I Gabbiani: “facciamo che io ero…”

È improbabile anche solo immaginarli un ragazzino o una ragazzina con in mano un testo teatrale, per di più scritto appositamente per i lettori della loro età. A differenza del teatro ragazzi, che in Italia sta vivendo una splendida stagione, la letteratura teatrale per i giovani (a eccezione delle solite cattedrali nel deserto) esiste al massimo come nicchia, non è un campo battuto con favore dagli editori, non rientra nei programmi scolastici ma neppure nelle abitudini di chi legge per passione. Eppure, il “facciamo che io ero” del teatro è la formula magica dell’infanzia. Mettersi nei panni e nella voce di figure inventate per vivere avventure strepitose e sperimentare terrore, coraggio e passioni potenti è quello che fanno tutti i bambini nascosti nel buio di una tenda improvvisata in salotto, ma anche gli adolescenti chiusi in camera ad ascoltare musica per ore. Non è certo sorprendente ribadire che film, musica e libri servono a viaggiare con la mente e raffinare la grammatica dei sentimenti, ma lo è invece accogliere la nascita di una collana di testi teatrali che allenano con discrezione e concretezza la naturale pratica dell’immaginazione, proprio in un momento storico in cui la fiducia in possibilità altre da quelle a portata di mano ha tragicamente abbandonato il cuore intimo delle persone per diventare discorso, merce culturale, simulacro. 

 

La tua mano nella mia, di Carol Rocamora, copertina illustrata da Olga Rozmakhova.


A lanciarsi nell’impresa dei Gabbiani – così s’intitola la collana, in omaggio al celebre capolavoro čechoviano – sono le Edizioni Primavera con la cura di Federica Iacobelli. Autrice, drammaturga e sceneggiatrice raffinatissima e appartata, la curatrice in un anno ha già dato alle stampe sette titoli, scovandoli nella produzione di autori e autrici provenienti da diverse parti del mondo, dal canadese Pascal Brullemans all’americana Carol Rocamora, dall’inglese David Almond alla francese Karin Serres, fino agli svedesi Per Lysander e Suzanne Osten e agli italiani Roberto Cavosi e Sonia Antinori. Alcune di queste opere sono approdate alla scena negli anni scorsi, altre sono appena nate, altre ancora attendono artisti capaci di trovare la forma giusta per visioni fantasmagoriche più affini a tempi e modi dello schermo che alla nuda presenza di corpi in palcoscenico. Ciascuna di esse, comunque, è innanzitutto un libro da leggere che basta a sé stesso, come capita talvolta a certa grande drammaturgia che tra le righe delle pagine scritte custodisce un’energia performativa che il palcoscenico con la sua concretezza di corpi, voci e tempi finisce paradossalmente per svilire (tutto qui il “disagio del teatro” raccontato così bene da Pirandello e da Craig prima di lui). 

 

Sulla riuscita di questi testi può esprimersi a ragione solo il pubblico a cui sono rivolti. Lettori e lettrici adulti possono intanto apprezzare le eccellenti traduzioni e le illustrazioni di copertina, godersi storie in cui è reale ciò in cui si crede e non quel che si vede, e soprattutto domandarsi di volta in volta qual è la responsabilità di chi scrive verso chi legge, ovvero qual è la responsabilità nostra, dei grandi, verso i piccoli, cosa mettiamo in scena in questa vita in cui li abbiamo chiamati ad esistere, a quali spettacoli li obblighiamo e com’è il mondo che vorremmo mettere davanti agli occhi di bambini e bambine. Più o meno liberi dall’intento di portare avanti una tesi, quasi tutti questi testi trasudano slanci immaginativi e sentimentali che infondono coraggio e voglia di osare.

 

Michel Piccoli, Natasha Parry e Peter Brook durante le prove di Ta main dans la mienne di Carol Rocamora.


Il capolavoro in questo senso è La tua mano nella mia, un testo dell’americana Carol Rocamora che racconta la storia d’amore tra Anton Čechov e Ol’ga Knipper intrecciando in un emozionante dialogo le lettere che si sono scambiati lo scrittore e l’attrice nei sei anni della loro relazione amorosa (gli ultimi della vita di Čechov). Il testo è un classico del teatro contemporaneo che ha girato i palcoscenici di mezzo mondo e che il pubblico italiano conosce per la messa in scena di Peter Brook con Natasha Parry e Michel Piccoli del 2005. L’opera, finalmente pubblicata anche in italiano (nella bella traduzione di Alessandra Valtieri), è l’unica della collana in cui protagonisti non sono ragazzi e ragazze, ma un uomo e una donna, fuori dal concetto di famiglia che con le sue storture ricorrerà negli altri testi. Tra le pagine del dialogo che scorre tra lui e lei su una scena vuota, non si profila alcun tema, nessuna direzione di senso: è pura vita che si svolge intensamente e conquista chiunque lo legga, grande o piccolo che sia perché è il viaggio di un amore verso una morte annunciata che, nonostante ciò, sprigiona luce a ogni riga. 

 

Il titolo, romantico, d’altri tempi, evoca subito il sentimento antico che ha legato i due protagonisti per sei anni che resteranno eterni. Un amore totale, nato nel 1898 al Teatro d’Arte di Mosca, “in un teatro non ancora finito senza neppure il pavimento e con i moccoli di candela piantati nelle bottiglie al posto delle luci” dove Anton, che a quell’altezza è già uno scrittore di fama, assiste alla prima lettura del suo Gabbiano, un testo che la regia di Stanislavskij trasformerà qualche settimana dopo in una pietra miliare del teatro del Novecento. Comincia così l’amicizia tra l’autore e l’attrice, e comincia così il loro intenso carteggio dovuto alla distanza obbligata: lei giovane, appassionata, nel pieno della sua carriera a Mosca, lui invecchiato troppo presto, confinato dai medici a sud, a Jalta, per via della tubercolosi che progredisce. Tra una lettera e l’altra in cui vediamo le loro vite avanzare rispettivamente tra un palcoscenico e uno scrittoio, scivolano infiniti dolci pensieri, attesa di rivedersi, decine di nomignoli.

 

E poi le prime brevi vacanze insieme a Jalta tra gli alberi in fiore che sembrano voler celebrare un amore finalmente dichiarato, i lunghi mesi di lontananza, nuovi testi che vedono la luce, tra baci, abbracci, tenerezze. La vita frenetica di lei tra prove, spettacoli e tournée e la lenta silenziosa solitudine in cui Čechov continua a dar vita a capolavori gravidi di nostalgia. Molti i consigli dell’autore all’attrice: le ovazioni, i successi, le fatiche delle prove sono tutte esperienze non vissute assieme eppure condivise intimamente attraverso lettere che rivelano una vicinanza concreta, una complicità che la quotidianità mancata non incrina mai. Neppure il matrimonio solitario senza amici e parenti e una luna di miele nei pressi di un sanatorio generano accenni di disagio o di insoddisfazione.

 

Lontananza, letti vuoti, e attesa disperata “di poter tornare – scrive Ol’ga – alle mattine insieme, con te che mi dai le spalle seduto sul bordo del letto dopo che ti sei lavato, senza vestaglia” sono sentimenti nostalgici ma sempre luminosi. Non mancano zone oscure come l’aborto spontaneo di una gravidanza frutto forse di un tradimento e improvvisi misteriosi debiti per i quali Ol’ga chiede aiuto al marito. Ma niente rabbuia la loro relazione. La malattia avanza, il desiderio di stare vicini si fa potentissimo, la coppia intraprende un ultimo viaggio in Germania per tentare nuove cure, Anton si aggrava rapidamente, lei si prende cura del marito fino alla morte, che non è però la fine né del testo né del loro amore, perché si rivedranno ancora settimane, mesi, vite dopo: in sogno, nella penombra di un palcoscenico che li accoglie entrambi, insieme, fino alla fine.

 

Wild girl, wild boy, di David Almond, copertina illustrata da Luca Tagliafico.


L’opera di Rocamora è sicuramente un unicum, anche per la capacità di saldare perfettamente pubblici diversi, ma in verità ciascuno dei testi regala letture complesse, mai banali dell’esistenza. Non che manchino i grandi temi d’attualità: leggendoli tutti insieme salta all’occhio, per esempio, che in nessun testo, salvo ne I figli di Medea di Lysander e Osten dove la famiglia c’è tutta intera ma come specchio dell’inferno, vengono inquadrati entrambi i genitori. C’è sempre solo la mamma o solo il papà: l’altro se non è morto rimane fuori scena. Ma mentre alle madri spetta il compito di educare i figli alla vita reale, al da farsi, ai compiti da svolgere, il tempo con i padri è quasi sempre un tempo di fantasia liberata, un tempo felice, non solo per Elaine, ma anche per i figli di Agamennone nella riscrittura dell’Elettra di Cavosi in cui Crisotemi, Oreste ed Elettra rievocano i giorni d’infanzia in cui andavano al porto col padre a guardar partire le navi e cantavano tutti insieme e mangiavano i ricci col pane, e per la Lucy di Lucy/Gli orsi di Serres sostenuta e incoraggiata dal papà Ian mentre il mondo intorno (sorella compresa) l’addita come pazza perché lei, solo lei, vede (sa vedere) centinaia di orsi trasparenti che camminano accanto agli umani come angeli custodi. 

 

Cronache del Bambino Anatra, di Sonia Antinori, regia di Gigi Dall'Aglio.


Tra un amico immaginario e l’altro e le avventure nei boschi di streghe e orchi a caccia di fiori magici, famiglie infernali, solitudine ed emarginazione sono più che mai presenti, ma raccontati come condizioni organiche alla vita, non come temi da svolgere orientati in una precisa direzione ideologica. Ci ricordano così che gli scrittori bravi, efficaci, travolgenti, appassionanti, partono sempre da situazioni, da condizioni, da sentimenti in cui sprofondare, mai da argomenti da sviscerare. In Cronache del Bambino Anatra di Sonia Antinori, (portato in scena nel 2017 da Maria Ariis e Carla Manzon per la regia di Gigi Dall’Aglio), per esempio, la dislessia del protagonista Dario e il suo complicato rapporto con la madre-maestra è una condizione che l’autrice supera come pura contingenza per farne metafora di una più ampia relazione con le nostre imperfezioni. Allo stesso modo nel bellissimo Wild girl, wild boy di Almond dal dolore della piccola Elaine per la perdita del padre scaturisce un racconto sulla forza creativa che può nascere dalla nostalgia di una figura speciale e amata, sull’abisso interiore luminoso in cui si immerge la ragazzina mentre il mondo intorno la richiama continuamente alla realtà. Una realtà popolata da ciechi che non credono nelle fate e negli amici immaginari e che fieri del proprio realismo ottuso si perdono il meglio della vita: il gusto dei lamponi, il canto delle allodole e l’orto selvaggio della mente: “il più straordinario – diceva il papà di Elaine – quello in cui si può far crescere qualunque cosa”. Un’immagine perfetta, questa, per raccontare il senso e il valore di questi Gabbiani, a cui si augura lunga vita nella speranza che non restino solo rarità comprate da adulti appassionati per le proprie favolose collezioni ma che finiscano davvero nelle mani dei lettori a cui sono destinati. 

 

L’ultima immagine è la copertina di Lucy/Gli Orsi, di Karine Serres, illustrata da Daniela Berti.

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