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Dante Alighieri

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L’identità in cucina

Massimo Montanari mette in rilievo nel suo breve libro L’identità italiana in cucina (Laterza 2010) che l’Italia esisteva già prima della sua unità nelle pratiche quotidiane, nei modi di vita, negli atteggiamenti mentali, ovvero che la cultura definisce il nostro Paese ben più dell’unità politica. Prima dell’Italia unita sotto il regno dei Savoia, diventato Regno d’Italia proprio in quel 1861, esiste il “Paese Italia”, come l’aveva definito lo storico Ruggiero Romano, ideatore della Storia d’Italia di Einaudi. Nel suo saggio Montanari sostiene che la koinè alimentare italiana si è formata attraverso l’incontro tra romani e “barbari” (termine romano). Si trattò di un incontro-scontro tra la cultura del pane, del vino e dell’olio (civiltà agricola romana) e la cultura della carne, del latte e del burro (civiltà dei “barbari”), legata più alla foresta che all’agricoltura stanziale.   Lo studioso dell’alimentazione riprende un’immagine attuale per proiettarla sul passato: l’Italia come...

Dante Alighieri / Identità italiana

“L’Italia non fu fatta da re o capitani; essa fu la creatura di un poeta: Dante. [...] Non è un’esagerazione dire che egli fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”. Così ebbe a scrivere Giuseppe Antonio Borgese. Comunque la si pensi sulle virtù profetiche del poeta di Beatrice, non c’è dubbio che la Commedia abbia svolto per gli italiani, soprattutto in età moderna, quella funzione civile di “Libro nazionale” che altrove – e non solo in Israele–  è stata attribuita proprio alla Bibbia. E Dante, suo malgrado, quella di padre della patria, sebbene per lui la ‘patria’ fosse Firenze e lo stato l’impero. Pertanto, giacché della Divina Commedia quale repertorio di italianità si è già fatto grande uso (se non abuso), nella congerie di possibilità che il capolavoro dantesco offre, nonché nella ridda di suggestioni interpretative più o meno fondate che continua a suscitare, forse può essere più utile limitarsi a rinnoverare quei passi del poema, di durevolissima fortuna, dai quali...

Imagine

Mi ha sempre colpito che patria non sia un sostantivo, ma un aggettivo, che non si riferisca a padre, ma a terra, a uno spazio dove sono nati gli antenati e dove sono seppelliti i morti. La patria dunque non esiste da sola, ha bisogno di un nome che la sostenga. Nelle parole di Levi si rivela proprio questa insufficienza: per gli ebrei la patria fu quel luogo che credevano proprio e dal quale sono stati divelti. Commuovendosi e sdegnandosi mio padre ricordava un monumento ai caduti ebrei della prima guerra mondiale su cui c’era scritto “alla nostra cara patria”. Per lui la persecuzione era stata soprattutto una viltà, un venire meno all’onore. Quando Levi ricorda che “la maggior parte degli ebrei indigeni in Italia, in Francia, nella stessa Polonia preferì rimanere in quella che essi sentivano come loro patria”, ricorda anche la tragedia di un’illusione, lo stupore di fronte a un comportamento che sembrava incredibile. C’era stato un momento, lo racconta Giacoma Limentani in Scrivere dopo per scrivere prima, in cui un dialogo era stato possibile. Le lettere traHoffmannsthal e Strauss erano la testimonianza di un...

Borgo e città

In un’epoca di non luoghi e piazze virtuali, “patria” è una parola che in Italia quasi nessuno usa. Il ventennio fascista, che ha tentato di inoculare il virus dello sciovinismo e del nazionalismo negli italiani, ci ha reso immuni dal patriottismo. Ci accontentiamo di evocare la patria in modo indiretto e obliquo, quando invochiamo il “rimpatrio” degli stranieri che approdano alle nostre coste, o quando raccomandiamo ai giovani di “espatriare” per trovare fortuna. Gli unici italiani che sembrano avere nostalgia della patria sono quelli che la patria ha costretto ad andarsene: gli emigrati. I pochi decenni in cui la parola “patria” ha avuto senso per quasi tutti gli italiani sono stati quelli del Risorgimento, quando si moriva per un’idea che si trovava nei versi di Dante e di Petrarca. Dopo l’unità d’Italia, “patria” è diventata sinonimo di terra, borgo o città. Nessuno è morto in trincea o in Africa per la “patria”. Ha ragione Primo Levi, quindi: morire in patria, nella terra che ti ha fatto nascere, è l’unico modo in cui un italiano...

La mia patria è la lingua

L’espressione corrente in Italia per designare la propria origine, appartenenza, identità è “il mio paese”. Provate a ripeterla in uno qualunque dei dialetti italiani: ha sempre la stessa coloritura emotiva. Suona diretta, sincera, autentica: nulla di astratto, di costruito o convenzionale. Le si addicono le intonazioni affettuose, partecipi, ora sorridenti ora commosse, ma più spesso nel senso della rassegnazione o della nostalgia che non della fierezza o della determinazione. Lo stesso non avviene con l’espressione “la mia città”, dove una sfumatura di orgoglio è più frequente: serve all’amor proprio meglio che all’intenerimento. Sarà perché provenire da una città, storicamente, è cosa diversa che provenire dal contado? Perché chi è nato in un paese è più probabile che ne parli da emigrato, anche se solo a qualche decina o centinaio di chilometri di distanza? Certo, “la mia città” ha un’implicazione più esclusiva e (paradossalmente) più campanilistica: manca della felice ambiguità di...

Giorgio Caproni / Identità italiana

Queste due poesie epigrammatiche di Giorgio Caproni sono tratte da Res Amissa, raccolta postuma pubblicata nel 1991 per le cure di Giorgio Agamben. Il tema prevalente della silloge è di carattere teologico: la 'cosa perduta' è la Grazia, il Bene. Tenendo presenti queste premesse (sebbene i due testi appartengano alla sezione «Anarchiche o fuori tema») è forse possibile attingere qualche significato ulteriore da questi risentiti «versicoli» caproniani: quel Dante, per esempio (così assiduamente letto, annotato e riscritto da Caproni nel corso dell'intera esistenza), è anche il poeta teologo, il poeta cittadino, degradato, nell'Italietta «laida e meschina», a orpello retorico. Matteo Di Gesù Patria Laida e meschina Italietta. Aspetta quello che ti aspetta. Laida e furbastra Italietta. Ahimè Fra le disgrazie tante che mi son capitate, ahi quella d'esser nato nella «terra di Dante». (Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1999)

Dante Alighieri / Identità italiana

Teorico della letteratura, linguista, dialettologo, nel De vulgari eloquentia Dante non può esimersi dal fare anche il geografo. Della sua attitudine verso questa disciplina, Alighieri darà prova anche e soprattutto nel Poema: la voce 'Italia', nel Dizionario della Divina commedia curato da Giorgio Siebzehner-Vivanti, è un vero e proprio compendio, regione per regione, di luoghi geografici dedicati alla penisola. In questo passo Dante traccia precise demarcazioni territoriali per la sua inchiesta linguistico-letteraria sui volgari italiani e su una lingua nazionale, colta ma funzionale, ancora in via di definizione. È interessante notare come l'autore stabilisca il suo immaginario punto d'osservazione, dal quale descrive la penisola e le sue isole e partisce i suoi territori, sull'estremo nord: come se guardasse l'Italia dalla cima delle Alpi, quasi fossero un belvedere dal quale ammirare lo sterminato panorama che si dispiega davanti allo sguardo dell'osservatore. Non una rappresentazione cartografica, dunque, piuttosto una sorta di visione medievale, ma tutta laica e terrena. Viene in mente, se ci si passa l'...

Wallace all'italiana

Un discorso sullo stato attuale della lingua italiana potrebbe incominciare da uno scrittore che è venuto in Italia una sola volta. Era il suo primo e, salvo errore, è rimasto l'ultimo viaggio in un Paese della cui lingua non conosceva una sola parola. Si tratta dell'americano David Foster Wallace. David Foster Wallace era uno snob linguistico, membro di una famiglia di snob linguistici: non è una mia illazione, ce lo ha detto lui nel recensire un dizionario dell'uso linguistico americano. Una grande opera, voluminosa come un dizionario e - attenzione - normativa: dice quali forme è meglio usare e quali altre è meglio non usare. Il saggio di Wallace non è una piccola recensione: è molto più lungo della media dei saggi e, come è nello stile di Wallace, salta da osservazioni generali a racconti personali, con digressioni, incisi, punte di umorismo e affermazioni perentorie. Cos'è uno snob linguistico, o una famiglia di snob linguistici? Il padre di Wallace è un professore di filosofia, studioso di Wittgenstein; la madre, un insegnante di inglese. Sin dall'infanzia i loro figli sono...