La democrazia è una virtù?

Dopo tanto parlare e scrivere di vizi, l’attenzione sembra tornata a posarsi sulle virtù, a guardare il panorama culturale ed editoriale. Un po’ lo dobbiamo al fatto che ci illudiamo di essere tutti buoni e virtuosi (nel senso cristiano del termine), di nascita o di vocazione; un po’ ci attrae l’idea dell’autorealizzazione e del compimento delle nostre possibilità che caratterizza la virtù del mondo classico greco e romano. E così ci si occupa per esempio delle virtù cristiane, le tre virtù teologali più le quattro cardinali, con qualche aggiunta: povertà, mansuetudine, castità, religione, obbedienza (che non doveva essere più una virtù e invece lo è ridiventata eccome!). 

 

Sono le virtù rappresentate da altrettante statue, dodici, tra le novantacinque del monumento marmoreo in cui riposano le spoglie di Sant’Agostino nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, e per le quali è in programma un volumetto collettaneo per ognuna di quelle dodici virtù: dopo quelli su speranza e carità, l’attenzione è caduta su mansuetudine, una virtù alquanto desueta e un po’ fuori mano anche se con le mani ha molto a che fare, giacché mansueto è l’animale che è stato abituato alla mano dell’uomo (AA.VV. Mansuetudine. L’arca delle virtù da Agostino al XXI secolo, a cura di Giulia Delogu, Como-Pavia, Ibis, 2020). Né mancano le virtù nell’elenco dei volumi della collana Parole controtempo della casa editrice il Mulino: Prudenza di Zamagni, Saggezza di Borgna, Pazienza di Caramore, Perseveranza di Natoli, Coraggio di Ambrosoli, Frugalità di Legrenzi... Anche Doppiozero si è messo a interessarsi di virtù, proponendo Pazienza di Prete, Indulgenza di Pomella, il mio Clemenza, Democrazia di Pigozzi...

 

La democrazia è una virtù?

Un momento. Perché democrazia dovrebbe essere una virtù e non una banale forma di governo? Forse è la democrazia una forma di governo virtuosa, se riesce a non fondersi nella massa e a mantenere con essa una distanza, data per esempio dal criterio di rappresentanza? Una forma di governo virtuosa, soprattutto se insieme al principio di maggioranza riesce a incorporare anche i valori liberali, primo fra tutti la separazione dei poteri? In fondo la virtù politica per eccellenza è proprio la capacità di mettere limiti al potere, avrebbe detto Montesquieu, dal momento che «è un’esperienza eterna che chiunque abbia del potere sia portato ad abusarne e continui ad andare avanti finché non trova dei limiti» (De l’esprit des lois, 1748, XI, iv). Il quale Montesquieu aggiunge subito dopo, paradossalmente ma molto saggiamente, che «anche la virtù ha bisogno di limiti». Come dire che anche l’eccesso nella ricerca del bene per sé e soprattutto per altri può avere conseguenze nefaste. Montesquieu aveva in mente non tanto le virtù cristiane quanto quelle della grecità e della romanità. Virtù private ma anche virtù pubbliche, civiche, legate ai «principi attivi» delle stesse: eccellenza, piena realizzazione di sé, compimento e perfetto funzionamento delle proprie possibilità. 

 

Virtù e aretè

Lo spiega e lo illustra con dovizia di materiale Arianna Fermani nel suo Virtù (Unicopli 2021). Uno studio dettagliato e approfondito di questo elemento essenziale all’etica antica, seguito da un utilissimo Lessico delle virtù. L’aretè dei greci è realizzazione della propria «funzione specifica», l’ἔργον (ergon). E proprio quest’ultimo termine e concetto potrebbe condurre a un’altra etimologia di virtù che non sia il binomio maschio-forza: vir-vis, e invece il senso dell’agire e operare proprio del sostantivo ἔργον e del verbo ἐργάζομαι (ergon e ergàzomai), preceduti dal digamma eolico ϝ, che si pronunciava come una v (w) e che ha dato luogo in tedesco al sostantivo Werk, opera, lavoro. Ne conserviamo un’eco nell’azione del virtuoso, che si sforza e si esercita e si allena fino a eseguire esemplarmente il proprio compito.

L’esercizio che porta alla virtù è inoltre paragonabile – e nel mondo antico è stato ampiamente paragonato – all’impegno dell’atleta nella competizione sportiva: l’idea di virtù nel mondo antico infatti – ricorda Fermani appellandosi anche a un altro testo (Gerardo Alicandro, Atletismo della virtù. Sulla φιλία in Aristotele, Pisa, ETS, 2018) – è inscindibile dall’agonismo e la vittoria più bella che si conquista nelle sale sportive è il controllo delle passioni e l’ascesi morale.

Tutto questo può essere condensato nella figura di un eroe che è anche un uomo, sportivo e un uomo virtuoso: Eracle, Ercole, l’«atleta della virtù».

 

Ercole atleta della virtù: ascesi morale ed esercizio fisico

Eracle è un uomo, o più precisamente un semidio, prestante e muscoloso, che già in culla strangola i serpenti mandati da Era per ucciderlo in quanto frutto di uno degli ennesimi tradimenti di Zeus. Il padre degli dei lo concepì con Alcmena travestito da marito della medesima, Anfitrione (questione che apre un bel problema filosofico legato al rapporto tra fatto e intenzione); Eracle fondatore dei giochi olimpici; Eracle eroe del ponos, la fatica, e dell'athlos, la prova, il combattimento, il gioco agonistico. Eracle che fatica non per suo piacere e gloria ma per il bene dell'umanità, per salvarla dalle catastrofi.

Eracle, dicevamo, che da figura marziale, muscolosa e assetata di sangue nella poesia di Omero ed Esiodo, diventa autore di imprese pacifiche e atletiche fino a fondare i giochi olimpici, secondo le Odi olimpiche di Pindaro (II, 3 e III,11) e affermarsi poi, sulla scorta del poeta lirico e poi dei tragici, quale eroe ideale che aiuta e dà forze agli uomini e li salva nelle difficoltà della vita.

 

 

Nelle tragedie in particolare, nelle Trachinie e nell'Eracle di Euripide, l'eroe deve soffrire a causa dell'odio di Era, fino all'apice delle sue sofferenze dovuto all'assassinio compiuto con le sue mani dei suoi propri figli. È tramite la sofferenza dell'innocente – con un percorso che ricorda quello di Gesù – che Eracle diventa filantropo, benefattore dell'umanità e fondatore di civiltà. Il pensiero cinico farà infine di Eracle l'eroe dell'ascesi morale proprio in virtù della sua capacità di esercitare e controllare il corpo nell'esercizio fisico. Il nostro eroe con la clava e la pelle di leone assume infine la parte del personaggio che, al bivio tra virtù e vizio, aretè e kakía, sceglie la via aspra e faticosa della virtù. Lo narra Prodico nella sua famosa allegoria esposta da Senofonte, tante volte ripresa dall'arte e riportata all'attenzione dei moderni da un saggio di Erwin Panofsky, Ercole al bivio, del 1930. Coniugando il racconto senofonteo di Prodico con spunti esiodei, il racconto si configura come una scelta volontaristica, da parte di Ercole – quindi non effettuata grazie alla conoscenza intellettuale della tradizione socratico-platonica – della virtù. Ma Ercole, per quanto filantropo e benevolente, è un eroe della forza; e allora che cosa collega la forza fisica con la virtù morale? Probabilmente, se non c'è dell'altro, almeno una analogia. Quella che dice: l'esercizio fisico sta al corpo come l'ascesi morale sta alla virtù. 

 

Ovvero, sia il corpo sia la virtù traggono giovamento dall'esercizio, dalla disciplina e dall'autocontrollo, oltre che dalla ripetizione. In questa analogia però gli elementi non sono sullo stesso piano. Per la tradizione di pensiero che se ne occupa, prevalentemente cinica e stoica, l'elemento dell’ascesi morale è nettamente superiore a quello dell'esercizio fisico: è l'ascesi mentale e morale, fatta perì ten psychén, secondo l'anima, ad essere considerata di valore più alto dell'esercizio perì to sòma, secondo il corpo. L'eroe non è più l'uomo d'azione ma l'uomo contemplativo, la sola ascesi che conta è quella morale; la virtù etica o aretè prevale sulla forza fisica o rõme e, per esempio, in un autore della tarda cultura antica come Seneca, l'esercizio fisico ha valore soltanto in quanto metafora dell'ascesi morale. Chi la esercita con spirito d'atleta, preciserà Plotino, è il saggio, o più precisamente quella sorta di saggio che è lo spoudaios, termine affermatosi in età ellenistica – benché già presente in Platone e Aristotele –, per designare la persona eccellente che agisce secondo virtù. Lo spoudaios di Plotino è chi non cessa di esercitarsi, è l'atleta non del corpo ma della virtù, in grado di resistere al piacere come alla sofferenza. 

 

Credo che da questo contesto derivi l'idea, assai diffusa anche oggi, che esercizio sportivo e attività agonistiche richiedano quasi una forma di giustificazione, siano da apprezzare non in sé ma in quanto preparazione «ad altro». A forme di lealtà, altruismo, spirito di squadra. A virtù sociali quasi, che allontanano da altre attività meno nobili (entrare in una gang, darsi alle droghe e all'alcool). Ciò vuol dire che l'esercizio fisico non vale tanto in sé, se non per tenere un po' in forma il corpo e allontanarne alcuni malanni, ma per ciò che impedisce o per ciò che causa a un altro livello. Per esempio, afferma qualcuno, insegna la moralità democratica e prepara a forme corrette di interrelazione politica. Insomma lo sport e l’esercizio fisico come forma di allenamento alla virtù. L’idea è che l’esercizio fisico incrementa la cultura della volontà che a sua volta supporta l’esercizio della virtù. Che l’esercizio fisico prepara all’esercizio morale, allenandolo a forme di attività leali, come la lealtà al proprio gruppo. Che se la virtù è tendenza a compiere azioni virtuose acquisite tramite l’esercizio, una persona tanto più diventerà coraggiosa quanto più compirà atti di coraggio e viceversa. Che non è altro che quel che proponevano gli antichi greci, da Eraclito a Platone a Aristotele a Plotino, come ci ricorda Arianna Fermani. 

 

Il passaggio allo sport come luogo di esercizio fisico e morale si compie in virtù della analogia sopra citata. «Lo sport, trovo scritto da Aldo L’Erario, non è infatti solo il luogo della competizione e della corsa alla vittoria, è molto di più: esso chiama l’atleta non solo al miglioramento fisico, ma anche a quello morale. La bravura, la resistenza, il dominio di sé, ma anche la forza, l’abnegazione, la temperanza, il coraggio, e – perché no? – l’umiltà sono elementi che costruiscono la vittoria e il trionfo, e che hanno anche un valore in sé; sono gli elementi che fanno sì che la sportività non sia una questione di corpi in movimento, ma di uomini dotati di dignità». Ercole lo sapeva meglio.

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