Constance Mary Lloyd: la moglie di Oscar Wilde

Talvolta esistono figure che restano segrete anche nel corso dei secoli: una di queste è sicuramente Constance Mary Lloyd, moglie di Oscar Wilde e madre dei suoi due figli. La “costante” della vita affettiva eterosessuale di Oscar Wilde è stata proprio Constance. Laura Guglielmi ne compone il ritratto in prima persona, identificandosi direttamente con la propria eroina. Il libro, pubblicato nel 2021 dall’editore Morellini nella collana “Femminile singolare”, diretta da Sara Rattaro e giunta alla sua quinta pubblicazione, si chiama Lady Constance Lloyd. L’importanza di chiamarsi Wilde. Due sono le epigrafi al libro, una di Virginia Woolf: «In quanto donna non ho patria, in quanto donna non voglio patria alcuna, in quanto donna la mia patria è il mondo intero». La seconda di Alfred Tennyson: «È meglio aver amato e perso, che non aver mai amato».

 

Scrive Laura Guglielmi: «Questo romanzo biografico non sarebbe potuto esistere senza alcune persone preziose. Innanzitutto, Constance Lloyd Wilde Holland, la protagonista di questa storia. È una donna importante di cui ingiustamente si parla poco, nonostante abbia contribuito, in anticipo sui tempi, al processo di emancipazione delle donne e degli uomini. Quando parlo di lei, quasi tutti mi chiedono stupiti: “Ma come, Oscar Wilde aveva una moglie?”. Era molto conosciuta nella Londra di fine Ottocento ma, dopo lo scandalo che coinvolse suo marito, è entrata in una zona d’ombra dalla quale sembra non essere ancora uscita. L’ho sentita spesso vicina e sorella e ho fatto davvero fatica a lasciarla andare. È stato anche difficile congedarmi da tutti gli altri personaggi di questa storia. Sono ancora tutti qui, anche ora che il sipario si è abbassato».  

 

Questo l’inizio del libro, che sigilla l’identificazione dell’autrice con il personaggio narrato: «Mi chiamo Constance Mary Lloyd. Avevo ventidue anni quando ho incontrato Oscar Wilde, ma lui non è l’unica cosa importante della mia vita, anche se il nostro è stato un grande amore. Non mi sono mai sentita vittima di mio marito. Questa che state per leggere è la mia storia, la mia parte di verità».

 

La maschera della scrittura apocrifa serve a Guglielmi per portare il lettore sul palcoscenico della vita di Constance e di Oscar, dei quali assume alternativamente la voce. L’autrice scandisce il volume in tre atti: Atto I, Memorie di una ragazza irlandese(1858-1880); Atto II,  La forza delle cose (1891-1894); Atto III, Cosa c’è dopo? (1894-1897). Constance non è stata solo moglie di Oscar Wilde ma scrittrice lei stessa, pensatrice in difesa dei diritti delle donne, combattiva e coraggiosa. Colta e ironica, Lady Constance Lloyd è una figura femminile che aspetta ancora di essere riscoperta. Oscurata dalla fama e dagli scandali del marito, da lui ebbe due figli, Cyril e Vyvyan. Femminista e progressista, fu paladina di una rivoluzione culturale che esigeva migliori condizioni di vita e di istruzione per le fasce “deboli” della società inglese, a partire dalle donne sue contemporanee. Nel secolo in cui visse era conosciuta quasi quanto Wilde, per il suo impegno contro la rigida e ipocrita società vittoriana. Ma, nel 1896, dopo lo scandalo che travolse il marito, Constance si trasferì nella Riviera Ligure, dove viveva l’amica lady Margaret Brooke, prima a Nervi, poi a Villa Elvira a Bogliasco. Morì quarantenne il 7 aprile del 1898, dopo un discutibile e sfortunato intervento chirurgico. È sepolta nel cimitero monumentale di Staglieno.

 

Ripercorriamo alcuni punti del libro. Scrive Constance, evocata da Guglielmi: «Sono nata a Dublino il 2 gennaio del 1858. Mio padre Horace Lloyd morì quando avevo sedici anni, ma io non sentii la sua mancanza. Era sempre fuori casa, di giorno in ufficio e la sera nei club della Londra che contava, a bere whisky, fumare sigari e progettare le sue tresche, stringendo amicizie per diventare sempre più influente. Con il tempo era riuscito a ottenere un buon successo come avvocato, ed era entrato nella cerchia del principe di Galles. Mia madre, Adelaide Barbara Atkinson Lloyd, detta Ada, era una donna difficile e una madre crudele.

 

 

Dopo la morte di mio padre la sua unica aspirazione fu trovarsi un nuovo marito». Scrive ancora Constance, qualche anno dopo, nella finzione apocrifa dell’autrice: «Mi piaceva giocare con gli uomini, e farmi rispettare. Lontana da mia madre stavo rifiorendo, tiravo fuori un certo umorismo e una logica stringente. Sapevo condurre una conversazione con destrezza, e non era facile contraddirmi. In più avevo il coraggio di esprimere quello che pensavo e di comportarmi di conseguenza. La timidezza che mi aveva perseguitata cominciava a evaporare piano piano».

 

Il romanzo biografico continua, descrivendo l’incontro fra Oscar e Constance, l’approfondimento della loro relazione, la scoperta della necessità della scrittura: «Il 1882, mentre Oscar era via, fu un anno di scoperte. Al pomeriggio spesso attraversavo Hyde Park e mi sedevo sulla panchina vicino al Round Pound a leggere The Girl’s Own Paper, un giornale uscito da poco e che piaceva alle ragazze sempre alla ricerca di nuove idee. Fu sfogliando quelle pagine che m’immaginai per la prima volta giornalista. Sì, avrei potuto guadagnare anch’io scrivendo. E infatti un bel giorno di primavera, mi sedetti su una panchina di fronte all’Albert Memorial e cominciai a prendere appunti. Cercavo una nuova forma narrativa in cui mescolare, anche con ironia, vita quotidiana, fatti storici e varie riflessioni, una via di mezzo tra il mémoire, il diario e il romanzo di formazione». Quest’ultima frase è rivelatrice dell’intera operazione della Guglielmi: fingere un mémoire, a metà fra diario e romanzo di formazione, per poter indagare l’intimità di un rapporto familiare, tra immaginazione e realtà. In questo scopo il libro rivela una semplicità e una leggerezza ben calibrate, che portano il lettore indietro nel tempo, fra aneddoti biografici, eventi interiori, invenzioni della fantasia.

 

Constance è anche autrice di racconti e di fiabe, fra cui Was it a Dream? che racconta di una cicogna maschio dipinta su un ventaglio appeso in una nursery: l’uccello si lamenta perché, imprigionato in quel disegno, non può volare in Giappone. Racconta la Guglielmi, immaginandosi Constance: «Il racconto ebbe un grande successo, e mi feci coraggio, misi insieme alcune fiabe tradizionali, da Cappuccetto Rosso a Cenerentola a Il gatto con gli stivali, le scrissi come se fossero raccontate dalla nonna e intitolai la raccolta There was once. Anche Oscar pubblicò un libro per ragazzi: Il principe felice e altri racconti. Mi pentii di non aver firmato molte favole da me scritte e inventate, come Il gigante egoista. Oscar corresse qualcosa qua e là, ma decidemmo che comparisse solo il suo nome perché lo avrebbero pagato molto di più e noi avevamo bisogno di soldi. Non era ancora giunto il momento delle donne, anche se qualcuna era riuscita a sfondare la barriera invisibile che si frapponeva tra noi e la creatività».

 

L’affinità fra i due coniugi, presente e intensa nonostante le relazioni omoerotiche di Oscar, è destinata a un tragico epilogo: Wilde accusato di sodomia, incarcerato, poi scarcerato, la fine di ogni successo mondano, la povertà. Constance, a cui sono stati affidati i figli, si era già allontanata dall’Inghilterra, prima in Svizzera, poi in Liguria, ospite dell’amica Margaret. Infine la malattia, che si concluderà con la sua morte dopo un doppio intervento chirurgico, all’età di 40 anni. «Oggi è il primo aprile, per il Fool’s Day mi sono fatta un bello scherzo: domani torno nella clinica del dottor Bossi, per una seconda operazione. Alla fine, mi sono decisa, perché i dolori non cessano, anzi aumentano sempre più. Il medico interverrà sulla spina dorsale per risolvere le sempre più frequenti paralisi agli arti. Inoltre, vuole vedere se è il caso di rimuovere dei fibromi nell’utero. Sono molto spaventata, ma ho deciso di non dirlo a nessuno».

 

Colpisce, nella Constance evocata da Laura Guglielmi, una serenità dolorosa, un erotismo segreto, un desiderio intenso e frustrato di libertà, una maternità orgogliosa e difficile: e, soprattutto, una costante vicinanza al marito “diverso”, che non smette, nell’ombra di una esistenza appartata e fiera, di rispettare e di amare. Su questa mai spenta emozione amorosa cala il “sipario” di questo romanzo biografico su una coppia anomala e su una donna speciale.   

 

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