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morte

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Il sogno dopo la caduta

Che cosa accade sulla scena del Principe Amleto? L’ultimo spettacolo di Danio Manfredini arriva dopo cinque anni dall’ultimo progetto (Il sacro segno dei mostri, del 2007); il suo percorso, come sempre, è fatto di attesa, di accoglienza, di attenzione: ogni nuovo lavoro giunge quando è il proprio momento, come una necessità, e con i propri tempi passa dall’intuizione alla forma. Nel Principe Amleto, che ha debuttato al Sienafestival lo scorso 28 settembre, la lunga elaborazione di Manfredini e dei suoi attori ha portato in superficie il gioco di rispecchiamenti senza fine della tragedia shakespeariana. Il nero denso della scena è la materia con cui le luci disegnano lo spazio, segnano i confini delle presenze; rivelano corpi nascosti, stabiliscono le zone dell’azione. Tutto ciò che è visibile è definito, si colora e si intaglia sullo sfondo. Gli attori, tutti uomini, indossano maschere bianche che ne ricalcano i tratti del volto. Una realtà più reale, quella del teatro che mostra se stesso; un sogno vigile, quello di Amleto, il principe visionario, che vede oltre e va al di là della...

Angelo Morino. Il film della sua vita

A distanza di cinque anni dalla sua morte, avvenuta nel 2007, è stato pubblicato Il film della sua vita (Sellerio, 218 pp, 13 €), l’ultimo romanzo di Angelo Morino. Ultimo in ordine di pubblicazione ma non di stesura: la sua gestazione infatti comincia nel 1999, poco dopo la morte della madre e ben prima della composizione degli altri suoi tre romanzi.   Si tratta dunque di un testo che rappresenta per l’autore l’iniziazione alla scrittura di sé, nella quale non si era mai cimentato prima perché impegnato nella saggistica o, come scrive Vittoria Martinetto nella postfazione, “in uno scrivere transitivo – scrivere qualcosa e di qualcosa”. Con la morte della madre, Morino “si lascia andare allo scrivere di sé” per approdare a quel comporre intransitivo, libero, che lo espone ai pericolosi rischi della creazione. Forse è per questo che il suo romanzo più autobiografico rimane incompiuto, leggibile nella forma di appunti sparsi e note di rimando, che ne fanno un prodotto particolarmente interessante. Il libro si presenta dunque come un reperto, che se all’inizio invita a...

Cartoline da un funerale

Qualche giorno fa è morto in Irpinia l’editore Elio Sellino. Oltre a fare tantissimi libri, non solo di storia locale, era anche direttore del centro di ricerche Guido Dorso. Camminando per il sud si trovano tante scene che illuminano sulla condizione attuale del sud e di quel sud più grande che è il mondo intero. Volevo scrivere un ricordo per esaltare le virtù del mio amico scomparso, alla fine mi è sembrato che potessero bastare queste cartoline dal suo funerale.     Al funerale di Elio Sellino era evidentissimo che il mondo della cultura in Irpinia non esiste. Ed era evidente che i cosiddetti intellettuali di sinistra qui non si sono mai visti. E che dire delle centinaia di politici con cui ha avuto rapporti? Oggi al funerale ne ho visto solo due. Non solo non hanno idee, ma non sanno neppure più emozionarsi, addolorarsi: sono malati, autistici. Eppure guidano ancora i giochi, anche se sono giochi miserabilissimi.   Al funerale di Elio Sellino ho visto che il suo paese non c’era. Quelli che andavano dietro il feretro sembrano presenti giusto perché hai funerali bisogna andare per guadagnare...

Massimo Miro. La faglia

La faglia (Il Maestrale, p. 144, euro 16) di Massimo Miro è un romanzo che nasce da un interrogativo e un’illusione: sarebbe stato possibile salvare Aldo Moro? Purtroppo no. E con lui nemmeno il destino di un paese. È questa la lucida conclusione a cui approda Goffredo Mezzasalma, detto Gomez, protagonista e voce narrante del libro, un adolescente che negli anni Settanta vive in un’immaginaria periferia a Torino – molto simile alla Berlino di Christiane F. – con un gruppo di amici: Jumbo, Sgummo, Novi e Ligure, che si dividono fra risse e piccoli furti.   Gomez è l’unico sopravvissuto. Ora si è trasferito a Milano, è sposato, benestante, ma questa apparente felicità viene turbata dall’irrompere di una telefonata, come nei film dell’orrore. Trent’anni prima Gomez e gli altri – i “Grandiosi” – credono che l’uomo recluso a casa della ragazza di Jumbo sia Aldo Moro e decidono di compiere un gesto clamoroso: liberarlo da quella prigione e dare una sterzata al corso delle loro vite. Ma tutto va storto. L’unica via di fuga si perde nel degrado e...

Eugenio Baroncelli. Falene

Il titolo del libro di Eugenio Baroncelli, Falene (Sellerio, 281 pp., 14 €), coincide con quello che Virginia Woolf aveva originariamente previsto per il suo romanzo Le onde: la sensibilità dell’autrice era stata infatti colpita dal dibattersi disperato di una falena contro il vetro della sua finestra, nel tentativo di resistere alla morte; essa sembrava rappresentare, in modo puntuale e semplice, la tragicità e l’assurdità della vita, nel breve tempo che le è concesso di durare. Baroncelli, con la sua opera, prova a riguadagnare questo sguardo presentandoci 237 biografie della lunghezza media di una “leale paginetta”, di personaggi più o meno celebri che hanno saputo stimolare, con i loro movimenti disperati e scomposti, la sua raffinata scrittura. Il punto di vista è quindi quasi “astrale”: l’accostare vite così distanti nel tempo, nello spazio e nei contenuti sembra possibile solo a colui che guardi da molto lontano, da un altro pianeta, conservando però, nonostante la distanza, una memoria puntuale e coinvolta. L’oggetto dell’osservazione è dunque un...

La morte e Liala. Quando Jesi esplorò la destra

“Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa”. Con questa netta enunciazione di intenti Furio Jesi, nell’incipit dell’introduzione del suo saggio Cultura di destra, stabiliva da subito il compito e i confini che si era prefissato, quando decise di affrontare le pulsioni storiche e culturali che stavano alla base del neo fascismo e della nuova borghesia italiana reazionaria. E non era certo un compito facile, in quanto nel clima di acceso scontro ideologico della fine degli anni Settanta (nel 1979 esce la prima edizione del saggio per Garzanti) il termine “cultura di destra” era considerato come un ossimoro e tutti gli studi sul mito, sul sacro e sul leggendario giudicati materia per ottusi nostalgici in odore di fascismo. Maneggiare quella materia non era facile allora e non è facile nemmeno adesso, per noi che, come piccioni sopra un cornicione, assistiamo attoniti al baratro culturale residuo di quella che è da considerarsi come la fase crepuscolare della...

Andy Warhol: il Braille mentale

“Per preparare una poesia, si prende ‘un piccolo fatto vero’ (possibilmente / fresco di giornata”: “una data precisa, un luogo scrupolosamente definito”. Così, memorabilmente, Edoardo Sanguineti in una di quelle Postkarten anni Settanta che segnarono, nella sua poesia, una svolta in direzione appunto cronachistica e giornaliera (e anzi, disse lui stesso, proprio “giornalistica”) – sorprendente in chi aveva esordito, due decenni prima, con una poesia astratta e “lunare” come quella di Laborintus, ispirata alla musica seriale e all’arte informale. Di mezzo – dalla fine degli anni Sessanta ma con maggior regolarità nel decennio seguente – c’era stato appunto l’avvicinamento del Grande Autore Modernista alla più umile e feriale delle sedi di scrittura, quella appunto con cui il giorno dopo s’incarta il pesce. Proprio com’era avvenuto al maestro avverso, Montale redattore al “Corriere della Sera” prima della “svolta” di Satura, la scrittura “maggiore” – quella in versi, ovvio – assai tangibilmente s’era...

Laura Liberale. Madreferro

Madreferro (Gruppo Perdisa Editore, 154 pp., 10 €) è il diario di una discesa infera verso le origini, il tentativo di saggiare il potere euristico del romanzo per spezzare la tradizione, disinnescare anatemi e rielaborare in prosa il trauma della morte. È anche il diario di un eterno ritorno, la terra che chiama a sé perché ha bisogno dei propri figli e perché tiene in grembo i propri morti. Sono passati sette anni da quando Laura ha lasciato Fabrica, il paese natale, dopo la morte accidentale dei genitori. Un congedo di sei mesi all’università la riporta nel luogo d’origine, per fare i conti con l’abbandono e il senso di colpa, con un passato che non lascia scampo e lambisce pericolosamente il presente con esalazioni cimiteriali. Fabrica è rimasta quasi immobile, in bilico sul passare del tempo; anche per questo la mappa su cui Laura si orienta è un album di disegni a matita, schizzi ottocenteschi con cui la mano leggera di Georgina de Martignac ha mineralizzato suggestivi scenari paesani.   Ci sono affreschi sacri e croci votive, incisioni celtiche, streghe, demoni e druidi a...

Julian Barnes. Il senso di una fine

Il senso di una fine è una storia tipica, quasi classica, di amore e passione, nulla di nuovo, ad eccezione del punto di vista della voce narrante, Tony Webster, probabilmente la persona più inadatta per raccontarla. Diviso in due parti, il romanzo racconta prima la formazione, il gruppo di amici e l’amore di Tony Webster, e solo dopo il senso di tutta quella storia, incompresa dai suoi stessi protagonisti.   Julian Barnes compone con una scrittura elegante e con la sua consueta ironia la storia di una generazione cresciuta negli anni Sessantadella swinging London: liberazione sessuale, fuga dalla famiglia e viaggi in autostop contrastano con un’educazione rigida e autoritaria, con abitudini che soprattutto in provincia sono durissime da scalfire e con relazioni con l’universo femminile ancora grezze e fortemente irrisolte. La confusione regna incontrastata in un avanzamento culturale schizofrenico dentro al quale sentimenti e passioni vengono centrifugati senza nessuna possibile forma di salvezza. La fuga ha preso la forma della rinuncia, del rientro nei ranghi e di una lunga e tediosa nostalgia per un tempo che fu formidabile solo nella...

Roberto Maragliano. Pedagogia della morte

La libreria di doppiozero continua a crescere: esce oggi un nuovo titolo da scaricare e leggere su tablet o su carta, stampando il pdf.   Vi proponiamo un saggio di Roberto Maragliano, Pedagogia della morte, che affronta con intelligenza e originalità il più grande dei nostri tabù. Qui il link per scaricarlo.      La pedagogia più importante è quella che affronta le cose che non si possono insegnare.  Che non si possono: perché ci sono divieti, ostacoli, resistenze, anche interiori; insegnare: perché la loro esperienza è talmente intima e personale che si tende a crederla indicibile, incomunicabile, oscena. Eppure qualcosa si può fare, qualcosa passa; e soprattutto qualcosa si può imparare: a esprimerlo e a condividerlo. La morte è il primo di questi argomenti tabù. Oggi che la società ha rimosso il problema, rinunciando a qualsiasi tentativo di elaborarlo, una pedagogia della morte è urgente e indispensabile. Roberto Maragliano in questo libro ha il coraggio e la lucidità non solo di sollevare la questione, ma di analizzarne i principali...

Suicidio

A volte non basta. Il tanto vale vivere con il quale Dorothy Parker termina l’elenco sarcastico dei modi di morire non riesce a trasmettere la motivazione di un giorno ancora. Quando scrivere la parola fine è una scelta, arriva come un compimento che si cova da soli e si tace in compagnia, tra decisioni aprioristiche ed esitazioni umanistiche. Quando riesce difficilmente è un colpo di testa. Tecnicamente programmabile, non elimina l’inquietudine di un gesto che rimane misterioso per chi resta.   I fiori si mettono a posto prima o dopo, i piatti si lavano prima o dopo, la lavatrice si fa andare prima o dopo, la testa nel forno si mette prima o dopo. Non è pensabile che da madri lo si possa fare, che l’attrazione di thanatos possa risultare una forza più potente dell’eros di vita. Fai bei sogni svela il segreto, racconta qualcosa che raccontare non può – chi si confessa in prima persona comunica l’angoscia del come e del perché, ma trasmette una sensazione fredda quando l’atto si avvicina. Il libro best-seller passa di mano in mano, nomina l’indicibile che nel 2012, anno di...

Avere una bella cera

È nascosto, Palazzo Fortuny. Nascosto da vicoli stretti e da canali che una cartina non troppo dettagliata non ti segnala, canali che imbarazzano anche le moderne tecnologie, così che il puntino blu sul tuo schermo-mappa se ne sta fermo troppo a lungo per poi, improvvisamente, dirti che sei lì, punto blu in mezzo a un canale blu. E poi c’è la confidenza che i veneziani hanno con i loro luoghi, campi e sestieri ignoti alle cartine: le loro indicazioni tracciano tragitti segreti, con i deboli riferimenti che ti offre una città in cui non sai mai se prendere sul serio questa “seconda strada a sinistra” la cui larghezza è pari alle tue spalle. E quando, finalmente, la tua meta “è alla fine della via e non ti puoi sbagliare”, Palazzo Fortuny è nascosto, ancora. Sotto un’impalcatura gigantesca che cela buona parte della sua bellezza, di cui ti rendi conto soltanto una volta entrato, quando, persa nel palazzo, ti ritrovi in un giardino interno che lascia senza fiato. Ed è nascosto l’ingresso: rispetto all’enorme scritta Palazzo Fortuny ad altezza occhi, sormontata da travi e plastiche e rumore di lavori, la porta in vetro scuro è a destra, perpendicolare alla facciata, anch’essa...

Emanuele Trevi. Qualcosa di scritto

Qualcosa di scritto è il titolo dell’Appunto 37 di quello stranissimo prodotto letterario che è Petrolio di Pier Paolo Pasolini, che insieme al film Salò e le 120 giornate di Sodoma costituisce l’ultima traccia tangibile dell’esistenza dello scrittore, una sorta di “indizio” che sembra offrirsi ai lettori come la pronunciazione sibillina di un oracolo.   Qualcosa di scritto è anche il titolo del romanzo di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, pp. 224, 16,80 €), un testo singolare nel quale l’autore, sullo sfondo di una vicenda autobiografica tenta, proprio come un aruspice, di interpretare Petrolio come se si trovasse di fronte al cadavere di PPP, come se dall’analisi delle mutazioni del corpo dello scrittore, di cui l’opera è una sorta di resoconto trasposto, potesse tracciare la storia di un’iniziazione alla morte, e quindi alla vita.   La metafora dell’aruspicina non è azzardata: lo scritto di Trevi infatti sembra ruotare attorno a un’idea semplice e forte secondo la quale l’opera, se veramente punta a essere strumento di conoscenza profonda...

Nei labirinti della storia dell’architettura

Di recente sono usciti due libri, tra di loro molto diversi e ciò nondimeno accostabili: Vita di Giorgio Labò di Pietro Boragina (Aragno 2011) e Dentro il labirinto di Andrea Camilleri (Skira 2012). Ciò che li accomuna è il fatto di essere dedicati entrambi alla vita di personaggi che hanno attraversato in modo fugace, troppo fugace, il panorama della cultura – e in special modo dell’architettura – italiana, entrando altresì in contatto – loro malgrado – con la politica negli oscuri e tragici tempi del fascismo. Altro elemento comune ai due libri è di essere entrambi scritti da autori non appartenenti elettivamente al mondo dell’architettura: il primo essendo laureato in lettere, e avendo un passato di attore e regista, nonché un’attività di pittore e di organizzatore di mostre; il secondo essendo uno dei massimi scrittori italiani, dopo avere svolto a sua volta l’attività di regista e di sceneggiatore teatrale e televisivo.   È curiosa questa doppia coincidenza: come se l’architettura – quantomeno nei suoi riflessi biografici – uscendo...

Roland Barthes, Parigi, 1977

L’avevo incrociato un paio di volte con Maurice Nadeau, di cui era amico e che aveva pubblicato, tanto per cambiare, alcuni dei suoi primi testi. Era già diventato uno dei grandi personaggi della cultura internazionale e papa della semiologia. Avevo tentato, senza riuscirci, di leggere Il sistema della moda, e L’empire des signes mi era sembrato molto suggestivo, ma piuttosto ingenuo sul piano politico. Miti d’oggi, però, lo leggevo e rileggevo e lo consideravo e lo considero un libro straordinario.   Quando uscì Frammenti di un discorso amoroso osai chiedergli un’intervista ed è in questa occasione che gli feci questo ritratto. Mi sembrò timido, imbarazzato, non smetteva un istante di fumare il suo sigaro: le sue risposte erano nitide e perfettamente strutturate. Amaro, malinconico. Gli rimanevano solo tre anni di vita.   Nel 1980 uscì La camera chiara, nota sulla fotografia. Libro fondamentale per chiunque si occupi di fotografia, e non solo. Da trent’anni citatissimo come un saggio ed è invece uno straordinario romanzo, attraverso la fotografia, sulla memoria, la morte, il lutto...

Lo sguardo di Valentine

Ecco un dipinto del pittore svizzero Ferdinand Hodler. Quando tempo fa mi è cascato sotto agli occhi, grande è stato il mio disinteresse: un paesaggio spoglio e convenzionale, esteticamente scialbo, ancor più se considerata la data d’esecuzione, 1915. All’epoca c’erano già le avanguardie, i collages, il cubismo e sulla Svizzera stava per abbattersi la tempesta dada che spazzerà via l’idea di arte in voga sin dal Rinascimento. Nell’occhio del ciclone, Hodler non trova niente di meglio che piantare il cavalletto ai bordi del lago Lemano (o di Ginevra) e dipingere il sole che scompare dietro le montagne – un rigurgito impressionista mi viene da pensare, come una cartolina inviata dalla zia da un resort vacanziero. Un’opera marginale rispetto alla storia della pittura ma anche rispetto a quel poco che conosco dell’artista. Il mio conto con Hodler è presto chiuso.   Per caso o per serendipità qualche settimana fa ritrovo lo stesso dipinto. Identico il mio sentimento di sufficienza, ma questa volta guardo meglio e leggicchio qualcosa. È così che Coucher de soleil sur...

Carlos Fuentes, pensatore del boom latinoamericano

Il Messico è stato a lungo e per molti di noi la terra dei sogni della prima infanzia. Fino a mezzo secolo fa, era famoso non tanto per i suoi poeti quanto per la sua cinematografia e la sua musica. Chi, da ragazzino, non si vedeva attraversare deserti e praterie a fianco di Pedro Infante, diventare uno dei giustizieri impersonati da Jorge Negrete o essere fortunato con le ragazze come Miguel Aceves Mejía? Chi non desiderava svegliarsi tra le braccia sensuali della stupenda María Félix o ascoltare solo per sé le parole sussurrate da Agustín Lara o Toña la Negra quando interpretavano Solamente una vez, Vereda tropical e i migliori boleros della storia?   Fortunatamente per la mia generazione il cinema e la musica messicani si trascinarono appresso bravi scrittori. E tra questi uno giovane e assai dotato che sembrava uscito dalla macchina dei sogni. Di primo acchito la sua immagine non corrispondeva a quella di un poeta. Assomigliava più agli eroi dei nostri nonni, anche se presto avrebbe fatto parlare e discutere di sé e della sua opera in aule e salotti, bar e bettole frequentate da persone di ogni et...

Nuotando in un cimitero

Forse bisogna soltanto attendere che cali il vento. Questione di giorni, di ore. E poi ricomincerà, come ogni anno, il calvario, punteggiato di stragi note o ignote, sepolte nel Mediterraneo. Assistiamo così, generalmente senza far nulla di politicamente e socialmente concreto, a un rito di sangue che si ripete ciclicamente. È quello dei profughi che giungono sulle nostre coste, stremati talora da mesi di cammino, poi la traversata fra mille rischi dettati da altri esseri umani e dalle condizioni ambientali, e poi ancora il cammino, oppure lo stazionamento in quelle strutture “temporanee” che sono come e peggio di carceri (lo dice l’Unione Europea, le rare volte che un suo rappresentante riesce ad accedervi), e poi magari il “rimpatrio” (anche questo effettuato in barba a qualsiasi legislazione internazionale). Le acque dove sguazziamo fra una tintarella e l’altra sono un unico, immenso cimitero: almeno questo dovremmo saperlo e ricordarlo. Così come Francesco Biamonti ci rammentava che pure le nostre montagne sono terre costellate di cadaveri. Altri tempi, altri passi e passaggi, altri nomi (non ‘scafisti...

Peter Sloterdijk. Stato di morte apparente

La questione in gioco in Stato di morte apparente (Cortina Editore, Milano 2011, pp. 150, 12 €) è quella di una resistenza. Una resistenza stilistico-antropologica che risponde a un’urgenza: se la globalizzazione predetermina il filosofo, i suoi codici e le sue semantiche, le sue interconnessioni tecnologiche, i suoi corpi e i suoi desideri, cosa resta della filosofia? Quali spazi e quali tempi le restano affinché essa possa, almeno parzialmente, de-globalizzarsi?   Il tema delle pratiche connesse all’autotrasformazione tramite esercizio, molto presente nell’ultimo Sloterdijk, tocca qui il suo climax, poiché è fatto convergere nella figura del filosofo-che-si-esercita-filosofando: “il soggetto, concepito come esecutore delle proprie sequenze di esercizi, consolida e potenzia il suo saper-fare sottoponendosi agli esercizi tipici del suo contesto” (p. 34). L’esercizio dell’homo theoreticus è del tutto particolare, dato che si struttura sempre entro un rapporto complesso col fittizio (Schein) e con la morte (Tod), e il libro ripercorre l’innesto paradossale della morte apparente (...

Zanzotto decabrista

Nella poesia, diceva Andrea Zanzotto, “si trasmette per una serie di impulsi sotterranei, fonici, ritmici, ecc. Pensate al filo elettrico della lampadina che manda la luce, il messaggio luminoso, proprio grazie alla resistenza del mezzo.” Il filo sottile oppone resistenza alla corrente elettrica ed è proprio questa specie di attrito che produce il fatto strano della luce.   Per quanto riguarda la poesia di Zanzotto, ripercorrendo l’opera con l’ausilio della lunga e attenta introduzione di Stefano Dal Bianco a Tutte le poesie, che la sorte con geometrica tempestività ha fatto uscire da Mondadori nei giorni in cui l’autore se ne andava, trovo tutti gli argomenti di questo effetto dispiegati in bell’ordine, un panorama composto e pacificato di un’umanità straordinaria. Lalìe primordiali messe in gioco con i nervi tesi di certi by-pass mentali, vertigini e shock della lingua, che hanno costruito brani di mondo, attraverso vere e proprie prove d’esistenza a cui il poeta, che ha pagato non poco in termini di dazio psichico, si è sottoposto per portare in salvo il paesaggio, direbbe lui....

Scianna, Mapplethorpe e lo sguardo dei ragazzi

I bambini ci guardano, scrive Ferdinando Scianna citando una celebre frase di Zavattini. Ma come i fotografi guardano i bambini? Per una strana congiuntura esce da Contrasto un libro del fotografo siciliano tutto dedicato ai bambini (Piccoli mondi), mentre nello spazio di Forma a Milano sono esposti alcuni ritratti di ragazzini realizzati da Robert Mapplethorpe nell’ambito di un’ampia mostra personale (catalogo edito da Contrasto). Due sguardi completamente diversi.                                                                                              Scianna è un fotografo delle occasioni. Con la sua macchina a tracolla percorre il mondo in lungo e in largo per il lavoro di fotoreporter, e...

Marco Missiroli. Il senso dell’elefante

La scrittura di Marco Missiroli è elegante, equilibrata e raffinata. Ho letto Il senso dell’elefante (Guanda, 2011) in una notte: si tratta di un libro che trattiene e che coinvolge, non tanto per la favola amara che si ricostruisce via via che la narrazione procede, o per il desiderio di stringere i fili in un unico nodo, quanto per l’atmosfera; conquistata dal desiderio di rimanere tra quegli odori. Certo, sin da principio il lettore intuisce di avere qualcosa da scoprire: dei tasselli vanno messi a posto e l’indugiare dell’autore nella descrizione di alcuni particolari è teso a indirizzare la nostra attenzione, tradendo intenzionalmente l’esistenza di un mistero. Abbiamo bisogno dei dettagli, e li conquistiamo pagina dopo pagina, mescolando il dipanarsi della vicenda presente e le memorie del passato. Ma in fondo della suspence faremmo anche a meno, e non è un caso se l’autore ci lascia intuire molte cose prima che siano esplicitate.   È la nostalgia a sedurci, il fuori tempo, l’altrove di questa favola che tuttavia ci riguarda. Rimini e il mare quando al mare non si va, perché fa freddo...

Quattro anni fa moriva a Lisbona Antonio Tabucchi / Antonio muore

Antonio Tabucchi si è spento a Lisbona, la sua seconda patria, la città di Fernando Pessoa, la città di sua moglie Maria José, la città che la sua narrativa ha visitato, smembrato, illuminato di barbagli allucinati. In fondo tutto comincia da lì, da una fascinazione letteraria che poi diventa oggetto di studi e di specializzazione accademica. Chi lo ha avuto come docente testimonia una altezza di scandaglio e  una voluttà pedagogica che ha determinato una vera e propria trasmigrazione di  passioni e di pertinenze critiche. Tabucchi ha cercato subito nei suoi allievi l’auditorio privilegiato del suo discorrere. Non è un caso che da quella sui discenti è passato con naturalezza alla prodiga maieutica esercitata su alcuni giovani scrittori. E forse piuttosto che di maieutica bisognerebbe parlare di esercizio di fratellanza in cui ha fatto convivere esigente severità e divagante amicizia. La sua casa di Vecchiano è stata, in questo senso, ricetto e fucina di idee, e la sua tavola un’occasione di simposi ben irrorati di vino e letture ad alta voce. Ah, sentirlo leggere Palazzeschi, o Montale, o Carlos Drummond De Andrade, il gomito appoggiato sulla scrivania, il libro nella...

Tonino Guerra. Ultimo canto

Santarcangelo di Romagna ha festeggiato il novantaduesimo compleanno di Tonino Guerra il 16 marzo. Il Museo MUSAS per l’occasione gli ha dedicato una piccola mostra raccogliendo opere scelte tra le tante (disegni, ceramiche, stoffe, sculture) che Guerra ha realizzato con artisti e artigiani soprattutto della Romagna. Il confronto tra grafica, pittura e opere tridimensionali parla di una spinta creativa che non si accontenta della doppia dimensione e cerca una diversa trasformazione delle cose nello spazio quotidiano. Sia le ceramiche, che realizzano fantastiche forme animali e interpretano antiche formelle devozionali, che le sculture, che dallo spunto figurativo transitano nella ricerca dell’oggetto funzionale (la lampada, il portavasi, i cuscini), rinviano alla radice della formazione dell’artista, sceneggiatore e poeta che nell’immediato dopoguerra iniziava la sua avventura con il dialetto scritto in versi e con il cinema della nuova realtà.   Il dialetto di Guerra, con quello di Pasolini, è stato la lingua sacra e libera che, dopo la catastrofe mondiale, permetteva ancora di nominare le cose e la vita senza contaminazioni...