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Tiago Rodrigues: la bellezza di ammazzare fascisti

“Le persone passano la vita a spegnere fuochi. Corrono, si affannano a spegnere fuochi. Ma è raro che pensino: do inizio a un fuoco, appicco un incendio, brucio. Si deve bruciare. Bruciare è non sapere che cosa accadrà. Chi spegne un fuoco, sa come le cose finiscono. Un incendio, invece, è imprevedibile”, chi accende un fuoco “fa una domanda al futuro. Rischio e incertezza e speranza. Le fiamme hanno una propria volontà. Il cambiamento non ha padrone. Chi inizia un incendio può finire bruciato”. 

Con questo prologo, poetico e politico, si apre Catarina e a beleza de matar fascistas (Catarina e la bellezza di ammazzare fascisti: leggi qui la locandina) del drammaturgo, attore e regista portoghese Tiago Rodrigues, arrivato lo scorso 28 e 29 aprile al Teatro Storchi di Modena per Ert Fondazione che ha co-prodotto lo spettacolo insieme ad altri prestigiosi teatri internazionali (per l’Italia, insieme a Ert, il Teatro di Roma), dopo il debutto al Teatro Argentina.   

 

 

Siamo nel 2028 e in una casa di campagna vicino a Baleizão, un villaggio nel sud del Portogallo, si è riunita un’intera famiglia, una madre con due figlie, due uomini suoi fratelli, un altro uomo più anziano e il suo giovane figlio. Il giallo-ambra illumina e scalda la scena proprio come un fuoco appena acceso, si respira un’aria allegra e di elettrizzante impazienza. I membri della famiglia scattano fotografie per immortalare la giornata, rievocano ricordi, commentano antiche e ineguagliabili ricette tramandate di generazione in generazione.

 

Scopriamo che il luogo del ritrovo è la vecchia casa circondata da querce da sughero della bisnonna Catarina, e che tutta la famiglia, una volta all’anno, da 74 anni, si riunisce lì per perpetrare una tradizione feroce inaugurata proprio dalla bisnonna: uccidere a turno un fascista per vendicare l’omicidio di Catarina Eufémia, bracciante assassinata nel 1954 proprio a Baleizão durante la dittatura fascista in Portogallo e storicamente divenuta un’icona della lotta operaia contro il regime. 

Catarina Eufémia, freddata con il suo bambino fra le braccia, aveva chiesto più di 70 anni prima all’amica Catarina, bisnonna della famiglia, apparendole in sogno, di vendicarla uccidendo a sua volta ogni anno un fascista, e la bisnonna aveva iniziato dal suo stesso marito, soldato al servizio del regime dittatoriale di Salazar e complice inerte dell’assassinio dell’amica. Da allora la tradizione omicida è stata sempre rispettata, e come tutti gli anni, anche in questo distopico 2028 la famiglia è lì per rinnovare il rituale: per questo tutti e tutte, in quel giorno speciale, prendono il nome di Catarina e indossano lunghe gonne, a memoria della radice femminile dell’antico patto di vendetta. 

 

 

Presto, una volta compiuti 26 anni, toccherà alla sorella minore Catarina-vegana, impaziente di massacrare il nemico seppur contraria a essere “complice delle sofferenze inflitte agli animali”; ma intanto, quest’anno, il feroce rito di passaggio spetta alla Catarina sorella maggiore, che ha diligentemente sequestrato il fascista di turno di cui tutti attendono nervosi l’esecuzione. L’annata del resto è buona, ormai è sotto gli occhi di tutti la rovinosa escalation dell’estrema destra in Portogallo, e non c’è che l’imbarazzo della scelta. L’unico a non augurare buona fortuna a Catarina è il suo giovane cugino-Catarina, narratore della pièce, che alle parole che si reiterano sempre uguali di generazione in generazione preferisce il silenzio, e un linguaggio altro, quella della musica o il cinguettio delle rondini, come a voler marcare la sua estraneità o il suo dissenso (“io non parlavo. Ho scelto di non parlare. Era la mia differenza. Non parlare era la differenza che ho scelto. Sentire, sentire, sentire, sentire, sentire tutto, ma non parlare. La mia parola è il silenzio”). 

 

È proprio lui ad avvertirci di alcuni inghippi che ritardano l’esecuzione: Catarina arriva tardi, si fa attendere, poi si scopre che ha dimenticato di sequestrare al fascista il cellulare, errori imperdonabili per i familiari, o piuttosto appigli che rivelano l’emergere in lei del dubbio: il dubbio che uccidere non sia che un modo per imporre una dittatura, che non ci sia alcuna bellezza né saggezza in quella sanguinaria tradizione. Catarina indugia, e si rifiuta infine di sparare al suo fascista perché crede nella libertà, sente che uccidere un uomo non è un rito collettivo, ma un atto di estrema solitudine e responsabilità individuale, perché crede nel potere del dialogo e del confronto, tant’è che vorrebbe interpellare il fascista, che per molto tempo dello scontro familiare rimane isolato e muto a un capo della tavola imbandita, vorrebbe “ascoltare la sua opinione”, perché tutti hanno il diritto di parlare.

 

La parola incendiaria di Catarina rompe gli argini del pensiero unico, si appella a una rinnovata libertà e responsabilità di pensare e di agire, si chiede, coinvolgendo nel proprio intimo ciascuno di noi, se sia lecito rispondere alla violenza con altra violenza, scalza insomma Le illusioni della certezza, per riprendere il titolo di un libro prezioso di Siri Hustvedt, tradotto da Gioia Guerzoni per Einaudi. “Il dubbio – scrive Hustvedt – è fertile perché costringe a formulare pensieri estranei.  Il dubbio genera domande”, e le domande “sono solitamente migliori delle risposte”. Dubitare “significa porre domande poco tranquillizzanti. Significa considerare con attenzione le prove che contraddicono quello che davi per scontato. Significa rimescolare di continuo le acque”. 

 

 

Fa domande e dubita la coraggiosa Catarina, ed è bello che il dubbio che interviene a spezzare la linea matriarcale di vendetta arrivi proprio da una donna. Forse è solo un caso che in portoghese la parola dubbio, dúvida, sia di genere femminile – lo ricordava Concita De Gregorio in un’intervista a Rodrigues di alcuni giorni fa su “la Repubblica” – ma è vero che le parole al femminile, ha replicato il regista, “sono più capienti, hanno spazio per tutti”. Catarina si rifiuta di aprire il fuoco contro il suo fascista e accende invece il fuoco del pensiero, del cambiamento senza padroni. Ma si sa, un incendio è imprevedibile, le fiamme hanno una loro volontà e – nel prologo, del resto, eravamo stati avvertiti – “chi inizia un incendio può finire bruciato”. 

 

Qualcosa si inceppa insieme alla volontà omicida di Catarina, si sentono degli spari, e una dopo l’altra tutte le Catarine della famiglia cadono a terra morte, tutte tranne il giovane narratore Catarina, novello Ismaele. Con lui, impietrito, vediamo il fascista avanzare in proscenio e assistiamo, nel lunghissimo, urticante tempo finale della pièce, al trionfo di una parola lontanissima da quella ragionante di Catarina, un concentrato di sovranismo, estremismo, nazionalismo, fascismo, razzismo, sessimo, anti-abortismo, omofobia, xenofobia. Quella storia contemporanea portoghese ed europea finora solo allusa entra prepotentemente nella parte conclusiva dello spettacolo politico, autenticamente politico, di Rodrigues. 

È lui stesso a precisare di aver costruito il comizio finale del fascista assemblando più di 200 ore di discorsi di Salvini, Bolsonaro, Trump, Orban e del leader dell’estrema destra portoghese Ventura, ben noto per le sue posizioni contro migranti e rom nei confronti dei quali è arrivato a proporre persino un confinamento speciale e che, si ricorderà, è entrato in Parlamento nel 2019 con la coalizione Chega, la prima formazione di estrema destra a sedere nell’organo legislativo portoghese dalla fine della dittatura di Salazar. 

 

Tiago Rodrigues, Teatro, Il Saggiatore


Anche quelle del fascista sul palco sono parole di fuoco, parole che, però, inceneriscono il senso civico ed etico del vivere umano e che fanno appello alla difesa della libertà, la libertà di parola e di azione dei portoghesi, libertà senza ostacoli e a ogni costo, persino al costo di respingere brutalmente le “minoranze politiche, etniche, religiose, minoranze di tutti i generi”. Non ha dubbi il fascista nello sbraitare dal palco che le minoranze, specie gli stranieri, sono come le rondini, “che pensano di poter fare quello che vogliono: volare liberamente attraverso il cielo, fare il nido nelle grondaie delle nostre case, sporcare dappertutto, rimangono il tempo che vogliono e tornano alle loro vite ogni volta che ne hanno voglia. Per quanto siano belle, le rondini ne approfittano sempre quando possono”. E allora, sentenzia, “d'ora in poi, chi vuole fare il nido nella nostra casa, impara la nostra lingua, si integra nella nostra società, rispetta le nostre stesse regole, contribuisce e dice ‘grazie’ per la nostra ospitalità”. 

 

Uno sproloquio senza freni, che a tratti ricorda il monologo allucinato del protagonista di La mia battaglia, di Elio Germano e Chiara Lagani (e forse non è un caso che nel comizio del fascista di Rodrigues la parola “battaglia” ritorni spesso), se non fosse che qui il fastidio inizia subito, non c’è un crescendo di affabulazione, e le reazioni fra il pubblico sono diverse. Più composte, seppure non prive di nervosismo e insofferenza, nelle repliche romane e modenesi, più plateali invece nelle recenti repliche portoghesi dello spettacolo, dove il pubblico ha risposto al comizio intonando la canzone operaia Grândola, Vila Morena di José Afonso, famoso testo-segnale trasmesso dalla Radio Renascença per dare inizio, il 25 aprile 1974, alla Rivoluzione dei Garofani che ha posto fine al regime dittatoriale in Portogallo. 

 

È uno spettacolo coraggioso quello di Rodrigues, già dal suo titolo, il cui testo, insieme a Coro degli amanti e Nella misura dell’impossibile (quest’ultimo di nuovo in scena dal 25 al 27 maggio al Piccolo Teatro di Milano dopo il debutto a Udine lo scorso febbraio) è in uscita per Il Saggiatore per la cura di Vincenzo Arsillo, che ha ottimamente lavorato anche ai sopratitoli in italiano della pièce (T. Rodrigues, Teatro, a cura di V. Arsillo, trad. it. V. Arsillo e V. Illuminati, Milano, Il Saggiatore, Collana “Piccolo”, 2022). Siamo dunque impazienti di leggerlo, e di vedere ancora, in Italia, tanto teatro di Tiago Rodrigues.

 

Le foto di scena dello spettacolo sono di Filipe Ferreira. L’ultima immagine è di Pedro Macedo.

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