)     Meno che uomini e tuttavia da sciogliere, se pur non integralmente, dalle loro catene. Un paradosso o un’apparente contraddizione. A ricordarcelo, due citazioni poste l’una...

Il primo libro di uno scrittore geniale / Stig Dagerman, Il serpente

Stig Dagerman è anarchico, kafkiano, pungente, irriverente; è uno scrittore geniale, di culto, morto giovanissimo, suicida a soli trentuno anni, nel 1954. In così poco tempo ha scritto quattro romanzi, drammi, racconti, poesie e numerosi articoli. Diverse sue opere sono pubblicate da Iperborea, come Il serpente, il suo primo libro (considerato, tra i suoi, il più rilevante), edito nel 2021, con la traduzione e la cura di Fulvio Ferrari (che firma anche una raffinata postfazione). «Il serpente, il serpente, il serpente: questo gli passò per la testa, un pensiero infuocato, oppressivo, e tutto il resto sparì, esisteva solo il corpo del serpente, che andava sempre più ingrossandosi». La Seconda Guerra Mondiale, il grande conflitto, è un mosaico fatto di dolore e morte; è composta da vicende principali eclatanti e da altre minori perché distanti dalle battaglie, dai bombardamenti e dai campi di concentramento, eppure non meno importanti.   Ogni dettaglio, ogni storia qualunque è rilevante perché sta nel disegno. È nella mappa di quei sei anni terribili: a volte è un frammento a raccontare una speranza come una famiglia che nasconde degli ebrei in cantina e li salva, altre è una...

Violenza e sesso / Giulio Mozzi, Le ripetizioni

Ho finito di leggere il nuovo libro di Giulio Mozzi, Le ripetizioni (Marsilio 2021), con uno stato d’animo controverso, misto di rammarico e di perplessità. Mozzi è un intellettuale di vaglia, uno scrittore solido, una figura di rilievo nel panorama dell’editoria italiana; e in effetti, cominciando la lettura, avevo avuto l’impressione di trovare pagine notevolissime, tra le migliori che la letteratura italiana abbia prodotto nel nuovo secolo. Purtroppo, nel seguito, altre pagine hanno stravolto il primo impatto. Non voglio tergiversare. Il punto è che a più riprese, nel corso del romanzo, ci s’imbatte in situazioni e descrizioni improntate a un’efferatezza sadica e a un’oscenità smaccata che francamente io trovo, nel senso etimologico della parola, repellenti. Respingenti. Peraltro, non essendo ignaro dei miei limiti, io sarei anche tentato di addossarmi tutta la responsabilità della delusione, e di far mio quanto Nane Oca dice di sé nell’ultimo volume della serie di Giuliano Scabia (Il lato oscuro di Nane Oca, Einaudi 2019): «Sono proprio macarón, ingenuo e chierichetto». Sono consapevole da molto tempo che il mio gusto comprende una misura non piccola e verosimilmente un po’...

Suono e cinema / La nuova musica di Hollywood

Pochi cenni musicali, al cinema, hanno avuto facoltà di inchiodarmi alla poltrona come quelli che aprivano il film Il petroliere di Paul Thomas Anderson. Delle dissonanze che definire audaci, in un film hollywoodiano, è dir poco, e che sembravano preludere al fluire del petrolio che di lì a poco avremmo visto sgorgare a fiotti, ma anche il collasso interiore del protagonista, il suo precipitare nelle viscere della terra, invischiato fra melma, petrolio e sangue, molto sangue, come recita il titolo originale del film in inglese, There will be blood. Sui titoli di coda appresi che la colonna sonora del film era opera di Jonny Greenwood, il chitarrista del gruppo rock dei Radiohead. Scoprii così che Greenwood era l’unico membro del gruppo ad avere alle spalle una formazione musicale classica, che aveva studiato alla Oxford Brookes University, e che fra le sue influenze musicali citava Olivier Messiaen, György Ligeti e Krysztof Penderecki. Che diamine ci faceva, un tizio così, a Hollywood?   Il petroliere S’era ancora, in quegli anni (il film di Anderson uscì nel 2007), sotto l’effetto dirompente di Quentin Tarantino, i cui film, dal punto di vista musicale, si presentavano...

San Lorenzo / Navi appese ai soffitti

La prima impressione non è quella che conta, almeno davanti a questo quadro di Vittore Carpaccio (Venezia, Gallerie dell’Accademia). Ci sembra di essere davanti a uno scatto a colori, secoli prima dell’invenzione della fotografia. Come fossimo anche noi all’interno di una chiesa veneziana agli inizi del Cinquecento, ci vengono incontro – con tutta evidenza – la durezza dei marmi, l’irregolarità degli intonaci, il graduarsi delle ombre; e i dettagli più minuti, a cominciare dalle pale e dagli altari della parete di fondo, che è la navata destra della chiesa di Sant’Antonio di Castello, un edificio che a Venezia non esiste più.    Entrando si vedono due grandi pale dipinte, ciascuna con tanti santi su fondo aureo, opere che per stile e struttura sono di certo anteriori a quella del terzo altare, appartenente alla famiglia Ottobon; lo riconosciamo per la struttura architettonica in marmi bianchi e per la pala che raffigura un grande monte. Poco tempo dopo il quadro che stiamo osservando, Carpaccio lavorerà proprio per questo altare, ed eseguirà un’affollata Passione dei Diecimila Martiri del monte Ararat (che reca la data 1515); che cosa è allora la pala dipinta che vediamo...

Verso Paradiso / Dante: dal ghiaccio infernale al «caldo amore»

Dobbiamo ancora diventare contemporanei del Paradiso di Dante! Sembra paradossale, ma è così: infatti il Paradiso è complessivamente la cantica meno “ricevuta” e conosciuta a livello popolare, come anche scolastico, in una piuttosto standardizzata classifica che passa dall’entusiasmo per l’Inferno, alla tiepidezza per il Purgatorio fino ad un certo distacco dal viaggio paradisiaco. Ma anche nella ricezione di molti grandi scrittori, il Paradiso “latita”. Si pensi a Pasolini, a Primo Levi, a Edoardo Sanguineti, dove, pure in modi diversi, è il Dante infernale al centro, senza dimenticare il Dante “petroso” di molto Montale. Anche “dantisti” stranieri di altissima levatura come Joyce e Beckett privilegiano, per tante ragioni, soprattutto le prime due cantiche o un approccio soprattutto parodico alla Borges. Naturalmente ci sono eccezioni: certi passi eliotiani dei Quattro Quartetti, alcuni Cantos poundiani, la luce flagrante dell’ultimo Luzi, il cimento di Giovanni Giudici per mettere in scena la terza cantica. Al di là di questo del tutto incompleto censimento, la luce, l’ardore, la «mente innamorata» che intridono il Paradiso attendono ancora di essere pienamente gustati e vissuti...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (10) / La felicità è una piccola cosa

Estate del ’58. Luglio, forse agosto. Il giovane fotografo Carlo Bavagnoli lascia la redazione di “Epoca”, il settimanale per cui lavora. A passo veloce s’incammina in direzione di Trastevere, la Roma che più ama.  L’aria è densa nell’intrico di vicoli dietro Piazza Trilussa verso l’ampio slargo di Santa Maria, dove il quartiere, uscendo dalle sue strettoie, sembra prendere un po' di respiro. Hanno nomi stravaganti quei vicoli, una toponomastica che non porta il peso della memoria storica, e non ha intenti celebrativi. Una toponomastica dell’ordinario, senza pretese, piccole mitologie nate sulla strada: vicolo de’ Cinque, vicolo del Piede, vicolo del Cipresso, vicolo della Pelliccia.  Bavagnoli fiuta gli umori di quel mondo. Ci si immerge; li assapora. Aspetta che la vita gli si riveli. Quello che vede attraversando l’intreccio dei vicoli, è una realtà esuberante, mobile, in fermento. Non riesce a fissarla in un’immagine. Non riesce a prenderla. Ma non smette di guardare. Continua a inseguirne i minuti movimenti.   All’improvviso dal fondo del vicolo del Cipresso sbuca un ragazzo, dieci, dodici anni. Gli si fa incontro. Ben saldo sulle gambe, spavaldamente...

Una radiografia permanente / L'Immagine fantasma di Hervé Guibert

Da dove viene il bagliore che regna in L'immagine fantasma, libro di Hervé Guibert pubblicato per la prima volta da Les Editions de Minuit nel 1981?  Una luce improvvisa e diffusa, di una trasparenza sorprendente che colma tutti gli angoli, un riflesso in grado di impregnare lo spazio della narrazione dandoci l'estro di poterlo percorrere attraverso sensi nuovi. Ma cos'è l'Immagine fantasma? Un diario? Un reportage? Una raccolta di testi teorici sulla fotografia? Quello che ci viene raccontato è l'intimità più profonda e la ricerca, la messa a fuoco di quell'intimità, la rotta per attingere a un'esperienza interiore attraverso la scrittura, i suoi misteri e i suoi riti con i quali Guibert si mette continuamente alla prova. Come si sa, la sua opera sfugge a ogni facile classificazione di genere: diari di viaggi e pellegrinaggi, testi teatrali, recensioni di film o fotografie, autobiografie, dialoghi ossessivi, raccolte e inventari di memorie e un unico film, La Pudeur ou l'Impudeur, realizzato tra il 1990 e il 1991. Si ha spesso l'impressione che Guibert non abbia voluto scrivere romanzi, racconti o poesie, lettere d'amore. Certo, perché lui voleva scrivere storie nella...

Un libello / Walter Siti, la letteratura fa bene quando fa male

Avvicinarsi all'immensità di un tema come il Bene e il Male in letteratura rende subito chiaro a Walter Siti che poteva farlo solo affidandosi alla sua curiosità o alle sue incazzature, o al suo scoraggiamento. Avendo dedicato proprio alla letteratura la sua vita, prima studiandola alla Scuola Normale, poi insegnandola all'Università, poi pubblicando romanzi, non poteva scrivere questo avvincente saggio (Contro l'impegno – Riflessioni sul Bene in letteratura, Rizzoli 2021) altro che componendo un mosaico con la tecnica dell'accostamento di fiction, saggi, programmi tv, incursioni nel linguaggio dei social, su testi che lo hanno di volta in volta incuriosito, innervosito, demoralizzato. Ma la pazienza e la lucidità con cui demolisce alcuni libri spesso primi in classifica, per poterci rivelare le loro "virtù" all'incontrario e trasformando quindi la forza del cestino in una formidabile occasione di conoscenza, è quella del grande critico: mentre evita i trabocchetti della superiorità morale, si interroga sul cambiamento delle modalità di lettura e di giudizio di scritti che, in nessun caso, dovrebbero mai essere cestinati, né mutilati "ma soltanto spiegati".    L'incipit...

Un libro di Claudio Vercelli / Neofascismo in grigio

Nell'Europa sovranista e populista il riferimento ai fascismi storici e la più diffusa trasversale e sensibilità destrorsa, nazionalista e identitaria sono modelli di mobilitazione e azione politica: una ragione urgente per fare i conti con le destre del presente, tanto più in situazioni di emergenza prolungata come quella attuale. Se nei diversi neo e post-fascismi sembra emergere un tratto di continuità con il Novecento, molti sono i tratti di discontinuità con quel passato e i recuperi, gli innesti che mettono insieme altri passati e danno vita a nuove sintesi. L'assalto di Capitol Hill a Washington il 6 gennaio 2021 da parte di una composita schiera di esponenti della destra americana è stato un fenomeno rivelatore e sintomatico di come le categorie politiche tratte dalla storia del Novecento siano insufficienti e dunque poco efficaci per la messa a fuoco e per la comprensione dello scenario attuale.      La presa di distanza storicizzante che negli ultimi anni ha denunciato l'eccesso di allarmismo nei confronti dell'uso del termine 'fascismo' rischia di essere una sottovalutazione della presenza delle minacce al pluralismo e alle democrazie contemporanee: si ha...

10 marzo 1950 - 9 aprile 2021 / Elena Pulcini, cura e giustizia

“La pandemia ci ha fermati, un fermarsi che può dimostrarsi produttivo e fecondo. La pandemia è un effetto della crisi ecologica, ci invoca in questo agire dissennato e predatorio, in questa hỳbris onnipotente, e ci riconsegna alla necessità del limite”. A fine gennaio, in uno degli incontri che radio tre ha dedicato al tema della cura, Elena Pulcini intrecciava parole sorelle e concetti fratelli per descrivere l’esperienza globale di vulnerabilità e offuscamento, per sottolineare, ancora una volta, la sua idea di cura come disposizione affettiva e pratica, capacità quotidiana dell’impegno.  Una tematica che, insieme a quelle delle passioni e del dono, ha nutrito un percorso intellettuale di grande rilievo, anche sulla scena internazionale, condiviso nello scambio con allievi e colleghi, punteggiato da testi seguiti da un ampio pubblico di lettori, mosso da un’idea di spiritualità legata a una visione della comunità e a un sentimento religioso vicino in modo non formale all’insegnamento cristiano. Nella prospettiva di un mondo nuovo che azzarda l’utopico dove pratiche collettive e solidali non si danno senza un’esposizione personale.    Il nove di aprile il Covid si...

Lessico metropolitano / Gianni Biondillo: l’arte di raccontare la città

La scrittura di e per l’architettura ha subito in questo ultimo decennio un lento tramonto. Non mancano le cronache mondane sui pochi architetti noti (quelli che i giornalisti si ostinano a chiamare ancora star architects), qualche intervista di rito in occasione di eventi eccezionali o della Biennale di turno, pezzi che si concentrano su situazioni curiose o inattese (il grattacielo più alto, verde, sottile; le classiche riserve indiane di genere o età anagrafica; le architetture più cool da visitare durante le vacanze; i progetti per i bambini, gli animali, le piante; le raccolte di ristoranti, librerie, negozi, appartamenti da non perdere...) ma, in fondo, convivo con la sensazione che alla maggior parte della gente non interessi l’architettura o, semplicemente, non la veda come un argomento su cui concentrare la propria attenzione. Sono scomparse da tempo le pagine sui grandi quotidiani dedicate ad approfondimenti o a particolari questioni legate a questo mondo come invece capita ancora d’incontrare sul Pais, il New York Times o il Financial Times Weekend come se l’architettura non fosse quella cosa che condiziona la nostra vita dal primo all’ultimo giorno della nostra...

Ricordo di un poeta / Scarabicchi, la miniera della interiorità

È difficile scrivere di un amico fraterno che scompare; e per questo è per me difficile parlare ora di Francesco Scarabicchi, che si è spento pochi giorni fa, dopo aver affrontato con straordinario coraggio una lunga e atroce malattia, durata anni. Forse sarebbe meglio tacere, affidandosi soltanto a due versi del suo amatissimo Antonio Machado, in una delle Galeries che Francesco aveva tradotto splendidamente: «Oggi soltanto lacrime / per piangere. Non c’è che piangere, silenzio!» (le traduzioni da Machado erano apparse dapprima, con il titolo Il seminatore di stelle, per le edizioni Sestante, di Ripatransone; poi, insieme a quelle da Garcia Lorca, nel volume Non domandarmi nulla, edito da Marcos y Marcos nel 2015).      Ma Francesco aveva una concezione sacra, quasi omerica dell’amicizia, che occupava i vertici del suo mondo; e per tentare di rimanere fedele a quell’amicizia, dirò che la prima parola che mi viene in mente, pensando a lui, è: intensità. L’intensità, tanto dei rapporti umani quanto della ricerca espressiva, era la caratteristica immediatamente ravvisabile in Francesco, nello sguardo, nella parola, nei modi, e naturalmente nella scrittura. Non c’era...

Sfide sconfinate / “Toni” Bacchetti, calciatore partigiano

È l’alba del 25 marzo 1945. Quattro uomini, tra i venticinque e i trent’anni, camminano nella campagna friulana, a pochi chilometri a est di Udine. Uno di loro ha le mani legate. Qualche volta rallenta il passo. Allora Toni, l’uomo che sembra avere il comando della situazione, ma che gli altri chiamano Gianni, senza troppi complimenti lo spintona avanti. Lontano i profili viola delle Alpi Giulie si stanno incappucciando di un imminente e nero temporale. I quattro camminano con passo diverso tra campi, rogge e filari di gelso: otto scarponi che sfiorano le primule lungo le rive luccicanti di rugiada delle rogge.  C’è un cascinale abbandonato, annerito dalle tracce di un incendio recente. Quello è il posto. L’uomo che comanda fa un cenno agli altri tre. Dietro la stalla c’è una vasca del letame, ormai mezza asciutta. L’uomo con le mani legate viene accompagnato fino al bordo. Ha capito. Chiude gli occhi. Si lamenta sommessamente. Dalla fondina un uomo estrae la forma scura di una rivoltella: uno sguardo al capo e poi la punta alla testa del prigioniero. Uno sparo. Secco. Un corvo si spaventa e vola via dalla grondaia pencolante di un fienile.   È la mattina del 18 maggio...

Fact checking di Laterza / Anche i partigiani però...

Primo e fortunato è stato forse Mussolini ha fatto anche cose buone di Francesco Filippi (Bollati Boringhieri 2019), poi E allora le foibe? (Eric Gobetti) e Anche i partigiani però... di Chiara Colombini, oggetto del presente articolo, che escono nella collana Fact checking di Laterza, curata da Carlo Greppi, uscito a sua volta di recente con Si stava meglio quando si stava peggio per Chiarelettere. Si direbbe un quasi genere saggistico che con un piccolo cambio di vocabolo diventa fake checking. Più che di sole, singole bufale, si tratta di un deposito, melmoso e aggrovigliato, di luoghi comuni storici propriamente nazionali. Tale “magma fatto di rimandi interni”, per usare le parole di Colombini, che vengono spesso da lontano, di provenienza diversa ma tenacissima forza aumentata dal proliferare incontrollato della Rete, dimostra la necessità di libri-mappa o di istruzioni per ricomporre il puzzle. Tanto più che queste abitudini, spesso convenienti alla politica contemporanea, stanno dentro, specie nei riguardi della delegittimazione della Resistenza, a un quadro di pigrizia e indifferenza diffuse.   Il libro di Colombini che, detto per inciso, attraverso la chiave della...

Diario (1) / Verso Paradiso

Dopo che varcando il Teatro Rasi si era precipitati nella città dolente, dopo che si era imparato il “noi” nella cantica dell’ascendere insieme per le strade di Ravenna, e di Matera, ci sarebbe stata una nuova chiamata pubblica e, insieme, si sarebbe dovuti arrivare al Paradiso nel 2021. Come fare, costretti alla distanza? Come celebrare Dante nell’anno del settimo centenario della morte del poeta? Teatro delle Albe e doppiozero hanno immaginato lo spazio della scrittura come spazio di un’attesa condivisa, un racconto-diario scritto da Marco Martinelli e racconti-sapere di studiosi e amici del Sommo, fili differenti per “dialogare con l’ago” e tessere visioni. Il Cantiere Dante di Marco Martinelli e Ermanna Montanari è una produzione Ravenna Festival/Teatro Alighieri in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro.   Ci abbiamo creduto, abbiamo sperato, fino all’inizio di marzo. Poi l’esplodere delle varianti, la lentezza dei vaccini, l’arrossarsi implacabile, giorno dopo giorno, delle Regioni, ci hanno fatto alzare bandiera bianca: il Paradiso dantesco, debutto previsto 25 giugno 2021, non si farà. Ma prima di continuare, occorre raccontare l’antefatto al...

Giardino di primavera / Scille, gli occhi azzurri del sottobosco

Le selvatiche Scilla bifolia sono gli occhi azzurri del sottobosco. S’aprono al primo sole di marzo, gracili, minute, hanno il privilegio di sfoggiare uno dei blu naturali più invidiabili e ammalianti, toccante al punto da far illanguidire. Due, appunto, le foglie: lucide, lunghe e strette che avvolgono il rossiccio gambo florale e, giuntevi al mezzo, opposte, si ricurvano. Leggiadre, le piccole corolle a stella – sei tepali, sei stami con antere altrettanto blu, pistillo capitato sorgente dall’ovario supero – si schiudono una via l’altra sul racemo. Tra aprile e maggio, invece, danno il cambio ai narcisi le Scilla non-scripta (o Hyacinthoides non-scripta), pur esse spontanee d’origine: indimenticabili, quali specchi lacustri, le distese dei boschi inglesi.  Sono facili da naturalizzare nel prato di casa, meglio se collocate al piede di alberi e arbusti, ve ne sono anche di rosate e bianche, certo di minor effetto. Si propagano con generosità e ve le ritrovate sparpagliate in giardino in men che non si dica. Più alte e vistose delle S. bifolia, su dritti, carnosi steli recano dapprima boccioli stretti in spiga che poi, in sequenza, rivelano campanelle reclinate con i vezzosi...

Giorgio Agamben / Hölderlin nella torre

La torre di Hölderlin è il vero tema del libro di Agamben. Si entra attraverso un saggio iniziale, c’è quindi una corposa parte centrale, cronologica, fitta di lettere e testimonianze. È una struttura interna, biografica, che è quasi una scala dove saliamo con Hölderlin nella torre. Alla fine, o piuttosto in cima, ci si affaccia attraverso un saggio finale su orizzonti molto ampi. Com’è finito nella torre Hölderlin  e perché ci rimane per trentasei anni? Forse perché l’amico Sinclair viene arrestato e il poeta inizia a ripetere Non sono un giacobino. Nato nel 1770 ha 19 anni quando scoppia la rivoluzione francese, la politica nella sua generazione è uno snodo di tante questioni diverse e forse in seguito vuole ritrarsi, sottrarsi da quello che la politica dice. Forse ci sono tracce di una delusione amorosa, o semplicemente le difficoltà con gli altri umani e il mondo di tutti, in ogni tempo.    Di fatto alla fine ci si ritrova all’interno di una torre che è come un pensiero, come la poesia. Qualcosa di verticale così intrinseco alla persona che è difficile parlarne senza tradirne le difese e quindi la sua funzione principale, proprio perché parlare e interloquire è...

Beatrice Pediconi / Diario di un tempo sospeso

“Quale traccia lascia un ricordo?” si è domandata Beatrice Pediconi (Roma, 1972). E da questo interrogativo ha preso le mosse per i suoi recenti lavori, ora in mostra nella Galleria z2o | Sara Zanin. Domanda elaborata dopo un’importante perdita, che è stata la spinta a sperimentare, provare, forzare, ancora e ulteriormente, la propria espressione artistica. Che, sin dalle primissime creazioni, ha immediatamente attraversato discipline differenti. Una sperimentazione, quella di Beatrice Pediconi, che la pone nella zona di confine tra un linguaggio e l’altro. Area liminale che le permette di muoversi liberamente pure tra media diversi. Sfuggendo, in questo modo, dalle strette categorizzazioni che la vedono, infatti, variabilmente definita e altrettanto mutevolmente accolta addirittura in mostre di sola fotografia. In questa no man’s land Beatrice Pediconi ha realizzato la serie che rappresenta l’inizio di una nuova fase, un’ulteriore evoluzione di quanto finora realizzato. Seppur qualche piccolo cenno è stato esposto a New York, dove vive ormai da molti anni, tuttavia è proprio a Roma, nella sua città natale, che ha voluto presentare il corpus di lavori Nude, a cura di Cecilia...

Un libro di Carmen Pellegrino / La felicità degli altri

Se, come scrive Paul Celan, “dice il vero, chi parla di ombre”, potremmo definire l'ultimo lavoro di Carmen Pellegrino – La felicità degli altri, edito da La nave di Teseo – un libro sulla verità, o meglio, sulla costruzione della verità. Un libro raffinato, che tiene insieme la delicatezza di un dire sensibile e la capacità di conferire nuove forme e nuova vita a concetti apparentemente immobili. L'autrice stessa definisce la storia che racconta un'anastilosi, una ricostruzione dell'antico attraverso la ricomposizione dei suoi frammenti; è la possibilità di un divenire nuovo del vecchio, che dismette i panni dell'immobilità monolitica della Verità con la lettera maiuscola, alla volta di una riscrittura del già saputo che, passando attraverso le ombre, si trasforma in un sapere inedito.   Cloe è la protagonista del libro. Ma Cloe è anche Clotilde, Anais, Esoluna, nomi di passaggio, indossati come panni da abitare finché non diventano stretti, ma anche nomi che permettono una transizione, una ricostruzione che comincia dalle rovine – quelle rovine presenti anche nei libri precedenti di Pellegrino, tanto da averle conferito l'appellativo di abbandonologa. Come in Cade la Terra...

Milo Rau: Vangelo a una dimensione / Anche in Palestina nevica

Sul set di Matera, Milo Rau ha riunito le condizioni ideali per produrre lo spettacolo più rappresentativo della sua poetica cine-teatrale: un cast formato da professionisti e da non professionisti della scena, in cui spicca la presenza di un certo numero di braccianti immigrati di origine africana; uno dei più grandi “testi-sorgente” a cui un artista occidentale possa aspirare; un luogo che nell’immaginario collettivo ha rimpiazzato il teatro originario degli eventi biblici fin da quando Pier Paolo Pasolini lo preferì alla Palestina dove pure aveva condotto dei sopralluoghi prima di girare, nel 1964, il suo Vangelo secondo Matteo.   Tutto  questo fa di The New Gospel un inestricabile continuum di realtà e di rappresentazione, di cerimoniale artistico e di processo politico, un’opera in azione che produce da sé il proprio discorso – messa in scacco, la critica non può che naufragare nella ripetizione o assestarsi nella neutralità della descrizione ecfrastica – articolandolo su due piani distinti che si compenetrano senza mai alterarsi, in una sorta di sovrimpressione: il Vangelo delle origini, che risuona nella sua purezza sulle labbra di Yvan Sagnet, l’attivista e...

Reportage / Shattered Beirut 6.07

Carol Mansour è una documentarista indipendente libanese con più di vent’anni di esperienza nel campo televisivo e cinematografico. I suoi lavori sono regolarmente premiati in importanti festival dedicati al cinema e al documentario a livello internazionale. Di qualche giorno fa è la notizia che il suo ultimo lavoro “Shattered Beirut 6.07” – con scene dirette sui postumi della terribile esplosione avvenuta al porto di Beirut il 4 agosto 2020 – è stato riconosciuto come migliore documentario breve al Socially Relevant film Festival di New York ed è nella selezione ufficiale al San Diego Arab film festival previsto per il prossimo giugno. Entrambi i genitori di Carol, palestinesi cristiani, si stabilirono in Libano fuggendo dalla Palestina durante il conflitto arabo-palestinese del 1948, e in Libano Carol è nata nel 1961. Nel 2000 ha fondato la Forward Film production a Beirut e da anni lavora ai suoi documentari insieme alla collega Muna Khalidi. Con il suo lavoro ha indagato e continua ad affrontare aspetti cruciali delle società contemporanee.   Del 2007 è il suo documentario “A summer not to forget” sui 34 giorni di bombardamenti israeliani sul Libano a seguito del...