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(41 risultati)

Lettere 1941-1956 / Beckett dalla clandestinità a Godot

È bello anche solo come oggetto da guardare, questo secondo volume di lettere di Samuel Beckett. Con quella elegante tonalità di blu indaco utilizzata nel fondo di copertina e ripresa a variazioni più chiare nel riquadro contenente la foto dell’autore, pure lui particolarmente elegante e dallo sguardo arcigno dietro gli occhialini rotondi.  Ma naturalmente è il contenuto a suscitare interesse: la corrispondenza tenuta da Beckett nel periodo più intenso e creativamente più importante della sua vita. Quello che ha inizio con la stesura di Watt, avvenuta in gran parte durante il periodo di clandestinità trascorso da Beckett, allora ricercato dalla Gestapo, a Roussillon, nella Francia non occupata, assieme alla propria compagna Suzanne Deschevaux-Dumesnil; e termina con le prime prove di Finale di partita e con un Beckett già famosissimo a livello internazionale, rappresentato in più parti del mondo ma con qualche fastidio ancora da sanare nei confronti della madre patria, l’Irlanda, dove i suoi libri continuano ad essere messi all’indice, e della città che per un irlandese è la sola a sancire effettivamente il successo, ossia Londra, dove la sua opera teatrale, Aspettando Godot...

Un racconto olimpico / Jesse Owens e l'amico ritrovato

Mio caro Hans, ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenberg, Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler. Non so se riceverai mai questa lettera. Mi aiuterebbe in un certo senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l'unico vero amico, che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco. Da Fred Uhlman, L’amico ritrovato (1971)   Gela, Sicilia, 13 luglio 1943   Jesse, amico mio,  qui intorno a me sembra non esserci altro che sabbia, polvere e sangue.  Ho paura, Jesse, ho paura di morire. Non rivedrò più mia moglie e il mio bambino. Non ho fatto quasi in tempo a conoscerlo e lui non avrà nulla da ricordare di suo padre.  Sento che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo.  Se così fosse, una cosa voglio chiederti. A guerra finita – perché prima o poi io spero che tutto questo orrore potrà finire – ti prego di andare un giorno a casa mia, ad Amburgo. Cerca di mio figlio e raccontagli di me...

Carteggi amorosi / Hölderlin e Gontard, Lettere d’amore

“Il nostro animo già si conosceva ancor prima che ci vedessimo”   Johanna Susette Bruguier nasce ad Amburgo il 9 febbraio 1769. Rimasta orfana di padre a otto anni, viene descritta come una giovane e brillante studiosa di letteratura, lingue e musica. Nel 1786 viene data in sposa al banchiere francofortese Jakob Friedrich Gontard. e fra il 1787 e il 1791 partorisce 4 figli. Lo scultore Landelin Ohnmacht ne scolpisce un busto in alabastro dove la donna, i capelli raccolti all’indietro e la testa girata di tre quarti, rivolge uno sguardo enigmatico verso un punto indefinito. Il banchiere Ludwig Weerleder resta abbagliato dalla presenza di Susette, che considera la “donna perfetta”. Discute spesso con lei di arte e di letteratura. Tornato a Berna, si imbatte nel Frammento di Hyperion di Hölderlin, lo trascrive e ne invia una copia di suo pugno proprio a Susette. Prima ancora di conoscere il poeta, Susette legge così la sua opera in fieri, l’embrione dell’Hyperion.   Nel giugno del 1795 Johann Gottfried Ebel conosce Hölderlin a Heidelberg e lo raccomanda ai Gontard come precettore del figlio Henry. Il poeta accetta con entusiasmo il nuovo lavoro. Ospite del grande...

Telefono senza fili / Roland Stragliati, avventuroso traduttore di Primo Levi

Anche in Francia – come nel mondo anglosassone – le fortune di Primo Levi sono state relativamente tardive, e prevalentemente postume. È cosa nota: fuori d'Italia, fu soltanto nella Germania del 1961 che Levi venne riconosciuto per tempo, grazie alla traduzione di Se questo è un uomo ad opera di Heinz Riedt, come una voce importante di testimonianza, se non già di letteratura. In Francia, un riconoscimento pieno non sarebbe intervenuto che un quarto di secolo più tardi. Cioè all'indomani della morte di Levi, nel 1987. E Levi stesso, da vivo, non potè mai togliersi dalla testa che le sfortune francesi derivassero dal rovinoso suo esordio con un editore d'oltralpe: ancora nel 1961, quando Se questo è un uomo era uscito a Parigi, per i tipi di Buchet/Chastel, nella traduzione di Michèle Causse. Caso eminente di traduzione come tradimento. Fin dal titolo del libro, imperdonabilmente menzognero: J'étais un homme.   Nel 1980 – all'uscita in francese di La chiave a stella – Levi poté sentirsi nuovamente tradito. E tradito, per la seconda volta, fin dal titolo della versione transalpina: sia pure a un livello meno profondo e decisivo rispetto al tema dei gradi di umanità o disumanità...

Carteggio 1930-1970 / Caro Bonsanti, tuo Gadda

“Povera e cara mamma” è formula ricorrente nelle lettere spedite ai propri cari negli anni di guerra. A lei Gadda chiede di perdonare gli scatti di nervi, i “momenti poco sereni”, in parte motivati anche dalla sotterranea rivalità tra i due fratelli, dall’accusa non tanto velata che la madre preferisca Enrico, così vitale e gioioso rispetto all’ombroso “figlio difettivo”, dirà la Cognizione del dolore. Adele Lehr è una donna colta, poliglotta e di tempra decisa, fiduciosa nell’etica lombarda del lavoro, la cui risolutezza poteva facilmente trasformarsi in intransigenza. Il “diniego oltraggioso” che il mondo e il destino oppongono a Gadda (e ai suoi alter ego romanzati) ha la sua matrice nel mancato affetto dei genitori, nella “sadica” disciplina educativa che gli è stata inflitta. Al bambino a cui i parentes non hanno sorriso – “cui non risere parentes”, secondo la chiusa virgiliana del saggio Dalle specchiere dei laghi (nella raccolta Gli anni, 1943) – non sarà concesso di gustare le gioie della vita. Già in una lettera del maggio del ’17 si delinea uno dei motivi che renderanno sempre più acuto il conflitto con la madre: Carlo Emilio invoca l’opportunità di contenere le spese...

Una corrispondenza / Paul Celan e Ilana Shmueli: “Le mie poesie hanno già parlato”

Una chiave per com-prendere gli enigmi di Paul Celan, poeta “oscuro” per definizione, è forse racchiusa in un breve libro-testimonianza: Di’ che Gerusalemme è, di Ilana Shmueli (Quodlibet, 2002). L’autrice, ebrea, amica d’infanzia di Paul e come lui nata a Czernowitz, amò Celan durante il suo breve (e ultimo) viaggio a Gerusalemme. In questo piccolo libro nato vent’anni dopo trascrive le sue lettere e le sue poesie, le commenta e le interpreta; parla di Celan come se lui fosse ancora presente sulla terra, scrive il diario dei giorni del loro incontro, di cui però suggerisce di non volere svelare tutto il mistero. «Scrivere su Celan significa per me anche scrivere della nostra origine, luoghi, periodi, ambienti di vita che hanno condizionato il nostro essere e il nostro destino: Czernowitz tra le due guerre mondiali, Czernowitz negli anni della seconda guerra mondiale» (DCG, p. 16).   Celan e Ilana, dopo l’amicizia degli anni d’infanzia, si rivedono una prima volta a Parigi, nel 1965, dove discutono di linguaggio, destino, ebraismo. Tra il 1966 e il 1967 il poeta e la moglie Gisèle Lestrange, geniale illustratrice dei suoi libri, vivono separati, mentre Celan è ricoverato...

Rabbioso e umiliato / Carlo Emilio Gadda: lettere dal fronte

“Quel cane interventista d’un Gaddus, dirà qualche furbo studioso, spesato de formaggio e fichi secchi … per annà in piazza a picchiar la questura de Giolitti, quel bojaccio, quello schifo, quel pederasta, quel fottut’in culo, il giorno 21 gennaio 1916 magnava ‘e pappardelle alla mensa dioboia …”. Il passo, tratto da una delle Lettere agli amici milanesi (il Saggiatore, 1983), dà voce al risentito disagio di chi, animato dal desiderio di accorrere dove si combatte, conosce la frustrazione dell’inazione ed il timore di passare per imboscato. Studente del Politecnico, Carlo Emilio Gadda, come altri suoi coetanei, rampolli della borghesia milanese, si è schierato a favore dell’intervento in guerra; ha sottoscritto un appello a D’Annunzio contro la decisione governativa di impedire l’arruolamento immediato degli universitari, poi una lettera al “Popolo d’Italia” (il quotidiano appena fondato da Mussolini, dopo la cacciata dalla direzione di “L’Avanti”) rivendicando il “sacro diritto” alla “reale partecipazione alla guerra”. Alla domanda di arruolamento nella milizia territoriale degli Alpini, fa presto seguito la chiamata alle armi il 1° giugno con la sua classe, il 1893; anche Enrico...

Privato e pubblico / Virginia Woolf e Lytton Strachey. Ti basta l’Atlantico?

Lui scrive in nero, sulla pregiata carta da lettere color crema della Joynson stationery, con una grafia precisa, elegante, regolare. Lei scrive in blu o nero o viola, su carta bianca o azzurra o gialla; a volte scrive a matita; a volte le sue lettere arrivano bruciacchiate dalla cenere della sua sigaretta; a volte arrivano a pezzi perché «questa lettera è rimasta in giro e Julian ci ha versato sopra la cioccolata». Lui ha studiato al Trinity College di Cambridge, avrebbe voluto diventare professore universitario ma non è mai riuscito a fare carriera in accademia; riflettendoci ad anni di distanza, dirà di aver finalmente capito che l’accademia “non è il posto che gli compete”, e che sente di non essere “un sujet académique”. Lei all’università non è andata, ma ha letto i libri della biblioteca del padre, ha imparato il francese e il latino, e anche a fare conversazione all’ora del tè.    Lui è timido, ha una voce che suona come un falsetto, ed è di salute cagionevole; si innamora di Duncan Grant, e si confida con Maynard Keynes, ma poi scopre che Grant e Keynes hanno una relazione l’uno con l’altro. Lei si definisce “apprensiva”, soffre di un disturbo che la...

Carteggi amorosi / Cristina Campo e Alejandra Pizarnik: Anelli di cenere

Nel 1965, in una pagina dei suoi Diarios (DI, p. 88), Alejandra Pizarnik dedica una poesia a Cristina Campo e la intitola Anillos de ceniza, “Anelli di cenere”: «Stanno le mie voci al canto/ perché non cantino loro // i rigidamente imbavagliati nell’alba, / i camuffati da uccello desolato nella pioggia. // C’è, nell’attesa, una voce di lilla che si spezza / E c’è, quando si fa giorno, / una scissione del sole in piccoli soli neri. E / quando è notte, sempre, // una tribù di parole mutilate cerca / asilo nella mia gola perché non cantino loro, // i funesti, i padroni del silenzio». La poetessa canta perché le voci persecutorie non la soffochino. Scrive i suoi versi nonostante il mondo ostile: il suo canto è una “tribù di parole mutilate”. Perché dedicare una poesia così infernale e così intima a una scrittrice sublime e pensosa come Cristina Campo, estranea ai suoi tormenti psichici? Ma l’estraneità è solo apparente: Campo nutre idee sul mistero della poesia che la avvicinano all’anima turbata di Alejandra: «Poesia geroglifica e bellezza: inseparabili e indipendenti...» (IM, 143); «È sempre un colpo di follia che apre la strada al labirinto delle parvenze ingannevoli» (IM, 156); «...

Carteggi amorosi 11 / Anaïs Nin, Henry Miller: noi apparteniamo al futuro

“Ho conosciuto Henry Miller. È venuto a colazione con Richard Osborn, un avvocato che avevo dovuto consultare a proposito del contratto per il mio libro su D. H. Lawrence. Mi è piaciuto subito, non appena l’ho visto scendere dalla macchina e mi è venuto incontro sulla porta dove lo stavo aspettando. La sua scrittura è ardita, virile, animale, magnifica. È un uomo la cui vita inebria, pensai. È come me. Era caldo, allegro, disteso, naturale. Sarebbe passato inosservato in una folla. Era snello, magro, non molto alto. Ha occhi azzurri, freddi e attenti, ma la sua bocca rivela emotiva vulnerabilità.” (Henry e June)    Anaïs Nin e Henry Miller si conoscono verso la fine del 1931. Angela Anaïs Juana Antolina Rosa Edelmira Nin y Culmell, conosciuta come Anaïs Nin o, come a lei piaceva definirsi, la “donna bambina” spagnola, ha ventotto anni, è sposata, inquieta, sensibile e tiene un diario segreto. L’“autore gangster” o come a lui piaceva, il “ragazzo di Brooklyn” Henry Miller, sta per compiere quarant’anni, la moglie gli ha pagato il biglietto per andare in Europa e lui, con una valigia piena di manoscritti non pubblicati, è arrivato a Parigi, dove passa le giornate fra amici...

Carteggi amorosi / Sonata a tre. Cvetaeva, Pasternak, Rilke

Dal castello di Muzot, l’8 giugno 1926, Rainer Maria Rilke scrive a Marina Cvetaeva una lettera alla quale acclude una poesia, Elegia, a lei dedicata. Ecco l’inizio: «Le perdite nell’universo, Marina, le stelle precipiti! / Non l’accresciamo noi, dovunque mai ci scagliamo, / in quale mai stella! Nel cerchio sempre già tutto è contato. / E anche chi cade non scema il numero sacro. / Ogni rinuncia precipite cade all’origine e sana. / Sarebbe dunque tutto un giuoco, vicenda d’eguale, / non un nome mai, né forse un segreto frutto? / Onde, Marina, noi mare! Abissi, Marina, noi cielo!» (SSG, pp. 94-95). Dal tono estatico e stregato, simbolico ed enigmatico, dei versi rilkiani, possiamo partire per una breve conversazione su quell’involontario e commovente romanzo epistolare che tre poeti, essenziali nella storia della poesia del Novecento europeo (Marina Cvetaeva, Boris Pasternak, Rainer Maria Rilke), intessono nel corso dell’anno 1926 e che in Italia viene pubblicato con il titolo di Il settimo sogno. Lettere 1926 (Editori Riuniti, Roma, 1980).    Quel magico anno è la storia di una “Sonata a tre” dove la musica delle parole sostituisce, nella pienezza dell’impulso lirico, la...

Carteggi amorosi / Zelda e Scott Fitzgerald. La cognizione dell’attaccamento

Lo scrittore di culto e la sua metà inquieta; l’alcolizzato e la psichiatrica: è quasi impossibile non sapere qualcosa sui Fitzgerald, marito, Francis Scott (1896-1940) e moglie, Zelda (1900-1948).  Praticamente chiunque ha di loro una qualche immagine: che sia stato perché si è letto uno dei romanzi e racconti firmati da lui, F. Scott Fitzgerald, o perché si è scorso un articolo su uno degli adattamenti cinematografici di quelli, o perché si è compulsato tra i testi critici e antologici che celebrano i Fitzgerald come icone di un’epoca, e di recente, lei, Zelda Sayre Fitzgerald, quale nume femminista. Alcune immagini sono andanti e altre molto raffinate; nel mezzo non mancano piume, orchestre jazz, manicomi, gin, e incendi.    Forse, ad averli aiutati di più a fluttuare nell’immaginario collettivo attraverso tutto un secolo, dal 1920 ad oggi, è la grande figura dell’eccesso. Ma si tratta di un eccesso un pochino fané, o leziosamente passatista, logorato dall’inevitabile competere con molte altre forme mitizzate di autodistruzione che alla storia dei Fitzgerald hanno fatto seguito; danni autoinflitti da singoli, coniugi, generazioni e stagioni culturali, a partire...

A Life in Letters / Le più belle lettere di Vincent van Gogh

‘Caro Theo, grazie della tua lettera, sono contento di sapere che sei arrivato bene. Mi sei mancato i primi giorni & mi sembrava strano tornare a casa di pomeriggio e non trovarti’. È questa la prima lettera dell’epistolario vangoghiano giunta a noi.  Vincent ha diciannove anni, già da tre lavora all’Aia nella galleria d’arte della Goupil & Co. Theo ne ha quindici, e dopo qualche giorno trascorso nella capitale con il fratello torna alla casa dei genitori, a Helvoirt, nel Brabante del Nord. A scuola ci va a piedi, a Oisterwijk. Sei chilometri all’andata, sei al ritorno, tra vento e burrasche di quell’autunno tempestoso. Il manoscritto di Vincent è strappato in alto, ma la data è stata ricostruita grazie al cenno alle gare di trotto, che si erano svolte il sabato 28 settembre 1872.  Vincent è accanto al fratello minore col pensiero, ‘sarai in ansia’… è protettivo, e lo sarà ancor di più non appena Theo andrà a lavorare alla filiale di Bruxelles della Goupil, all’inizio del nuovo anno. Leggi questo, leggi quello, visita i musei, fai tante passeggiate… ‘tuo affezionatissimo Vincent’.   Lettera di Vincent a Theo, L’Aia, 29 settembre 1872, © Van Gogh Museum...

Vita irreale / Un tragico maestro: Mandel'štam

La pubblicazione di Lettere a Nadja e agli altri. 1919-1938 (Macerata, Giometti & Antonello, 2020, a cura di Maria Gatti Racah: d’ora in poi EM) offre l’occasione di ripercorrere il destino tragico e l’opera letteraria di un poeta che ha fondato la letteratura poetica del Novecento. Osip Emil’evic Mandel'štam nasce a Varsavia (all'epoca parte dell'Impero russo) da una famiglia ebraica benestante, che dopo la sua nascita si trasferisce a Pavlovsk, non lontano da San Pietroburgo, dove si diploma nel 1907. In ottobre si trasferisce a Parigi, dove frequenta corsi alla Sorbonne, e inizia a scrivere versi e prose. Dal 1909 frequenta la celebre “Torre” di Vjačeslav Ivanov e ubblica i suoi primi versi. Nel 1911 aderisce alla "Gilda dei poeti", e partecipa alla formazione del movimento dell'Acmeismo, del cui manifesto è uno degli autori. Nello stesso anno pubblica la sua prima raccolta di poesie, Kamen’ (Pietra).   Legge i suoi testi al “Cabaret del cane randagio” e conosce Aleksandr Blok e Benedikt Livšic e frequenta Marina Cvetaeva e Anna Achmatova. A Kiev, nel 1919, conosce la pittrice Nadežda Jakovlevna Chazina, sua futura moglie. Nel 1922, a...

Carteggi amorosi / “Una tua lettera è una festa”: Vladimir Majakovskij e Lili Brik

«La data più felice»: così Majakovskij definisce nella sua autobiografia il giorno in cui conosce Lili e Osip Brik. È una sera di fine luglio del 1915. Lili ha 24 anni, è sposata con Osip Brik e vive a Pietrogrado. È appena tornata da Mosca, dal funerale del padre, morto di cancro. Majakovskij, «bello, ventiduenne», è in stretti rapporti con Elsa, la sorella di Lili, ed è di ritorno dalla Finlandia. Quella sera di fine luglio, a casa di Lili e Osip Brik, Majakovskij viene esortato da Elsa a leggere La nuvola in calzoni. Lui non si fa pregare e dopo aver dato una rapida occhiata a un quadernino estratto dalla tasca della giacca e poi subito rimesso a posto, comincia a declamare il suo tetrattico, fissando il vuoto e senza mai cambiare posizione. L’uditorio è ammutolito, trattiene quasi il fiato, nessuno riesce a distogliere lo sguardo dal poeta fino alla fine, quando prorompe l’entusiasmo. Lili e Osip sono particolarmente ammirati: «Era ciò che sognavamo da tempo, ciò che aspettavamo» racconterà poi Lili alludendo all’insignificanza della poesia di quel periodo, e ripongono così tante speranze in quei versi che Osip finanzierà l’edizione del poema, pubblicato a settembre di quello...

Quando Benjamin pianse d'amore / Walter Benjamin e Asja Lacis

«Se lei m’avesse sfiorato con la miccia del suo sguardo, io sarei volato in aria come un deposito di munizioni» (W. Benjamin, Strada a senso unico – «Armi e munizioni»).   Il 5 maggio del 1924, nell’incanto primaverile dell’isola di Capri in cui, seguendo i consigli degli amici Erich Gutkind e Florens Christian Rang ha deciso di trovare ‘rifugio’ per sfuggire a depressione psichica e a preoccupazioni economiche e dedicarsi alla stesura del suo lavoro sull’Origine del dramma barocco tedesco, il trentunenne Walter Benjamin conosce Asja Lacis (nota anche come Anna Lazis). È una giovane rivoluzionaria russa allora trentaduenne, una lettone di Riga che si occupa di regia teatrale e che è un’importante pioniera del teatro sovietico per l’infanzia. Resta come folgorato da quella giovane militante comunista dai tratti esotizzanti che lui osserva da diverse settimane dal suo tavolo al Caffé «Zum Kater Hiddigeigei», gestito da una coppia tedesca. Per chiarire il proprio stato d'animo, riferendo del «miracolo» di quella nuova relazione all'amico Gershom Scholem, Benjamin si slancia in seguito, il 16 settembre, in impegnative metafore dal sapore biblico:   «Ci sono poi le vigne, che...

Carteggi amorosi / Simone de Beauvoir e Nelson Algren

Si potrebbe dire che a volte, o forse quasi sempre, le storie d’amore intreccino in modo periglioso e sorprendente un aspetto programmatorio e un anelito fusionale. Un po’ l’Altro lo si programma, lo si muove e ci si fa muovere allontanandosi e avvicinandosi; un po’ invece, su un versante talvolta stucchevole talvolta impetuoso, se ne viene assorbiti, si desidera indifferenziarsi, ci si unisce a lui o lei in un legame coesivo. In ogni corrispondenza, propria o altrui, meditata o sbrigativa, contemporanea o del passato, non è difficile rintracciare slanci di un tipo e dell’altro. E non sembra fare eccezione il corpus di trecentoquattro lettere che, nel corso di più di diciassette anni, dal 1947 al 1964, Simone de Beauvoir ha scritto a Nelson Algren. Di uno slancio del primo tipo: «Sei molto dolce a suggerire che potrò continuare a lavorare quando saremo a letto, infatti ho una capacità di astrazione straordinaria, soprattutto a letto con te. Lì mi vengono dei pensieri profondi che toccano i temi più ardui, così non sprecheremo neppure un attimo, buona idea. Ho pensato però che se coabitiamo per tre o quattro mesi, dovremmo lavorare anche fuori dal letto». Di uno slancio del secondo...

Carteggi amorosi / Hannah Arendt e Martin Heidegger: le lettere

«Il démone mi ha colpito...non mi era ancora mai capitato niente di simile». Lo scrive in una lettera il professore di filosofia alla studentessa, che subito comprende. Il grande démone è quello del Simposio di Platone, Eros.  Con questi toni inizia, nel febbraio del 1925, la corrispondenza amoroso-filosofica di Martin Heidegger – che sarebbe divenuto il filosofo di fama mondiale e all’epoca aveva trentasei anni, una moglie e due figli piccoli - con Hannah Arendt – anch’essa qualche decennio dopo non meno famosa del maestro e amante – mentre entrambi si trovavano nella piccola città universitaria di Marburg nel centro della Germania, tra Kassel e Francoforte. A Marburg l’università vecchia è una specie di costruzione massiccia, sorta di castello-chiesa-fortezza nel cuore della città (la nuova università, un po’ fuori, è di uno squallore e di una bruttezza insostenibili, ma ai tempi per fortuna non c’era). Lì la studentessa venuta dal nord (Königsberg) incontra il docente venuto dal sud (Meßkirch); è colpita dal suo pensiero, pensa che la filosofia sia tornata a vivere, che finalmente qualcuno abbia ridato la parola ai tesori del passato che sembravano morti.   Anch’egli...

La corrispondenza di una vita / Camille Claudel e Auguste Rodin: parole come pietre

“Monsieur Rodin, ho appena iniziato un appunto per M. Gauchez, impantanandomi totalmente, come può vedere, e mi pare senza alcun dubbio il più stupido del mondo. Voglia usarmi la cortesia di correggerlo e di aggiungervi una bella tiritera sul movimento e sulla ricerca della natura, ecc. mi è stato impossibile trarmi d’impaccio. Mi rimandi l’appunto corretto al più presto, altrimenti M. Gauchez mi sgriderà di nuovo, lei lo sa.”   Questa sembrerebbe la prima lettera inviata da Camille Claudel ad Auguste Rodin, o almeno la prima a noi pervenuta, risale al maggio o giugno del 1886. Claudel e Rodin si sono incontrati cinque anni prima quando lei aveva 17 anni e lui 45: lei piena di passione per la scultura da poco trasferita a Parigi con la famiglia, lui ormai riconosciuto come scultore ma ancora a un passo dalla grande notorietà. Camille a 11 anni già mette le sue sculture di terracotta nel forno di casa, manifesta un temperamento entusiasta verso la natura e lo studio, così tanto che di fronte a una madre piuttosto severa riesce a farsi sostenere dal padre nel suo desiderio e impegno verso l’arte, con l’aiuto del fratello, Paul Claudel, anch’esso desideroso di lasciare la casa...

Carteggi d'amore / Gozzano e Guglielminetti. L'ansiomania inesplicabile del Signorino Infelicito

Il carteggio d’amore più commovente e utile sarebbe quello che racconta la resistenza nel tempo, di un amore: sappiamo come fare innamorare, innamorarci, ma quel che è difficile è rimanere accanto a qualcuno, sostenerlo, rispettarlo, desiderarlo, volerlo ogni giorno per anni. Ci incuriosisce comunque leggere di fiammate, ci entusiasma il plateau in cui sia lui che lei sono innamorati, ci rattrista l’intiepidirsi dell’ardore, assistere al distacco di uno dei due, alla disperazione e poi alla tristezza di chi amava e resta solo con la torcia della passione tra le mani. L’amore tra Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano è tra i più malinconici possibili. L’era delle lettere ci permette di scrutare dalla serratura, post mortem, il diagramma che dalla pianura dell’indifferenza si innalza al picco dell’ardore, per poi calare per versanti quasi sempre non paralleli al piattume del ritrarsi, dell’amor proprio che si ricuce con orgoglio ritrovato, a volte con ripicche, colpi di coda che virano il triste in squallido.     Le lettere dei due poeti gravitanti sulla Torino di una tardiva Belle Époque furono collezionate da Spartaco Asciamprener, industriale milanese del vetro,...

Virginia Woolf e Vita Sackville-West

Meno male ci sono state Virginia e Vita. Meno male hanno avuto un’esistenza pubblica, grazie a un livello di snobismo talmente estremo da risultare oggi pressoché insultante. Meno male si sono accoppiate, non certo come fosse un gesto normale, ma al contrario una gioia riservata a pochi esseri che si ritenevano intellettualmente superiori. Né borghesucci dalle vedute ristrette, né perverse creature ai margini della società. Ma divini cervelli che avevano pur sempre un corpo. Meno male, soprattutto, che non si sono limitate ad accoppiarsi, con quel corpo, ma lo hanno anche scritto. Con quel cervello. Lasciandone traccia per i posteri: altrimenti come avremmo fatto? Noi, dico, povere lesbiche che siamo venute dopo.    Per questo dobbiamo ringraziare Vita e Virginia. Per aver scelto, circa un secolo fa, di diventare un’immagine: «Da qualche parte ho visto una pallina che continuava a saltare su e giù sul getto di una fontana: tu sei la fontana, io la pallina». Così scrive Virginia Woolf in una lettera a Vita Sackville-West del 7 ottobre 1928, concludendo: «È una sensazione che mi dai solo tu». L’immagine della pallina che salta su e giù, spinta a essere viva dal mobile...

Lo chansonnier russo / Aleksandr Vertinskij: carteggi di amori sovietico-decadenti

Aleksandr Vertinskij in posa da viveur. L’epistolario a cui si fa riferimento in queste pagine è un misto d’amore e di politica, dove pure la componente storico-governativa rientra nella categoria degli affetti. Amore di patria, parallelo a quello per una donna (e per le figlie), provato con lo struggimento e la passione di cui soltanto gli emigrati russi sono stati capaci. Colui che sarebbe diventato un idolo dei palcoscenici, prima nella Russia prerivoluzionaria, poi in giro per il mondo sulle scene della diaspora e, infine, su quelle sovietico-staliniane, nacque a Kiev nel lontano 1889. Il destino gli riservò un’infanzia difficile, figlio illegittimo di una coppia clandestina (ben nota e chiacchierata in città), rimase orfano di madre a tre anni. Il padre morì a sua volta di disperazione e il piccolo, separato dalla sorella, fu affidato a una zia molto dura di carattere. Alunno del prestigioso ginnasio kieviano N. 1, compagno di Paustovskij e Bulgakov, ne fu presto espulso per ragioni di cattiva condotta. La severità della matrigna lo spinse alla ribellione fino a portarlo sulla via del teppismo. Fu sorpreso in flagrante furto delle offerte lasciate dai pellegrini al...

Ol’ga Knipper - Anton Čechov / Lo scrittore, la malattia, l’attrice

«Buon giorno cagnolino» «Buongiorno mio cane arrabbiato… mio cagnolino feroce… mio cagnone…». «Mio [cavallo] ungherese». Anton Pavlovič Čechov si rivolgeva così alla moglie, l’attrice Ol’ga Knipper, quando le scriveva dall’”esilio” di Jalta. Lei, prima di sposarlo, era stata l’Arkàdina del Gabbiano, la matura, annoiata proprietaria terriera sposata a uno scrittore parassita d’anime, Trigòrin. Anton aveva visto Ol’ga recitare nella famosa edizione del Gabbiano del Teatro d’arte di Mosca diretta da Nemirovič Dančenko e Konstantin Stanislavskij nel 1898, quella che aveva lanciato il testo, Čechov e quel gruppo di artisti radicali nemici della routine nell’empireo dell’arte scenica, aprendo le strade alle rivoluzioni teatrali del novecento. Lei aveva trent’anni, otto in meno dello scrittore medico. In un altro spettacolo Čechov l’aveva definita meravigliosa, la migliore di tutte.  Poi lei fa amicizia con la sorella di Anton, Marija. Qualche mese dopo Ol’ga è in vacanza nel Caucaso e lo scrittore aggiunge poche righe a una lettera della sorella: «Salve, ultima pagina della mia vita, grande artista della terra russa. Invidio i Circassi che vi vedono ogni giorno». Ol’ga risponde: «...

Carteggi amorosi / Boccioni e la Principessa: un amore interrotto

Un minuscolo isolotto su un aristocratico lago alpino, un vero e proprio parco galleggiante attorno a un'antica villa. Una principessa romana che, dopo aver conquistato le capitali della mondanità europea, si innamora dell'isolotto e va a passarci l'estate da sola. Un marito assente, anch'egli rampollo di un altro potente e austero casato dell'aristocrazia romana. Un giovane, affascinante pittore, uno dei più talentuosi artisti della prima grande avanguardia del Novecento. Un incontro fatale, su cui incombe il rischio di uno scandalo irreparabile e l'ombra di una morte precoce in un momento terribile per l'Europa, quello in cui la Belle Epoque affonda nel sangue della prima guerra mondiale. Un crescendo di passione travolgente ma trattenuta, raccontato in una ventina di lettere nascoste per quasi un secolo e ritrovate in un vecchio baule.   Sembra la trama ideale di un romanzo rosa d'antan, grondante di romanticismo a ogni pagina e sempre sul punto di affogare nel Kitsch. Eppure è tutto vero. I protagonisti sono Umberto Boccioni e Vittoria Colonna; il luogo, l'isolino di San Giovanni, la più piccola delle isole Borromee sul lago Maggiore; il tempo, l'estate del 1916; le...