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Il canto dei popoli in cammino

La pandemia non ce l’ha fatta a spegnerla. Infinite certezze sono andate in pezzi ma la musica no. La musica è rimasta. Anzi, nel mondo non se n’è mai ascoltata tanta. Non il silenzio, ma i cori dai balconi, i violini e le chitarre hanno accolto il primo lockdown. E quando gli spazi collettivi si sono chiusi e il bilancio delle morti è diventato inguardabile, i concerti sono fioriti online e le playlist personali si sono moltiplicate. 

Non poteva andare altrimenti, come indica l’ultimo libro di Roberto Carretta Fuga – Il canto dei popoli in cammino e altre storie (Acquario, 165 pp.). A guardarla in prospettiva s’intuisce infatti una spinta che si muove nel profondo. Una trama ampia e delicata. Una costante dell’anima che ci riporta nel flusso della storia. Stiamo navigando acque sconosciute, impegnati in una traversata che non fa sconti. E questo genere di viaggio da sempre si afferra alla musica e lì ritrova le radici e il respiro di un orizzonte.

La musica, scrive Roberto Carretta, è “un modo di portare con sé quel che non sembra essere più. Un bagaglio invisibile che non lascia tracce ma non dimentica nulla, non abbandona al nulla”. È “l’immutabile valigia dell’esule, del perseguitato”. Il tesoro di chi è costretto ad andarsene e di chi non può, la voce degli invisibili e dei resistenti. Una canzone, una melodia in testa. Un violino perché come dice una vecchia storiella, quando si è costretti alla fuga non ci si può portare dietro un’orchestra e nessuno lo racconta meglio dei violinisti che affollano i quadri di Chagall. Il rifugio di chi vede la sua normalità sgretolarsi e il mondo cambiare faccia.

 

In un saggio in forma di racconti Carretta, già autore di libri che spaziano dall’arte alla letteratura, dagli scacchi al mito e al simbolismo del cibo, riannoda il filo di questo legame e lo rincorre nel tempo. È una vertiginosa fuga musicale, che procede per citazioni, folgorazioni e suggestioni e che ciascuno può provare a ricreare di suo perché ogni tappa si chiude con l’elenco delle letture e dei brani musicali che la compongono.

In queste pagine si schiudono nuove vie e si scoprono aspetti che senza saperlo già si conoscevano. Ad esempio che a differenza di altre arti la musica contiene in sé il movimento, che nasce dal silenzio e lì ritorna. O che la sua immateriale qualità è già miracolosamente nelle cose. “I liutai ascoltano l’eco dei legni sulle mensole per la stagionatura quando l’albero è morto. Stradivari auscultava il tronco, il corpo dell’albero vivo. Che fosse questo uno dei suoi segreti?”.  

 

E ancora, racconta Carretta, nell’estate del 2011 Salvatore Accardo ha tenuto un concerto per cinquemila persone senza amplificazione nella Foresta dei violini in Val di Fiemme. “Bastava la sola voce del violino, perché la foresta è un auditorio naturale, una camera acustica dove ogni nota è rilanciata dai tronchi che funzionano come immense canne d’organo”. Ogni albero è uno strumento.

Se la musica è nelle cose, le parole sono musica. “La musica è poesia, la poesia canto. Ha un ritmo, un tempo. Conduce fuori dal tempo perché lo porta in sé”. Sulle tracce di quest’armonia, tornano voci e volti di chi, ciascuno a suo modo, nella musica e nella poesia ha trovato ragioni di vita e resistenza. L’esperienza ebraica, nel suo significato universale, torna in queste pagine come uno dei temi conduttori. Primo Levi che nel lager recita i versi del Canto di Ulisse a un compagno di prigionia. Osip Mandel’stam che nel gulag, senza forze, recita Dante e Petrarca. Sua moglie Nadezda che impara a memoria i suoi versi come un canto. Il giovanissimo Hirsch Glick, poeta yiddish e autore dell’inno dei resistenti di tutto il mondo. 

 

 

Glick ha poco più di vent’anni quando nel 1943 gli giunge la notizia dell’insurrezione del ghetto di Varsavia. Allora “fa ciò che sa fare meglio, oltre ai sabotaggi e alla lotta clandestina: compone un canto”. Glick sfuggirà alla liquidazione del ghetto di Vilnius ma sarà ucciso dai tedeschi. La sua canzone, intitolata Non dire mai, invece gli sopravvive. Diventa l’inno dei resistenti dei ghetti e troverà un titolo in ogni lingua che lo farà proprio. Il testo è un atto di coraggio che fa da contraltare a un altro celebre canto della deportazione, Dona Dona, e a Bella Ciao – protagonista di “un lungo viaggio, dalle orchestrine klezmer ai partigiani italiani, dalle mondine alla resistenza nei Balcani”. 

Come nutre la rivolta contro il potere, così la musica alimenta le speranze e i ricordi dell’esilio. Quello di Emanuel Carnevali, ad esempio, “il migrante per eccellenza”, secondo la critica il primo autore italiano a influenzare la poesia americana. Emigra negli Stati Uniti a 16 anni, conosce la miseria dei lavori saltuari e troppo tardi è riconosciuto nel suo paese. Per cent’anni resterà sospeso fra le due sponde dell’oceano, sperimentando quello sdoppiamento dell’anima che lui stesso definirà “l’esilio della provenienza e della destinazione”. Si può accompagnare la sua storia con Titanic di Francesco De Gregori (1982) o Italiani d’Argentina di Ivano Fossati (1993, live) e se la si legge sulle note di Muddy Waters acquista una risonanza ulteriore. 

 

“Il blues è una cura omeopatica”, scrive Carretta. “Non si compiace del dolore, lo canta, lo porge, non vuole commiserazione. Ne fa benzina per il viaggio, qualunque esso sia”. Vale anche per le jazz band che a New Orleans accompagnano i funerali – impressionante quella che di recente ha accompagnato il corteo funebre del patriarca del clan Marsalis – “nate dalla svendita di ottoni e strumenti delle bande napoleoniche giunte in Louisiana o di quelle austroungariche finite in mano ai musicisti di strada klezmer. Ciò che rimane alla fine di monarchie e imperi”. 

L’ironia, l’invettiva e la malinconia. E poi le storie disperate che dal ritmo ossessivo del blues si rovesciano nel rock. Johnny Cash che rilancia la sua carriera con un disco e una serie di concerti nelle carceri degli Stati Uniti. Bob Dylan che alla storia del pugile Rubin Carter, condannato ingiustamente per ragioni razziali, nel 1975 dedica Hurricane, una delle sue ballate più famose. 

 

Ed è un pugile, ricorda Carretta, anche Moretto, nella vita Pacifico Di Consiglio, ebreo romano, che durante le leggi razziali è catturato, torturato ma non abbandona mai il ghetto e alla fine della guerra è uno dei testimoni chiave contro i persecutori. Entra in tribunale solo dopo aver sferrato un pugno in faccia a uno dei suoi aguzzini. Fino all’ultimo è un combattente.

Ancora poesia. Il dottor Sonne, ad esempio. Al secolo Avraham Ben Yitzhak, nato a Przemysl, in Galizia, nel 1883, era certo che la poesia fosse “l’ascolto delle fondamenta del mondo”. In Il gioco degli occhi Elias Canetti gli dedica un ritratto indimenticabile. “Egli apriva in te interi mondi là dove prima c’erano soltanto punti oscuri”. La sua dedizione è condivisa da altri intellettuali dell’epoca, da Robert Musil a Hermann Hesse che si recano in ascolto dei celebri silenzi del dottor Sonne. Di lui restano undici poesie. “Beati coloro che seminano e non mietono perché vagheranno più lontano”, inizia l’undicesima, quella che più rispecchia la sua personalità. 

 

E poi Marin Marais, musicista di corte a Versailles di cui racconta Pascal Quignard in Tutte le mattine del mondo; il fiorentino Francesco Romiti, il “Van Gogh dei tetti rossi” (come le tegole dell’ospedale psichiatrico); il poeta “spostato” Mario Calcagno. E Glenn Gould, un altro visionario che come il dottor Sonne si ritira prima del tempo quand’è all’apice del successo. Ha trentadue anni e la routine delle esibizioni in pubblico gli è ormai diventata intollerabile. 

Vent’anni dopo uscirà dal suo isolamento per registrare un’impeccabile versione delle Variazioni Goldberg. Intanto, una sua esecuzione sta valicando i confini del tempo e dello spazio. Nel 1977 la sua registrazione del Preludio e fuga in Do di Bach è imbarcata dalla Nasa sulla navicella Voyager. È una bottiglia lanciata nell’oceano cosmico, dirà Carl Sagan. Un grido di vita e bellezza dalla Terra. Le note perfette di Bach oggi navigano nello spazio interstellare. La musica non era mai arrivata così lontano. La si può immaginare lassù, accanto alla stella che guida i naviganti – una preghiera laica scagliata verso il cielo.

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