Alfabeto Pasolini

Primo Maggio a Torino

Da quando abito a Torino (e sono vent’anni) andare al Primo Maggio non è quasi mai una festa. In questa città, per incancrenita tradizione, la manifestazione più universale della Sinistra si trasforma quasi sempre in un confronto tra la sinistra istituzionale e quella radicale, che spesso travalica dalle parole ai fatti, con inevitabile intervento della polizia. Eppure cosa è stato il Primo Maggio della nostra gioventù, nei primi anni settanta, lo ricorda un superotto amatoriale genericamente denominato Primo Maggio a Torino: cinque minuti di immagini senza sonoro, riprese da qualcuno piazzato a metà di via Po, che documenta il passaggio di un fiume di gente che scende da piazza Vittorio Veneto verso piazza San Carlo, secondo un percorso che non è mai mutato nei decenni. Una processione comunista, che in questi fotogrammi appena sgranati comunica una sacralità laica e popolare oggi scomparsa.

 

 

Per quanto anonimo, il cineamatore dichiara subito da che parte sta. La pellicola si apre con primi piani di bandiere rosse, di grandi stemmi di PCI, PSI, PSIUP, di striscioni dei sindacati, CGIL in testa. Ed è già una brusca differenza con la contemporaneità. Qui, per quanto si tratti di anni duri e violenti, dai confronti ideologici e fisici accesissimi, sembra che per un giorno – quel giorno – le animosità siano sopite. Il Primo Maggio è, da sempre, la celebrazione dell’unità. Uno scendere in piazza che è insieme un riconoscersi tra compagni e una manifestazione di forza per chi osserva, nemici di classe compresi. Si succedono gli striscioni larghi quanto la via, issati da non meno di sei uomini ciascuno, con i loro slogan “per la pace e per il socialismo”. Molti portano quel segno che indica “Viva”, la W maiuscola, che – nonostante la sua potenza stenografica – oggi suona come un patetico anacronismo, sostituito dall’impalpabilità dei like e dei pollici in su. Falci e martello sono esibite ovunque con orgoglio. Mescolate ai manifestanti ci sono auto e Vespe a passo d’uomo, tutte imbandierate. Da una Fiat 1100 che monta un altoparlante è facile immaginare le note dell’Internazionale, di Bandiera rossa; e di Bella Ciao, forse l’unico segno di quella storia passato intatto al presente.

 

 C’è una sorta di disordine organizzato nel corteo, molto italiano. Nessuna rigidità militaresca da piazza Rossa, e nemmeno la solennità ingessata di una sfilata religiosa. È uno sciamare umano sereno e vivace, dove c’è spazio per tutti. Lo spezzone del consiglio di fabbrica della Nebiolo, per esempio, è preceduto da un bambino che avrà 4-5 anni. Avanza tutto solo portando una bandiera rossa più grande di lui, e un’altra bandiera che arriva fino a terra gli cinge il collo, come uno strascico da sposa. E se nella prima parte del filmato donne quasi non se ne vedono, seminando il sospetto che siano state lasciate a casa a far da mangiare, poi arrivano e prendono la scena. Prima mescolate a compagni di lavoro e mariti, poi in massa dietro lo striscione dell’Unione Donne Italiane. Sì, è vero, ci sono anche un paio di majorette dietro il gonfalone di qualche comune, ma sono un dettaglio folcloristico. Fuori da ogni possibile nostalgia, l’impressione è quella di una forza tranquilla, consapevole, convinta. In una parola: il popolo, prima che diventasse massa e poi “gente”. 

 


La cosa che colpisce di più, visivamente e antropologicamente, è l’abbigliamento. Non c’è un solo partecipante al corteo che non si sia curato di vestirsi bene, “da festa”. Tra gli uomini, soprattutto tra gli operai, imperano completi in ordine: giacca e cravatta, camicia bianca immacolata, qualche maglioncino a dolce vita per i più casual. Molti portano un garofano rosso, non solo i socialisti. È come se si sentissero tutti degli invitati – e si fossero premurati di non fare brutta figura, per rispetto dell’occasione. Ci tengono, si vede. Senza frenesie modaiole o di apparenza, con un’idea di sobrietà e di educazione. 


C’è un aggettivo per descrivere tutto questo: pasoliniano. In quei cinque minuti di superotto, girati senza ambizione, con occhio neutro ma insieme partecipe, sembra di vedere tutto quello di cui Pasolini lamentava, proprio in quegli anni, la progressiva scomparsa. Un popolo “perbene” (ma non perbenista) e una forza storica, il PCI, tesa alla sua emancipazione. Certo, all’inizio dei ’70 Pasolini era ormai entrato nella fase pessimistica che l’avrebbe condotto all’“Abiura”. Ma queste immagini hanno una forza iconica quasi fuori dal tempo e documentano, come talvolta capita al cinema, qualcosa di più grande di loro. Fissano quell’Italia pre-mutazione antropologica che Pasolini ha rimpianto fino alla fine: “Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori — che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire — ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, che tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo.”

 


Ed infatti, fatalmente, l’idillio finora descritto è turbato, un minuto prima della fine, da un’apparizione storicamente giustificata e insieme antropologicamente incongrua. La macchina da presa sta inquadrando una lunga serie di striscioni dipinti con slogan e, forse per dare respiro alla ripresa, incomincia una lenta panoramica a sinistra. Entra così in campo un giovanotto che non assomiglia per nulla all’umanità che abbiamo visto finora. Non si è rasato e non è vestito bene. Ha capelli lunghi, una barba incolta e porta con sciatteria un eskimo senza imbottitura. In mano ha un plico di copie di “Il Manifesto” da vendere. La sua presenza è ambigua, perché da una parte sembra far parte del contesto generale, dall’altra sembra del tutto fuori posto. Per un attimo, dentro quei fotogrammi, è come se convivessero due diverse storie della sinistra italiana.


Naturalmente, non bisogna lasciarsi ingannare dai simbolismi. Quel ragazzo non è il “cattivo”, anche se rappresenta tutto quello che Pasolini condannava nei giovani. Anche perché, lo confesso senza problemi, quel ragazzo avrei potuto essere io; e se allora mi aveste parlato di Pasolini, non sarei stato tenero con lui e con certe sue uscite. Credo ancora oggi che Pasolini sia raramente considerato in modo oggettivo. Anzi, è diventato un santino buono da usare anche per la destra più impresentabile. Il che non toglie forza alla sua capacità di analisi. Davvero in quel momento storico per le strade e le piazze del paese si incrociavano due Italie; e una avrebbe soppiantato l’altra, nel bene (che c’è stato) quanto nel male. Quel Primo Maggio, in via Po a Torino, era già tutto scritto, per chi avesse saputo vederlo.

 

Nell’ambito della programmazione culturale 2021/2022 del Polo del ‘900 Dove portano i Venti. Crisi, transizioni, opportunità del nuovo decennio, la Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci propone e coordina il progetto integrato Archivi con-nessi. Un progetto di valorizzazione dello straordinario patrimonio archivistico e bibliografico degli enti partner del Polo del ‘900, che prevede la pubblicazione sull’Hub 9centRo di percorsi tematici multimediali connessi. Il testo di Davide Ferrario qui presentato, nato dalla collaborazione fra Polo del ‘900 e Doppiozero, prende spunto e si sviluppa a partire dai materiali presenti nel percorso “Lavoro, lotte e diritti” (consultabile qui).

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