Olimpiadi a Tokyo: sorvegliato speciale

 

Giappone anti-olimpico 

 

Mancano meno di due mesi all’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo, prevista il 23 luglio, posticipata per la pandemia di un anno. Anche i mass media italiani finalmente iniziano a trattare la notizia. Molti atleti e squadre in varie discipline si sono già qualificati e le aspettative per le possibili medaglie cominciano a gonfiarsi di speranze. 

Tuttavia, l’umore del paese ospitante, il Giappone, la nazione forse più fanatica dei giochi olimpici che esista sul pianeta, è tutt’altro che sereno. In questo momento, secondo vari sondaggi, più del 70% dei giapponesi sembra non voler ospitare le Olimpiadi a casa loro. Non le vogliono. Il Giappone anti-olimpico? Sembrerebbe un puro ossimoro, qualcosa di impossibile, eppure è così. Cosa sta succedendo?

Il motivo è serio ma semplice: il governo giapponese, da più di un anno, non è stato sufficientemente attivo (anzi, diciamo mai stato serio) per risolvere a fondo il problema della pandemia: innanzitutto si sono fatti pochi tamponi, forse per non far risultare troppi casi in modo da non rovinare l’opportunità olimpica, e sono state adottate misure spesso giudicate incoerenti, lanciate di volta in volta solo per schivare le critiche o per accontentare i lobbisti che sostengono la maggioranza.

 

Ora il Paese si trova a dover fare i conti con il contagio forse più alto dall’inizio della pandemia e Tokyo, Osaka e diverse altre prefetture sono ancora sotto lo stato d’emergenza che si prolungherà almeno fino al 20 giugno. Il 24 maggio il Dipartimento di Stato americano, seguendo i rapporti del CDC (Center for Disease Control and Prevention) che ha giudicato il livello di contagio in Giappone molto grave, ha incluso il Giappone nella lista dei paesi dove si sconsiglia ai cittadini statunitensi di andare.

Soprattutto a Osaka la situazione sanitaria è collassata. Più di 15.000 persone contagiate rimangono a casa senza poter accedere alle strutture ospedaliere e poche settimane fa ne morivano 40-50 al giorno. Il Paese ha conosciuto in questo ultimo periodo il nefasto termine triage, finora mai entrato nel vocabolario giapponese. 

 

In realtà, analizzando i dati, la situazione del contagio giapponese di questo periodo è più o meno la stessa di quella attuale italiana, sia come numero di nuovi contagi giornalieri (anche se questo dato è poco affidabile visto lo scarso numero di test effettuati) che per numero di decessi al giorno. Allora cos’è che rende emergenziale la situazione giapponese, se invece con le stesse cifre noi qui abbiamo la sensazione di poter finalmente uscire dal tunnel? Si tratta di un’emergenza generata dalla fragilità del sistema sanitario giapponese. Mancano i posti letto in ospedale per i malati di Covid e mancano soprattutto gli operatori sanitari.

Ed è curioso, perché in Giappone il numero di posti letto in ospedale è molto, ma molto più alto non solo rispetto all’Italia ma anche degli altri paesi industrializzati (Giappone: 13 posti letto su 1000 abitanti. America: 2.2, Inghilterra: 2.1). Come si spiega allora questa drammatica carenza? Il fatto è che gli ospedali giapponesi sono per la maggior parte piccole strutture private, molte delle quali non disponibili ad accogliere pazienti Covid perché non attrezzate per la cura delle malattie infettive. Inoltre tutti i dati confermano che effettivamente in Giappone ci sono molti meno medici e infermieri rispetto agli altri paesi industrializzati. E così i giapponesi hanno scoperto una grande fragilità del loro sistema sanitario, che credevano solidissimo.  

 

Nel mezzo di questa situazione sanitaria estremamente critica, con personale medico insufficiente a proteggere la salute dei cittadini dal Coronavirus, il 3 maggio è trapelato che il comitato organizzativo olimpico stava reclutando 200 medici sportivi e 500 infermieri per assicurare una gestione sicura dei Giochi. Inutile dire che c’è una grande polemica in corso.

Da mesi il comitato organizzativo olimpico e il governo non fanno che ripetere solo due parole: anshin anzen (“con serenità e in sicurezza”). Lo ripetono come un mantra, senza mai spiegare come si riuscirà concretamente a realizzare questo mega evento “con serenità e in sicurezza”, come se queste due parole da sole potessero magicamente risolvere tutto. Fatto sta che i giapponesi in questo momento non si sentono né sereni, né tantomeno sicuri.

 

Il dott. Naoto Ueyama alla conferenza stampa presso il FCCJ.


Il 27 maggio il FCCJ (Foreign Corrispondents’ Club of Japan) ha ospitato la conferenza stampa del dott. Naoto Ueyama, presidente della Japan Doctors Union. Nel suo discorso, il dott. Ueyama si è fatto quasi portavoce del popolo giapponese e dei lavoratori del settore sanitario sostenendo che è assolutamente sbagliato ospitare, in questo momento con il virus attivamente in giro nel paese, una mega manifestazione come le Olimpiadi, dove arrivano da circa 200 paesi più di 80 mila persone tra atleti, staff, dirigenti e addetti ai media (esclusi gli spettatori stranieri che non ci saranno) per mescolarsi ogni giorno insieme agli oltre 120 mila volontari giapponesi. Il dott. Ueyama sottolinea il rischio di provocare un contagio esplosivo nel paese e di generare qualche nuova variante più resistente ai vaccini o capace di contagiare anche i bambini, per diffonderle poi in tutto il mondo insieme ai partecipanti che tornano a casa. Secondo Ueyama, tali varianti sarebbero chiamate “varianti delle Olimpiadi di Tokyo” e tristemente ricordate a lungo nella Storia, perché potrebbero provocare un gran numero di vittime in tutto il pianeta. 

Con tono pacato ma deciso, Ueyama ha espresso la sua rabbia (che è anche quella del popolo giapponese, e soprattutto dei medici giapponesi) contro gli organizzatori che tengono in così poco conto il valore della vita, addirittura in nome di una festa della pace come le Olimpiadi. “Le Olimpiadi previste nel 1940 a Tokyo furono cancellate per motivi bellici. Anche ora siamo in guerra contro il virus, come ha detto anche il segretario generale dell’ONU, e siamo invitati a esercitare la nostra umana ragione per sospendere le Olimpiadi in questo momento”.

 

In risposta alla domanda di un esponente dei media, il dott. Ueyama si esprime anche sul Playbook, il manuale di regolamento anti Covid stilato dagli organizzatori delle Olimpiadi, dove sono elencate tutte le misure di sicurezza che riguardano il comportamento sociale e la salute dei partecipanti: obbligo del tampone prima della partenza dal proprio paese (due volte entro 96 ore dalla partenza), ogni giorno il tampone per tutti e via dicendo, ma soprattutto l’isolamento in una specie di “bolla” degli atleti e degli altri addetti, che potranno stare solo all’interno del villaggio olimpico e dei siti previsti per le gare e gli allenamenti. Ogni loro spostamento avverrà unicamente con le limousine fornite dall’organizzazione, rigorosamente vietato l’uso di mezzi pubblici. Gli atleti non potranno quindi mai andare a visitare la città di Tokyo e non avranno alcun contatto con gli “indigeni”. Questa regola però non riguarda gli addetti ai media né i volontari che entreranno e usciranno ogni giorno dalle zone limitate. 

 

Il Playbook.


Sembra sufficientemente efficace questo Playbook, ma, a guardarlo bene, le falle sono numerose. Come sottolinea il dott. Ueyama, quando si radunano così tante persone provenienti da più di 200 paesi, riuscire a tenere tutto sotto controllo è praticamente impossibile. Dice Ueyama: “Ce lo dimostrano i casi del Vietnam e di Taiwan che avevano adottato misure rigorosissime, con le quali hanno ottenuto inizialmente grandi successi, ma che ora sono di nuovo pieni di contagi”. Anche la vaccinazione, che il Playbook nemmeno prevede come obbligo, non è una protezione infallibile. Ueyama chiude il suo intervento dicendo che nessuno scienziato oserebbe mai dire oggi che è possibile ospitare i Giochi Olimpici “con serenità e in sicurezza”. 

Nonostante i rischi siano evidenti, la dirigenza del CIO (Comitato Internazionale Olimpico), continua a lanciare messaggi unilaterali per dissipare i dubbi e forzare l’apertura di Tokyo2020. Il governo giapponese e il comitato organizzativo olimpico, a loro volta, si nascondono dietro le parole del CIO, sostenendo che la decisione spetta solo al CIO. Sempre più voci sostengono invece che il CIO, non avendo alcuna autorità né responsabilità sulla gestione del Covid, non potrebbe dettar legge in questo caso. 

Nonostante il silenzio della maggior parte dei mass media nipponici, il sentimento anti olimpico sembra allargarsi (purtroppo si contano anche alcuni episodi di hate speech nei confronti di alcuni atleti olimpionici).

 

Oltre ai critici di sempre come Satoshi Ukai (docente universitario della letteratura e filosofia francesi), Hiroaki Koide (ingegnere nucleare anti nuclearista), Gentaro Taniguchi (giornalista sportivo, scrittore) e altri che in questi anni hanno continuato a pubblicare testimonianze su ogni aspetto controverso dei giochi olimpici odierni e dunque non solo di Tokyo 2020, oggi molti cittadini (finora oltre 350.000 firme raccolte per chiedere l’annullamento delle Olimpiadi), e alcuni personaggi del mondo economico-industriale come Hiroshi Mikitani e Masayoshi Son, rispettivamente tycoon dell’e-commerce (Rakuten) e della telefonia (Softbank), hanno espresso pubblicamente le loro critiche. Anche atleti importanti iniziano a pronunciarsi: tennisti come Kei Nishikori e Naomi Osaka hanno manifestato la loro forte perplessità e il capitano della squadra di nuoto Ryosuke Irie, già medaglia d’argento e di bronzo ai Giochi di Londra, ha chiesto agli organizzatori e al governo di discutere seriamente la fattibilità dei Giochi. Anche all’interno della JOC (Japan Olympic Committee) ci sono voci contrarie come quella di Kaori Yamaguchi, ex judo-ka, medaglia di bronzo a Seul e docente all’Università di Tsukuba.

Inoltre, l’associazione dei medici di Tokyo (Tokyo Hoken-i Kyokai), costituita da 6000 medici, il 14 maggio ha scritto una lettera indirizzata al primo ministro Yoshihide Suga, al ministro delle Olimpiadi Tamayo Marukawa, alla governatrice di Tokyo Yuriko Koike e al presidente del Comitato dell’organizzazione olimpica Seiko Hashimoto, esortandoli a chiedere al CIO di annullare i Giochi olimpici a Tokyo. 

 

Infine, a sorpresa, il 26 maggio, Asahi, uno dei quotidiani più importanti del Giappone, nonché uno degli sponsor dei Giochi (non come main sponsor T.O.P. ma come JOC Official Partner), ha pubblicato un editoriale nel quale chiede al primo ministro Suga di annullare le Olimpiadi. L’editoriale ha molti punti in comune con quanto espresso dal dott. Ueyama nella sua conferenza. Sostiene la priorità della vita e della salute dei cittadini ed esprime una forte perplessità alle dichiarazioni di John Coates, vice presidente del CIO, secondo il quale si possono organizzare le Olimpiadi anche sotto lo stato di emergenza. Definendo “egocentrico” l’atteggiamento del CIO che pensa di poter fare le cose senza nemmeno presentare fondate argomentazioni scientifiche, l’autore ammette di temere l’arrivo di oltre 90 mila persone dall’estero tra atleti, dirigenti e addetti ai media, che entreranno in Giappone senza la quarantena rigorosa applicata oggi a tutti i passeggeri, e la gestione complessiva di oltre 100, 150 mila persone compresi i volontari. Per il prestigioso quotidiano, la possibilità che si possa creare una concentrazione di virus a Tokyo che poi vada a spargersi in ogni parte del mondo è reale. Non nega la possibilità che tutto possa andare bene, ma sostiene che non possiamo permetterci una “scommessa” del genere. 

 

Una corsa alla cieca

 

Come ha fatto notare il sociologo Shinji Miyadai nella puntata dell’8 maggio di Video News.com, un talk show socio politico on line molto seguito in Giappone, condotto dallo stesso Miyadai e dal giornalista Tetsuo Jimbo, il Giappone si trova ormai in un vicolo cieco: che si facciano le Olimpiadi o no, ormai la prospettiva è molto tragica. 

 

Shinji Miyadai (destra) e Tetsuo Jimbo (sinistra).


Abbiamo parlato dell’eventuale rischio delle Olimpiadi realizzate, ma se fossero annullate? Il contratto dice che il diritto di cancellare la manifestazione spetta solo al CIO il quale, al ritiro del Giappone, potrebbe rivalersi in giudizio. Ma come sostiene il giornalista Itsuro Goto, autore di un libro chiave come Olympic Money (2020), il contratto non prevede il risarcimento, e del resto la logica più ampia della comunità internazionale dovrebbe riconoscere al paese ospitante il diritto sovrano di salvaguardare la sicurezza del proprio popolo in un momento di emergenza come questo. Sarebbe comunque meglio, secondo Goto, affrontare una causa con il CIO che non delle varianti pericolose di Covid esplose sul territorio. D’altronde per il CIO lo scontro legale con un paese ospitante costituirebbe un precedente molto pericoloso che potrebbe allontanare ulteriormente le future candidature di città aspiranti. 

 

Itsuro Goto.


Ma quello che il Giappone deve temere non è il CIO. I danni sono già stati fatti. Il comitato dell’organizzazione olimpica giapponese prevedeva nel 2013 un budget molto “compatto” di circa 734 miliardi di yen (al cambio di oggi, circa 5 miliardi e 300 milioni di euro), ma alla fine Tokyo 2020 costerà ai giapponesi 3400 miliardi di yen (oggi circa 24.6 miliardi di euro). Gli organizzatori non possono sperare nemmeno nei 90 miliardi di yen (circa 6520 milioni di euro) di incassi dagli ingressi. Molte promesse economiche annunciate dai promotori sono state disattese e nel caso dell’annullamento si stimano perdite ulteriori per 1800 miliardi di yen (13 miliardi di euro). Anche se non si giocassero le Olimpiadi, i cittadini dovranno pagare a lungo gli enormi debiti.  

Per fermare la macchina olimpica, si prospettano concretamente due soli scenari possibili: 1. Alcuni esponenti del partito di maggioranza si discostano dalla linea pro-olimpica per paura di perdere le elezioni (ci saranno le politiche in autunno) vista la forte ostilità della popolazione nei confronti delle Olimpiadi. 2. Le squadre di altre nazioni, vista la pericolosa situazione sanitaria di Tokyo, boicottano i Giochi. 

 

Per ora nessuno nella maggioranza di governo sembra voler fare una mossa clamorosa. Vedendo anche il livello attuale molto basso d’interesse e di conoscenza da parte dell’opinione pubblica italiana sulla situazione di Tokyo, mi sembra improbabile che un certo numero di nazioni possa riconoscere, in tempo utile, l’eventuale rischio che vanno a correre per decidere di boicottare la manifestazione. 

A questo punto, con molta probabilità il governo e il comitato organizzativo, continuando a non discutere il problema e a non rispondere alle domande scomode come hanno sempre fatto, porteranno avanti il progetto, passo dopo passo, per inaugurare in qualche modo i Giochi della XXXII Olimpiade estiva il 23 luglio. E quando inizieranno i giochi e il fiume di trasmissioni televisive che li accompagna, è possibile che riemerga la natura della popolazione innamorata da sempre delle Olimpiadi, facendo sgonfiare molto presto il mood anti olimpico. E saremo felici?

 

Molti osservatori paragonano lo stato d’animo che i giapponesi hanno oggi con quello che la popolazione dell’Impero giapponese aveva nella fase finale della Seconda Guerra Mondiale. All’epoca era già chiarissimo che non c’era più alcuna possibilità per il Giappone di ribaltare le sorti della guerra, ma i capi militari, a cui mancava fatalmente la capacità di riconoscere il significato del momento storico, perpetuarono inutili battaglie pur di inseguire almeno una vittoria, che sarebbe stata comunque insignificante. In questo senso fu simbolica la Battaglia di Imphal del 1944, un’operazione del tutto insensata e inutile che costò la vita a 30.000 soldati nipponici. Una cecità ottusa che trascinò il Paese dritto nella più grande catastrofe della propria storia: se i capi militari avessero avuto la lucidità di arrendersi prima, il Giappone avrebbe evitato di subire anche le due bombe atomiche. Oggi molti giapponesi si sentono, come allora, impotenti e bloccati in quel tipo di moto totalmente cieco. Tutti percepiscono che stanno andando verso qualcosa di terribile, ma oggi come allora non c’è nessuno a fermare la corsa. 

Per di più, il popolo giapponese non è mai stato convinto delle motivazioni che i politici hanno addotto di volta in volta per giustificare queste Olimpiadi. 

 

I Giochi olimpici sono uno strumento molto efficace per accrescere il prestigio nazionale di un paese e le Olimpiadi di Tokyo del 1964, in questo senso, diedero ai giapponesi del tempo un’iniezione di fiducia straordinaria. Una nazione che si sentiva parte dell’Asia, grazie al successo delle Olimpiadi in casa acquistò la consapevolezza di essere uno dei paesi leader del mondo occidentale. Fu una vera rivoluzione. 

Questa volta, invece, lo stesso popolo giapponese non sa nemmeno per quale motivo deve ospitare le Olimpiadi. Il governo continua a inventare giustificazioni puramente ideologiche: prima lo slogan era Recovery Games (I Giochi per la ricostruzione di Fukushima: ma, come è noto, la ricostruzione in realtà non è per niente finita, anzi, i Giochi erano per Abe uno strumento per far dimenticare l’incidente di Fukushima), poi quando hanno dovuto posticipare la manifestazione è arrivato un nuovo slogan, “Celebrazione della vittoria dell’umanità sul coronavirus”, che non è più valido per ovvi motivi. Nella conferenza stampa del 16 aprile, presso la Casa Bianca, il premier Suga ha di nuovo ridefinito il significato della manifestazione come “il simbolo dell’unione del mondo”, definizione molto vaga che suona sempre più vuota. Le ripetute modifiche dello slogan rivelano solo l’assenza di una motivazione forte. Rendiamoci conto: c’è un’edizione delle Olimpiadi non motivata, nemmeno troppo voluta dalla popolazione del paese ospitante, che sta andando avanti alla cieca.

 

Degrado mentale

 

Perché siamo arrivati a questo punto? Miyadai vi legge un profondo “degrado” mentale della società giapponese. Di cosa si tratta? C’è in origine un calo generale della capacità logica e critica, collegato al fatto che “tutti cercano soltanto di proteggere la propria posizione (se non di far carriera) all’interno dell’organizzazione (azienda, fabbrica, scuola, associazione, governo, ecc.) di cui fanno parte”. Viene seguita solo la logica interna dell’apparato, sospendendo il giudizio logico sui reali significati e i possibili effetti della propria azione. Qui perdiamo sia la capacità di ragionamento che l’etica.

Miyadai sottolinea che questa mentalità non riguarda solo i politici, ma è diffusissima nel paese. Chi ha questa forma mentis sa riferirsi solo all’apparato e non ha la capacità di vedere oltre, allargare l’orizzonte per pensare cos’è bene per la società o per il paese. Secondo il sociologo, in effetti, ai giapponesi (con le dovute eccezioni) manca proprio il senso autentico del “pubblico”, cioè manca loro la consapevolezza e la capacità di realizzare il bene comune nel vero senso della parola. È proprio questo che spingeva Masao Maruyama, celebre politologo del Novecento (1914-1996), citato anche da Miyadai, a sostenere che in Giappone non ci sono veri patrioti.

 

Masao Maruyama.


Dunque, avevo interpretato male. Non è che mancasse “serietà” nella gestione anti Covid del governo, è proprio così che loro gestiscono “seriamente” le cose. Per i governanti che hanno questa forma mentis, la vita e la salute della gente semplicemente non costituiscono la priorità dell’apparato (lo Stato). Lo sappiamo. La storia degli abitanti di Fukushima dopo l’incidente nucleare ci insegna che il nostro Stato è capace di abbandonare una parte della popolazione, se economicamente o politicamente non gli conviene salvarla. Questa volta, però, a rischiare sarà tutto il popolo giapponese, con possibili ripercussioni sul mondo intero. Così ragionerebbe la logica, ma non i politici e i tecnocrati che governano il Giappone.

Ovviamente non è una tendenza che riguarda solo il Giappone. Ciò che descrive Miyadai mi ricorda le riflessioni di G. Anders sui nazisti. Sono tipici comportamenti dell’era della Tecnica, dove il ragionamento umano va scarseggiando gravemente. Non “si agisce” più, ma solo “si eseguono” ordini per poter continuare a far parte dell’apparato. Non sono in grado di identificare l’origine di questo comportamento nel caso del mio paese, se si tratta di un retaggio irrazionale della società imperiale o è piuttosto il risultato del sistema scolastico omologato che dal dopoguerra punta unicamente a formare i soldatini dell’economia, con tanto di disciplina per allenare all’efficienza e alla resistenza fisico-mentale, senza dare troppa importanza al ragionamento critico. 

 

Tuttavia, a guardare la gestione anti Covid del nostro governo, sembra che si sia smarrita anche quella capacità organizzativa di perfetta efficienza che era proprio il cavallo di battaglia dei giapponesi. Specialmente l’imbarazzante ritardo della campagna di vaccinazione, con grande confusione organizzativa, iniziata solo a metà febbraio con gli operatori sanitari e con gli anziani solo dal 12 aprile, ha stupito tutto il mondo. Secondo i dati del 30 maggio, ancora solo il 7.2% della popolazione ha ricevuto la prima dose (a quella stessa data in Italia quasi 38.4 % della popolazione aveva avuto almeno la prima dose). Appena il 13 % anche per le persone over 65 (prima dose). All’inizio di maggio la nostra classifica era al 131° posto nel mondo, ora la posizione sarà un po’ migliorata ma rimane sicuramente l’ultimo posto tra i paesi più industrializzati. Il governo promette di aumentare il numero di vaccinazioni giornaliere fino a un milione, ma per ora siamo ancora più o meno sui 500.000 al dì. Anche se vaccinassimo un milione di persone al giorno, entro la fine di luglio (l’inaugurazione olimpica è prevista per il 23 luglio) avremmo raggiunto una completa copertura giusto per gli operatori sanitari e gli over 65. 

 

I motivi del ritardo sono vari:

  1. C’è un diffuso timore in Giappone verso il vaccino in generale, non per motivi ideologici da NO VAX, ma per una paura generata da una sentenza della Corte Suprema del 1992, che ha riconosciuto la colpa dello Stato sulla morte di bambini dovuta a effetti collaterali della vaccinazione, e la successiva modifica della legge sulle vaccinazioni del 1994 che ha fatto sì che la vaccinazione non fosse più obbligatoria ma solo fortemente consigliata. Da un sondaggio effettuato lo scorso anno risultava che quasi il 40% dei giapponesi non voleva ricevere il vaccino anti Covid. In questo caso, anche i media hanno una grave colpa per aver alimentato il timore e i dubbi sui vaccini.

  2. Tutto questo non ha certamente aiutato il piano di vaccinazione, ma nemmeno la mancata produzione di un vaccino nazionale. Lo Stato non ha granché voglia di spendere soldi né di assumere responsabilità per svilupparne uno che potrebbe causare altri decessi. Secondo il professor Ken Ishii, infettivologo e immunologo dell’Università di Tokyo, lo Stato ha investito davvero poco per promuovere la ricerca e lo sviluppo di un vaccino. Sostiene Ishii, con grande rammarico, che lo Stato giapponese ha mantenuto un atteggiamento da tempi normali nonostante l’ovvia emergenza che auspicava fortemente un rapido sviluppo del vaccino giapponese, un obiettivo più che possibile.

  3. Il professor Akihiko Saito, pediatra dell’Università di Niigata, critica l’assenza di organizzazione unitaria a livello nazionale del piano vaccinale. Il governo si è tolto la responsabilità della gestione della vaccinazione Covid-19 scaricando tutto sulle spalle delle amministrazioni locali. Quindi non c’è un sistema unitario in tutto il territorio e anche il sistema di prenotazione cambia a seconda delle zone: on line, per telefono, e in certi comuni è necessario recarsi fisicamente sul posto… Così, non è nemmeno facile avere una statistica (chi ha avuto, quando, quale vaccino) a livello nazionale. 

  4. Inoltre la categoria dei medici, che rappresenta la lobby più potente che sostiene il partito di governo (LDP), sembra non gradire la proposta di estendere ad altre categorie la possibilità di vaccinare. Al contrario dell’Inghilterra che, modificando la legge, ha reclutato addirittura 30 mila volontari (chiunque con 20 ore di tirocinio), nuove leve che hanno fatto galoppare l’operazione con grande successo, in Giappone, secondo Miyadai, sono i medici a opporsi a quest’opzione per preservare i propri ruoli e interessi privilegiati. Fatto sta che in questo momento la lentezza della vaccinazione in Giappone è dovuta principalmente alla mancanza di personale per vaccinare più che a scarsezza delle forniture.

 

Goto si chiede: se i sostenitori delle Olimpiadi volevano veramente ospitare le Olimpiadi, perché non hanno attuato una gestione anti-Covid perfetta, cercando di finire in tempo la vaccinazione dell’intera popolazione, assicurando un numero di letti adeguato per i malati infettivi, individuando le misure più che sicure per ricevere gli ospiti stranieri? Niente di tutto questo, sorprendentemente, è stato fatto. Perché? Non solo la ragione e l’etica, stiamo forse perdendo anche l’efficienza che la società giapponese ha perfezionato meglio di chiunque in tutti questi anni? Non è certo mia intenzione di sostenere una ricerca estrema dell’efficienza, tipica del pensiero della Tecnica, perché essa, in una società altamente capitalista come il Giappone, non solo rischia di disumanizzare gli umani (già sta accadendo) ma di finire per renderli superflui. Tuttavia, rimango davvero stupito dalla mancanza di efficienza organizzativa dimostrata dal Giappone in questa circostanza, da questo “degrado” inaspettato. 

 

Fortinbras Corporation

 

Nell’ultima scena della versione cinematografica di Amleto (regia di Kenneth Branagh, 1996), il regista inglese ha dato un’interpretazione molto interessante alla figura di Fortebraccio, il principe norvegese che nella maggior parte degli allestimenti teatrali rimane un personaggio quasi insignificante, quello che arriva alla fine solo a chiudere frettolosamente la storia. Branagh invece presenta Fortebraccio e le sue truppe come una metafora del violento dinamismo della Storia che, arrivando da fuori, inghiotte e spazza via prepotentemente la “piccola” tragedia familiare di Amleto. Quando inizia la scena dell’incontro di scherma tra Amleto e Laerte, fratello di Ofelia, contemporaneamente le truppe di Fortebraccio iniziano a invadere il Castello di Elsinore. Mentre i personaggi principali (regina, re, Laerte e Amleto) muoiono uno dopo l’altro, i soldati di Fortebraccio forzano la guardia e avanzano progressivamente in profondità, irrompendo infine nel salone esattamente nel momento in cui muore Amleto. E dopo aver seguito i due binari drammatici svilupparsi parallelamente, comprendiamo meglio la battuta di Fortebraccio che dice, “Portate via i cadaveri” (Take up the bodies.): non è più una scena per i sentimenti umani, non è più un mondo comprensibile con la logica umanistica. Ecco un mondo contemporaneo. Fortebraccio è sì un conquistatore, un saccheggiatore aggressivo, ma qui non compare solo come un individuo umano, ma piuttosto dà il volto a una forza esterna all’umanità, come il capitalismo. 

 

Quando leggo i commenti recenti della dirigenza CIO a proposito della situazione Covid che attanaglia il Giappone (Presidente Thomas Bach: “Per realizzare le Olimpiadi sono necessari sacrifici”, Vicepresidente John Coates: “Si può fare le Olimpiadi anche sotto lo stato d’emergenza”, Dick Pound (ex vicepresidente): “A meno che non arrivi l’Armaggedon, si può fare”), non posso non pensare a Fortebraccio. “Scapperanno un po’ di morti, ma non ha alcuna importanza, portate via i cadaveri e iniziamo i Giochi!” Questo è il messaggio implicito. Purtroppo nel frattempo c’è veramente scappato un morto, e non per il Covid. La mattina del 7 giugno il direttore del reparto contabile del Japan Olympic Committee si è tolto la vita gettandosi sotto un treno. Anche se non ha lasciato niente di scritto, si pensa che sia rimasto schiacciato dalle troppe pressioni subite nelle numerose situazioni controverse che ha dovuto “sistemare” per conto dell’organizzazione. 

 

Dobbiamo prendere atto che oggi lo sport olimpico è completamente intriso di questa logica. L’organizzazione olimpica non ha più niente a che fare con lo spirito olimpico della Carta, con la pace o l’amicizia. Il dott. Ueyama, nell’intervento già citato, riferendosi a queste uscite improvvide della dirigenza CIO, ha detto: “Queste persone o non hanno mai letto La Carta, o non hanno minimamente intenzione di applicarla”.

 

Thomas Bach (presidente CIO).

 

John Coates (vice presidente CIO).


 

Dick Pound (ex vice presidente).


Allo stesso tempo, la banda di questi Fortebraccio internazionali mi ricorda un altro straordinario film documentario del 2003, The Corporation, diretto da Mark Achbar e Jennifer Abbott e tratto dall'omonimo libro di Joel Bakan, che a un certo punto paragona il comportamento delle corporation multinazionali a quello di psicopatici a cui mancano capacità empatica, etica e anche senso di responsabilità. 

Molti di noi, beati e ignoranti, pensavamo che il CIO fosse una specie di organizzazione trans-governativa che agisce per il bene della comunità sportiva internazionale (in parte è così) seguendo fedelmente lo spirito della Carta Olimpica. In realtà, così come il loro stesso comportamento insegna, il CIO assomiglia molto più a una corporation multinazionale neoliberista che pur di difendere i propri interessi potrebbe diventare molto aggressiva, ma è anche molto astuta. Il contratto stipulato con la città ospitante prevede che quasi tutte le spese (è scritto che il CIO sia pure esente dall’IVA) e le responsabilità organizzative (questa volta, anche le misure anti Covid) sono a carico del paese ospitante, eppure l’unico che ha il diritto di annullare la manifestazione è il CIO. Bisogna dire che l’allora sindaco di Tokyo, Naoki Inose, si è dimostrato anche lui gravemente irresponsabile per aver firmato un accordo del genere. 

 

In altre parole, con un perfetto stile parassita, il CIO organizza (fa organizzare) una mega manifestazione a spese di altri, guadagnando somme enormi dagli sponsor e soprattutto dai diritti TV, che vanno interamente al CIO. Solo di questi, in caso di annullamento, questa volta il CIO perderebbe tra i 3.5 e i 4 miliardi di dollari secondo una stima fatta da Andrew Zimbalist, economista presso lo Smith College in Massachusetts, anche se una piccola parte potrebbe essere recuperata con l’assicurazione. Ed è proprio per questo che stanno lottando con le unghie e coi denti perché la manifestazione si faccia. 

Una città più attenta come Boston aveva fatto esaminare accuratamente i pro e i contro della candidatura e il consulente aveva scoperto l’atteggiamento finanziario del tutto irresponsabile del CIO, in base al quale se qualcosa fosse andato storto sarebbe stata la città a pagare interamente i debiti. Con questo rischio Boston ha rinunciato alla candidatura. Roma ha rinunciato per altri motivi, ma possiamo dire che l’abbiamo scampata bella. 

 

Ormai diverse città nel mondo hanno iniziato a capire il rischio che comporta ospitare le Olimpiadi. Il CIO lo sa e lo teme. E come fa notare Gentaro Taniguchi, studioso dello sport, teme anche il calo d’interesse da parte dei giovani. Se questa volta sono state introdotte nuove discipline tra cui lo Skateboard e il Surfing, è stato proprio per attirare l’attenzione dei giovani. Secondo Taniguchi, AGENDA 2020, proposta di riforma del CIO, mira esclusivamente a non perdere gli introiti, cercando anche di rendere le competizioni sempre più spettacolari, sempre più eccitanti per il pubblico giovanile. A Parigi sarà introdotta la Breakdance e si sta discutendo addirittura l’introduzione di e-sports (videogiochi) su cui per fortuna ci sono perplessità anche all’interno del CIO. 

Sotto il dominio della Fortinbras Corporation, lo sport è destinato a cambiare la sua natura. Discipline come lo Snowboard (già introdotto a Nagano, 1998), Skateboard, Surfing, Breakdance, sono tutte pratiche nate e cresciute sempre al di fuori dell’istituzione, pertanto non dovrebbero essere “domate” dai regolamenti istituzionali dei Giochi. Cambierebbero la loro natura, com’è già accaduto fatalmente al Judo. Una competizione che proclama vincitori e sconfitti non ha nulla a che fare, anzi va contro la ricerca di bellezza, di identità e di libertà insite in queste discipline. Tony Hawk, guru 53enne del mondo dello skateboard, ha affermato che lo skateboarding non ha bisogno del prestigio dei Giochi olimpici e che questo potrebbe compromettere la natura controculturale di questa disciplina. 

Infine, cosa penseranno gli atleti, quando dovranno firmare per accettare di “partecipare alle competizioni a proprio rischio e pericolo poiché, nonostante tutte le precauzioni del caso, i rischi e le ripercussioni potrebbero non essere completamente eliminati”? Alla peggio potrebbero morire a Tokyo, ma a loro rischio. 

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