Olimpia Zagnoli: dalla O alla Z e oltre

Un unico fluido tratto di penna che avvolge in un ghirigoro una O e una Z, completato da un paio di occhiali che spuntano da sotto i riccioli.

La firma di Olimpia Zagnoli, monogramma minimo in forma di ritratto o viceversa, è già una delle sue caratteristiche figure: pochissimi elementi per un’immagine densa ma fulminea, che si coglie in un istante. La minuscola OZ sbuca da un angolo della mia copia del catalogo (Lazy Dog Press) di Caleidoscopica. Il mondo illustrato di Olimpia Zagnoli, la mostra che ne celebra i primi dieci anni di carriera – e in fondo, a pensarci bene, non poteva che essere la prima delle sue immagini in rassegna.

Attraversando le sale della mostra, allestita fino al 28 novembre 2021 presso gli ampi spazi dei Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia, sua città natale, non si può non restare colpiti dalla vertiginosa felicità di forme e di stili che affollano tanto le illustrazioni su commissione e i grandi progetti per marchi e aziende quanto i lavori personali, che siano disegni o sculture, schizzi o ceramiche.

Sono presenti, infatti, tutti i suoi progetti più noti: le copertine per il New Yorker, le illustrazioni per Repubblica, le copertine (come quelle per i libri di Henry Miller, per l’Universale Economica Feltrinelli), i progetti speciali per Barilla o Uniqlo, e, insieme a tanti altri, il celebrato manifesto realizzato per MTA, la società della metropolitana di New York, in cui in un viso di donna e nello skyline riflesso sui suoi occhiali trova posto tutta la mitologia della Grande Mela che anche la città ama raccontarsi.

 

Olimpia Zagnoli, “Hearfelt”, The New Yorker, 2019.


La mostra non dipana i dieci anni di carriera di OZ seguendo come unico filo un percorso cronologico ma si diverte invece a scomporre e ricomporre, proprio come in un caleidoscopio, la quantità di spunti visivi e cromatici cari all’illustratrice.

Ecco che una sala lega insieme i suoi disegni più liberi e liberatori, dove il desiderio diventa puramente ludico e prende forme sinuose, ai manifesti che prendono posizione sui diritti della comunità LGBTQ+. Su un’altra lunghissima parete trovano posto una serie di lavori, tutti accomunati da grandi volti in primo piano o comunque dalla presenza di figure umane semplici e immediate, pronti ad accompagnare un articolo di approfondimento di costume o un progetto di design. Un’altra sala ancora invece mescola viste cittadine e paesaggi assolati, accomunati da una palette di colori caldi e caldissimi fino al magenta e al marrone bruciato, e li mette in dialogo, per contrasto, con i colori freschi e brillanti dell’estate – il verde, il blu, l’ocra della serie “La Grande Estate”.

 

Olimpia Zagnoli, “Marisa”, Barilla, 2019.

 

Olimpia Zagnoli, “Baratti Beach”, “La Grande Estate”, 2016.


Colpisce, tra tutte queste immagini, come gli elementi d’elezione di OZ – il volto, molto spesso femminile, di fronte e ridotto all’essenziale; il contrasto tra aree di colore che non ospita né sopporta contorni ma basta da solo a dare vita alle figure; il movimento morbido oppure netto di ogni elemento visivo – siano sempre formalmente gli stessi eppure sempre, ogni volta, nuovi e diversi – elementi di un vocabolario minimo che è parte di uno stile ma ogni volta si fa segno di un’intenzione d’autore molto precisa, e sempre millimetricamente esatta.

 

In questo senso la mostra di Reggio Emilia, ottimamente curata da Melania Gazzotti, non è solo la mostra di un’illustratrice ma è la mostra di un’autrice, di una voce solida e matura che non è solo la somma dei suoi progetti ma il disegno (il progetto, l’intenzione) che li percorre tutti, ancora prima che finiscano in un disegno (di carta). Una voce che è vorace, in quanto agli spunti di ispirazione di cui si nutre, perché è allo stesso tempo facile e complesso intercettare gli echi che la attraversano e che si diverte a mescolare.

“Nei lavori di Olimpia”, scrive l’illustratore e designer Steven Guarnaccia, “si intravede la storia dell’illustrazione e del design italiano del Novecento: Depero e Mendini, Sepo e Sottsass ma vi si trovano anche alcuni echi di Lora Lamm e di Erberto Carboni”. E c’è chi, come l’artista Peter Shire, parla di Olimpia come di “un angelo della strada, venuto da una versione ideale, sognata, degli anni Ottanta”, mentre il designer Italo Lupi riconosce in lei “la memoria di certi illustratori francesi che, negli anni Sessanta/Settanta coloravano con forza e sensualità le pagine belle di Elle”.

Un distillato di immaginari e di mondi visuali che la rendono allo stesso tempo vintage e pop, e per questo perfetta per il nostro gusto di oggi che è sempre più traversale e pronto a reinventare da capo ogni vecchio passato.

 

Una delle sale di Caleidoscopica.


Illustrazioni e pattern di Olimpia Zagnoli (dettaglio).


La consapevolezza di una propria cifra distintiva, di un proprio modo, tutto personale, di guardare le cose, risuona anche nei titoli possibili per la mostra che compaiono in un grande quaderno di appunti a fogli bianchi, esposto nell’ultima sala: “Una vita a colori”; “Spazio immaginario” o “Spazio immaginato”; “Cromatica fantastica”. “Il tratto elettrico”, ma anche “Il tratto elastico”. “Una mano con gli occhi”, ma anche “Rompete le righe”, “Equilibrio nel disordine” o “Pensiero curvilineo”.

Una mostra antologica ha la funzione di passare in rassegna il già fatto per dargli un ordine, e di istituzionalizzare un’opera già riconosciuta – con il rischio di irrigidirla in un’immagine ufficiale, pronta a diventare maniera. E in effetti non sono mancati gli epigoni che hanno tentato di replicare quello che potremmo chiamare “effetto OZ”, provando a impadronirsi dei suoi stessi strumenti – dai colori piatti alle campiture piene, fino all’uso quasi esclusivo di tecniche digitali – per cercare di parlare il suo stesso linguaggio.

 

Non è nella tecnica, invece, che è da ricercare il suo segreto, e anche il percorso espositivo sembra suggerirlo, riducendo al minimo i riferimenti tecnici nelle didascalie dei lavori in mostra. Lo mostrano bene i taccuini di appunti, in cui sono penne e pennarelli a tradurre le prime idee per i disegni a venire.

Anche se fatti di fretta, senza darsi troppo pensiero, su pagine di servizio dove, specifica OZ, “si accumulano stralci di conversazioni telefoniche, […] liste della spesa, […] bustine di zucchero vuote che creano spessore e disturbano la fluidità del tratto”, quegli schizzi sono già compiuti, perché hanno quel primo bagliore che basta da solo a produrre uno scarto, a generare un movimento, un balzo dello sguardo verso un senso ulteriore.

I francesi hanno una parola affascinante che vale sia per l’avanzamento meccanico, come di una tacca su un ingranaggio, che per l’eureka dello stupore, dell’intuizione improvvisa: déclic. In italiano potremmo dire (meno bene) scatto, per alludere a quell’attimo che innesca lo stupore di chi guarda, e che è la chiave di volta dell’arte dell’illustrazione.

Lo spiega bene Guido Scarabottolo, esperto di quest’arte, nel suo testo sul catalogo della mostra: “Partiamo tutti dal familiare, dal ‘banale’: un nudo, una scatola di detersivo, una madonna, un sasso… per tirare un filo, con la matita, il pennello, la tavoletta digitale, che ci permetta uno scostamento, quello scostamento che è il senso della nostra ricerca. Quello scostamento che regala a chi guarda una piccola ‘meraviglia’. La cosa che mi piace in Olimpia è che questo scostamento avviene sempre con la massima semplicità e naturalezza”. Semplicità di intenti e di mezzi insieme, non solo piatta semplificazione di mezzi tecnici.

 

Olimpia Zagnoli, “Self Isolating”, The New York Times, 2020.

 

Olimpia Zagnoli, manifesto per la Giornata internazionale contro l’Omo-Lesbo-Bi-Transfobia, Comune di Reggio Emilia, 2021.


Olimpia Zagnoli, “Giardino di sculture”, Chiostri di San Pietro, Reggio Emilia, 2021.


Una via che Olimpia Zagnoli sembra aver esplorato ancora, e in modo inedito, nei lavori più recenti, per esempio trasformando di fatto in colori dei pattern in bianco e nero (per esempio in “Self Isolating”, illustrazione per il New York Times) o lavorando ancora di più, a levare, sulle sue figure, come nel manifesto per la Giornata internazionale contro l’Omo-Lesbo-Bi-Transfobia, realizzato quest’anno per il Comune di Reggio Emilia, che lo ha stampato e affisso in molti luoghi della città, e nelle grandi sculture nel giardino dei Chiostri, progetto site-specific realizzato per la mostra.

Tratti ancora più essenziali, colori ancora più basici, forme ancora più libere – e sempre capaci di mettere in moto quella frizione che produce scintille tra l’immagine e chi la guarda. Primi segnali, forse, di un’Olimpia futura, che aspettiamo di scoprire – mentre attendiamo di stupirci ancora.

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